Sintesi dell’Intervento
- Autore: Augusto Cacopardo
- Titolo proposto per l’intervento: La vittoria elettorale è una priorità assoluta: la Costituzione come programma e il rebus della pace
Punti chiave dell’intervento:
- La minaccia autoritaria e la priorità elettorale: La vittoria della destra alle prossime elezioni rappresenta un pericolo mortale per gli organi di garanzia (Consulta, CSM, Presidenza della Repubblica) e per i diritti sociali e di libertà. Sconfiggere la destra è un’assoluta priorità: un governo di centrosinistra, pur con tutti i suoi limiti, sarebbe meno pericoloso e più permeabile alle pressioni dal basso.
- La Costituzione come unico faro programmatico: L’unione dell’opposizione deve fondarsi su un programma chiaro di attuazione della Costituzione del ’48, l’unico in grado di riattivare la mobilitazione della società civile che ha portato alla vittoria nel referendum sulla giustizia.
- Il nodo della pace e la funzione dei comitati: Il vero scoglio per l’accordo con il PD è la politica estera (riarmo, Ucraina, fedeltà atlantica). Pur lasciando ai partiti il compromesso elettorale, i comitati della società civile e i movimenti devono pretendere coerenza con il principio pacifista dell’art. 11 della Carta.
- La rottura con l’ideologia neoliberista: Dagli anni ’80 la sinistra di governo ha abbracciato il neoliberismo, abbandonando il progetto di democrazia sociale dei Costituenti. È necessaria una virata di 180 gradi per tornare a uno Stato regolatore che garantisca la redistribuzione della ricchezza, la tutela del lavoro, la sanità e l’istruzione pubblica.
Testo dell’Intervento
Augusto Cacopardo — La vittoria elettorale è una priorità assoluta: non possiamo permetterci altri quattro anni di Meloni
Come prevedibile, la sconfitta nel referendum sulla giustizia non ha indotto la destra a rinunciare al suo progetto politico autoritario. Se, con la legge elettorale che sta cercando di confezionarsi su misura (nonostante la débâcle alla Camera), la coalizione Meloni & C. dovesse riuscire a prevalere nelle prossime elezioni, non farebbe prigionieri.
Come ha notato Chiara Giunti, oltre a introdurre un premierato di fatto, metterebbe uno dei suoi alla Presidenza della Repubblica e si avvicinerebbe pericolosamente alle maggioranze qualificate per eleggere da sola cinque giudici della Consulta e i membri laici del CSM. La destra occuperebbe cioè tutti gli organi di garanzia e, con la loro connivenza, procederebbe a smantellare con leggi ordinarie l’edificio voluto dai Costituenti (covando poi sempre in petto il sogno di raggiungere la maggioranza dei due terzi, per cambiare anche la lettera della Carta evitando il referendum).
Come già stiamo vedendo, primo bersaglio sarebbero i diritti sociali, a partire da sanità e istruzione, ma sarebbero messi ad ancor più grave repentaglio addirittura i diritti di libertà, a cominciare dalla libertà di riunione e di manifestazione del pensiero. Non solo: c’è da temere che la destra vittoriosa, fedele alle sue radici e liberatasi degli argini antiautoritari della Costituzione del ’48, faccia di tutto per “imbullonarsi” nei posti di potere ben oltre le prossime elezioni.
Va diffusa quindi la consapevolezza dei rischi che sta correndo oggi la democrazia, insieme alla consapevolezza che lo smantellamento della Carta significa minaccia a tutti i diritti e sicuro peggioramento delle condizioni materiali di vita della maggioranza dei cittadini, a partire dai più fragili.
1. Il “campo largo” e il compromesso necessario
A fronte di questo scenario, esplicitamente annunciato da Giorgia Meloni fin dal suo insediamento (rivoltare il Paese come un calzino), sembra fuor di dubbio che la vittoria nelle elezioni debba essere l’assoluta priorità per le forze di opposizione. Obiettivo che può essere raggiunto solo se la sinistra si manterrà unita e se saprà formulare un programma che — come è stato sostenuto fra gli altri da Daniela Lastri — abbia per faro l’attuazione della Costituzione; il solo capace di stimolare la partecipazione e il sostegno di quella parte di elettorato che si è mobilitata nel referendum a favore del NO.
Per molti, a sinistra, le forze del cosiddetto “campo largo”, se pur arrivassero a formulare un programma del genere, non darebbero sufficienti garanzie sulla sua reale attuazione. E questo è innegabile. Una volta fissatolo nero su bianco, avrebbero però anche difficoltà a disattenderlo in toto, e formerebbero comunque una compagine di governo in questa fase sicuramente meno pericolosa di quella attualmente al potere, e più permeabile a spinte dal basso. Questo mi sembra si possa dire, nonostante tutte le accuse che non si può fare a meno di rivolgere, per il loro passato operato, ai partiti (e a uno in particolare) che la comporrebbero.
2. Il nodo della pace e il ruolo della società civile
Il punto dolente è però che, ahinoi, attualmente sembra difficile che i partiti di opposizione riescano ad accordarsi su un programma che possa dirsi davvero di attuazione della Costituzione. Il nodo più difficile da sciogliere (anche se non sarà probabilmente l’unico) è quello della pace. Come potrà il PD fare marcia indietro dopo le ripetute delibere a livello nazionale ed europeo a favore della prosecuzione della guerra in Ucraina e del riarmo, dando credito alla fandonia della minaccia russa all’Europa?
Spetterà ai partiti scioglierlo. Quel che appare certo, purtroppo, è che le forze politiche in campo non potranno trovarsi d’accordo su tutto. Così come è certo che, se un tale accordo totale venisse posto come pregiudiziale per l’unità della coalizione, l’esito sarebbe una sicura sconfitta alle elezioni con le conseguenze indicate all’inizio.
Come suggerito da Antonio Floridia, l’opposizione dovrebbe muoversi probabilmente su due livelli:
- Un livello più ristretto: sul piano di un’alleanza elettorale con l’indicazione di una serie di punti condivisi.
- Un livello più ampio: che riguardi in generale il progetto politico della sinistra.
Il vero rebus è come inserire il no alla guerra nel livello più ristretto, quello dell’accordo elettorale. Difficile farlo, ma in sua assenza appare assai arduo mobilitare le forze della società civile che hanno assicurato il trionfo del NO nel referendum sulla giustizia.
Tocca ai partiti risolvere il rebus, ma dalla società civile, dai movimenti, cioè da noi, deve levarsi alta la richiesta di coerenza con il principio pacifista della Carta, tradito non soltanto dalla destra, ma anche da una parte della sinistra, e persino dal Presidente della Repubblica. In questa chiave, e a tutto campo sugli altri punti del programma, penso sia da intendere il ruolo di quella rete di comitati di cui ha parlato Amos Cecchi. A questo proposito si tenga presente che il Comitato fiorentino per il NO, che raccoglie più di trenta associazioni locali e nazionali, ha mantenuto aperti i suoi canali di comunicazione, che possono essere riattivati in ogni momento.
3. La deriva neoliberista della sinistra e la necessità di una virata
Quanto agli orizzonti più ampi, è triste constatare che la sinistra ufficiale, insieme al riferimento ideale al comunismo, abbia voluto abbandonare negli anni ’80 anche quello al progetto politico, avanzatissimo, di democrazia sociale delineato dai Costituenti. Il principale partito della sinistra ha invece aderito in toto al credo neoliberista basato su deregulation, libera circolazione dei capitali a livello globale e privatizzazioni; un modello fondato sull’arretramento dello Stato come regolatore dell’economia per lasciare mano libera alla corsa al profitto dei privati.
Un credo che ha come corollario l’attacco alla progressività del sistema fiscale e, conseguentemente, allo Stato sociale. Si tratta di un’ideologia strutturalmente avversa alla democrazia — come dimostrato a suo tempo dalla famosa lettera di un grande gruppo finanziario americano contro le Costituzioni europee accusate di tutelare “troppi diritti” — e avversa alla collaborazione fra Paesi in nome della pace. La versione trumpiana di questo credo lo ha semplicemente liberato da ogni ipocrisia, rivelandosi per quello che è nella National Security Strategy: un sistema a tutela degli interessi dei più forti (America First), per concentrare nelle loro mani la ricchezza mondiale.
Si tratta di un progetto politico agli antipodi di quello dei Costituenti. È necessaria quindi una virata di 180 gradi, un ritorno all’attuazione della Costituzione che aveva consentito enormi progressi negli anni ’70 (Statuto dei lavoratori, riforma sanitaria, democrazia nella scuola, riforma del diritto di famiglia, legge Basaglia e altro). Sarà pure stato capitalismo anche quello dei Costituenti (data la presenza della libertà di iniziativa economica privata), ma vi è un abisso incolmabile fra quella forma e il neoliberismo attuale.
4. Il vero bersaglio delle forze reazionarie
Ci sono anche buoni motivi per ritenere che il vero obiettivo delle forze reazionarie che hanno operato nel nostro Paese — neofascisti, poteri forti della P2 e alta mafia (secondo le analisi di Scarpinato) — non fosse in realtà il comunismo, sbandierato come spauracchio mentre già traballava nell’URSS, ma proprio il progetto politico incorporato nella Costituzione, calibrato per garantire la redistribuzione della ricchezza.
Mentre il comunismo sovietico aveva scarse possibilità di attecchire a livello sistemico in Italia, il progetto costituzionale era scritto chiaro e tondo nella Carta fondamentale: un pericolo reale e incombente contro cui quei poteri hanno ingaggiato una lotta senza quartiere, a cui è riconducibile la strategia della tensione.
Conclusione
La sinistra non ha bisogno di guardare lontano. Un progetto politico — come quello delineato nell’introduzione di Amos — che ripudia la guerra, tutela l’ambiente, mira a garantire a tutti un lavoro e un livello di vita dignitoso e impegna lo Stato a intervenire per soddisfare le esigenze fondamentali di tutti i cittadini, è già scritto nei suoi 139 articoli. Si tratta, finalmente, di dargli piena attuazione.
