L’urgenza delle elezioni 2027: la minaccia del “Premierato di fatto” e l’unità per la Costituzione /Chiara Giunti

 Sintesi dell’Intervento

  • Autore: Chiara Giunti
  • Data: 7 Luglio 2026
  • Titolo proposto per l’intervento: L’urgenza delle elezioni 2027: la minaccia del “Premierato di fatto” e l’unità per la Costituzione

Punti chiave dell’intervento:

  1. I ritardi dell’opposizione e le manovre della destra: Dopo l’entusiasmo per la vittoria nel referendum sull’ordinamento giudiziario, l’opposizione ha perso tempo prezioso nell’avviare una vera mobilitazione diffusa. Nel frattempo, il governo Meloni — fermato dalla Consulta sull’Autonomia differenziata e sconfitto nel referendum sulla giustizia — ha archiviato il Premierato costituzionale per perseguire un “Premierato di fatto” tramite una nuova legge elettorale autoritaria (il c.d. Melonellum o Stabilicum).
  2. I pericoli del nuovo sistema elettorale: La proposta di legge elettorale della destra, pur simulando un sistema proporzionale, introduce correttivi fortemente maggioritari (indicazione del premier, maxi-premio fino al 57,5% dei seggi per chi raggiunge il 42,5%, listoni bloccati). Con la logica del “chi vince prende tutto”, la destra si assicurerebbe l’occupazione di tutti gli organi di garanzia (Presidenza della Repubblica, Consulta, CSM), rompendo l’equilibrio democratico dei poteri.
  3. L’unica via percorribile: battere la destra alle urne: Data l’impossibilità pratica di contrastare efficacemente la legge elettorale via referendum abrogativo (per vincoli di ammissibilità e scoglio del quorum), l’unica soluzione concreta è la vittoria elettorale nel 2027 per abrogare questa legge e ripristinare un sistema proporzionale.
  4. Mobilitazione dal basso e “Alleanza per la Costituzione”: Condividendo la relazione di Amos Cecchi, si propone di arricchire una coalizione progressista — eventualmente denominata “Alleanza per la Costituzione” — con il protagonismo dal basso. L’obiettivo è riattivare l’elettorato giovanile e astenzionista concentrandosi su battaglie sociali ed esistenziali concrete: scuola e formazione, casa e caro-vita, pace e dirittti dei migranti

Testo dell’Intervento

Chiara Giunti — L’urgenza delle elezioni 2027: la minaccia del “Premierato di fatto” e l’unità per la Costituzione

Settignano, 7 luglio 2026

Dopo la fiammata della vittoria nel referendum sull’ordinamento giudiziario, le forze dell’opposizione al governo Meloni non hanno colto l’ondata di un vero risveglio ed è seguito un certo disorientamento con la storia delle primarie, fino ad arrivare al 17 giugno, soltanto con il primo tavolo tutto mediatico PD-M5Stelle-AVS e il lancio dei due appuntamenti di Napoli (8 luglio) e Padova (15 luglio). Di questi ultimi, tuttavia, per trovare notizia si deve cercare in rete, mancando un’informazione e una mobilitazione diffusa al di fuori delle strette stanze partitiche. Ma il vero lavoro programmatico inizierà a settembre: intanto si è perso tempo.

1. La controriforma elettorale e il “Premierato di fatto”

Invece i tempi incalzano. Il governo Meloni, prima fermato dalla Corte Costituzionale sulla controriforma dell’Autonomia differenziata (gli accordi con 4 regioni vanno avanti ma sono a rischio di legittimità costituzionale), una volta sconfitto pesantemente nel referendum sulla giustizia ha messo nel cassetto la riforma costituzionale del Premierato per evitare il secondo rischio referendario.

Tuttavia, attraverso la nuova legge elettorale punta a ottenere un premierato di fatto e, più complessivamente, ad arrivare a cambiare per via ordinaria la forma della Repubblica da parlamentare a presidenziale, nella sua specie più autoritaria.

Teniamo infatti presente che le leggi elettorali hanno una forte valenza e profondi effetti costituzionali. In questo caso si tratta di un sistema nominalmente proporzionale ma deformato estremamente in senso maggioritario e quindi autoritario, tramite due elementi essenziali:

  • L’indicazione del candidato premier di lista e di coalizione, che va a colpire il potere di nomina del Presidente del Consiglio da parte del Presidente della Repubblica;
  • Un enorme premio di maggioranza, che darebbe fino al 57,5% dei seggi alla prima coalizione che raggiungesse il 42,5% dei voti sia alla Camera che al Senato, mediante un premio fisso di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, con candidature in listoni nazionali bloccati spalmati su tutte le circoscrizioni.

2. Lo scardinamento dei contrappesi democratici

Si va così a colpire il principio di rappresentanza e la libertà di scelta degli elettori. Soprattutto si impone la logica del “chi vince prende tutto”:

  • Il Presidente della Repubblica (basta la maggioranza assoluta al terzo scrutinio);
  • La Corte Costituzionale (1/3 dei giudici con i 3/5 al terzo scrutinio);
  • La maggioranza dei membri “laici” del CSM.

Un sistema privo di contrappesi che andrebbe a colpire al cuore l’equilibrio dei poteri alla base della nostra democrazia costituzionale. Si continuerebbero ad avere le liste bloccate, le pluricandidature e le medesime soglie di sbarramento dell’attuale Rosatellum che inficiano l’uguaglianza del voto (10% per la coalizione, con il ripescaggio del miglior perdente coalizzato, e 3% per le singole liste non coalizzate). Inoltre, l’esonero dalla raccolta delle firme verrebbe concesso soltanto ai gruppi costituiti in Camera o Senato prima del dicembre 2025 (esentando Italia Viva, ma imponendo l’obbligo di raccolta per Futuro Nazionale di Vannacci, +Europa e altre eventuali liste).

Nell’insieme si tratta di un sistema anomalo nel quadro dei sistemi elettorali europei, che ci porterebbe verso una forma di stato simile a quella di alcuni paesi sudamericani. Per una disamina approfondita della legge (detta “Melonellum” dai contrari o “Stabilicum” dai favorevoli) si vedano su YouTube i due convegni di costituzionalisti e politici tenuti il 29 giugno in Regione Toscana e il 30 giugno a Roma.

3. Tensioni nella maggioranza e prospettiva elettorale

Ci sono tensioni nella maggioranza di destra sulla questione delle liste bloccate o delle preferenze, ma soprattutto sul fatto che l’eliminazione dei collegi uninominali sfavorirebbe Lega e Forza Italia al Nord. D’altro canto, la permanenza dei collegi uninominali rappresenta uno spauracchio per la Meloni e per tutta la destra, dato che stavolta non si verificherebbe la “manna” della divisione del fronte progressista avvenuta nel 2022.

C’è poi l’incognita Vannacci, che continua a crescere nei sondaggi fino al 6% e oltre, pescando prima da Lega e FdI e adesso sempre più nell’area del non-voto: una dinamica non prevista in tale misura. Quindi i tempi di presentazione e approvazione della nuova legge si stanno allungando oltre l’estate, e non è neppure scontato, sebbene probabile, che alla fine la approvino.

Non ha comunque senso perdersi in vaticini: qualsiasi sia la legge elettorale finale, è molto probabile che si vada a votare nella primavera del 2027. Una cosa è chiara: se questa legge venisse approvata, la via del ricorso referendario sarebbe difficilmente percorribile — sia per le tempistiche comunque post-elettorali, sia per la necessaria parzialità del quesito (non essendo ammissibile abrogare in toto via referendum una legge elettorale), oltre al pesante scoglio del quorum del 50,1%.

4. La strategia: vincere le elezioni e mobilitare la società civile

È evidente che l’unica via sia vincere le elezioni, sconfiggere la maggioranza di destra e abrogare questa stessa legge — sostituendola con una norma davvero proporzionale (come da introduzione di Amos) — ed eliminare tutte le altre leggi gravemente antidemocratiche e lesive dei diritti civili e sociali approvate in questi quattro anni.

Concordo quindi con l’ispirazione e le proposte contenute nella relazione introduttiva di Amos Cecchi: occorre mobilitarsi dal basso su alcuni temi chiave (scuola e formazione, casa e urbanistica, caro-vita, pace, migranti), costruendo momenti di respiro e coinvolgimento nazionale. Questo significa dare concretezza al tema di fondo dell’attuazione della Costituzione, sia come contenuti che come partecipazione, rivolgendosi in particolare a quei milioni di giovani (e anziani) che dall’astensione hanno fatto vincere il referendum di marzo.

Così anche una eventuale denominazione della coalizione come “Alleanza per la Costituzione”, dal forte valore simbolico, si arricchirebbe di concretezza.

Conclusione

Serve costruire insieme una soggettività mobilitante e proponente, in un quadro — per forza dialettico — di “unità plurale e tensione programmatica”. Tenendo presente che nella coalizione larga ci saranno tutti, fino a Renzi e alle altre forze di centro.

E a sinistra? Non basta certo né entusiasma il “cerchio stretto” del trio M5S-AVS-PD. Al tempo stesso sappiamo, per tante esperienze pregresse, che le elezioni sono in realtà il momento peggiore per costruire qualcosa di veramente nuovo e credibile a sinistra: ci si scontra con le identità grandi e piccole, pur in un momento in cui ogni apporto politico-elettorale dovrebbe e potrebbe avere spazio per contribuire a cacciare la destra dal governo e aprire un’altra pagina.

Quindi, consapevoli delle difficoltà ma altrettanto dell’urgenza: mettiamoci in cammino, cercando di renderlo aperto e attraversabile da tutti.