Il miraggio della fine del lavoro

Fabio D’Alessandro· Sinistrainrete · 12 ottobre 2026

Nel 1930 John Maynard Keynes immaginava un futuro in cui il progresso tecnologico avrebbe ridotto la settimana lavorativa a quindici ore, liberando tempo per la cultura, gli affetti e la vita. Quasi un secolo dopo, quella previsione non si è realizzata: non lavoriamo meno, spesso lavoriamo in condizioni più precarie e invisibili. Dall’intelligenza artificiale addestrata da lavoratori sottopagati alla sostituzione di dipendenti con chatbot, fino all’espansione della gig economy, la tecnologia sembra aver mantenuto una promessa diversa: aumentare la produttività e i profitti, più che la libertà di chi lavora.

Scheda Bibliografica

  • Autore: Fabio D’Alessandro (fonte: fabiodalez.it)
  • Titolo: Il miraggio della fine del lavoro
  • Rivista / Piattaforma: Sollevazione (rivista di politica e cultura del Fronte del Dissenso) / Sinistra in Rete
  • URL https://www.sinistrainrete.info/lavoro-e-sindacato/33791-fabio-d-alessandro-il-miraggio-della-fine-del-lavoro.html
  • Data pubblicazione 12-10-25
  • Argomento: Lavoro, tecnologia, intelligenza artificiale, automazione, capitalismo, precarietà, disuguaglianze socio-economiche.
  • Tipologia documentaria Articolo di analisi e critica politico-economica
  • Ambito disciplinare Economia politica; sociologia del lavoro; studi sull’intelligenza artificiale; relazioni industriali
  • Tema centrale Automazione, IA e rapporti capitalistici di produzione
  • Arco temporale trattato Dal 1930 al 2026, con riferimenti a prospettive future
  • Area geografica Globale; Stati Uniti, Kenya, Svezia e Italia, con riferimenti ad altri paesi
  • Orientamento interpretativo Critica del capitalismo tecnologico e dello sfruttamento del lavoro

Focus

Il testo analizza il rapporto tra progresso tecnologico (automazione e intelligenza artificiale) e mondo del lavoro all’interno del sistema capitalistico. L’autore smonta la narrazione ottimistica secondo cui la tecnologia libera l’essere umano dalla fatica (riprenendo e ribaltando la celebre profezia di John Maynard Keynes del 1930), dimostrando invece come l’innovazione tecnologica venga utilizzata per riorganizzare e intensificare il dominio economico, spostando e occultando lo sfruttamento (attraverso i ghost workers, la gig economy e i bullshit jobs) a vantaggio delle élite tecnologiche.

Abstract per punti

  • Il tradimento della profezia di Keynes: Nel 1930 Keynes ipotizzava che la tecnologia avrebbe ridotto l’orario di lavoro a quindici ore settimanali; tuttavia, i guadagni di produttività degli ultimi cinquant anni sono stati assorbiti interamente dalle élite (con una crescita abnorme dei compensi dei CEO rispetto a quelli dei lavoratori medi), lasciando invariati o peggiorati i carichi di lavoro e la precarietà.
  • Il feudalesimo manageriale e i Bullshit Jobs: Richiamando le teorie di David Graeber, l’autore evidenzia come il capitalismo, invece di ridistribuire il tempo libero, abbia generato milioni di occupazioni burocratiche e inutili volte al controllo sociale.
  • I lavoratori fantasma (Ghost Workers) dell’Intelligenza Artificiale: Dietro la presunta autonomia dell’IA si cela un esercito di lavoratori invisibili e sottopagati nel Sud globale (come i moderatori di contenuti e i data labeler in Kenya per aziende come OpenAI, Meta e Scale AI), esposti a gravi traumi psicologici e retribuzioni misere.
  • Il fallimento dei modelli di automazione aziendale: Casi emblematici come quello di Klarna dimostrano che la sostituzione frettolosa del supporto umano con i chatbot porta a un crollo della qualità del servizio, costringendo poi le aziende a marciare indietro.
  • La retribuzione universale come “elemosina” e licenza sociale: Proposte come il reddito universale di base avanzate da figure della Silicon Valley (es. Sam Altman) vengono lette come strategie di pubbliche relazioni e “violenza simbolica” per normalizzare il controllo algoritmico senza intaccare le reali strutture di potere ed economiche.
  • L’alternativa dal basso: I dati sulla precarietà in Italia e nel mondo confermano che il problema non è la tecnologia in sé, ma chi la possiede e la controlla. La vera alternativa non risiede nella benevolenza dei CEO, ma nell’auto-organizzazione dei lavoratori (cooperative di piattaforma, sindacati digitali e software libero).

Dizionario dei termini focali (persone, soggetti, …)

  • John Maynard Keynes: Economista britannico la cui previsione del 1930 circa una drastica riduzione dell’orario lavorativo grazie alla tecnologia viene citata come punto di partenza dell’analisi.
  • Sam Altman: CEO di OpenAI, promotore di modelli di IA e di iniziative di reddito universale di base, criticato per lo sfruttamento lavorativo della catena di montaggio digitale.
  • David Graeber: Antropologo e anarchico, autore di Bullshit Jobs (2018), noto per aver teorizzato l’esistenza di lavori burocratici privi di senso funzionali al controllo sociale.
  • Mary Gray e Siddharth Suri: Autori che hanno coniato il termine ghost workers (lavoratori fantasma) per definire la manodopera umana nascosta dietro i sistemi automatizzati.
  • Aaron Benanav: Sociologo della Syracuse University e autore di Automation and the Future of Work (2020), il quale sostiene che la crisi occupazionale derivi dalla sovraccapacità produttiva e dalla concorrenza capitalista, più che dall’automazione in sé.
  • Sebastian Siemiatkowski: CEO di Klarna, citato per il caso dei licenziamenti di massa tramite chatbot e la successiva ammissione dei limiti dell’automazione.
  • Ghost Workers / Data Labeler / Turkers: Categorie di lavoratori digitali invisibili e sottopagati impiegati nell’etichettatura di dati e nella moderazione di contenuti per addestrare i modelli di IA.
  • Fronte del Dissenso / Sollevazione: Area politico-culturale di riferimento della rivista che pubblica l’articolo.

Analisi critica

Il saggio di Fabio D’Alessandro offre una lettura lucida e radicale della “rivoluzione digitale”, inserendola saldamente all’interno di una critica marxista e strutturale del capitalismo contemporaneo.

  • Punti di forza: L’articolo smaschera efficacemente la retorica tecno-ottimista dominante (la narrazione edulcorata della Silicon Valley secondo cui l’IA porterà un benessere universale e diffuso). Esempi concreti e documentati — come le condizioni dei lavoratori kenioti per Sama/OpenAI o il fallimento operativo del chatbot di Klarna — rendono tangibile l’impatto umano e sociale di tecnologie spacciate per “neutrali”. L’autore dimostra come l’innovazione tecnologica non elimini lo sfruttamento, ma lo delocalizzi e lo renda opaco, trasformando il contatto umano in un bene di lusso (“per VIP”).
  • Limiti e toni: L’impostazione è fortemente polemica e di parte (caratteristica della rivista di provenienza, Sollevazione), orientata a dipingere la tecnologia quasi esclusivamente come strumento di oppressione e dominio. Sebbene l’analisi economica sulla concentrazione dei profitti e sulla stagnazione salariale sia solida e ampiamente documentata da dati statistici (Istat, studi sui salari dei CEO), la conclusione sulle “alternative dal basso” (cooperative di piattaforma, sindacati digitali) appare in parte ideale e priva di una strategia macroeconomica immediatamente applicabile per affrontare la transizione tecnologica su scala globale.