Toni Negri: un’autoanalisi della sinistra italiana


Sul marxismo atipico del teorico e militante / di Mario Farina

Fonte: Mario Farina, Toni Negri: un’autoanalisi della sinistra italiana, Il Tascabile, 23.4.2024
Link: https://www.iltascabile.com/societa/toni-negri-unautoanalisi-della-sinistra-italiana/

Occhiello: Marxismo eterodosso e genealogia della sconfitta — un bilancio post-mortem sulla parabola operaista
Parole chiave: Toni Negri, operaismo, Autonomia operaia, composizione di classe, Spinoza, Impero/moltitudine, sinistra italiana, anni Settanta

Segue analisi critica by Claude 22/6/26


Ci sono due citazioni che mi ronzano in testa da quando, lo scorso 16 dicembre, è mancato Toni Negri:

La posizione di Negri è quella di chi dice “ah, come sono perseguitato! Mi si accusa di essere il capo e il mandante ideologico di tutto quello che è avvenuto in Italia negli anni Settanta: che tremenda ingiustizia!” e, mentre dice questo, in qualche maniera vuol far capire che è proprio così, che è vero. Mentre non è vero. Mi sembra che, nel bene e nel male, ci sia una sopravvalutazione. Negri è, secondo me, più innocente di quel che lui stesso pensa.

L’Autonomia è “un movimento di matrice cattolica (…), la Solidarność italiana, strumento contro la pretesa egemonia dei comunisti sul movimento operaio”.

Nello spazio che separa queste due citazioni si definisce, io credo, la tensione all’interno della quale si colloca la figura di Toni Negri. La seconda è di Negri stesso. La prima, rilasciata sullo sfondo di quel nero totale con cui Zavoli incorniciava i suoi interlocutori, è di Enrico Fenzi: italianista, petrarchista, brigatista rosso. Da queste due citazioni si possono raccogliere le coordinate più generali entro le quali si è mosso forse non Negri stesso, ma senza dubbio la rappresentazione di Negri che la società italiana si è fatta. C’è il carcere, quello di Palmi, dove Fenzi e Negri si sono conosciuti dopo il processo del 7 Aprile, c’è la violenza, da sempre associata alla sua figura, c’è l’ambiguità di chi è stato etichettato come cattivo maestro par excellence. C’è poi il grande tema della collocazione politica nel quadro italiano di quegli anni: “né con la destra, ma nemmeno col Pci” direbbe Bersani (Samuele), e “nella Chiesa, anche un prete che ha peccato potrebbe dare il messaggio giusto”, chioserebbe sempre Bersani (Pier Luigi). 

Toni Negri è due cose: un teorico marxista delle scienza politiche e un militante.

Toni Negri sta qui dentro: nel difficile posizionamento della sinistra italiana del dopoguerra, che incrocia la Russia e la dottrina sociale della Chiesa, i fucili murati dai partigiani in Toscana e la svolta di Salerno, il Pci e il Psi, Pajetta e Amendola, Lombardi e Craxi, i movimenti del lunghissimo Sessantotto italiano e il completo marrone di Occhetto. 

Toni Negri è due cose. O meglio, è tante cose, ma senza dubbio è anche queste due: un teorico, un importante teorico, marxista delle scienza politiche e un militante. Chi voglia scantonare dalla prevedibile reazione della stampa nazionale alla sua morte (Toni Negri est mort, vive Toni Negri!), deve provare a rendere conto di questi due aspetti. La militanza politica: l’influenza sui movimenti, l’inserimento di Negri nella storia di cui ha fatto parte, e la teoria: la rilettura del marxismo a cui ha contribuito, la concezione della società, il pensiero dell’intellettuale. Vaste programme, visto che siamo in scia di locuzioni francesi.

Ancora un citazione e ancora un aneddoto: Pisa, 2004. Un gruppo piuttosto nutrito di studenti ascolta Toni Negri parlare. Da tre anni c’è stato il trauma di Genova, lo spaesamento è forte, così come la voglia di radicalismo. E Negri è l’oratore perfetto. Fine della conferenza, tutti escono. Al tavolo dei relatori si avvicina uno studente del primo anno: “esiste ancora un dominio buono?”, domanda. Negri ci pensa: “quello della mamma”. Come nella scena del Faust, lo studente ha ottenuto da Mefistofele qualcosa, anche se forse non proprio quello che cercava. Perché la generazione dei nati negli anni Ottanta, della quale faccio parte, cercava qualcosa da Toni Negri. Sicuramente la radicalità, la lotta, l’odore dei lacrimogeni, il passamontagna, ma forse inconsapevolmente anche una battuta acida capace di ridare la giusta dimensione alle cose, il dominio della mamma, appunto.

Toni Negri è stato un interprete del marxismo e un militante: un militante che ha intrapreso la militanza proprio alla luce della propria interpretazione, forte e decisamente in controtendenza, del marxismo. Un marxista, senza dubbio, che però non è nato tale e che forse si è portato dietro qualcosa di questa sua nascita esterna all’alveo del sacrosanto marxismo ortodosso. Negri viene infatti dal mondo dell’Azione cattolica, vicino al clima che sarà del Concilio vaticano II, per iscriversi poi a metà anni Cinquanta al Partito socialista. 

Toni Negri è stato un militante che ha intrapreso la militanza proprio alla luce della propria interpretazione, forte e decisamente in controtendenza, del marxismo.

Il suo primo lavoro teorico di un certo rilievo, tutt’ora presente nelle bibliografie di diritto comparato, è dedicato a problemi che poco hanno a che fare con temi marxiani: uno studio sul formalismo giuridico di ispirazione kantiana a cavallo tra Sette e Ottocento. E nonostante possa sembrare controintuitivo, proprio questo studio fornisce a Negri gli elementi che stanno alla base della sua successiva lettura della lotta politica. Il problema del formalismo giuridico è quello di elaborare una struttura logica capace di sussumere al proprio interno il materiale empirico, traducendo il vivo linguaggio del mondo nell’algido lessico della legge. Si tratta di un problema analogo a quello con cui polemizza Carl Schmitt nel saggio sul Concetto di ‘politico’, vale a dire l’espulsione dalla dottrina del diritto di ciò che non è formalizzabile.

Per Kant e per i giuristi che a lui si richiamavano, il problema era quello di offrire una cornice legale al repubblicanesimo che nasceva in quegli anni dal tumulto rivoluzionario. Da questo procedimento Negri estrae uno degli elementi chiave della sua teoria politica: l’idea che la costituzione statale non sia altro che la risoluzione formale dei conflitti, una risoluzione che reprime la massa riottosa e che anzi è tanto più urgente proprio per riordinare i conflitti. Questo è l’ordine problematico e questi gli strumenti di risoluzione con i quali Negri si avvicina alla prima della grandi esperienze politiche che ne caratterizzeranno la biografia, un’esperienza politica tutta italiana, la cui influenza sotterranea è avvertibile ancora oggi: l’operaismo.

L’operaismo, termine affascinante e a suo modo enigmatico, è una corrente interna al marxismo italiano nata sul principio degli anni Sessanta dal laboratorio politico della rivista Quaderni Rossi e animata da alcuni studiosi provenienti grossomodo dalla sinistra del Partito socialista: Raniero Panzieri, Mario Tronti e Romano Alquati. Non è questo il luogo per tentare un’improbabile ricostruzione della storia dell’operaismo italiano, ma giova senz’altro isolare alcuni nodi storici e alcuni elementi teorici che ne hanno caratterizzato lo sviluppo.

Dal punto di vista storico, si può dire che l’operaismo nasca in chiave critica rispetto alla gestione del conflitto sociale egemonizzata in quegli anni dal Partito comunista e dai sindacati confederali, rispetto al quale l’area dei Quaderni Rossi riconosceva una crescente insofferenza da parte del mondo operaio. Evento eclatante sono i disordini di piazza Statuto a Torino nel luglio del ’62, quando alcune migliaia di operai danno vita a tre giorni di scontri violenti con la polizia, mostrando di rifiutare la mediazione sindacale e politica. Pajetta, mandato dal Partito a placare gli animi, viene allontanato, producendo la prima frattura tra Pci e operai che i Quaderni Rossi salutano come momento emancipativo. L’operaismo collabora a dare vita a quell’area di opposizione al Pci che trova ascolto nella sinistra del Partito Socialista e che avrà un ruolo fondamentale nei tentativi di dialogo del decennio successivo tra istituzioni e aree extraparlamentari. Si tratta di qualcosa che oggi è difficilmente immaginabile, una linea di faglia dai margini estremamente sfilacciati che ha permesso una certa permeabilità tra l’area della lotta armata e quello del mondo istituzionale che tentava la via del dialogo.

L’operaismo nasce in chiave critica rispetto alla gestione del conflitto sociale egemonizzata in quegli anni dal Partito comunista e dai sindacati confederali.

Dal punto di vista della teoria politica, dell’operaismo va segnalato senza dubbio un punto: ha rappresentato un’alternativa credibile e praticabile rispetto all’opposizione secca tra l’ortodossia del materialismo dialettico di ispirazione orientale e l’umanesimo del cosiddetto marxismo occidentale. A quella che veniva percepita come l’insostenibilità dell’opzione sovietica non rispondeva con l’appello alla libertà umana, come accadeva nell’ambito della Scuola di Francoforte o in Sartre, bensì in termini strettamente economici: i comunisti tradizionali sbagliano perché restano inchiodati alle posizioni produttiviste della Terza internazionale, perché pensano che il lavoro vada difeso come strumento di emancipazione e perché, di riflesso, difendono sindacalmente la funzione della competenza operaia all’interno del processo produttivo.

Questo modo di produzione, questo mondo moderno e modernista potremmo dire, è tramontato, siamo all’alba di una riorganizzazione dei cicli produttivi, siamo nell’ambito di un capitalismo postfordista che non ha più bisogno della competenza operaia e che anzi ha nella competenza una nicchia di privilegio a cui le sigle sindacali confederali (“la triplice”, come si diceva con disprezzo) si ancorano per mantenere la loro influenza. Abbiamo di fronte una nuova figura operaia: l’operaio massa, risultato del mutato assetto della produzione. In questo discorso si profila uno dei problemi fondamentali, forse il problema centrale, che la sinistra ha affrontato a partire dall’ultimo quarto del secolo scorso e cioè l’incapacità di parlare a ampi strati delle masse che cadevano e che cadono al di fuori della protezione sindacale e ai quali si rivolgeva invece il discorso operaista.

L’operaio massa è un operaio dequalificato, demotivato, lontano dalla retorica produttivista della tradizione socialista. Se si vuole cercare una figura in senso lato letteraria, è la Vincenzina di Enzo Jannacci: immigrata dal sud a ingrossare l’esercito di riserva che guarda spaesata la fabbrica indossando un foulard fuori moda. Questa è la nuova (usando un’espressione che sarà un mantra operaista e post-operaista) composizione di classe, quella dell’operaio massa inadatto a essere intercettato dal sindacalismo tradizionale. 

È all’interno di questa prospettiva che Toni Negri porta il proprio contributo al mondo operaista, inserendosi nella metà degli anni Sessanta nella discussione sul rapporto tra fabbrica e società. Il laboratorio teorico non è più quello dei Quaderni Rossi, da cui Tronti, Alquati e Negri sono fuoriusciti per fondare Classe Operaia, rivista che darà una fisionomia più precisa all’operaismo ponendo le basi per la nascita di Potere operaio. La fabbrica è il solo luogo all’interno del quale si produce conflitto e l’operaio è il solo soggetto capace di incarnare in modo puro la lotta di classe. Questo, detto grossolanamente, l’esito teorico più duraturo dell’operaismo, espresso con chiarezza del volume di Tronti Operai e capitale pubblicato nel 1966: la “rude razza pagana” dell’operaio massa è il soggetto capace, con le lotte che si producono spontaneamente in fabbrica, di generare conflitto. 

La Vincenzina di Enzo Jannacci è l’operaio massa inadatto a essere intercettato dal sindacalismo tradizionale.

Ma la fabbrica, questo il passaggio decisivo a cui va incontro l’operaismo, non è più pensata semplicemente come l’edificio isolato nel quale si raccolgono i lavoratori. Nel modo di produzione postfordista la fabbrica tende sempre di più a espandersi e a occupare integralmente la società. La società si trasforma nel suo complesso in fabbrica, la fabbrica estende il proprio dominio alla società intera e l’organizzazione sociale corrisponde all’organizzazione della fabbrica. Questo è il punto nel quale il discorso di Negri, che derivava da una riflessione sul formalismo giuridico ottocentesco, si innesta nell’operaismo: il problema è quello dell’organizzazione, dell’omogenizzazione dei conflitti, dell’organizzazione in una chiave coerente e funzionante di un materiale riottoso e recalcitrante.

Nel discorso politico di Negri, e tramite il contatto con il mondo operaista, tende a risolversi uno dei problemi costituitivi che il marxismo ha affrontato fin dai propri esordi: quello tra sfera della produzione e sfera della politica, tra sistema dei bisogni e cornice istituzionale, tra realtà concreta e ideologica, o se si vuole tra struttura e sovrastruttura. L’organizzazione politica istituzionale, la costituzione, è espressione diretta (di più: immediata) di una certa forma di conflittualità che si costituisce nell’ambito della produzione. Non si pone più l’alternativa, tipica della sinistra, tra questioni economiche e dinamiche di potere e di oppressione prodotte dall’organizzazione politica: le seconde non sono altro che il modo con cui lo stato reagisce alle prime. È il conflitto sociale prodotto dagli operai, residuo riottoso non assorbibile dal capitale, a generare le modificazioni organizzative, le ristrutturazioni dei cicli produttivi, non viceversa. 

Tende a risolversi un problema annoso del marxismo, dicevamo, ma al costo di una mossa teorica forte e non priva di problematicità: l’isolamento di un soggetto capace di incarnare in modo totale la lotta di classe, di esprimerla in modo puro, cioè un soggetto nel quale la lotta di classe si definisca come conflitto a somma zero, privo di residui e scorie. All’altezza della seconda metà degli anni Sessanta questo soggetto è identificato nell’operaio massa e quella che Maria Turchetto ha brillantemente definito come La sconcertante parabola dell’operaismo italiano può essere riassunta come la progressiva ricerca di un soggetto capace di rivestire a pieno questo ruolo.

L’esigenza di costituire un’opposizione all’ortodossia marxista del Pci intercetta una serie di dinamiche sociali che si opponevano a ogni forma di organizzazione calata dall’alto, ma che altrettanto non volevano indulgere in prospettive percepite come eccessivamente umaniste e in fin dei conti borghesi come quelle promosse dal marxismo occidentale dei francofortesi e di Sartre.

Nel discorso politico di Negri tende a risolversi uno dei problemi costituitivi del marxismo: quello del rapporto tra sfera della produzione e sfera della politica, tra struttura e sovrastruttura.

L’impressione è quella di trovarsi all’alba di una nuova era per la quale non valgono più le regole con cui si è fino a quel momento giocato. Il Partito comunista aveva una visione lineare del tempo e della storia che pensava la produzione e la produttività come veicolo di emancipazione storica. Ora la storia sembrava prodursi seguendo la ciclicità della produzione postfordista che si espande orizzontalmente alla società. L’operaio tradizionale cercava nel lavoro la propria emancipazione, mentre l’operaio che si prefigurava in quegli anni vedeva il lavoro come un noioso e vieppiù scantonabile intermezzo tra il sonno e l’intrattenimento e lo rifiuta. 

E il parallelo può proseguire: il soldato tradizionale incarnava suo malgrado la difesa della patria assaltando alla baionetta l’esercito dei nemici, mentre il soldato del Vietnam era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, domandandosi come sia possibile che Charlie non faccia il surf. È un altro modo, se si vuole, per descrivere quel passaggio che Lyotard ha identificato come fine della modernità e apertura della post-modernità e che Negri legge come estensione delle dinamiche di fabbrica alla società nel suo complesso.

Il capitale, questa la visione generale, proseguirebbe indisturbato nella propria attività di valorizzazione e accumulazione, se non fosse che così facendo produce un soggetto che si pone come antagonista rispetto alla sua attività. Questo soggetto, con la conflittualità di cui è portatore, costringe il capitale a riorganizzarsi per appianare i conflitti, ridefinendo il proprio ciclo produttivo e producendo così un nuovo soggetto oppositivo. 

Questa è la dinamica che viene identificata. E il discorso di Negri si sviluppa tramite una serie di opposizioni che ridescrivono ogni volta questo processo. Lo stato moderno, espressione della risoluzione dei conflitti generati dalla rivoluzione industriale, si trasforma nello stato-piano, vale a dire nel progetto keynesiano di programmatico intervento statale per rimediare alle conflittualità generate dal modello produttivo. A sua volta, lo stato-piano si dimostra inefficace di fronte al ciclo di lotte degli anni Sessanta a Settanta e si trasforma in stato-crisi, cioè di quella forma stato che si pone direttamente al servizio del capitale internazionale. Lo stato diventa così espressione delle organizzazioni capitalistiche e il suo compito è sostanzialmente quello di facilitarne l’azione facendosi “organizzatore complessivo dello sfruttamento”.

L’operaio tradizionale cercava nel lavoro la propria emancipazione, mentre l’operaio che si prefigurava in quegli anni lo rifiuta.

Su queste basi, si verifica l’ancoraggio del lessico e della prospettiva di Negri con i movimenti politici che negli anni Settanta si muovevano esternamente rispetto all’Arco costituzionale, ai quali Negri contribuisce con la seconda grande esperienza politica dopo quella dell’operaismo. Potere operaio brucia in pochi anni le proprie energie organizzative e dalle sue ceneri nasce il variegato ambito dell’Autonomia operaia. Lo stato è ormai apertamente nemico e Negri si divide tra il ruolo professore universitario, allievo dell’ex rettore dell’Università di Padova Enrico Opocher, frequentatore di salotti parigini, e quello di leader dell’Autonomia operaia, grande accusatore dello stato quale veicolo privilegiato dell’attività di sfruttamento feroce operata dalle grandi corporazioni capitalistiche. Lo stato-crisi è, nei fatti, uno stato il cui unico scopo è favorire l’attività imperialista del capitale internazionale, è Stato Imperialista della Multinazionali: S.I.M., per come la sigla comparirà nei comunicati redatti in quel decennio dalle Brigate rosse.

È questo il periodo nel quale Antonio Negri sale ai ranghi delle cronache nazionali. Non più militante e semplice intellettuale delle idee radicali, ma cattivo maestro. E cattivo maestro per eccellenza: traviatore di giovani, mente contorta e affascinante, affabulatore di masse. Persino capo delle Brigate Rosse e anzi brigatista telefonista, voce che raggiunge la casa di Aldo Moro durante il sequestro. Sono gli anni del 7 Aprile, il grande processo istruito dal giudice Pietro Calogero a Padova che costò a Negri la detenzione e successivamente l’esilio in Francia, risolto con un ritorno in patria a scontare il residuo di pena. Su questa vicenda oltremodo nota e discussa preferisco non soffermarmi: tanto si è scritto, meglio di quanto io non possa fare e a quel tanto rimando volentieri.

Interessante notare una variazione teorica di non poco conto che interessa il marxismo negriano successivo agli anni Settanta. Il Marx di Negri cambia repentinamente il proprio nume tutelare: anziché nel togliattiano “vecchio Hegel”, le radici di Marx vengono ricercate nel negletto Spinoza. Non si può proprio dire che si tratti di una svolta. Il discorso di Negri è sempre stato poco incline alla dialettica: eccessive le mediazioni che impone, troppo lineare il processo a cui dà luogo. Nell’orizzontalità del pensiero di Spinoza Negri trova conferma di quell’immediatezza del rapporto tra organizzazione formale e conflitto reale sulla quale insisteva fin dai primi scritti. È un pensiero adeguato alle nuove figure conflittuali, che ormai sono incarnate dall’Operaio sociale, la cui valorizzazione non avviene in fabbrica, ma in ogni ambito dell’agire sociale. Un pensiero capace di rendere conto del rizoma produttivo della società contemporanea, sciolta in una liquidità amorfa.

In questo punto, che tocca nel vivo i problemi costituivi della variegata galassia operaista e post-operaista, il pensiero di Negri va incontro a una apparente svolta, che a conti fatti si dimostra straordinariamente coerente con gli inizi. Gli anni Ottanta italiani iniziano nell’estate del 1982: sei mesi prima, gli italiani avevano paura a prendere il treno, e d’improvviso un ragazzo con lo stesso cognome di un morto in piazza del Settantasette prende a sberle Maradona, Zico, Boniek e Rummenigge. Pertini gioca a scopone con Bearzot a fianco alla coppa del mondo e il tricolore si trasforma da pesante vessillo istituzionale a icona pop. Fa una certa impressione, ma tra la strage di Bologna e la mascotte Ciao di Italia ’90 passa un lasso di tempo minore a quello che separa il Governo Meloni dalla “non vittoria” di Bersani nel 2013.  

Il Marx di Negri cambia repentinamente il proprio nume tutelare: anziché nel togliattiano “vecchio Hegel”, le radici di Marx vengono ricercate nel negletto Spinoza.

La società amorfa e rizomatica che caratterizza il periodo a cavallo della cauta del muro di Berlino ha una certa difficoltà a rientrare nelle maglie concettuali della lettura negriana. Sparisce la conflittualità, cessano le lotte operaie, si svuotano le piazze e di conseguenza viene meno l’esigenza di una formalizzazione delle opposizioni: linfa vitale delle ristrutturazioni capitalistiche. Per spiegare questo passaggio, Negri elabora altri due concetti, che rappresentano l’ideale prosecuzione della vicenda post-operaista: quelli di impero e di moltitudine. All’imperialismo tipico degli stati nazionali moderni si sostituisce la costituzione generalizzata di un impero globale in perenne mutamento e espansione che si modella sulle esigenza del capitale. E alla classe sociale si sostituisce la moltitudine indifferenziata che di volta in volta si disgrega e riaggrega offrendo forme di resistenza al capitale e all’impero. In questo modo, tramite una paradossale forma di pacificazione belligerante tra moltitudine e impero Negri tenta di riordinare il problema del conflitto, o della sua apparente assenza, nel contesto di una società in cui la repressione e la formalizzazione delle opposizioni si pone giocoforza in modo mutato.

Non sta a me fare un bilancio della figura di Toni Negri, pezzo senza dubbio importante della storia del marxismo novecentesco. Quel che mi interessava mettere in luce era appunto la specificità di questo marxismo. C’è in Negri una critica di ogni forma di organizzazione formale del conflitto: di quella poliziesca che lo ha colpito direttamente, di quella keynesiana in cui  riordina le falle prodotte del capitalismo e di quella emersa nel socialismo reale, incarnazione suprema di un capitalismo razionale e razionalizzato. L’organizzazione sociale è repressione del conflitto generata dalla lotta di classe, che è già di per sé momento della liberazione. E in questo, si esprime come ricerca incessante di un nuovo soggetto capace di esprimere in modo limpido e puro la lotta di classe, come conflitto a somma zero e privo di residui: dall’operaio massa all’operaio sociale, spingendosi fino al proletariato cognitivo e alla moltitudine.

Nell’ultima osservazione emerge un tratto che Negri si porta dietro fin dagli anni della formazione e che è comune a una certa parte di chi ha partecipato alla politica radicale degli anni Settanta. Nel 1999 esce per Einaudi il romanzo Q del collettivo letterario Luther Blissett, trasformato poi in Wu Ming. Tra i registri del libro, c’è quello di una lettura piuttosto precisa della lotta armata: solo un afflato religioso è capace di scatenare e sorreggere quel genere di scelta. Si tratta di un afflato che, senza sconti, esige la purezza. Esige una condizione di partenza integra che deve essere ripristinata nella sua completezza. Nel soggetto negriano che incarna senza sconti la lotta di classe, che rifiuta il lavoro e che si oppone radicalmente, si sente proprio questo ed è forse da qui che discende quel carattere che lui stesso riconosce all’Autonomia, essere “strumento contro la pretesa egemonia dei comunisti sul movimento operaio”.  

Che Negri abbia fatto parte della sinistra italiana è qualcosa di innegabile. Ma il modo in cui ne ha fatto parte non è definibile in modo altrettanto semplice. In questo resoconto ho voluto mettere in primo piano una funzione specifica. In apertura, usavo l’esempio faustiano di Mefistofele a cui i giovani studenti implorano di dire chi loro siano. Per la sinistra nel suo complesso Negri ha invece vestito i panni di uno psicoanalista piuttosto antipatico che controvoglia ne ha ascoltato le confessioni. Credo però che questa gigantesca seduta collettiva sia servita a entrambi: all’analista per giustificare il proprio posto nel mondo e al paziente per rendersi conto che solo accettando il fallimento si può riprendere a pensare il mondo.

ANALISI BY CLAUDE 22-6-26

Parole chiave

Operaismo – Autonomia operaia – Toni Negri – Formalismo giuridico – Operaio massa / operaio sociale – Stato-piano / Stato-crisi – Impero e moltitudine – Spinoza vs Hegel – 7 Aprile – Composizione di classe


Abstract

Mario Farina propone, in occasione della morte di Toni Negri (16 dicembre), un’autoanalisi della sinistra italiana attraverso la lettura della sua figura teorica e militante, evitando sia l’agiografia sia la riduzione scandalistica al “cattivo maestro”. L’autore ricostruisce la genesi atipica del marxismo negriano, che nasce da uno studio sul formalismo giuridico kantiano e si innesta nel filone dell’operaismo italiano (Quaderni Rossi, poi Classe Operaia e Potere Operaio), accanto a Panzieri, Tronti e Alquati. Il nucleo teorico individuato è la risoluzione, in chiave negriana, del rapporto tra struttura economica e sovrastruttura politica: la conflittualità prodotta in fabbrica dall’operaio massa determinerebbe direttamente le ristrutturazioni statali (dallo stato-piano keynesiano allo stato-crisi), rovesciando il primato tradizionalmente attribuito all’organizzazione politica. Farina segue poi l’evoluzione teorica di Negri attraverso le fasi storiche — Potere Operaio, Autonomia operaia, il processo del 7 Aprile, l’esilio, fino allo spostamento del riferimento filosofico da Hegel a Spinoza e all’elaborazione finale dei concetti di impero e moltitudine — sostenendo che si tratti di una traiettoria sorprendentemente coerente, guidata dalla ricerca incessante di un soggetto capace di incarnare in modo puro e senza residui la lotta di classe. L’essay si chiude proponendo Negri come una sorta di analista collettivo della sinistra italiana, utile non per le risposte fornite ma per la seduta di autoanalisi che ha reso possibile.


Sintesi per punti

  1. Le due citazioni di apertura. Farina apre con due citazioni contrapposte: quella di Enrico Fenzi (brigatista rosso) secondo cui Negri sopravvaluterebbe involontariamente il proprio ruolo di “capo ideologico” degli anni Settanta lasciando intendere una colpa che non gli appartiene; e quella di Negri stesso che definisce l’Autonomia come movimento di matrice cattolica, “la Solidarność italiana”, strumento contro l’egemonia comunista sul movimento operaio.
  2. Le coordinate generali. Tra le due citazioni si situa la tensione tipica della rappresentazione pubblica di Negri: carcere (Palmi), violenza, ambiguità del “cattivo maestro”, e la difficile collocazione della sinistra italiana del dopoguerra tra PCI, PSI, dottrina sociale della Chiesa e movimenti del lungo Sessantotto.
  3. Doppia natura di Negri. L’autore propone di leggere Negri come due cose contemporaneamente: un teorico marxista delle scienze politiche e un militante, la cui militanza nasce direttamente dalla sua interpretazione (fortemente eterodossa) del marxismo.
  4. Origini cattoliche e socialiste. Negri proviene dal mondo dell’Azione Cattolica vicino al clima pre-conciliare, per iscriversi a metà anni Cinquanta al Partito Socialista — un’origine “esterna” all’alveo del marxismo ortodosso che, secondo Farina, lascerà traccia nel suo pensiero successivo.
  5. Il primo lavoro teorico: il formalismo giuridico. Lo studio giovanile di Negri sul formalismo giuridico kantiano (Sette-Ottocento) — apparentemente estraneo ai temi marxiani — fornisce in realtà gli elementi chiave della sua futura teoria politica: l’idea che la costituzione statale sia la risoluzione formale (repressiva) dei conflitti sociali, tanto più urgente quanto più la massa è “riottosa”.
  6. Nascita dell’operaismo. Corrente del marxismo italiano nata nei primi anni Sessanta dalla rivista Quaderni Rossi (Panzieri, Tronti, Alquati), critica rispetto alla gestione del conflitto sociale egemonizzata da PCI e sindacati confederali; episodio fondativo: i disordini di piazza Statuto a Torino (luglio 1962), che segnano la prima frattura tra PCI e operai.
  7. L’alternativa teorica operaista. A differenza della Scuola di Francoforte o di Sartre, che rispondevano alla crisi del marxismo sovietico in termini di libertà umana, l’operaismo risponde in termini strettamente economici, criticando il produttivismo della Terza Internazionale e la difesa sindacale della “competenza operaia”.
  8. L’operaio massa. Nuova figura operaia, dequalificata e demotivata, prodotta dal capitalismo postfordista — esemplificata da Farina con la “Vincenzina” di Enzo Jannacci — che il sindacalismo tradizionale non riesce a intercettare; problema che secondo l’autore la sinistra non ha più saputo risolvere fino a oggi.
  9. Da Classe Operaia a Potere Operaio. Negri si inserisce a metà anni Sessanta nella discussione su fabbrica e società insieme a Tronti e Alquati, fuoriusciti dai Quaderni Rossi per fondare Classe Operaia, base teorica per la nascita di Potere Operaio; riferimento chiave: Operai e capitale di Tronti (1966).
  10. L’estensione della fabbrica alla società. Passaggio decisivo: la fabbrica non è più un luogo isolato ma tende a occupare integralmente la società, che si organizza secondo la stessa logica della fabbrica — qui si innesta il contributo specifico di Negri, derivato dalla sua riflessione giuridica sull’organizzazione dei conflitti.
  11. Il rovesciamento struttura/sovrastruttura. Nel pensiero negriano la conflittualità prodotta dagli operai (struttura) determina direttamente le ristrutturazioni statali e organizzative (sovrastruttura), non viceversa — soluzione che Farina definisce teoricamente forte ma problematica per l’isolamento di un soggetto capace di incarnare la lotta di classe in modo “puro”, a somma zero (richiamando Maria Turchetto e la sua analisi della “parabola” dell’operaismo).
  12. Stato-piano e stato-crisi. Lo stato moderno si trasforma in stato-piano (intervento keynesiano), poi, di fronte al ciclo di lotte 1960-70, in stato-crisi, posto direttamente al servizio del capitale internazionale come “organizzatore complessivo dello sfruttamento”.
  13. Potere Operaio e Autonomia. Esaurite le energie organizzative di Potere Operaio, nasce l’Autonomia operaia; lo Stato viene letto apertamente come nemico, “Stato Imperialista delle Multinazionali” (S.I.M., sigla ripresa dalle Brigate Rosse) — periodo in cui Negri diventa figura nazionale e “cattivo maestro” per eccellenza, fino al processo del 7 Aprile istruito da Pietro Calogero, la detenzione e l’esilio in Francia.
  14. Lo spostamento da Hegel a Spinoza. Dopo gli anni Settanta, Negri sostituisce il riferimento hegeliano (il “vecchio Hegel” togliattiano) con Spinoza, coerentemente — secondo Farina — con la sua insofferenza per la dialettica e le sue mediazioni, in favore di un’immediatezza tra organizzazione formale e conflitto reale, adeguata alla nuova figura dell’Operaio Sociale.
  15. Impero e moltitudine. Con il venir meno della conflittualità operaia tradizionale negli anni Ottanta-Novanta, Negri elabora i concetti di impero (sostituto globale e mutevole dell’imperialismo degli stati nazionali) e moltitudine (sostituto indifferenziato della classe sociale), in una “pacificazione belligerante” che tenta di riformulare il problema del conflitto in una società mutata.
  16. Il filo conduttore: la ricerca del soggetto puro. Farina individua come tratto costante del pensiero negriano la ricerca di un soggetto capace di esprimere la lotta di classe in modo “limpido e puro”, senza residui: dall’operaio massa all’operaio sociale, fino al proletariato cognitivo e alla moltitudine — una costanza che lega l’afflato quasi religioso individuato anche nella lettura della lotta armata (con riferimento al romanzo Q di Luther Blissett/Wu Ming).
  17. Negri come psicoanalista della sinistra. Chiusura dell’essay: Negri avrebbe svolto, per la sinistra italiana nel suo complesso, la funzione di un analista “antipatico” che ne ha ascoltato le confessioni — una seduta collettiva utile non per le risposte ma per permettere, attraverso l’accettazione del fallimento, di riprendere a pensare il mondo.

Elenco concetti-soggetti chiave

  • Toni Negri – soggetto biografico-teorico dell’essay, letto come teorico e militante insieme
  • Operaismo – corrente del marxismo italiano (Quaderni Rossi, Classe Operaia, Potere Operaio) in cui si forma il pensiero negriano
  • Raniero Panzieri / Mario Tronti / Romano Alquati – fondatori della corrente operaista, riferimenti teorici centrali
  • Operaio massa / Operaio sociale – figure successive di soggetto di classe elaborate nel filone operaista e post-operaista
  • Formalismo giuridico kantiano – matrice teorica originaria, da cui Negri deriva la sua lettura dello Stato come risoluzione repressiva del conflitto
  • Stato-piano / Stato-crisi / S.I.M. – categorie della teoria dello Stato elaborate da Negri nel passaggio dagli anni Sessanta ai Settanta
  • 7 Aprile / Pietro Calogero – snodo biografico-giudiziario che segna la svolta nella vicenda pubblica di Negri
  • Spinoza vs Hegel – spostamento filosofico che segna la fase post-anni Settanta del pensiero negriano
  • Impero e moltitudine – categorie elaborate da Negri (con Michael Hardt) per la fase successiva alla dissoluzione della conflittualità operaia classica
  • Maria Turchetto – citata per la lettura critica della “parabola” dell’operaismo italiano
  • Autonomia operaia – ultima grande esperienza politica di Negri prima della repressione giudiziaria

Giudizio critico conclusivo

Il testo di Farina si distingue nettamente dagli articoli di economia politica fin qui trattati per genere e registro: non è un’analisi di dati economico-finanziari ma un saggio storico-teorico di taglio biografico, pubblicato come necrologio intellettuale. Il suo principale pregio è la capacità di restituire la complessità della figura di Negri sottraendola sia alla retorica apologetica (“Toni Negri est mort, vive Toni Negri!”, come l’autore stesso ironizza) sia alla riduzione scandalistica del “cattivo maestro”, concentrandosi sulla genealogia teorica interna al suo pensiero — un approccio metodologicamente onesto per un saggio che tratta una figura politicamente e giudiziariamente controversa.

Il punto di forza analitico più solido è la ricostruzione del percorso dall’operaismo all’Autonomia fino a impero/moltitudine come traiettoria coerente attorno a un singolo problema teorico: la ricerca di un soggetto capace di incarnare la lotta di classe “in modo puro”, senza residui. Questa lettura ha il merito di unificare fasi storiche e concettuali spesso trattate come discontinue (l’operaismo classico, il negrismo della maturità, il post-operaismo di Hardt-Negri) sotto un’unica chiave interpretativa, ben supportata dal riferimento a Maria Turchetto e dal richiamo, più impressionistico ma efficace, al romanzo Q di Luther Blissett per l’analogia con l’afflato religioso della lotta armata.

Va però segnalato che l’essay, proprio per il suo registro saggistico-interpretativo, lascia in larga parte sullo sfondo — più che analizzarla — la questione storiografica e giudiziaria più controversa: il ruolo di Negri nel processo del 7 Aprile e nelle accuse legate alle Brigate Rosse. Farina dichiara esplicitamente di non volersi soffermare su questo aspetto (“tanto si è scritto… a quel tanto rimando volentieri”), una scelta legittima per l’economia del pezzo ma che lascia il lettore senza una valutazione diretta dell’autore su una delle citazioni di apertura (quella di Fenzi), la cui ambiguità interpretativa (“Negri è più innocente di quel che lui stesso pensa”) rimane più evocata che sciolta nel corso del saggio.

Sul piano della valutazione teorica, l’essay presenta come acquisita la lettura del marxismo negriano come alternativa “credibile e praticabile” sia al materialismo dialettico sovietico sia all’umanesimo del marxismo occidentale (Francoforte, Sartre): si tratta di una tesi storiograficamente condivisa nella letteratura sull’operaismo, ma che meriterebbe di essere distinta più nettamente, per un lettore non specialista, dal giudizio critico — qui solo accennato attraverso Turchetto — sui limiti di questa operazione, in particolare l’eccessiva ipostatizzazione di un singolo soggetto rivoluzionario (operaio massa, poi sociale, poi moltitudine) come unico vettore di emancipazione, a scapito di un’analisi più articolata dei rapporti di forza politici e istituzionali.

Infine, la chiusura metaforica — Negri come “psicoanalista antipatico” della sinistra italiana — è una scelta retoricamente efficace e coerente con l’apertura faustiana, ma resta una proposta interpretativa personale dell’autore più che una conclusione storiografica: utile per inquadrare il significato simbolico della figura di Negri nel dibattito pubblico italiano, ma da presentare al lettore come lettura saggistica originale di Farina, non come bilancio storico consolidato.


ANALISI by ChatGPT 4-9-26

Ho letto integralmente l’articolo di Mario Farina. È un testo molto diverso, per impostazione e obiettivo, dai saggi di economia politica che abbiamo analizzato: non è una biografia di Negri né una ricostruzione neutrale dell’operaismo, ma una lettura teorico-critica del marxismo negriano, costruita attraverso la categoria dell’“autoanalisi” della sinistra italiana. L’articolo è particolarmente interessante per 42rosso perché consente di mettere in relazione operaismo, composizione di classe, Stato, postfordismo, soggettività, moltitudine e crisi dell’organizzazione politica. (Il Tascabile)

1. Scheda bibliografica

Autore: Mario Farina
Titolo: Toni Negri: un’autoanalisi della sinistra italiana
Sottotitolo: Sul marxismo atipico del teorico e militante
Fonte: Il Tascabile
Sezione: Società
Data: 23 aprile 2024
Tipologia: saggio di interpretazione filosofico-politica e storico-teorica
Argomenti dichiarati dalla fonte: filosofia, politica italiana, storia. (Il Tascabile)

Leggi l’articolo integrale su Il Tascabile

Oggetto dichiarato: comprendere la specificità del marxismo di Toni Negri e, attraverso di essa, alcuni nodi irrisolti della sinistra italiana del secondo dopoguerra. Farina precisa infatti che il suo obiettivo non è produrre un bilancio complessivo della figura di Negri, ma mettere in luce la specificità del suo marxismo. (Il Tascabile)


2. FOCUS / SUBJECT

Occhiello

Attraverso una ricostruzione del percorso intellettuale e politico di Toni Negri, Mario Farina interpreta il marxismo negriano come una ricerca incessante di un soggetto capace di incarnare immediatamente il conflitto di classe, dalla figura dell’operaio massa all’operaio sociale, fino al proletariato cognitivo e alla moltitudine. Questa ricerca conduce a una critica radicale delle forme istituzionali di organizzazione del conflitto — partito, sindacato, Stato e Stato-piano — e costituisce, secondo Farina, una sorta di “autoanalisi” delle difficoltà della sinistra italiana. (Il Tascabile)

Subject sintetico

Toni Negri, operaismo italiano, marxismo eterodosso, composizione di classe, operaio massa, operaio sociale, postfordismo, Stato-piano, Stato-crisi, autonomia operaia, moltitudine, Impero, critica dell’organizzazione politica.


3. TESI CENTRALE

La tesi di Farina non consiste semplicemente nel dire che Negri ha modificato nel tempo le proprie categorie.

La sua interpretazione è più radicale:

le diverse figure teoriche elaborate da Negri rappresentano altrettanti tentativi di individuare un soggetto capace di esprimere in forma immediata e non mediata il conflitto di classe.

La successione fondamentale è:

operaio massa
↓
operaio sociale
↓
proletariato cognitivo
↓
moltitudine.

Farina legge questa sequenza come una continuità profonda, nonostante le notevoli trasformazioni del lessico negriano. (Il Tascabile)


4. LA CHIAVE INTERPRETATIVA: «DUE NEGRI»

Fin dall’inizio Farina propone una distinzione:

Toni Negri è insieme teorico marxista e militante.

Non sono due attività semplicemente parallele.

La teoria di Negri nasce dalla sua esperienza politica e, reciprocamente, orienta la sua militanza. Farina insiste sul fatto che per comprendere Negri occorre quindi tenere insieme:

  • teoria politica;
  • esperienza militante;
  • operaismo;
  • Autonomia;
  • rapporto con il PCI;
  • trasformazione della composizione di classe;
  • esperienza carceraria e giudiziaria;
  • successiva elaborazione teorica. (Il Tascabile)

Questa è una delle chiavi metodologiche dell’articolo.


5. LA «RAPPRESENTAZIONE» DI NEGRI

Farina apre attraverso due citazioni molto diverse.

La prima è di Enrico Fenzi, che ridimensiona la responsabilità storica di Negri rispetto alla violenza politica degli anni Settanta.

La seconda è dello stesso Negri, relativa all’Autonomia come movimento contrapposto all’egemonia comunista sul movimento operaio.

Farina utilizza questa polarità per mostrare la tensione tra:

Negri come protagonista reale

e

Negri come figura costruita dalla memoria pubblica italiana.

Su Negri si sono infatti sedimentate categorie come:

  • “cattivo maestro”;
  • teorico della violenza;
  • leader dell’Autonomia;
  • presunto dirigente delle Brigate Rosse.

Farina sceglie deliberatamente di spostare l’attenzione da questa rappresentazione mediatica alla struttura teorica del marxismo negriano. (Il Tascabile)


6. LA FORMAZIONE NON ORTODOSSA

Un elemento importante è l’origine intellettuale di Negri.

Farina sottolinea che egli:

  • proviene dall’Azione cattolica;
  • entra nel PSI negli anni Cinquanta;
  • non nasce quindi all’interno del marxismo comunista ortodosso;
  • studia inizialmente filosofia del diritto;
  • si confronta con il formalismo giuridico kantiano.

Questo percorso viene utilizzato per spiegare una caratteristica permanente del suo pensiero.

Negri sarebbe sempre stato interessato al rapporto tra:

conflitto reale

e

forma istituzionale che tenta di contenerlo. (Il Tascabile)


7. FORMALISMO GIURIDICO E TEORIA POLITICA

Questo è un passaggio teoricamente molto interessante e rischia di essere trascurato se si legge l’articolo soltanto come storia dell’operaismo.

Farina individua nel primo Negri una domanda:

come può una forma giuridica organizzare una materia sociale conflittuale?

Il diritto:

traduce

la realtà sociale dentro una forma astratta.

La costituzione diventa quindi, nella lettura proposta da Farina, una forma di risoluzione/organizzazione del conflitto.

Da qui nasce una continuità:

formalismo giuridico

→

teoria dello Stato

→

teoria dell’organizzazione

→

operaismo.

Farina sostiene quindi che l’incontro con l’operaismo non cancelli la precedente formazione di Negri, ma la politicizzi. (Il Tascabile)


8. L’OPERAI­SMO

Farina presenta l’operaismo come corrente del marxismo italiano sviluppatasi nei primi anni Sessanta attorno a:

  • Quaderni Rossi;
  • Raniero Panzieri;
  • Mario Tronti;
  • Romano Alquati.

La sua origine viene ricondotta alla critica della gestione del conflitto operaio da parte:

  • del PCI;
  • dei sindacati confederali.

L’operaismo parte dunque dalla constatazione di una inadeguatezza delle forme tradizionali della rappresentanza operaia. (Il Tascabile)


9. PIAZZA STATUTO

Farina individua negli scontri di piazza Statuto a Torino, luglio 1962, un momento simbolico.

Migliaia di operai entrano in conflitto con la polizia e rifiutano la mediazione sindacale.

Nella lettura operaista, questo evento segnala:

conflitto operaio

→

rifiuto della mediazione

→

autonomia della lotta

→

crisi della rappresentanza tradizionale.

È uno dei passaggi storici che permettono all’operaismo di formulare il problema della composizione di classe. (Il Tascabile)


10. LA NOVITÀ DELL’OPERAI­SMO

Farina presenta l’operaismo come una terza via rispetto a due modelli:

Marxismo sovietico

→ materialismo dialettico
→ produttivismo
→ centralità della produzione.

Marxismo occidentale

→ umanesimo
→ libertà
→ soggettività.

Operaismo

→ conflitto materiale
→ composizione di classe
→ autonomia operaia
→ rifiuto della mediazione esterna.

È una delle ricostruzioni più significative dell’articolo.


11. IL PASSAGGIO DAL LAVORO ALLA SUA CRITICA

Farina attribuisce all’operaismo un rovesciamento importante.

Il marxismo tradizionale tendeva a considerare:

lavoro → emancipazione.

L’operaismo comincia invece a considerare:

lavoro → luogo di subordinazione → rifiuto del lavoro.

La nuova figura operaia non identifica la propria emancipazione con la piena realizzazione nel processo produttivo.

Al contrario, il lavoro diventa qualcosa da cui liberarsi.

Questa è una delle matrici del successivo pensiero negriano. (Il Tascabile)


12. L’OPERAIO MASSA

Il concetto centrale degli anni Sessanta è quello di:

operaio massa

Caratteristiche:

  • dequalificazione;
  • standardizzazione;
  • estraneità alla retorica della professionalità;
  • concentrazione industriale;
  • crescente autonomia rispetto alla mediazione sindacale.

Farina utilizza molto efficacemente la figura di Vincenzina, dalla canzone di Enzo Jannacci, per rappresentare il nuovo soggetto operaio meridionale immigrato nella grande fabbrica del Nord. (Il Tascabile)


13. COMPOSIZIONE DI CLASSE

Qui emerge uno dei concetti da mettere assolutamente nel thesaurus di 42rosso:

composizione di classe

Non si tratta semplicemente della composizione sociologica della classe.

Nel lessico operaista indica il rapporto tra:

struttura produttiva

composizione tecnica

composizione politica

forme di conflitto.

Quando cambia il processo produttivo:

→ cambia la composizione operaia;

quando cambia la composizione operaia:

→ cambiano le forme della lotta;

quando cambiano le lotte:

→ il capitale ristruttura la produzione.

È il famoso rovesciamento operaista del rapporto tra capitale e conflitto. (Il Tascabile)


14. IL «PRIMATO DELLE LOTTE»

Farina identifica uno dei nuclei forti di Negri:

non sono soltanto le trasformazioni capitalistiche a produrre il cambiamento della classe; sono le lotte operaie a costringere il capitale a trasformarsi.

La sequenza diventa:

lotta operaia

→

crisi dell’organizzazione produttiva

→

ristrutturazione capitalistica

→

nuova composizione di classe

→

nuova lotta.

È un vero ciclo dialettico capitale/classe, anche se Farina sottolinea che Negri tende a concepirlo in maniera fortemente lineare e immediata.


15. FABBRICA E SOCIETÀ

Questo è il passaggio decisivo verso il Negri maturo.

La fabbrica non rimane più uno spazio fisicamente delimitato.

Nel capitalismo postfordista:

la società tende a diventare fabbrica.

Produzione e riproduzione sociale si intrecciano.

La logica produttiva si estende:

  • alla comunicazione;
  • alla cultura;
  • ai servizi;
  • alla vita quotidiana;
  • alla riproduzione sociale.

Questo consente il passaggio:

operaio industriale

→

operaio sociale.


16. IL RAPPORTO PRODUZIONE/POLITICA

Uno dei meriti dell’interpretazione di Farina è quello di mostrare che per Negri il problema della produzione è inseparabile dalla politica.

Non abbiamo:

economia

da una parte

e

politica

dall’altra.

Abbiamo:

conflitto nella produzione

→

organizzazione sociale

→

forma dello Stato.

Farina interpreta questo come un tentativo di risolvere uno dei problemi classici del marxismo:

rapporto struttura/sovrastruttura. (Il Tascabile)


17. LO STATO-PIANO

La prima grande figura statale è:

Stato-piano

Corrisponde al capitalismo keynesiano.

Lo Stato interviene:

  • nella programmazione;
  • nella regolazione;
  • nella gestione del conflitto;
  • nella stabilizzazione del ciclo produttivo.

Nella lettura negriana:

lotta operaia

→

crisi

→

intervento statale

→

Stato-piano.

Lo Stato è quindi una forma di organizzazione del conflitto capitalistico. (Il Tascabile)


18. STATO-CRISI

Successivamente lo Stato-piano entra in crisi.

Negri passa al concetto di:

Stato-crisi

Lo Stato non sarebbe più il mediatore relativamente autonomo del conflitto.

Diventa:

organizzatore complessivo dello sfruttamento.

La ristrutturazione internazionale del capitale riduce lo spazio della mediazione keynesiana.

Qui Farina vede un passaggio:

Stato-piano → Stato-crisi

che anticipa, nella prospettiva negriana, la trasformazione neoliberale.


19. AUTONOMIA OPERAIA

Il passaggio politico è:

Operaismo

→

Potere Operaio

→

Autonomia Operaia.

Il punto fondamentale è che lo Stato viene sempre più percepito come:

nemico della classe operaia.

Farina collega questa posizione alla progressiva radicalizzazione della teoria negriana.

È però importante distinguere:

teoria dello Stato

da

militanza concreta dell’Autonomia

e da

lotta armata.

L’articolo stesso evita di attribuire automaticamente a Negri la responsabilità delle Brigate Rosse e ricorda che sul processo del 7 Aprile esiste una letteratura molto vasta. (Il Tascabile)


20. IL «7 APRILE»

La vicenda giudiziaria del 1979 rappresenta uno spartiacque biografico.

Farina ricorda:

  • arresto;
  • processo;
  • detenzione;
  • esilio francese;
  • ritorno in Italia.

Ma, coerentemente con il suo obiettivo, non trasforma il testo in una ricostruzione giudiziaria.

La funzione del passaggio è mostrare come la figura di Negri si sia trasformata:

teorico/militante

→

personaggio pubblico

→

“cattivo maestro”.


21. LA SVOLTA SPINOZIANA

Dopo gli anni Settanta, Farina individua una trasformazione importante.

Il riferimento filosofico di Negri si sposta:

da Hegel

a

Spinoza.

La scelta di Spinoza viene interpretata come coerente con la ricerca negriana di:

  • immediatezza;
  • orizzontalità;
  • pluralità;
  • organizzazione non gerarchica.

Farina vede quindi una continuità tra:

critica della mediazione

e

spinozismo politico. (Il Tascabile)


22. OPERAIO SOCIALE

Il nuovo soggetto non è più concentrato nella fabbrica.

È:

operaio sociale

La valorizzazione capitalistica si estende a:

  • comunicazione;
  • conoscenza;
  • relazioni;
  • vita sociale;
  • attività immateriali.

La produzione diventa un rizoma sociale.

Questo passaggio prepara direttamente:

operaio sociale → proletariato cognitivo → moltitudine.


23. IL PROBLEMA DEGLI ANNI OTTANTA

Qui Farina individua una difficoltà interna alla teoria negriana.

Se il capitalismo si modifica in risposta alle lotte operaie, cosa succede quando:

  • le lotte diminuiscono;
  • la fabbrica perde centralità;
  • le piazze si svuotano;
  • la conflittualità operaia si indebolisce?

Il modello teorico entra in difficoltà.

Farina scrive, in sostanza, che viene meno il materiale conflittuale che alimentava la teoria.

È questa una delle principali critiche dell’articolo.


24. IMPERO E MOLTITUDINE

Negri reagisce elaborando due concetti:

Impero

Il vecchio imperialismo fondato sugli Stati nazionali viene sostituito da una struttura globale, mobile e transnazionale.

Moltitudine

La classe non viene più concepita come soggetto unitario.

La moltitudine è:

  • plurale;
  • differenziata;
  • mobile;
  • capace di aggregarsi e disgregarsi;
  • produttiva socialmente.

Farina legge questa trasformazione come il tentativo di mantenere viva la teoria del conflitto in un mondo nel quale la classe operaia tradizionale non costituisce più il soggetto evidente della lotta. (Il Tascabile)


25. IL PUNTO CRITICO DI FARINA: LA RICERCA DEL SOGGETTO PURO

Questo è, a mio avviso, il vero centro teorico dell’articolo.

Farina sostiene che dall’operaio massa alla moltitudine Negri compie sempre la stessa operazione:

ricerca di un soggetto capace di esprimere in forma pura e immediata il conflitto di classe.

La sequenza è:

operaio massa

↓

operaio sociale

↓

lavoratore immateriale / proletariato cognitivo

↓

moltitudine.

La forma cambia.

La struttura teorica rimane.


26. CRITICA DELL’ORGANIZZAZIONE

Da qui deriva una seconda tesi fondamentale.

Farina interpreta Negri come pensatore critico verso ogni forma di organizzazione formale del conflitto:

  • Stato liberale;
  • Stato keynesiano;
  • partito;
  • sindacato;
  • socialismo reale;
  • istituzioni.

La logica sarebbe:

conflitto reale

→

organizzazione

→

istituzionalizzazione

→

repressione/neutralizzazione del conflitto.

L’organizzazione rischia quindi di diventare essa stessa una forma di dominio. (Il Tascabile)


27. UNA CRITICA MOLTO IMPORTANTE

Farina individua però una contraddizione:

Se ogni organizzazione formale tende a reprimere il conflitto, come può il conflitto diventare politicamente efficace?

Questo è il problema che resta aperto nel marxismo negriano secondo l’autore.

Negri privilegia:

spontaneità + immediatezza + autonomia

rispetto a:

mediazione + organizzazione + istituzione.

Ma la trasformazione politica richiede inevitabilmente qualche forma di organizzazione.

È qui che Farina individua una possibile tensione irrisolta.


28. L’«AUTOANALISI» DELLA SINISTRA

Arriviamo così al titolo.

Negri diventa una sorta di:

“psicoanalista” della sinistra italiana.

La metafora finale è molto efficace.

Negri costringe la sinistra a interrogarsi su:

  • fallimento del PCI;
  • crisi del movimento operaio;
  • insufficienza della rappresentanza;
  • crisi del lavoro;
  • trasformazione del capitalismo;
  • rapporto Stato/classe;
  • problema dell’organizzazione;
  • crisi del soggetto rivoluzionario.

Ma la stessa analisi riguarda Negri.

Farina suggerisce che:

anche l’“analista” deve riconoscere il proprio fallimento.

E soltanto attraverso l’accettazione del fallimento diventa possibile “riprendere a pensare il mondo”. (Il Tascabile)


29. STRUTTURA LOGICA DEL SAGGIO

La struttura può essere rappresentata in questo modo:

FORMAZIONE DI NEGRI
Azione cattolica
       ↓
PSI
       ↓
filosofia del diritto
       ↓
formalismo giuridico
       ↓
TEORIA DEL CONFLITTO
       ↓
OPERAI­SMO
       ↓
operaio massa
       ↓
composizione di classe
       ↓
autonomia operaia
       ↓
fabbrica → società
       ↓
operaio sociale
       ↓
STATO-PIANO
       ↓
crisi dello Stato-piano
       ↓
STATO-CRISI
       ↓
AUTONOMIA
       ↓
7 APRILE / CARCERE / ESILIO
       ↓
SPINOZA
       ↓
operaio sociale
       ↓
proletariato cognitivo
       ↓
IMPERO
       ↓
MOLTITUDINE
       ↓
CRISI DEL SOGGETTO
       ↓
AUTOANALISI DELLA SINISTRA

30. LA TESI DI FARINA IN FORMA SINTETICA

La si può condensare in quattro proposizioni:

1.

Negri interpreta il capitalismo a partire dal conflitto di classe.

2.

Il conflitto operaio costringe il capitale a trasformarsi.

3.

Ogni trasformazione capitalistica genera una nuova composizione di classe.

4.

Negri cerca continuamente la nuova figura capace di incarnare questa composizione.

Da qui:

operaio massa → operaio sociale → moltitudine.

La continuità teorica di Negri sta dunque meno nelle categorie specifiche che nella ricerca permanente del soggetto antagonista.


31. CONCETTI FOCALI PER 42ROSSO

Nucleo primario

  • Toni Negri
  • Operaismo
  • Marxismo italiano
  • Composizione di classe
  • Operaio massa
  • Operaio sociale
  • Proletariato cognitivo
  • Moltitudine
  • Autonomia operaia
  • Rifiuto del lavoro
  • Postfordismo
  • Conflitto di classe
  • Stato-piano
  • Stato-crisi
  • Organizzazione
  • Mediazione
  • Autovalorizzazione
  • Impero
  • Spinozismo
  • Marxismo eterodosso.

Nucleo storico-politico

  • PCI
  • PSI
  • Quaderni Rossi
  • Classe Operaia
  • Potere Operaio
  • Autonomia Operaia
  • Piazza Statuto
  • Sessantotto
  • anni Settanta
  • 7 Aprile
  • repressione politica
  • esilio francese.

32. AUTHORITY FILE

Autori centrali

Toni Negri
→ operaismo / autonomia / moltitudine / Impero

Raniero Panzieri
→ operaismo / Quaderni Rossi

Mario Tronti
→ operaismo / Operai e capitale

Romano Alquati
→ composizione di classe / inchiesta operaia

Karl Marx
→ conflitto di classe / capitale / lavoro

Baruch Spinoza
→ moltitudine / immanenza / politica

G. W. F. Hegel
→ dialettica / Stato / Marxismo.

Autori richiamati criticamente

  • Jean-François Lyotard
  • Jean-Paul Sartre
  • Max Horkheimer
  • Theodor Adorno
  • Carl Schmitt
  • Maria Turchetto
  • Enrico Fenzi.

33. TESAURO SPECIALIZZATO

Suggerirei di introdurre nel thesaurus 42rosso una gerarchia specifica:

MARXISMO ITALIANO

→ Operaismo
→ Post-operaismo
→ Autonomia operaia

COMPOSIZIONE DI CLASSE

→ Operaio massa
→ Operaio sociale
→ Proletariato cognitivo
→ Moltitudine

CONFLITTO SOCIALE

→ Autonomia operaia
→ Rifiuto del lavoro
→ Lotta operaia
→ Autovalorizzazione

CAPITALISMO

→ Fordismo
→ Postfordismo
→ Ristrutturazione capitalistica
→ Capitalismo globale

STATO

→ Stato-piano
→ Stato-crisi
→ Stato capitalistico
→ Mediazione istituzionale

POLITICA

→ Organizzazione
→ Mediazione
→ Partito
→ Sindacato
→ Autonomia
→ Istituzionalizzazione del conflitto

TEORIA POLITICA

→ Spinozismo
→ Immanenza
→ Soggettività
→ Antagonismo
→ Moltitudine.


34. RELAZIONI SEMANTICHE

Queste sarebbero particolarmente utili nel grafo di 42rosso:

Operaismo
→ critica → PCI

Operaismo
→ critica → sindacato

Lotta operaia
→ determina/induce → ristrutturazione capitalistica

Ristrutturazione capitalistica
→ produce → nuova composizione di classe

Composizione di classe
→ produce → nuove forme di conflitto

Fordismo
→ genera → operaio massa

Postfordismo
→ genera → operaio sociale

Produzione sociale
→ allarga → spazio della produzione

Operaio sociale
→ anticipa → proletariato cognitivo

Proletariato cognitivo
→ confluisce teoricamente in → moltitudine

Stato-piano
→ gestisce → conflitto sociale

Crisi del keynesismo
→ produce → Stato-crisi

Stato-crisi
→ favorisce → ristrutturazione capitalistica

Autonomia
→ rifiuta → mediazione istituzionale

Moltitudine
→ sostituisce teoricamente → classe operaia come soggetto unitario.


35. VALUTAZIONE CRITICA DELL’ARTICOLO

Punti di forza

1. Individua una continuità nel pensiero di Negri

È probabilmente il risultato più interessante.

Anziché seguire semplicemente le diverse fasi del pensiero negriano, Farina cerca il principio comune che le attraversa.

La sua risposta è:

la ricerca del soggetto antagonista.

2. Recupera la formazione giuridica

Questo permette di comprendere Negri non soltanto come teorico dell’autonomia, ma come pensatore del rapporto:

forma istituzionale ↔ conflitto sociale.

3. Connette teoria e militanza

È fondamentale per comprendere l’operaismo.

4. Evita la riduzione di Negri alla vicenda giudiziaria

Il 7 Aprile è presente, ma non diventa il centro dell’interpretazione.

5. Individua una contraddizione reale

La critica dell’organizzazione rischia di lasciare irrisolto il problema della costruzione politica di una forza capace di trasformare il conflitto.


36. LIMITI INTERPRETATIVI

Qui è utile essere abbastanza severi, soprattutto perché vuoi utilizzare queste schede come strumento di ricerca, non soltanto come recensioni.

A. L’interpretazione è molto compressa

Farina deve attraversare circa sessant’anni di storia teorica in un testo relativamente breve.

Di conseguenza alcune trasformazioni vengono presentate come più lineari di quanto siano realmente.

Ad esempio:

operaio massa → operaio sociale → moltitudine

è una ricostruzione interpretativa efficace, ma rischia di appiattire le differenze tra:

  • operaismo;
  • autonomia;
  • post-operaismo;
  • lavoro immateriale;
  • moltitudine;
  • Impero.

B. Il rapporto Marx–Negri è poco sviluppato

Per un’analisi propriamente teorica sarebbe utile distinguere maggiormente:

  • lettura di Marx nei Grundrisse;
  • teoria del valore;
  • lavoro astratto;
  • general intellect;
  • capitale fisso;
  • sussunzione reale;
  • legge del valore;
  • crisi.

Farina privilegia invece la teoria politica.

Questo è coerente con l’obiettivo dell’articolo, ma va registrato nella scheda.


C. L’operaismo viene presentato soprattutto attraverso Negri

Per una ricostruzione storica completa occorrerebbe dare maggiore spazio alle differenze tra:

  • Panzieri;
  • Tronti;
  • Alquati;
  • Negri;
  • Potere Operaio;
  • Autonomia.

Pertanto l’articolo è più precisamente:

una ricostruzione del percorso negriano attraverso l’operaismo

che non:

una storia complessiva dell’operaismo italiano.


D. La critica alla «purezza» del soggetto è molto interpretativa

L’idea secondo cui Negri cercherebbe costantemente un soggetto “puro” e “senza residui” è suggestiva e costituisce il cuore interpretativo di Farina.

Ma non va trasformata nell’affermazione che Negri stesso definisca sempre così il proprio progetto.

È la chiave ermeneutica dell’autore dell’articolo.

Questo va marcato nel catalogo come:

“interpretazione critica di Farina”.


37. UNA QUESTIONE TEORICA DI GRANDE INTERESSE

A mio giudizio il punto più produttivo dell’articolo è la seguente opposizione:

Negri

conflitto → soggetto → autonomia

contro

problema politico classico

conflitto → organizzazione → istituzione → trasformazione.

Farina sembra suggerire che il problema non sia tanto se Negri abbia individuato correttamente la nuova composizione di classe.

Il problema è:

come trasformare una composizione sociale antagonista in una capacità politica durevole senza neutralizzarla attraverso l’istituzionalizzazione?

Questa è una questione ancora aperta.


38. COLLEGAMENTO CON IL TUO PRECEDENTE LAVORO SU ZANINI

Questo articolo ha un collegamento diretto e molto importante con l’analisi che abbiamo fatto del saggio di Adelino Zanini su Fabbrica e(ra) società.

I due testi possono essere messi in relazione così:

Zanini

Tronti → fabbrica/società → Stato-piano → crisi → operaio sociale → autovalorizzazione

Farina

Negri → operaio massa → operaio sociale → Stato-piano → Stato-crisi → proletariato cognitivo → moltitudine.

Il punto di intersezione è:

la progressiva perdita della fabbrica come luogo esclusivo della produzione del conflitto.

Ma c’è anche una differenza.

Zanini ricostruisce più da vicino la trasformazione interna della teoria negriana dello Stato e della produzione.

Farina cerca invece una chiave interpretativa complessiva: la ricerca reiterata del soggetto antagonista.

Per 42rosso sarebbe quindi molto utile collegare i due record.


39. COLLEGAMENTO CON BARAN-SWEEZY E LA TUA AREA DI RICERCA

Il collegamento è meno diretto ma teoricamente interessante.

Baran-Sweezy partono dalla trasformazione della struttura capitalistica:

concentrazione → monopolio → surplus → trasformazione del capitalismo.

Negri parte invece da:

lotta operaia → composizione di classe → ristrutturazione capitalistica.

Sono quindi due rovesciamenti differenti della spiegazione tradizionale:

Baran-Sweezy

struttura del capitale → dinamica sistemica.

Operaismo

conflitto operaio → trasformazione del capitale.

Questa differenza potrebbe essere molto utile per una futura mappa comparativa di teorie marxiste della trasformazione capitalistica.


40. COLLOCAZIONE NELLA RETE SEMANTICA DI 42ROSSO

Suggerirei di collocare l’articolo in questo punto:

MARXISMO
   │
   └── MARXISMO ITALIANO
          │
          └── OPERAI­SMO
                │
       ┌────────┼─────────┐
       ↓        ↓         ↓
   Panzieri   Tronti     Negri
                          │
                 ┌────────┴────────┐
                 ↓                 ↓
          composizione         autonomia
            di classe          operaia
                 │                 │
                 ↓                 ↓
           operaio massa     rifiuto lavoro
                 │
                 ↓
          operaio sociale
                 │
                 ↓
        proletariato cognitivo
                 │
                 ↓
             moltitudine
                 │
                 ↓
              IMPERO

Con un secondo asse:

CONFLITTO
    ↓
ORGANIZZAZIONE
    ↓
STATO
    ↓
MEDIAZIONE
    ↓
ISTITUZIONALIZZAZIONE
    ↓
NEUTRALIZZAZIONE DEL CONFLITTO

che rappresenta precisamente la problematica critica individuata da Farina.


41. GIUDIZIO FINALE

Rilevanza per 42rosso: ALTA.

Non lo classificherei però come una fonte primaria sul pensiero di Negri. È piuttosto una interpretazione secondaria, filosofico-politica, del percorso negriano.

La formula che sintetizza meglio l’articolo è:

Toni Negri come teorico della ricerca permanente del soggetto antagonista e, nello stesso tempo, come figura attraverso cui la sinistra italiana è costretta a interrogarsi sui propri fallimenti: crisi della rappresentanza, trasformazione del lavoro, perdita della centralità della fabbrica, crisi dello Stato keynesiano e difficoltà di trasformare l’autonomia sociale in organizzazione politica.

Per il thesaurus di 42rosso, quindi, il termine “Toni Negri” non dovrebbe essere isolato sotto una generica voce “Marxismo”, ma collegato almeno a:

Operaismo ↔ Composizione di classe ↔ Operaio massa ↔ Rifiuto del lavoro ↔ Postfordismo ↔ Operaio sociale ↔ Stato-piano ↔ Stato-crisi ↔ Autonomia ↔ Proletariato cognitivo ↔ Impero ↔ Moltitudine ↔ Critica dell’organizzazione.

Ed è soprattutto la relazione “composizione di classe → trasformazione capitalistica” a rendere questo testo prezioso per la rete concettuale che stai costruendo.