Eric Hobsbawm e la storia degli sconfitti
Che cosa può insegnare oggi Eric Hobsbawm a una sinistra che ha perduto molte delle organizzazioni, delle certezze e delle prospettive politiche che avevano caratterizzato il Novecento?
Iker Itoiz Ciaurriz, recensendo la nuova biografia di Émile Chabal, ripercorre il percorso intellettuale e politico di uno dei maggiori storici marxisti contemporanei. Dalla crisi del comunismo del 1956 al Sessantotto, fino al crollo del blocco sovietico, Hobsbawm cercò di comprendere le ragioni delle sconfitte e le possibilità di una ricostruzione della strategia socialista.
Il suo lascito non consiste in un modello da riproporre nostalgicamente, ma in un metodo: analizzare le trasformazioni della classe lavoratrice, riconoscere i nuovi soggetti del conflitto sociale e costruire alleanze e organizzazioni capaci di trasformare la mobilitazione in potere collettivo.
Una riflessione sulla storia della sinistra che interroga direttamente il suo presente e il suo futuro.
Sintesi dell’articolo by Gemini 28-10-26
Scheda
- Titolo articolo: Eric Hobsbawm and the history of the defeated (“Eric Hobsbawm e la storia dei sconfitti”)
- Autore articolo: Iker Itoiz Ciaurriz
- Pubblicazione: Jacobin magazine (27 ottobre)
- Libro recensito: The Age of Hobsbawm: The Life of a Revolutionary Historian di Emile Chabal (Harvard University Press, 2026)
- Soggetto principale: Eric Hobsbawm (1917–2012), celebre storico marxista britannico e membro del Communist Party of Great Britain
- Temi chiave: Storia del XX secolo, comunismo, crisi della Sinistra, movimenti sociali, strategia politica dopo la sconfitta
1. Introduzione: Hobsbawm e la Sinistra di oggi
Eric Hobsbawm è diventato un’icona e un punto di riferimento per le nuove generazioni di attivisti e storici. Cresciuto durante l’ascesa del nazismo a Berlino, testimone del Front Populaire a Parigi e iscritto al Partito Comunista del Regno Unito fino al suo scioglimento (1991), Hobsbawm ha vissuto in prima persona i grandi rivolgimenti del XX secolo.
Il suo capolavoro del 1994, Il Secolo Breve (The Age of Extremes), rifletteva sul fallimento del progetto comunista, avvertendo sui pericoli del capitalismo sfrenato. Negli anni successivi ai movimenti del 2011 (Primavera Araba, Occupy Wall Street, Indignados in Spagna), l’opera di Hobsbawm è tornata d’attualità per chi cercava di comprendere come ricostruire un’immaginazione politica dopo decenni di arretramento.
2. La biografia intellettuale di Emile Chabal
La nuova biografia scritta da Emile Chabal analizza la figura di Hobsbawm non come un mito immobile, ma contestualizzando le sue idee all’interno dell’evoluzione politica del Novecento. Hobsbawm apparteneva alla “generazione della Rivoluzione d’Ottobre” e dell’antifascismo. A differenza di molti contemporanei, non abbandonò mai il Partito Comunista, nemmeno dopo la fondamentale crisi del 1956 (l’invasione sovietica dell’Ungheria e i crimini dello stalinismo).
3. I tre momenti chiave e le svolte teoriche
Chabal evidenzia come Hobsbawm abbia risposto ai momenti di crisi della Sinistra ricalibrando i propri concetti di classe, rivoluzione e organizzazione:
- La crisi del 1956 e i paesi del Terzo Mondo: Dopo il 1956, Hobsbawm cercò nuovi soggetti rivoluzionari al di fuori della tradizione industriale europea, studiando i ribelli primitivi, i contadini e i banditi in Italia meridionale, Spagna e soprattutto in America Latina (Cuba, Perù, Colombia).
- Il 1968 e il “New Left”: Il 1968 mostrò la spaccatura tra i vecchi partiti comunisti e i nuovi movimenti sociali. Hobsbawm mantenne uno sguardo critico e talvolta ostile verso la New Left, il postmodernismo e le politiche identitarie. Tuttavia, la sua celebre tesi del 1978 (“The Forward March of Labour Halted?”) fu tra le prime a riconoscere il declino strutturale della classe operaia industriale tradizionale.
- Il 1989–1991 e il crollo del Blocco Sovietico: La fine dell’URSS segnò la scomparsa dell’orizzonte storico in cui Hobsbawm si era formato. Nonostante il trauma della sconfitta, lo storico usò la storiografia come uno strumento critico per analizzare la frammentazione del mondo post-Guerra Fredda (neoliberismo, nazionalismo, militarismo).
4. Lezioni per la Sinistra contemporanea
L’articolo conclude sottolineando l’eredità politica e metodologica di Hobsbawm per il XXI secolo:
- Rifiuto del pio desiderio (wishful thinking): La strategia politica deve partire dalla realtà e dalle forze sociali realmente esistenti, non da nostalgia per il passato o pure idealizzazioni.
- Organizzazione e maggioranza: Anche se non comprese appieno il potenziale dei movimenti emersi dal ’68 (femminismo, antirazzismo), Hobsbawm ricordava che la protesta o l’immaginazione da sole non bastano: occorrono organizzazione, alleanze ampie e la costruzione di un potere collettivo duraturo.
- La sconfitta come opportunità di ricostruzione: La vita di Hobsbawm insegna che la sconfitta politica non deve portare alla paralisi, ma alla rielaborazione strategica di cosa sia ancora possibile cambiare.
Traduzione di Eric Hobsbawm and the history of the defeated
Eric Hobsbawm era a Berlino quando Adolf Hitler prese il potere, a Parigi nel momento di massimo splendore del Fronte popolare e nel Partito comunista quando tutto crollò. La nuova biografia di Émile Chabal ripercorre la vicenda di uno storico che continuò a chiedersi che cosa fosse ancora possibile dopo una sconfitta.
Recensione di The Age of Hobsbawm: The Life of a Revolutionary Historian, di Émile Chabal (Harvard University Press, 2026).
Eric Hobsbawm, comunista pessimista e storico di grande successo, ci ha lasciato un’opera che contiene insegnamenti preziosi per una sinistra che attraversa una fase di arretramento storico su scala mondiale. Non sorprende che sia diventato un punto di riferimento per giovani attivisti in tutto il mondo.
Cinque anni dopo la caduta del Muro di Berlino, lo storico comunista Eric Hobsbawm pubblicò la sua fortunata storia del Novecento, Il secolo breve. Il libro raccontava il tentativo di un uomo di fare i conti con il destino del progetto politico al quale aveva dedicato la propria vita adulta, cercando contemporaneamente di comprendere il Novecento come epoca storica. Benché famoso per il suo pessimismo, il libro rappresentò anche, come accadde per le opere di molti autori di sinistra negli anni Novanta, un’occasione per ripensare a ciò che avrebbe potuto diventare il progetto della sinistra dopo il crollo del comunismo.
Nelle pagine conclusive, Hobsbawm rifletteva con cupezza sul futuro. Lo sviluppo «titanico, economico e tecno-scientifico» del capitalismo, scriveva, aveva liberato forze capaci di distruggere «le basi materiali della vita umana», erodendo al contempo i legami sociali del passato, compresi quelli da cui dipende lo stesso capitalismo. «Il nostro mondo rischia tanto l’esplosione quanto l’implosione. Deve cambiare». L’umanità, ammoniva, non avrebbe potuto sopravvivere al terzo millennio limitandosi a prolungare il passato o il presente. «Il prezzo del fallimento, vale a dire l’alternativa a una società trasformata, è l’oscurità».
Quasi vent’anni dopo, nel 2011, in tutto il mondo esplosero proteste di massa. La Primavera araba rovesciò le dittature in Egitto e Tunisia, mentre la rivolta in Siria precipitò nella guerra civile. Negli Stati Uniti emerse il movimento Occupy Wall Street; in Spagna, gli Indignados occuparono strade e piazze.
Anch’io partecipai a quelle manifestazioni e, in quel periodo, leggevo Il secolo breve con i miei compagni di studio. Il libro lasciò un’impressione duratura sul modo in cui concepivamo tanto il passato quanto le possibilità del futuro. Non era soltanto la storia raccontata da Hobsbawm a colpirci, ma la sensazione di vivere, in qualche modo, una vicenda già vista. Per una sinistra che, dopo il crollo del comunismo, faticava a formulare una visione del futuro, il movimento degli Indignados rappresentò un momento di immaginazione politica, nel quale un futuro diverso sembrava nuovamente possibile.
Per una nuova generazione di storici politicamente impegnati, le lotte di Eric Hobsbawm potevano essere fonte d’ispirazione: un comunista che aveva vissuto a Berlino quando i nazisti salirono al potere, si era trovato a Parigi nel momento culminante del Fronte popolare del 1936 e si era recato in Spagna durante la guerra civile.
Il Novecento di Hobsbawm era scandito da momenti nei quali mondi politici apparentemente consolidati crollavano improvvisamente, aprendo nuove possibilità dalle loro rovine.
Non ero il solo a pensarla così. Nel 2018, lo storico Émile Chabal si recò a Delhi, dove incontrò un gruppo di studenti di sinistra che ammiravano l’opera di Hobsbawm. Furono loro a suggerirgli di cercare l’hashtag #Hobsbawm. Con sua sorpresa, trovò numerosi post sui social media dedicati ai libri dello storico: spesso vi compariva un computer portatile aperto, affiancato da una copia de Il secolo breve, insieme a hashtag riguardanti le difficoltà della vita studentesca.
Ma che cosa può insegnarci la vita di Hobsbawm — la figura storica, non il mito — sulle prospettive della sinistra di oggi?
Uno storico dalla vita storica
Pochi storici del Novecento hanno suscitato un interesse biografico paragonabile a quello di Eric Hobsbawm. Nato ad Alessandria d’Egitto nel 1917, cresciuto a Vienna e Berlino e arrivato in Gran Bretagna poco dopo la presa del potere da parte di Adolf Hitler, Hobsbawm entrò nel Partito comunista britannico nel 1936 e vi rimase fino al suo scioglimento, nel 1991.
Diventò anche uno degli storici più influenti del XX secolo, passando dall’ambiente relativamente circoscritto della storiografia marxista britannica a un pubblico internazionale straordinariamente vasto.
La nuova biografia di Émile Chabal, The Age of Hobsbawm, entra dunque in un territorio già ampiamente esplorato. Offre tuttavia un’eccellente occasione per ripercorrere la vita di un comunista convinto attraverso la storia più ampia del comunismo novecentesco e per chiedersi che cosa Hobsbawm possa insegnarci in un’altra fase di profonda incertezza per la sinistra internazionale.
Chabal è meno interessato a scoprire un Hobsbawm sconosciuto che a spiegare come si siano formati lo storico e l’intellettuale politico. La sua è essenzialmente una biografia intellettuale. Invece di separare la scrittura storica di Hobsbawm dal suo comunismo, dal giornalismo, dalle amicizie, dai viaggi e dagli interventi politici, Chabal ricostruisce gli ambienti nei quali si formarono le sue idee.
Il risultato è qualcosa di più di una biografia: una storia della vita intellettuale del Novecento osservata attraverso una figura che si muoveva tra comunismo e accademia, Gran Bretagna ed Europa continentale, ricerca specialistica ed editoria di massa.
Come ha sostenuto lo storico Alberto De Bernardi, l’antifascismo deve essere ripensato come componente centrale della cultura politica europea, capace di plasmare le identità politiche nella seconda metà del Novecento.
Hobsbawm apparteneva a quella che potremmo definire la «generazione della Rivoluzione d’Ottobre»: coloro che vissero l’ascesa del nazismo, la risposta antifascista e la Seconda guerra mondiale. Queste esperienze forgiarono un impegno politico profondo che, nel caso di Hobsbawm, si dimostrò impossibile da spezzare anche dopo la crisi comunista del 1956.
Se il periodo 1945-1948 segnò il momento di massima attrattiva del comunismo in Europa, i decenni successivi videro il suo graduale declino e infine il suo crollo, nel 1989-1991.
Hobsbawm attraversò tutte queste trasformazioni senza rinunciare al comunismo. La sua generazione fu sconfitta e dovette adattarsi a un mondo privato del progetto al quale tanti suoi membri avevano dedicato la vita. Pochi intellettuali vissero tali trasformazioni con una vicinanza e una perseveranza paragonabili alle sue. Ancora meno furono coloro che, come lui, tentarono di interpretare storicamente quegli sconvolgimenti partecipando contemporaneamente ai dibattiti che li animavano.
La sua identità politica poteva apparire talvolta poco appariscente, ma la straordinaria diffusione dei suoi libri di storia garantì che il suo impegno non fosse affatto marginale.
Gli anni della formazione e la crisi del 1956 sono tra gli aspetti più noti della sua biografia. Minore attenzione è stata dedicata a Hobsbawm durante i decenni centrali e finali della Guerra fredda.
Come riuscì un convinto sostenitore della Rivoluzione d’Ottobre ad affrontare i successivi arretramenti del comunismo? E che cosa possono insegnarci oggi le sue risposte sulle prospettive della sinistra?
Ogni grande crisi — nel 1956, nel 1968 e nel 1989 — lo indusse a riconsiderare concetti marxisti fondamentali come rivoluzione, classe e organizzazione politica. Le sue risposte furono influenzate dall’esperienza personale, dalla ricerca storica e dai rapporti con i movimenti politici internazionali, in particolare quelli latinoamericani.
Un comunista in ritirata?
Fino al 1956, Hobsbawm rimase un comunista fedele, persino apertamente stalinista. Secondo la biografia di Chabal, la crisi di quell’anno lo trasformò in un comunista distaccato, almeno in parte, dall’organizzazione e dalle sue certezze.
Chabal interpreta la successiva attenzione di Hobsbawm per i ribelli primitivi, i banditi e i movimenti millenaristici anche come una forma di ripiegamento intellettuale. È un’interpretazione convincente. Un esame più ravvicinato rivela tuttavia anche un Hobsbawm impegnato a ricostruire una teoria dell’azione rivoluzionaria in un momento in cui le vecchie certezze erano crollate e la ricerca di modelli alternativi di trasformazione politica conduceva sempre più lontano dai confini europei.
Dopo il 1956, la questione di chi faccia la storia, in quali condizioni e attraverso quali forme organizzative diventò sempre più centrale nel suo pensiero.
Questa ricerca lo portò fuori dai centri industriali britannici, verso le periferie rurali della Spagna e dell’Italia e, infine, in America Latina.
Tra l’inizio degli anni Cinquanta e la fine degli anni Sessanta, i suoi viaggi divennero un modo per riflettere sui dilemmi emersi dalla crisi del 1956. Nei villaggi andalusi, sulle colline calabresi e successivamente sulle Ande e nelle campagne cubane, incontrò mondi agrari che sembravano collocarsi al di fuori delle categorie convenzionali della politica moderna. Erano abitati da millenaristi, contadini ribelli e banditi, le cui forme di resistenza spesso precedevano le strutture della moderna politica di classe.
Queste esperienze confluirono in Primitive Rebels (1959) e Bandits (1969).
I viaggi a Cuba, in Perù, in Cile e in Colombia lo misero a contatto con forme di lotta politica che trasformarono la sua comprensione del marxismo. Il cosiddetto Terzo mondo non era più soltanto un oggetto da interpretare attraverso la teoria europea, ma diventava esso stesso una fonte di concetti e strategie politiche.
La Rivoluzione cubana, i movimenti guerriglieri andini e l’esperimento nazionalista di Juan Velasco Alvarado in Perù suggerivano che la trasformazione politica radicale potesse emergere da fonti inattese — eserciti, Stati e insurrezioni rurali — e non esclusivamente dalla classe operaia industriale.
Questi incontri ampliarono gli orizzonti geografici e concettuali del marxismo europeo. Contribuirono anche alle riflessioni di Hobsbawm sulla politica del proprio continente.
La circolazione globale delle idee che caratterizzò la sinistra del dopoguerra viene spesso raccontata come un movimento unidirezionale dalla metropoli alla periferia. Il percorso di Hobsbawm rivela invece un quadro più complesso: il pensiero e l’esperienza politica latinoamericani contribuirono a trasformare il dibattito europeo sulla rivoluzione, sullo sviluppo e sulla strategia politica.
In questo senso, i movimenti rivoluzionari latinoamericani contribuirono a quella che Christoph Kalter ha definito la «decolonizzazione dell’immaginario» della sinistra europea.
Hobsbawm e il Sessantotto
La seconda grande crisi, quella del 1968, rappresentata dagli avvenimenti di Parigi e Praga, mise in luce la crescente distanza tra i partiti comunisti e i nuovi movimenti sociali che stavano trasformando la cultura politica.
Emersero tensioni da tempo presenti nel marxismo occidentale: tra critica culturale e strategia politica, aspirazioni democratiche e ortodossia di partito, tradizioni operaie e nuove identità politiche.
Per Hobsbawm si pose una questione fondamentale: quale futuro poteva avere il socialismo nelle società industriali avanzate, dove la classe operaia tradizionale stava cambiando, frammentandosi o perdendo la propria coesione politica?
La sua risposta si sviluppò attraverso i rapporti sempre più intensi con i partiti comunisti e gli ambienti intellettuali di Italia, Francia e Spagna, attraverso l’emergere delle strategie eurocomuniste e alla luce di eventi politici che andavano dalla Primavera di Praga del 1968 al colpo di Stato di Augusto Pinochet in Cile, nel 1973.
Queste esperienze influenzarono il suo importante contributo al dibattito politico britannico tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, quando applicò decenni di riflessione intellettuale e politica alle condizioni specifiche del Regno Unito.
Nel suo celebre saggio del 1978, The Forward March of Labour Halted? («La marcia in avanti del movimento operaio si è fermata?»), sostenne che la classe operaia stava attraversando una trasformazione profonda, che emergevano nuovi gruppi sociali e che il movimento operaio non era riuscito a fornire un’adeguata direzione strategica. Il saggio suscitò un acceso dibattito.
Chabal ricostruisce criticamente anche lo scetticismo di Hobsbawm nei confronti di alcuni aspetti dell’eredità della Nuova sinistra e del postmodernismo, fino alla sua aperta ostilità verso determinate posizioni.
Un esempio significativo è una lettera riprodotta da Chabal. Hobsbawm vi rispondeva a uno studente che proponeva di ricostruire la narrazione storica mettendo al centro, e non in posizione subordinata, il genere, la razza, la sessualità e la soggettività. Hobsbawm respinse quell’approccio, giudicandolo estraneo al proprio modo di fare storia e, a suo avviso, anche a quello di Karl Marx. Considerava tale progetto un sintomo dell’arretramento della sinistra.
L’atteggiamento di Hobsbawm verso la Nuova sinistra ebbe due conseguenze importanti e contraddittorie.
Da una parte, lo rese poco attrezzato a comprendere alcune delle nuove forze politiche emerse dopo gli anni Sessanta: il femminismo, le politiche dell’identità, i nuovi movimenti sociali, la politica culturale e alcune forme di lotta anticoloniale e postcoloniale. Ciò restringeva il suo orizzonte analitico.
Dall’altra parte, quell’atteggiamento rafforzò alcuni aspetti della sua analisi. Meno legato all’ottimismo rivoluzionario di una parte della Nuova sinistra, Hobsbawm fu tra i primi importanti intellettuali marxisti britannici ad affrontare direttamente il declino della politica tradizionale della classe operaia industriale.
Negli anni Settanta era sempre più interessato non a proclamare possibilità rivoluzionarie, ma a individuare le forze sociali e le alleanze politiche capaci di produrre cambiamenti significativi.
Questo suggerisce che la sua analisi dei rapporti tra Gran Bretagna, movimento operaio e classe lavoratrice non derivasse né da un eccezionalismo britannico né soltanto dalla storia della sinistra del Regno Unito. Essa nasceva piuttosto dalle esperienze globali della Guerra fredda e, in particolare, dalla storia del comunismo e del marxismo internazionali negli anni cruciali compresi tra il 1956 e il 1978.
La fine della Guerra fredda
Infine arrivò il crollo del comunismo nel 1989-1991 e l’avvento del mondo successivo alla Guerra fredda. Per Hobsbawm, quell’evento segnò la conclusione del «secolo breve».
Per alcuni, la caduta del blocco orientale indicava il trionfo del capitalismo liberale e l’esaurimento delle alternative ideologiche. Per Hobsbawm, invece, significava la scomparsa dell’orizzonte storico che aveva strutturato il Novecento.
Il crollo del progetto comunista non rappresentava, ai suoi occhi, una legittimazione del capitalismo. Rivelava piuttosto la fragilità di un ordine mondiale privo di una credibile prospettiva di emancipazione collettiva.
I decenni successivi al 1989 furono caratterizzati da quella che lui e altri percepivano come una profonda frammentazione della vita politica e sociale: il ritorno del nazionalismo, l’affermazione della potenza militare statunitense e l’approfondimento dell’individualismo nelle società neoliberiste.
Il compito non era dunque abbandonare la politica di classe, ma comprendere nuovamente la classe e costruire alleanze capaci di trasformare interessi sociali frammentati in un progetto politico.
Per Hobsbawm, il crollo del comunismo non fu soltanto un evento geopolitico. Rappresentò la scomparsa del mondo che, fin dalla giovinezza, aveva plasmato il suo immaginario politico e intellettuale.
Molti accolsero il 1989 come un momento di liberazione; Hobsbawm lo visse come la chiusura di un orizzonte. Quell’esperienza richiamava le precedenti sconfitte che gravavano sulla memoria collettiva della sinistra, ma conteneva un senso di definitività ancora più profondo.
Hobsbawm si trovò ad affrontare interrogativi fondamentali. Che cosa restava del marxismo quando crollava il progetto politico storicamente associato a esso? Come poteva uno storico scrivere in un’epoca che sembrava aver perduto la fiducia in futuri alternativi? La storia poteva ancora funzionare come forma d’intervento politico, quando gli orizzonti della politica si erano ristretti?
Di fronte alla fine del progetto che aveva animato la sua generazione, Hobsbawm si rivolse sempre più alla storia come forma d’impegno politico.
Il crollo del comunismo non lo ridusse al silenzio: lo costrinse a trovare una voce diversa, capace di combinare malinconia e realismo, e il realismo con la persistente convinzione che la comprensione storica potesse ancora servire la causa dell’emancipazione umana.
Lo Hobsbawm emerso dopo il 1989 era in continuità con lo storico precedente, quello dei ribelli, dei rivoluzionari e degli eurocomunisti, ma il suo compito era cambiato.
Se il Novecento era stato definito da visioni concorrenti del futuro, il mondo successivo al comunismo richiedeva qualcosa di diverso: una spiegazione della storia in assenza proprio di quel futuro che un tempo l’aveva animata.
La sua biografia mostra che la sua maggiore forza politica non consistette nella fedeltà a una particolare dottrina comunista, ma nella capacità di ripensare la strategia socialista dopo la sconfitta. Mostra però anche il pericolo che la fedeltà alle categorie ereditate impedisca alla sinistra di riconoscere nuovi soggetti del cambiamento.
Che cosa può dunque insegnarci la vita di Hobsbawm sul futuro della sinistra?
Hobsbawm apparteneva a un mondo politico scomparso: quello dei partiti comunisti di massa, dei sindacati potenti, delle classi operaie industriali organizzate e di un progetto socialista che, per quanto compromesso dalla realtà del potere sovietico, sembrava offrire a milioni di persone un futuro alternativo.
Eppure, è proprio la distanza tra quel mondo e le nostre condizioni politiche a rendere utile ripercorrere la sua vicenda.
La vita politica di Hobsbawm non fu definita soltanto dall’impegno, ma anche da una successione di sconfitte che lo costrinsero ripetutamente a chiedersi che cosa fosse ancora possibile quando le aspettative ereditate non corrispondevano più alla realtà politica.
La saggezza della sconfitta
Molte delle risposte di Hobsbawm non possono essere semplicemente riproposte oggi. Il suo impegno a favore di ampie alleanze poteva tradursi in un’eccessiva prudenza, privilegiando la praticabilità elettorale rispetto alla mobilitazione politica. Inoltre, la sua fedeltà permanente al comunismo talvolta gli impedì di confrontarsi pienamente con i fallimenti di una tradizione politica alla quale rimaneva legato anche emotivamente.
Hobsbawm comprese tuttavia qualcosa che resta indispensabile: la strategia politica non può essere costruita soltanto sulla base dei desideri.
La sinistra deve partire dal mondo così com’è, individuando le forze sociali capaci di trasformarlo, anziché presumere che gli attori, le organizzazioni e le strategie ereditati da un’epoca precedente possano semplicemente ritornare.
Era questo il significato duraturo del suo saggio The Forward March of Labour Halted?. La classe operaia industriale che aveva sostenuto la sinistra europea stava cambiando. Il compito non era quindi abbandonare la politica di classe, ma comprenderla nuovamente e costruire alleanze capaci di trasformare interessi frammentati in un progetto politico.
Il problema non è affatto scomparso.
La sinistra del XXI secolo si confronta con una classe lavoratrice numericamente più ampia su scala globale, ma trasformata nella sua composizione e frammentata tra servizi, logistica, assistenza, tecnologia e lavoro precario.
Deve affrontare il cambiamento climatico, le migrazioni e le disuguaglianze razziali, accanto alle questioni più tradizionali dello sfruttamento e del potere economico.
Al tempo stesso, la crisi dell’ordine neoliberista non ha automaticamente favorito la sinistra. In gran parte del mondo, l’estrema destra si è dimostrata straordinariamente efficace nel trasformare l’insicurezza economica, l’alienazione politica e la rabbia contro le istituzioni consolidate in consenso per politiche nazionaliste e autoritarie.
La sfida contemporanea non consiste quindi soltanto nel dimostrare che il capitalismo è in crisi. Hobsbawm sapeva meglio di molti altri che il capitalismo può sopravvivere alle crisi.
Il compito più difficile è costruire le forze sociali, le organizzazioni e l’immaginazione politica capaci di trasformare la crisi in una trasformazione progressiva della società.
In questo senso, il rapporto di Hobsbawm con la Nuova sinistra offre forse la lezione più feconda.
Il suo scetticismo verso le sue politiche limitò e, contemporaneamente, rafforzò la sua analisi. Non riuscì a cogliere pienamente quanto il femminismo, l’antirazzismo e le nuove forme di soggettività politica stessero trasformando in modo permanente il significato dell’emancipazione.
La sua insistenza sulla classe, sull’organizzazione, sulla strategia e sulla costruzione di maggioranze politiche, tuttavia, individuava una debolezza che continua a condizionare alcune componenti della sinistra.
Una politica socialista praticabile deve essere capace di integrare la concezione più ampia dell’emancipazione emersa dopo il 1968, recuperando al contempo l’insistenza di Hobsbawm sulla necessità di organizzare gli interessi sociali in forme durevoli di potere collettivo.
Torniamo così al 2011.
Per coloro che occuparono le piazze durante il movimento degli Indignados, come per quanti parteciparono a Occupy Wall Street e ai movimenti successivi alla Primavera araba, quei mesi sembrarono riaprire, sia pure per breve tempo, un futuro che dopo il 1989 era stato dichiarato chiuso.
Gli anni seguenti mostrarono tanto le possibilità quanto i limiti di quella stagione politica.
La protesta poteva recuperare l’immaginazione politica, ma l’immaginazione non era la stessa cosa del potere.
I movimenti nati dalla crisi del 2008 riuscirono a modificare il linguaggio politico, a creare nuove organizzazioni e a riportare la disuguaglianza, la classe e il capitalismo al centro del dibattito pubblico. Si scontrarono però anche con i vecchi problemi che avevano occupato Hobsbawm: organizzazione, alleanze sociali, strategia politica e difficile trasformazione della mobilitazione popolare in un potere durevole.
Ecco perché tornare oggi a Hobsbawm è più utile che celebrarlo semplicemente come il grande storico di una sinistra scomparsa.
Il valore della sua vita non consiste né nella nostalgia per il comunismo del Novecento né nella ricerca di un modello politico già pronto nei suoi scritti. Risiede invece nella sua persistente disponibilità ad affrontare interrogativi difficili dopo la sconfitta.
Chi sono i soggetti della trasformazione politica quando la vecchia classe operaia cambia? Come si possono riunire movimenti portatori di interessi differenti in un progetto politico comune? Come dovrebbe reagire la sinistra quando le organizzazioni ereditate dal passato non riescono più a suscitare consenso e appartenenza?
E soprattutto: come può una sconfitta politica diventare un’occasione per ricostruire la strategia, anziché trasformarsi in una ritirata permanente?
C’è un’ironia in tutto questo.
Hobsbawm concluse Il secolo breve avvertendo che l’umanità non avrebbe potuto entrare nel terzo millennio limitandosi a prolungare il passato o il presente.
A più di trent’anni di distanza, quell’avvertimento appare straordinariamente attuale. La crisi climatica, l’approfondimento delle disuguaglianze, l’instabilità geopolitica e la rinascita della destra radicale rendono il futuro non meno incerto di quanto apparisse a Hobsbawm dopo il 1989.
La storia ricostruita da Chabal suggerisce però che l’incertezza non debba necessariamente tradursi in paralisi politica.
Il Novecento di Hobsbawm fu scandito da momenti nei quali mondi politici apparentemente consolidati crollarono improvvisamente, aprendo nuove possibilità dalle loro rovine.
Analisi estesa by ChatGPT 28-10-26
B. Oggetto e contenuto
Oggetto principale: il significato politico e intellettuale della vita e dell’opera di Eric Hobsbawm, interpretate attraverso le sconfitte del movimento comunista e le difficoltà della sinistra contemporanea.
Oggetto secondario: il rapporto tra trasformazione della classe lavoratrice, organizzazione politica, movimenti sociali e possibilità di elaborare una strategia socialista adeguata alle condizioni storiche.
Problema affrontato: come ricostruire una prospettiva di trasformazione sociale quando le organizzazioni, le identità politiche e le aspettative ereditate dal passato non corrispondono più alla composizione e ai conflitti della società contemporanea?
C. Tesi centrale
La principale lezione politica ricavata dalla vicenda di Hobsbawm è che una sconfitta storica non deve necessariamente tradursi in una ritirata permanente: può diventare il punto di partenza per una revisione critica della strategia politica.
La sinistra non può limitarsi a riproporre le forme organizzative e i soggetti sociali che hanno sostenuto le lotte del passato. Deve comprendere le trasformazioni della classe lavoratrice, riconoscere nuovi attori e conflitti e costruire alleanze capaci di tradurre interessi sociali frammentati in un progetto politico comune.
Questa tesi è presentata dall’autore attraverso la ricostruzione della traiettoria di Hobsbawm e la valutazione critica dei suoi limiti.
D. Articolazione argomentativa
1. La storia come interpretazione delle sconfitte
Il secolo breve viene letto come un tentativo di comprendere il fallimento del progetto comunista e la chiusura dell’orizzonte politico che aveva animato il Novecento.
2. La crisi del 1956 e l’ampliamento del marxismo
L’interesse per contadini ribelli, banditismo e movimenti latinoamericani amplia la riflessione sui soggetti della trasformazione rivoluzionaria oltre i confini della classe operaia industriale europea.
3. Il Sessantotto e la trasformazione della classe
Il mutamento della classe lavoratrice e l’emergere di nuovi movimenti pongono il problema della relazione tra politica di classe, nuove soggettività e organizzazione.
4. Il 1989-1991 e la perdita dell’orizzonte socialista
Il crollo del comunismo non dimostra, nell’interpretazione proposta, la definitiva legittimità del capitalismo: apre il problema di come ripensare l’emancipazione collettiva dopo la scomparsa del precedente progetto politico.
5. La ricostruzione strategica della sinistra
La crisi del capitalismo non produce automaticamente una trasformazione progressiva. Occorrono soggetti sociali, organizzazioni, alleanze e capacità di trasformare la mobilitazione in potere collettivo durevole.
E. Sintesi analitica
L’articolo ricostruisce la vita di Hobsbawm come un confronto continuo con la trasformazione e la sconfitta del movimento comunista. L’adesione al comunismo, maturata nell’esperienza dell’antifascismo e della Seconda guerra mondiale, non impedì allo storico di interrogarsi sulle crisi della tradizione alla quale apparteneva.
Il 1956, il 1968 e il 1989-1991 rappresentano tre passaggi fondamentali. In ciascuno di essi, la crisi delle certezze precedenti impose una revisione delle categorie interpretative e delle prospettive politiche.
La ricerca sui movimenti contadini e sulle esperienze latinoamericane contribuì ad ampliare la riflessione sui soggetti rivoluzionari. Successivamente, la trasformazione della classe operaia industriale e l’emergere di nuovi movimenti sociali misero in discussione le forme tradizionali della politica di classe.
L’autore riconosce in Hobsbawm sia limiti importanti — soprattutto nella comprensione del femminismo, dell’antirazzismo e delle nuove soggettività politiche — sia un’intuizione tuttora rilevante: nessuna strategia efficace può prescindere dall’analisi concreta delle trasformazioni sociali.
La conclusione trasferisce il problema al presente. La sinistra contemporanea deve confrontarsi con la frammentazione del lavoro, la precarietà, la crisi climatica, le migrazioni, le disuguaglianze e la capacità della destra radicale di mobilitare il disagio sociale. La ricostruzione di una politica socialista richiede quindi di coniugare una concezione più ampia dell’emancipazione con organizzazione, alleanze e potere collettivo.
F. Valutazione critica
La recensione propone una lettura feconda di Hobsbawm perché evita sia l’apologia sia la liquidazione della sua esperienza politica. Il suo merito maggiore consiste nel trasformare una biografia intellettuale in una riflessione sui problemi della strategia politica.
Occorre tuttavia distinguere tre livelli:
- Ricostruzione storica: gli eventi biografici e politici relativi alla traiettoria di Hobsbawm.
- Interpretazione storiografica: la lettura che Chabal propone della formazione intellettuale e delle scelte politiche dello storico, così come riferita nella recensione.
- Valutazione politico-strategica: le conclusioni di Ciaurriz sulle esigenze della sinistra contemporanea.
Quest’ultimo livello è particolarmente importante per l’archivio: la necessità di ricostruire organizzazioni e alleanze non è un dato storico neutro, ma una conclusione politica argomentata dall’autore.
Un limite dell’articolo è che, per sua natura, non sviluppa un’analisi sistematica delle condizioni economiche contemporanee, delle diverse composizioni del lavoro o delle forme organizzative oggi possibili. Offre soprattutto una chiave interpretativa e un’agenda di problemi, non una strategia politica compiuta.
