Di Sophina Clark e Daniel Judt
Gli argomenti di Harry Braverman nel suo libro classico Labor and Monopoly Capital hanno previsto con lungimiranza gran parte del nostro attuale regime lavorativo e possono aiutarci a superarlo.
Rivista Jacobin
Sintesi by Gemini 22-10-26
1. Dati Bibliografici e di Contesto
- Titolo originale: Revisiting Harry Braverman’s Labor and Monopoly Capital
- Autori: Sophina Clark e Daniel Judt (dottorandi rispettivamente a Princeton e Yale)
- Fonte: Rivista Jacobin (originariamente pubblicato su New Labor Forum)
- Oggetto dell’analisi: Il saggio classico Labor and Monopoly Capital: The Degradation of Work in the Twentieth Century (1974) di Harry Braverman.
2. Sintesi dei Contenuti
L’articolo celebra il cinquantesimo anniversario del libro di Harry Braverman, analizzandone l’attualità, i limiti storici e l’importanza teorica per comprendere i regimi lavorativi contemporanei.
- Il profilo di Braverman: Viene descritto come l’archetipo dell’intellettuale organico (alla Gramsci): un ex metalmeccanico dell’era della Depressione, militante politico ed editore che, attingendo al Capitale di Marx, ha denunciato come il capitalismo separi la concezione dall’esecuzione del lavoro, degradandolo (“dequalificazione” o deskilling).
- La lungimiranza del testo: Sebbene manchino riferimenti alla globalizzazione o al neoliberismo (allora non ancora pienamente sviluppati), il libro ha previsto con precisione l’ascesa dei servizi e del lavoro di cura come nuovi oggetti di accumulazione del capitale, anticipando le forme oppressive di controllo tecnologico odierne (come il capitalismo delle piattaforme).
- I tre nodi centrali evidenziati dagli autori:
- La rigorosa aderenza teorica a Marx e alla concezione del capitale come processo di valorizzazione.
- L’analisi pionieristica dell’economia dei servizi e della mercificazione della vita quotidiana e della riproduzione sociale (con particolare attenzione al lavoro femminile).
- L’ambivalente rapporto con la nostalgia e la temporalità: il conflitto tra la condanna della degradazione capitalistica e la consapevolezza che il progresso tecnologico pone le basi materiali per una futura emancipazione.
- La rigorosa aderenza teorica a Marx e alla concezione del capitale come processo di valorizzazione.
3. Tesi Centrale dell’Articolo
Gli autori sostengono che, nonostante i mutamenti storici e tecnologici intervenuti in cinquant’anni, le categorie analitiche di Braverman rimangono uno strumento indispensabile per decifrare il presente. L’eredità di Braverman ci insegna che l’opposizione al capitalismo non può limitarsi a un rifiuto nostalgico della modernità o a una mera redistribuzione della ricchezza, ma deve rimettere al centro la riconquista del controllo sul processo lavorativo e la trasformazione radicale dei rapporti sociali attraverso la volontà politica.
4. Punti Chiave ed Elementi di Discussione
- La separazione tra mente e corpo: Il taylorismo e l’evoluzione tecnologica hanno spogliato i lavoratori del sapere tecnico, riducendoli a semplici esecutori.
- La centralità del capitale, non del lavoro: Il soggetto centrale dell’analisi di Braverman non è l’agente rivoluzionario (la classe operaia idealizzata), ma il capitale stesso, inteso come forza astratta che plasma e standardizza incessantemente ogni aspetto della vita sociale.
- La mercificazione del settore terziario e della cura: L’espansione dei servizi e del lavoro di cura ha esteso la logica del profitto alle sfere prima non mercificate della vita comunitaria e domestica, colpendo in modo particolare l’occupazione femminile.
Traduzione di Revisiting Harry Braverman’s Labor and Monopoly Capital
È difficile non idealizzare Harry Braverman. Metalmeccanico dell’era della Grande Depressione e socialista convinto che nel 1974, due anni prima della sua prematura scomparsa, pubblicò quella che rimane una delle applicazioni più potenti della teoria del capitale di Karl Marx alla storia americana — non è forse questo l’archetipo dell’intellettuale organico di Antonio Gramsci, il lavoratore elevato alla coscienza attraverso lo studio e la lotta?
Per capire come funziona il capitalismo bisogna viaggiare nella «dimora nascosta della produzione», scrisse Marx, il luogo in cui viene consumata la forza lavoro umana. Labor and Monopoly Capital prese sul serio questa idea. Attraverso venti capitoli meticolosi, Braverman esplorò il processo mediante il quale i capitalisti estraevano valore dai propri lavoratori. Questa estrazione frammentava l’essere umano. Il corpo fu strappato alla mente; i movimenti divennero meccanici; la conoscenza fu segregata nelle sale riunioni aziendali. Ecco «la degradazione del lavoro nel ventesimo secolo», come recitava il sottotitolo di Braverman.
Ma accanto alla degradazione operava un secondo processo. Man mano che i lavoratori venivano automatizzati fuori dalla produzione industriale, il capitale si faceva strada in altri ambiti della vita. Le fabbriche lasciarono il posto agli uffici, il calderaio all’impiegato, e poi alle sterminate economie post-industriali dei servizi e della cura. Il genio di Labor and Monopoly Capital consistette nel raccontare insieme questi due sviluppi. Il capitale si ricostituiva all’infinito in un ciclo senza fine. Ma nel fare ciò creava nuovi mondi del lavoro, una classe operaia in fusione.
A mezzo secolo dalla sua pubblicazione, Labor and Monopoly Capital rimane un classico. Ha venduto oltre centomila copie e continua ad alimentare gli studi sul capitale, sul lavoro e sulle classi sociali. Ma è stato anche oggetto di valutazioni parziali o palesemente errate. Molti hanno ridotto Braverman alla «tesi della dequalificazione» (deskilling thesis) — l’idea che il capitalismo costringa linearmente i lavoratori a svolgere mansioni sempre più semplici e umili — quando in realtà egli insisteva sul fatto che si trattasse di un’affermazione troppo semplicistica. Altri lo hanno accusato di una nostalgica rimpianto per il lavoro artigianale, quando in realtà Braverman aveva confutato quell’obiezione nella sua introduzione (sebbene questo sia un punto su cui torneremo).
Peggio di tutto, nonostante la sua notevole risonanza negli ambienti radicali, Labor and Monopoly Capital è stato ignorato dai storici mainstream del capitalismo e liquidato da molti sociologi del lavoro (con alcune importanti eccezioni, ad esempio lo storico del lavoro David Montgomery e molti dei suoi studenti). Il sentimento era tuttavia reciproco. Non essendo mai stato un professore, Braverman criticava aspramente le sue controparti accademiche.
Il testo di Braverman rimane straordinariamente utile per pensare. Alcuni dei suoi presupposti appaiono naturalmente datati. Non c’è alcun accenno alla globalizzazione, e Braverman non previde tutta la forza del neoliberismo — due processi che, sebbene già in corso nel lavor 1974, dovevano ancora coagularsi in oggetti di analisi. Eppure gran parte del libro sembra in anticipo sui tempi. Labor and Monopoly Capital fu lungimirante nella sua enfasi sui servizi e sul lavoro di cura come futuri oggetti del capitale. Anticipò correttamente che il boom della produttività di metà secolo era un fenomeno unico e irripetibile. Identificò una confluenza di management e tecnologia che si è evoluta in forme sempre più oppressive sotto il capitalismo delle piattaforme. Su ciascuno di questi fronti, le argomentazioni di Braverman hanno anticipato l’attuale congiuntura storica. E possono aiutarci ad affrontarla.
Vogliamo enfatizzare tre aspetti di Labor and Monopoly Capital che appaiono particolarmente rilevanti oggi. Il primo è la fedeltà di Braverman a Marx, in particolare la comprensione di quest’ultimo del capitale come un processo ininterrotto di valorizzazione che tuttavia crea un potenziale futuro emancipatorio. Il secondo è la trattazione che Braverman fa dell’economia dei servizi, troppo spesso subordinata alla sua analisi del taylorismo e della produzione industriale. Per Braverman, l’ascesa dei servizi non era una mera ripetizione dell’accumulazione di capitale in un nuovo regno. Essa minacciava l’apertura emancipatoria del futuro che egli aveva tratto da Marx. In altre parole, questo secondo aspetto del libro mette sotto pressione il primo. Il risultato è un approccio ambivalente alla nostalgia e alla temporalità nell’anticapitalismo di Braverman — il terzo aspetto — che parla al nostro stesso momento storico tanto quanto, se non di più, al suo.
Origini di un intellettuale organico anticapitalista
Braverman si avvicinò al marxismo in giovane età. Nato nel 1920 in una famiglia operaia di Brooklyn, da adolescente aderì al Partito Socialista dei Lavoratori (SWP) trotzkista, di cui rimase membro attivo fino a quando crescenti conflitti interni portarono alla sua espulsione nel 1953. Fondato nel 1938, al culmine dei tumulti politici dell’«Età della CIO», l’SWP era comunista ma anti-stalinista; scettico nei confronti delle coalizioni a ombrello con i liberali; impegnato in una rivoluzione guidata dai lavoratori. Sebbene Braverman criticasse spesso il partito, per quindici anni fu la sua casa politica. Diede al suo radicalismo una sfumatura dissidente, dedita alla politica rivoluzionaria ma altrettanto alla critica, una rara miscela di ciò che Ernst Bloch chiamava le correnti “calda” e “fredda” del pensiero marxista.
Dal 1937 al 1953, Braverman lavorò come operaio manuale. Fece l’apprendista calderaio nei cantieri navali di Brooklyn e risistemò tubi in amianto sulle navi attraccate (probabilmente la causa della sua morte prematura). Nel 1946 seguì sua moglie Miriam — anche lei organizzatrice dell’SWP — a Youngstown, in Ohio, dove divenne un operaio siderurgico. Braverman raramente menzionava queste esperienze nei suoi scritti pubblici. Eppure, in un certo senso, non faceva altro che riflettere su di esse. «Ebbi l’opportunità di vedere in prima persona, durante quegli anni, non solo la trasformazione dei processi industriali ma il modo in cui questi processi vengono riorganizzati», annotò nell’introduzione di Labor and Monopoly Capital; «come al lavoratore, sistematicamente derubato di un patrimonio artigianale, venga dato poco o nulla in cambio».
Il corpo fu strappato alla mente; i movimenti divennero meccanici; la conoscenza fu segregata nelle sale riunioni aziendali.
Per gran parte di questo periodo, Braverman scrisse: recensioni di libri, saggi, polemiche nelle ultime zuffe intra-trotzkiste. Ma fu lasciando l’SWP che rivolse la sua intera attenzione all’analisi critica, dapprima come redattore (insieme a Bert Cochran) di una rivista di breve durata ma significativa, American Socialist — un tentativo di spogliare la “Vecchia” Sinistra dai suoi slogan usurati e analizzare la congiuntura del dopoguerra con occhi nuovi —, poi alla Grove Press e infine alla Monthly Review Press. Nei saggi scritti dentro e contro la briosa “età dell’oro del capitalismo” degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta, egli si concentrò sui due temi che avrebbero fatto da sost یه a Labor and Monopoly Capital. Il primo era applicare la critica dell’economia politica di Marx al mondo sociale contemporaneo; il secondo, comprendere il processo attraverso il quale il capitale modellava la classe operaia americana.
Compiti urgenti e correlati. Il capitale sembrava espandersi in ogni angolo della vita, sottoponendo una varietà sempre maggiore di ruoli sociali alle logiche e alle miserie del lavoro proletario. Eppure «la vita della classe operaia è tanto meno descritta quanto più è diventata diffusa», scrisse Braverman nel 1959. I socialisti avevano abbandonato la «critica del modo di produzione capitalistico» di Marx a favore di «una critica del capitalismo come modo di distribuzione» (uno slittamento che persiste ancora oggi). Cosa significava «rivitalizzare le prospettive economiche marxiste», applicandole «al mondo che ci circonda così com’è, non come una volta era»? Questo è ciò che Labor and Monopoly Capital si proponeva di fare.
Partire dalle fondamenta del processo lavorativo
Braverman intendeva il lavoro e la classe operaia come processi sociali, continuamente prodotti e produttori di storia. Rifiutava l’analisi contraddittoria e ahistorica proposta dalla scienza sociale contemporanea: l’ossessione per la “nuova classe operaia” più istruita, l’accettazione dell’alienazione come “inevitabile”, la misurazione della coscienza dei lavoratori attraverso sondaggi istantanei. Al loro posto, Braverman tornò alle fondamenta del processo lavorativo capitalistico. Labor and Monopoly Capital iniziava pertanto con i concetti di forza lavoro e divisione manifatturiera del lavoro. La prima poneva il problema del management capitalistico (la necessità di estrarre lavoro dai lavoratori entro un dato lasso di tempo), mentre la seconda lo risolveva parzialmente (semplificando i compiti e riunendo i lavoratori sotto lo stesso tetto). Entrambi erano i precursori del successivo avanzamento nel controllo capitalistico del lavoro, e oggetto di vera ira per Braverman: l’ascesa della gestione scientifica (scientific management) di Frederick Taylor, «la verbalizzazione esplicita del modo di produzione capitalistico».
Il management scientifico si distingueva dalla scienza vera e propria perché non rivoluzionava strumenti o tecnologie. Cercava invece di perfezionare il controllo del capitale sul lavoro monopolizzando la conoscenza del processo lavorativo. Il management separava la concezione dall’esecuzione, assegnando a se stesso il lavoro scientifico e privando il lavoratore di qualsiasi capacità di pianificazione. Ciò negava la conoscenza artigianale (un elemento chiave del potere operaio) e degradava il lavoro «quasi al livello del lavoro nella sua forma animale». L’attenzione di Braverman per questa particolare forma di alienazione derivava probabilmente dalla sua stessa esperienza di lavoratore artigianale.
Il processo storico della degradazione era nato con la divisione dettagliata del lavoro nella prima manifattura, perfezionato dal taylorismo alla fine del diciannovesimo secolo e intensificato con i progressi tecnologici come l’informatica nel corso del ventesimo secolo. Quest’ultima fase, la «rivoluzione scientifico-tecnica», segnò un cambiamento qualitativo per il processo lavorativo. Anziché riappropriarsi della conoscenza del lavoratore, il management produceva la propria conoscenza, lasciando il lavoratore nell’«ignoranza, nell’incapacità e quindi in un’idoneità alla servitù della macchina». La scienza stessa diventava capitale, uno strumento piegato verso il management e la produzione piuttosto che verso la fioritura umana. Ad esempio, l’avvento della tecnologia a “controllo numerico” — in cui software preprogrammati muovevano gli strumenti automaticamente — divideva e semplificava il lavoro del macchinista, trasformando quella che un tempo era il controllo e la conoscenza della macchina nella sua mera operazione.
Il costante progresso dei macchinari produceva un duplice effetto. Intensificava il controllo manageriale e aumentava al contempo la produttività, imbrigliando la forza lavoro e rendendola obsoleta. Come discuteremo più avanti, Braverman riconosceva la meccanizzazione come una realtà che avrebbe alterato la struttura occupazionale della classe operaia, e cercava di comprendere quella nuova struttura. Ma insisteva anche sul fatto che la meccanizzazione assumeva una forma particolare (e orribile) sotto i rapporti sociali del management scientifico.
Le possibilità più emancipatrici presentate dai macchinari venivano «sistematicamente frustrate» dall’ossessione del management di separare controllo ed esecuzione. Al contrario, i rapporti sociali dei macchinari erano «ottimizzati al meglio per il controllo sia del lavoratore manuale che di quello intellettuale, ottimizzati per la redditività, ottimizzati per tutto tranne che per i bisogni della gente».
Braverman intendeva il lavoro e la classe operaia come processi sociali, continuamente prodotti e produttori di storia.
Nell’elaborare questi processi — la spogliazione della conoscenza dei lavoratori, poi la creazione di una nuova conoscenza da cui i lavoratori erano alienati fin dall’inizio, e infine il dominio del lavoro vivo da parte del lavoro morto — Braverman sovrappose efficacemente il primo volume del Capitale all’arco del Secolo Americano. (Nella sua prefazione, il direttore della Monthly Review Paul Sweezy sosteneva che fosse necessario leggere i due testi l’uno accanto all’altro). La fedeltà di Braverman al magnum opus di Marx è straordinaria. Labor and Monopoly Capital potrebbe persino essere letto come una precoce applicazione americanizzata del marxismo della forma di valore, allora nascente in Germania e oggi in auge nei circoli marxisti.
Niente di tutto ciò è più chiaro dell’insistenza di Braverman sul fatto che il capitale, e non il lavoro, sia il soggetto universale del moderno mondo sociale. Non fu una mossa facile da compiere nel 1974, quando quello che Moishe Postone chiama «marxismo tradizionale», con la sua enfasi sulla classe operaia come agente unicamente posizionato per il cambiamento rivoluzionario, rimaneva dominante. Sebbene Braverman nutrisse speranze nell’auto-realizzazione proletaria — «Ho piena fiducia nel potenziale rivoluzionario delle classi lavoratrici», scrisse nel 1975 (si noti il plurale) —, il tema era cospicuamente assente in Labor and Monopoly Capital. Il Soggetto del libro, in ogni senso, era il capitale, un processo ininterrotto che nel tempo privava il lavoro della sua specificità concreta, rendendolo sempre più intercambiabile e sempre più astratto. I compagni radicali di Braverman lo rimproveravano spesso per la mancanza di agentività concessa ai lavoratori nel suo testo. Senza dubbio quella mancanza aveva a che fare con il calo di potere del lavoro organizzato nel suo momento storico. Ma si fondava anche su una lettura fedele delle opere tarde di Marx.
Fedele, inoltre, nell’insistenza di Braverman sul fatto che il danno inflitto dal capitale non avesse nulla a che fare con il fatto che i lavoratori venissero pagati sempre meno (il che non accadeva) o con le disuguaglianze di ricchezza. Il vero problema era che sotto il capitalismo «diventa essenziale per il capitalista che il controllo sul processo lavorativo passi dalle mani del lavoratore alle proprie». La crudeltà risiedeva nell’assenza di controllo. «La trasformazione dell’umanità lavoratrice in… uno strumento del capitale», scrisse Braverman, «è ripugnante per le vittime, sia che la loro paga sia alta o bassa, perché viola le condizioni umane di lavoro». Il riferimento alla “teoria dell’immiserimento” di Marx nel Capitale — «nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione del lavoratore, sia la sua paga alta o bassa, deve peggiorare» — non è affatto sottile.
Ma dietro la degradazione del lavoro si cela un ironico barlume di luce (o, a seconda dell’inclinazione, una tragedia continua). Il capitale sviluppa la possibilità della propria trascendenza attraverso la creazione di tecnologie potenzialmente emancipatrici. Anche qui Braverman attinse direttamente dal Capitale. Sotto il capitalismo, sosteneva, «il notevole sviluppo dei macchinari diventa, per la maggior parte della popolazione lavoratrice, fonte non di libertà ma di schiavitù, non di padronanza ma di impotenza, e non dell’ampliamento dell’orizzonte del lavoro ma della sua costrizione». Si confronti questo passaggio con il commento di Marx sulle macchine nel capitolo quindici del primo volume:
Poiché dunque la macchina di per sé accorcia il tempo di lavoro, ma impiegata dal capitale lo allunga; poiché di per sé alleggerisce il lavoro, ma impiegato dal capitale ne accresce l’intensità… poiché di per sé aumenta la ricchezza dei produttori, ma nelle mani del capitale li rende dei poveri.
Braverman ricalca la sostanza di Marx ma anche la sua forma: il ritmo di dare e avere di una potenziale libertà che fa la sua comparsa proprio mentre si corrompe nel suo opposto. Generando la possibilità di un nuovo mondo sociale proprio mentre impedisce che quel mondo si realizzi, il capitale crea le basi a partire dalle quali possiamo criticarlo. Vale a dire, possiamo criticare il presente dal punto di vista di un futuro immanente (sebbene non necessariamente imminente), anziché da una norma trascendentale o da un passato perduto.
La mercificazione del lavoro nei servizi
Una critica immanente del presente richiede un’analisi lucida del presente. A tal fine, la seconda metà di Labor and Monopoly Capital fece il punto sulla classe operaia recentemente trasformata. Con l’avanzare della tecnologia delle macchine, si crearono le condizioni per il declino del lavoro manifatturiero. Braverman rifiutò di compiangersi di ciò, evitando la trappola della nostalgia industriale che ancora oggi grava sulla sinistra. Seguì invece la storia della degradazione manifatturiera fino al suo in atteso epilogo: l’ascesa della degradazione dei servizi.
Attingendo come sempre a Marx, Braverman sosteneva che l’accumulazione capitalistica influenzasse la composizione della classe operaia in due modi principali. Primo, i metodi di produzione recentemente meccanizzati “liberavano” i vecchi lavoratori industriali, creando un surplus di lavoro che tendeva a raggrupparsi in occupazioni ad alta intensità di manodopera. Secondo, il capitale recentemente accumulato, avendo bisogno di una destinazione, «si spingeva freneticamente» in nuovi rami della produzione, creando nuove occupazioni nel processo. Da queste due tendenze derivava l’ascesa dei servizi. Il capitale si espandeva nell’intera società, trasformando relazioni precedentemente non mercificate (come lo svago, il divertimento, la sicurezza e la cura) in merci di servizio prodotte da lavoratori dei servizi.
Esplicito nell’analisi di Braverman era un argomento normativo contro l’intrusione del mercato nella vita familiare e comunitaria. (La Scuola di Francoforte e la cerchia della Monthly Review potrebbero aver ispirato questa linea di pensiero per Braverman, sebbene ricordi al lettore anche Karl Polanyi o anticipi Christopher Lasch). La commercializzazione del tempo libero risultava in «uno standard di mediocrità e volgarità che avvilisce il gusto popolare». L’atrofia della vita comunitaria «lascia un vuoto», riempito da istituzioni come scuole e carceri che erano «barbare e oppressive». Sebbene Braverman riconoscesse che la mercificazione derivasse in parte da una maggiore efficienza e da costi ridotti, sosteneva che essa derivasse anche dalla pubblicità, dal cambiamento delle aspettative di status e dal deterioramento delle competenze. In altre parole, la mercificazione della vita quotidiana non era solo un processo naturale in cui la tecnologia creava più tempo libero, ma era invece un processo creato da rapporti sociali capitalistici che in ultima analisi degradavano la vita sociale.
Normatività a parte, la mercificazione della vita quotidiana riconfigurava senza dubbio la classe operaia. L’espansione delle istituzioni statali per colmare il nuovo “vuoto” sociale significava crescita dell’occupazione per guardie carcerarie, polizia, assistenti sociali e insegnanti. Nel frattempo, le crescenti industrie dell’ospitalità e della vendita al dettaglio creavano «un enorme personale specializzato la cui unica funzione è pulire». Le occupazioni di servizio recentemente mercificate stavano crescendo molto più rapidamente dell’occupazione nel suo complesso. Era ironico, ma anche perfettamente coerente, che in un’economia capitalistica “avanzata” il lavoro fosse maggiormente concentrato nelle parti dell’economia meno impattate dalla rivoluzione scientifico-tecnica, in occupazioni che non erano state ancora meccanicate o che non lo sarebbero mai state.
Questo processo di accumulazione del lavoro aveva una connotazione di genere. Braverman criticava l'”abitudine” del Dipartimento del Lavoro di «ignorare l’occupazione femminile, considerata in qualche modo temporanea, incidentale e fortuita, quando dovrebbe invece essere posta al centro di tutti gli studi occupazionali odierni». Il genere operava su più livelli della nuova classe operaia. Era la produzione domestica delle donne a essere stata recentemente mercificata — il lavoro di pulizia, cura e alimentazione — a fornire al capitale nuove opportunità di valorizzazione. Erano le donne a entrare nella forza lavoro per svolgere questi lavori ormai mercificati, in parte a causa della declinante partecipazione degli uomini alla forza lavoro e in parte a causa della necessità di maggiori redditi familiari per acquistare le merci di servizio unque prodotte nella sfera domestica. Ed erano in gran parte le donne a essere relegate a un lavoro salariato di livello inferiore alla sussistenza.
Il capitale si espandeva nell’intera società, trasformando relazioni precedentemente non mercificate (come lo svago, il divertimento, la sicurezza e la cura) in merci di servizio prodotte da lavoratori dei servizi.
Ciò che rende così utile il resoconto di Braverman è che, pur spiegando l’ascesa dei servizi, egli rifiutava di naturalizzarla. L’ingresso delle donne nella forza lavoro non era il semplice prodotto di una politica progressista. L’ascesa dei servizi non era un’evoluzione verso una forma economica “superiore” o più civilizzata. L’accumulazione capitalistica dava vita a nuove strutture occupazionali, ma quelle strutture occupazionali non erano una forma di lavoro inevitabile o definitiva. Al contrario, venivano continuamente degradate e richiedevano qualche tipo di sfida.
Ma ciò che manca in Labor and Monopoly Capital è una direzione chiara per quella sfida — un’alternativa alla degradazione — nel contesto dei servizi. Per quanto riguarda la manifattura, Braverman aveva una richiesta coerente: la riunificazione del lavoro mentale e manuale, della concezione e dell’esecuzione, in combinazione con l’ingegneria e la scienza moderne. Ma poiché gran parte del lavoro di servizio rimane immune al progresso scientifico, la “reintegrazione” di concezione ed esecuzione è meno rilevante. Il problema del lavoro di pulizia non è che un addetto alle pulizie non capisca le tecnologie dei suoi prodotti per la pulizia. Il problema del lavoro carcerario non è che le guardie non abbiano abbastanza spazio per pensare ai propri processi lavorativi, ma che i processi lavorativi stessi siano socialmente distruttivi. Per il lavoro di servizio, quindi, le soluzioni alla degradazione sembrano avere un carattere diverso.
Catastrofe e progresso insieme
Nella sua analisi della transizione dal lavoro artigianale a quello industriale, Braverman insisteva sul fatto che il capitale crea un potenziale di libertà umana finora sconosciuto, pur degradando la nostra esistenza nel presente. La storia del capitalismo era così una tragedia e una commedia al tempo stesso. Il mandato di lavorare secondo i ritmi del taylorismo era «un crimine contro la persona e contro l’umanità». ed era tuttavia parte di un processo che era «necessario per il progresso della razza umana», un processo che, una volta avviato, non era solo «inesorabile» ma, a ben vedere, positivo. Scrivendo nel 1984, Fredric Jameson implorava i marxisti di «rilevare in qualche modo… le nostre menti fino a un punto in cui sia possibile comprendere che il capitalismo è al contempo la cosa migliore che sia mai accaduta alla razza umana e la peggiore», di pensare «catastrofe e progresso insieme». Braverman fece questo.
Ma l’ascesa dei servizi sembrava spingere questo «austero imperativo dialettico» (per citare di nuovo Jameson) ai suoi limiti. Braverman cercò di articolare lo stesso dare e avere che aveva applicato all’ascesa delle macchine nell’industria. «I servizi sociali stessi che dovrebbero facilitare la vita sociale e la solidarietà sociale [ora] producono l’effetto opposto», scrisse:
Man mano che i progressi delle moderne industrie domestiche e dei servizi alleggeriscono il lavoro familiare, accrescono la futilità della vita familiare; man mano che rimuovono i pesi delle relazioni personali, ne spogliano gli affetti; man mano che creano una vita sociale intricata, la privano di ogni residuo di comunità e lasciano al suo posto il nesso di denaro.
Qui Braverman ripete, in una chiave nuova, il suo attento rispecchiamento della descrizione delle macchine fatta da Marx nel Capitale. Il capitalismo crea il potenziale per «una vita sociale intricata» di interdipendenza reciproca, ma in forma degradata e a fini degradanti. Tuttavia, anche quando Braverman accennava a questa interpretazione dell’economia dei servizi, sembrava riluttante ad accettarla. La mercificazione della cura, la sussunzione delle nostre relazioni sociali più umane nella logica del capitale — era questo sviluppo troppo unilaterale, troppo totalizzante, perché la vecchia dialettica potesse reggere? Braverman non affrontò mai esplicitamente questa domanda. Ma essa covava rovente sotto la sua analisi.
Se il capitale aveva smesso di guardare oltre se stesso, una soluzione era tornare indietro. Il desiderio di un passato remoto è una presenza spettrale in Labor and Monopoly Capital, mai del tutto presente ma mai del tutto assente. «Sono sempre stato un modernizzatore», scrisse Braverman nella sua introduzione, un’insistenza che precedeva un’ammissione: «mentre rileggo queste pagine, trovo in esse non solo un senso di oltraggio sociale, ma forse anche di affronto personale». Eppure: «Spero che nessuno tragga da ciò la conclusione che le mie opinioni siano modellate dalla nostalgia per un’epoca che non può essere riconquistata. Piuttosto, le mie opinioni sul lavoro sono governate dalla nostalgia per un’epoca che non è ancora venuta in essere».
Braverman protestava troppo. Se è difficile non idealizzarlo, è anche difficile negare che egli abbia romanticizzato — contro le sue intenzioni — un mondo di artigiani e comunità radicate, esso stesso parte del primo capitalismo. «Penso che sia difficile per la gente della generazione studentesca attuale capire», disse in una lezione poco prima della sua morte. «Quando la mia generazione cresceva, questa distruzione all’ingrosso di uno stile di vita era ancora in corso». Oltraggio sociale, affronto personale: la linea è sottile. Cinquant’anni dopo, tuttavia — mentre il capitale svuota le nostre relazioni sociali e dà fuoco al nostro futuro — le ambivalenze di Braverman sono istruttive per l’anticapitalismo che il nostro momento richiede. Non solo la trascendenza del lavoro attraverso la tecnologia, ma la sua redistribuzione e abolizione attraverso la volontà politica. Forse la rivoluzione sociale del ventunesimo secolo dovrebbe trarre parte della sua poesia dal passato.
Analisi by ChatGPT 22-10-26
1. Presentazione per il post di 42rosso
Rileggere Harry Braverman: capitalismo, controllo del lavoro e possibilità di emancipazione
A cinquant’anni dalla pubblicazione di Labor and Monopoly Capital (1974), Sophina Clark e Daniel Judt tornano sull’opera di Harry Braverman, uno dei più importanti tentativi di applicare la critica marxiana dell’economia politica alla trasformazione del lavoro nel capitalismo statunitense.
Il contributo ricostruisce il nucleo dell’analisi di Braverman: la separazione fra concezione ed esecuzione, l’espropriazione delle conoscenze dei lavoratori, la gestione scientifica della produzione e il ruolo della tecnologia nel rafforzamento del controllo capitalistico. Ma il suo interesse va oltre la fabbrica. L’espansione del capitale investe progressivamente i servizi, il lavoro di cura, le attività domestiche e le relazioni sociali, trasformando in merci ambiti della vita precedentemente organizzati al di fuori del mercato.
Gli autori invitano a non ridurre Braverman alla sola tesi della dequalificazione professionale. Il problema fondamentale non è semplicemente la perdita di competenze o la diminuzione dei salari, ma la sottrazione ai lavoratori del controllo sul processo produttivo e sulle condizioni del proprio lavoro. Le macchine e il progresso scientifico potrebbero ridurre la fatica e ampliare la libertà umana; sotto il dominio del capitale, possono invece intensificare il lavoro, accrescere la subordinazione e rendere le capacità umane strumenti dell’accumulazione.
La rilettura affronta anche una questione più difficile: se la mercificazione dei servizi e della cura indebolisce la solidarietà e la vita comunitaria, quale prospettiva emancipatrice può sostituire la semplice nostalgia per forme di lavoro e relazioni sociali del passato?
Il saggio propone così una riflessione attuale sul rapporto fra tecnologia, organizzazione del lavoro e trasformazione sociale. La prospettiva indicata nel finale non consiste soltanto nel liberare il lavoro attraverso il progresso tecnico, ma anche nel ripensarne la distribuzione e nella possibilità di superare forme di lavoro socialmente necessarie ma alienanti.
Temi: Harry Braverman; Karl Marx; capitalismo monopolistico; processo lavorativo; taylorismo; automazione; lavoro nei servizi; mercificazione della cura; tecnologia e controllo; emancipazione del lavoro.
2. Descrizione
- Titolo originale Revisiting Harry Braverman’s Labor and Monopoly Capital
- Autori Sophina Clark e Daniel Judt
- Testata Jacobin
- Tipologia documentaria Articolo di analisi e interpretazione storico-teorica
- Opera al centro dell’articolo Harry Braverman, Labor and Monopoly Capital (1974)
- Ambito geografico principale Stati Uniti; prospettiva teorica sul capitalismo contemporaneo
- Periodo trattato Dal capitalismo industriale del Novecento al capitalismo contemporaneo
- URL della fonte Jacobin – Revisiting Harry Braverman’s Labor and Monopoly Capital
- Immagine associata Operai alla catena di montaggio Ford, Minnesota, marzo 1935; credito riportato nella fonte: Minnesota Historical Society / Corbis via Getty Images
4.7. Tesi centrale
Il capitalismo non trasforma il lavoro soltanto attraverso la riduzione dei costi o l’innovazione tecnologica. Riorganizza sistematicamente il processo produttivo per trasferire il controllo delle conoscenze e delle decisioni dai lavoratori alla direzione, subordinando le potenzialità della scienza e delle macchine alla valorizzazione del capitale.
La stessa dinamica si estende oltre la fabbrica: l’accumulazione investe i servizi e le relazioni quotidiane, trasformando attività precedentemente svolte nell’ambito domestico o comunitario in prestazioni mercificate.
Clark e Judt sostengono che Braverman rimane utile per comprendere queste trasformazioni, ma individuano una difficoltà: il modello emancipatore della riunificazione fra ideazione ed esecuzione non è sufficiente a risolvere tutti i problemi dei servizi e delle attività socialmente distruttive. La prospettiva di superamento deve quindi affrontare anche la distribuzione e l’abolizione di determinate forme di lavoro.
4.8. Analisi per punti
1. Il processo lavorativo come luogo del dominio capitalistico
L’analisi parte dalla produzione, dove la forza-lavoro viene impiegata e controllata. Il problema non è limitato alla distribuzione della ricchezza: riguarda il potere di organizzare e dirigere l’attività lavorativa.
2. Divisione del lavoro e perdita di autonomia
La scomposizione delle mansioni separa il lavoratore dalla conoscenza complessiva del processo. Le competenze vengono trasferite alla direzione, mentre l’esecuzione diventa più standardizzata.
3. Taylorismo e monopolio della conoscenza
La gestione scientifica non è presentata come semplice applicazione neutrale della scienza. È una tecnica organizzativa che concentra la progettazione nelle mani del management e limita la capacità decisionale dei lavoratori.
4. Tecnologia e automazione
Macchine, software e innovazioni tecniche possono accrescere la produttività e ridurre la fatica. La loro organizzazione capitalistica, tuttavia, può rafforzare il controllo, semplificare le mansioni e rendere il sapere operaio subordinato.
5. Dall’industria ai servizi
La riduzione relativa del lavoro manifatturiero e l’espansione dell’accumulazione favoriscono la crescita di nuove attività. Il capitalismo estende la produzione di merci a servizi, intrattenimento, sicurezza e cura.
6. Genere e riproduzione sociale
L’articolo sottolinea il ruolo del lavoro domestico e di cura, storicamente svolto soprattutto dalle donne, nella formazione dei nuovi mercati dei servizi e nella composizione della forza-lavoro.
7. Mercificazione delle relazioni sociali
Attività e relazioni prima organizzate nella famiglia o nella comunità vengono convertite in servizi acquistabili. Gli autori richiamano la contraddizione fra aumento dell’interdipendenza sociale e indebolimento dei legami comunitari.
8. Il limite del modello emancipatore
La ricomposizione fra ideazione ed esecuzione offre una risposta per alcuni lavori industriali, ma non basta per occupazioni il cui problema risiede nella funzione sociale stessa, come alcune attività carcerarie. Occorre una critica più ampia dell’organizzazione del lavoro.
9. Progresso, nostalgia e futuro
Braverman individua nelle capacità produttive sviluppate dal capitalismo la possibilità di una società più libera. Clark e Judt segnalano però una tensione fra questa prospettiva e il rimpianto per le comunità e le forme di lavoro distrutte dalla modernizzazione.
4.9. Abstract analitico breve
Il saggio ripercorre la teoria di Harry Braverman sul controllo capitalistico del processo lavorativo e ne valuta la capacità di interpretare le trasformazioni contemporanee. La divisione del lavoro e il taylorismo sottraggono ai lavoratori il controllo delle conoscenze e delle decisioni; l’automazione, anziché garantire automaticamente una riduzione della fatica, può rafforzare la subordinazione. L’espansione del capitale nei servizi e nella cura modifica inoltre la composizione della classe lavoratrice e mercifica relazioni precedentemente organizzate nella famiglia e nella comunità. La rilettura individua un limite nella soluzione emancipatrice fondata sulla ricomposizione fra ideazione ed esecuzione e propone di considerare anche la redistribuzione e il superamento di forme di lavoro socialmente alienanti.
4.10. Abstract esteso
Il contributo di Clark e Judt propone una rilettura di Labor and Monopoly Capital, pubblicato da Harry Braverman nel 1974, per valutarne la rilevanza nello studio del capitalismo contemporaneo. La tesi di fondo è che il libro non debba essere ridotto alla cosiddetta deskilling thesis, ossia all’idea di una progressiva e lineare perdita delle competenze professionali. Il nucleo dell’opera risiede piuttosto nell’analisi del trasferimento del controllo sul processo lavorativo dai lavoratori alla direzione capitalistica.
La gestione scientifica del lavoro, associata al taylorismo, separa la progettazione dall’esecuzione e concentra le conoscenze organizzative e tecniche nel management. L’evoluzione della meccanizzazione e dell’informatica può intensificare questo processo, subordinando le potenzialità della scienza alla redditività e al controllo. La tecnologia presenta quindi una contraddizione: può liberare gli esseri umani dalla fatica e ampliare le capacità produttive, ma, nelle relazioni sociali capitalistiche, può generare nuove forme di dipendenza.
Una seconda dimensione riguarda la trasformazione della struttura occupazionale. L’espansione del capitale non determina soltanto il declino relativo del lavoro industriale, ma favorisce la crescita dei servizi e la conversione in merci di attività legate al tempo libero, alla sicurezza, alla riproduzione domestica e alla cura. Tale processo presenta una marcata dimensione di genere, poiché coinvolge attività storicamente svolte dalle donne e spesso caratterizzate da bassi salari.
Gli autori riconoscono la capacità di Braverman di interpretare queste dinamiche, ma ne discutono anche le difficoltà. La ricomposizione fra lavoro intellettuale e manuale non rappresenta una risposta sufficiente per tutti i servizi, soprattutto quando è la funzione sociale di un’attività a risultare problematica. La tensione fra progresso tecnologico, distruzione delle comunità e nostalgia per il passato conduce così a una questione politica più ampia: non soltanto come liberare il lavoro attraverso la tecnologia, ma come redistribuirlo e superare le sue forme alienanti.
7. Valutazione critica del contributo
7.1. Punti di forza
1. Superamento della lettura riduttiva di Braverman. Il saggio restituisce la centralità del controllo sul processo lavorativo, evitando di identificare tutta la teoria con la semplice perdita di competenze.
2. Collegamento fra fabbrica e società. La transizione dal lavoro industriale ai servizi viene letta come parte della dinamica dell’accumulazione, non come passaggio automatico a una società postindustriale più libera.
3. Centralità del lavoro di cura. La dimensione di genere permette di ampliare l’analisi della classe lavoratrice, includendo attività domestiche e riproduttive.
4. Interpretazione non deterministica della tecnologia. La tecnologia non è trattata come causa autonoma di liberazione o oppressione: i suoi effetti dipendono anche dai rapporti sociali entro cui viene utilizzata.
5. Riconoscimento di una difficoltà teorica reale. Gli autori mostrano che la ricomposizione delle competenze non risolve automaticamente i problemi di ogni attività lavorativa.
7.2. Limiti e questioni aperte
1. La distanza storica dal 1974. Gli autori riconoscono che Braverman non ha analizzato compiutamente la globalizzazione e il neoliberalismo. L’attualizzazione resta pertanto un’interpretazione, non una dimostrazione che ogni sua previsione si sia verificata.
2. La necessità di differenziare i servizi. Il lavoro di cura, il commercio, l’istruzione, la sicurezza e le attività amministrative presentano caratteristiche diverse. Non tutte le forme di servizio possono essere ricondotte allo stesso meccanismo di degradazione.
3. Il rapporto fra tecnologia e qualificazione. L’articolo mette in luce le tendenze al controllo e alla semplificazione, ma non sviluppa una verifica empirica comparativa delle professioni in cui le tecnologie possono anche accrescere autonomia e competenze.
4. La prospettiva politica rimane aperta. Il finale propone la redistribuzione e l’abolizione di determinate forme di lavoro, senza costruire un programma istituzionale dettagliato per realizzarle.
5. Il problema dell’agire collettivo. La centralità del capitale come soggetto del processo storico è teoricamente feconda, ma lascia aperta la questione di come si formino organizzazione, coscienza e capacità politica dei lavoratori necessarie a trasformare i rapporti di produzione.
7.3. Giudizio editoriale
Il contributo è particolarmente adatto a 42rosso perché collega la critica marxiana del processo produttivo alla trasformazione della società contemporanea. Il suo valore non consiste nel fornire un’analisi empirica aggiornata di ogni settore, ma nel riaprire una questione teorica: il progresso delle forze produttive non coincide necessariamente con il progresso della libertà umana.
La lettura è utile anche per collegare articoli dedicati all’intelligenza artificiale, all’automazione, alla gestione algoritmica, alla precarizzazione e alla crisi delle forme tradizionali di solidarietà. Questi collegamenti sono piste di ricerca per l’archivio, non temi tutti sviluppati direttamente nell’articolo.
Sul libro di Braverman
1. Summary / Sommario
English Version
- New Introduction by John Bellamy Foster (ix)
- Foreword by Paul M. Sweezy (xxv)
- Introduction (3)
- Part I: Labor and Management
- Chapter 1: Labor and Labor Power (31)
- Chapter 2: The Origins of Management (41)
- Chapter 3: The Division of Labor (49)
- Chapter 4: Scientific Management (59)
- Chapter 5: The Primary Effects of Scientific Management (86)
- Chapter 6: The Habituation of the Worker to the Capitalist Mode of Production (96)
- Chapter 1: Labor and Labor Power (31)
- Part II: Science and Mechanization
- Chapter 7: The Scientific-Technical Revolution (107)
- Chapter 8: The Scientific-Technical Revolution and the Worker (117)
- Chapter 9: Machinery (127)
- Chapter 10: Further Effects of Management and Technology on the Distribution of Labor (163)
- Chapter 7: The Scientific-Technical Revolution (107)
- Part III: Monopoly Capital
- Chapter 11: Surplus Value and Surplus Labor (175)
- Chapter 12: The Modern Corporation (179)
- Chapter 13: The Universal Market (188)
- Chapter 14: The Role of the State (197)
- Chapter 11: Surplus Value and Surplus Labor (175)
- Part IV: The Growing Working-Class Occupations
- Chapter 15: Clerical Workers (203)
- Chapter 16: Service Occupations and Retail Trade (248)
- Chapter 15: Clerical Workers (203)
- Part V: The Working Class
- Chapter 17: The Structure of the Working Class and Its Reserve Armies (261)
- Chapter 18: The “Middle Layers” of Employment (279)
- Chapter 19: Productive and Unproductive Labor (284)
- Chapter 20: A Final Note on Skill (294)
- Chapter 17: The Structure of the Working Class and Its Reserve Armies (261)
- Appendices & Index
- Appendix 1: Two Comments (311)
- Appendix 2: The Degradation of Work in the Twentieth Century (316)
- Index (326)
- Appendix 1: Two Comments (311)
Versione Italiana
- Nuova Introduzione di John Bellamy Foster (ix)
- Prefazione di Paul M. Sweezy (xxv)
- Introduzione (3)
- Parte I: Lavoro e Management
- Capitolo 1: Lavoro e forza-lavoro (31)
- Capitolo 2: Le origini del management (41)
- Capitolo 3: La divisione del lavoro (49)
- Capitolo 4: Il management scientifico (59)
- Capitolo 5: Gli effetti primari del management scientifico (86)
- Capitolo 6: L’assuefazione del lavoratore al modo di produzione capitalistico (96)
- Capitolo 1: Lavoro e forza-lavoro (31)
- Parte II: Scienza e Meccanizzazione
- Capitolo 7: La rivoluzione scientifico-tecnica (107)
- Capitolo 8: La rivoluzione scientifico-tecnica e il lavoratore (117)
- Capitolo 9: I macchinari (127)
- Capitolo 10: Ulteriori effetti del management e della tecnologia sulla distribuzione del lavoro (163)
- Capitolo 7: La rivoluzione scientifico-tecnica (107)
- Parte III: Il Capitale Monopolistico
- Capitolo 11: Plusvalore e pluslavoro (175)
- Capitolo 12: La grande impresa moderna (179)
- Capitolo 13: Il mercato universale (188)
- Capitolo 14: Il ruolo dello Stato (197)
- Capitolo 11: Plusvalore e pluslavoro (175)
- Parte IV: Le occupazioni in crescita della classe operaia
- Capitolo 15: Impiegati e lavoratori d’ufficio (203)
- Capitolo 16: Professioni dei servizi e commercio al dettaglio (248)
- Capitolo 15: Impiegati e lavoratori d’ufficio (203)
- Parte V: La Classe Operaia
- Capitolo 17: La struttura della classe operaia e i suoi eserciti industriali di riserva (261)
- Capitolo 18: Gli “strati intermedi” dell’occupazione (279)
- Capitolo 19: Lavoro produttivo e improduttivo (284)
- Capitolo 20: Una nota finale sulla qualifica (294)
- Capitolo 17: La struttura della classe operaia e i suoi eserciti industriali di riserva (261)
- Appendici e Indice
- Appendice 1: Due commenti (311)
- Appendice 2: La degradazione del lavoro nel ventesimo secolo (316)
- Indice analitico (326)
- Appendice 1: Due commenti (311)
2. Approfondimento: Il Capitale delle Piattaforme e la Teoria di Braverman
Il capitalismo delle piattaforme (da Amazon a Uber, fino alle piattaforme di micro-lavoro e moderazione contenuti) non smentisce la tesi di Braverman, ma ne rappresenta l’evoluzione iper-tecnologica. Il passaggio chiave è l’evoluzione del taylorismo in quello che viene definita “gestione algoritmica” (algorithmic management).
A. La separazione tra Concezione ed Esecuzione nell’Era dell’Algoritmo
Braverman individua nel taylorismo il principio cardine per cui il capitale sottrae la conoscenza del processo produttivo ai lavoratori per accentrarla nella direzione aziendale (conception vs. execution).
- Nel taylorismo classico: Il cronometrista con il blocco appunti misurava i movimenti manuali dell’operaio in fabbrica.
- Nelle piattaforme digitali: L’algoritmo rileva in tempo reale, tramite GPS e tracciamento software, ogni secondo, percorso o clic dell’operatore (rider, magazziniere Amazon, driver). La concezione dell’itinerario e del tempo di consegna è completamente sottratta al lavoratore e codificata nel software.
B. Dequalificazione (Deskilling) e Frammentazione del Lavoro
Nel Capitolo 15 e 16, Braverman analizza come le mansioni d’ufficio e di servizio venissero gradualmente standardizzate, ridotte a compiti meccanici privi di autonomia decisionale.
Le piattaforme portano questo processo all’estremo attraverso la parcellizzazione estrema:
- Lavoro cognitivo “smontato”: Attraverso piattaforme come Amazon Mechanical Turk, compiti complessi di addestramento dati o annotazione immagini vengono divisi in micro-task anonimi e pagati a pezzo.
- Sostituzione dell’esperienza col software: Come il controllo numerico toglieva al meccanico la conoscenza della macchina (Cap. 9), l’algoritmo di navigazione rende superflua la conoscenza del territorio per un autista o un fattorino.
C. L’Estensione del “Mercato Universale” (Capitolo 13)
Uno dei concetti più penetranti di Braverman è il mercato universale: il capitale non si limita a trasformare le fabbriche, ma entra in ogni aspetto della vita sociale, mercificando relazioni, tempo libero, e cura.
Le piattaforme concretizzano esattamente questa previsione:
- Attività tradizionalmente informali o comunitarie (i passaggi in auto con Uber, la gestione dell’alloggio occasionale con Airbnb, la preparazione dei pasti con il food delivery) vengono portate formalmente dentro la rete del plusvalore e della mediazione capitalistica.
D. Il finto lavoro autonomo e l’Esercito Industriale di Riserva (Capitolo 17)
Nel Capitolo 17, Braverman spiega come il capitale mantenga sempre una quota di forza-lavoro precaria e sostituibile per calmierare i salari e garantire flessibilità.
Le piattaforme riclassificano ideologicamente i lavoratori come “collaboratori autonomi” o “partner”, eliminando le tutele del lavoro subordinato, ma esercitando su di essi un controllo capillare tramite il rating degli utenti e le metriche dell’algoritmo. Ciò crea un esercito di riserva globale e iper-frammentato, accessibile con un solo clic dall’infrastruttura della piattaforma.
