Andrea Bagni Gli sdraiati ci salveranno – Moreno Biagioni In piedi, sdraiati!
Nella vita pubblica italiana c’è un grande assente (oltre il buonsenso); la gioventù. E’ assente per il calo demografico, è assente dal lavoro perché non lo trova, è assente dalla cultura del nostro paese perché, se talentuosa, deve migrare per sopravvivere, è assente dalla politica perché non va più neppure a votare. Eppure quando si muove si fa sentire. Si parla della gioventù “onesta” non inquinata da teorie e militanze nazi-sovraniste che riguardano una stretta minoranza seppur chiassosa. La Politica di sinistra, di centro, socialiberale, liberalsociale, variamente democratica … e tutte le sue sfumature, sembra sottovalutare il problema: e anche qui la gioventù é assente.
Pubblichiamo per DAS – Diritti a Sinistra due interventi che auspichiamo trovino un seguito, nel dibattito ma soprattutto nell’azione politica.
I due testi — Gli sdraiati ci salveranno di Andrea Bagni e la risposta In piedi, sdraiati! di Moreno Biagioni — costituiscono un dittico che vale la pena pubblicare insieme proprio per il loro rapporto dialettico. Bagni parte da un paradosso generazionale: i giovani descritti come apatici e disincantati sono gli stessi che riempiono le piazze per Gaza, che votano in massa al referendum costituzionale, che si mobilitano per la Flottiglia. La sua tesi è che si tratti di un impegno “a scala ridotta”, esistenziale più che politico-organizzativo, segnato da una sfiducia ormai irreversibile verso la rappresentanza istituzionale — una politica della gentilezza e della cura più che della teleologia novecentesca.
Biagioni risponde da posizione di “sessantottino non pentito”: condivide la diagnosi ma contesta l’irreversibilità del divorzio fra movimenti e istituzioni, richiamando la stagione delle riforme post-’68 (Statuto dei lavoratori, riforma sanitaria, diritto di famiglia) come prova storica che la partecipazione dal basso può tradursi in conquiste politico-istituzionali — e ripercorre poi la parabola partecipativa italiana dagli anni ’70 ai CPR di oggi.
Il contrappunto è netto: dove Bagni legge nella disaffezione una “ricchezza” (nessuna fede da tradire, nessun esercito a cui appartenere), Biagioni la legge come rischio di afasia politica, un’accettazione implicita della politica-come-cosa-sporca da cui tenersi lontani.
Andrea Bagni, Gli sdraiati ci salveranno (Volere la luna, 12/06/2026)
Si è parlato molto dei giovani e delle giovani per il voto sul referendum costituzionale. Disimpegnati, apatici cronici – che si impegnano e vanno a votare. Sorpresa. A me è tornato in mente un brano del romanzo Sabato di Ian McEwan del 2005. Il figlio risponde al padre che mi pare gli chieda come mai non è in piazza per la guerra in Iraq. Theo, il figlio, risponde: «Quando ci ostiniamo ad occuparci dei massimi sistemi, della situazione politica, del surriscaldamento dell’atmosfera, della povertà nel mondo, sembra tutto tremendo, senza possibilità di recupero, senza la minima prospettiva. Se invece ridimensiono il pensiero, avvicino lo sguardo – concentrandomi, che so, sulla ragazza appena conosciuta, oppure la canzone che vogliamo fare con Chas, o la giornata di snowboard il mese prossimo –, diventa tutto bellissimo. Perciò d’ora in poi il mio motto sarà: solo pensieri su scala ridotta». Ho pensato anche al libro di grande successo di Michele Serra, Gli sdraiati. Solo una vita serenamente passiva e progetti da divano. Telecomando cellulare e popcorn.
Ma sono gli stessi giovani, così lontani dalla politica, che hanno riempito le strade per Gaza e la Flottiglia; che hanno votato in massa per difendere la Costituzione con il referendum, e prima ancora anche per i quesiti sul lavoro della Cgil? Sì, è passato un po’ di tempo ma sono loro. Sembra un paradosso. Perché le ragazze e i ragazzi che incontriamo sono davvero disincantati rispetto alla dimensione tradizionale della politica. E si sentono anche impotenti di fronte al disastro del mondo. Non solo i giovani peraltro. L’impotenza è un sentimento di massa, come il disincanto. Non si crede più nei governi o nelle opposizioni, nel sicuro avvento del sole dell’avvenire. Che lo Stato, le Leggi, le Istituzioni possano cambiare la tua vita, meno che mai. Però quel disincanto e quel senso di impotenza nei giovani non producono affatto disimpegno. Anzi. È casomai la generazione di mezzo che scompare dai radar: i giovani e i vecchi li trovi nei luoghi della polis. Hanno il desiderio e anche la pratica della comunità.
Ho trovato una riflessione su questo agire senza certezze nel piccolo magnifico libro di Franco Marcoaldi, La Disperanza. Si racconta che in auto verso una gelateria di Orbetello, il giovane Leo dichiara di punto in bianco: «La sai una cosa? Ho vent’anni e non so cosa voglia dire “sperare in un mondo migliore”. […] Mi piace da pazzi viaggiare con gli amici, andare in luoghi lontani e magari conoscere qualche ragazza che mi fa battere il cuore. […] Adoro la gentilezza, soprattutto di sconosciuti incontrati per caso, che mi salutano per strada e neanche li conosco, mentre mi fanno infuriare le mille ingiustizie di cui è pieno il mondo e contro le quali scendo in piazza con altri ragazzi come me. […] Ma la speranza in un mondo diverso, quella proprio non so cosa sia». La gentilezza. Mi ha fatto venire in mente la mia nipote di sette anni che mi ha detto chi sono per lei i super-eroi – come il nostro amico Filippo che, anestesista, è andato con Medici Senza Frontiere a Gaza. «Nonno ecco, sono quelli che fanno una cosa che gli sta molto a cuore, e la fanno con gentilezza». La gentilezza come una pratica rivoluzionaria, tessitura di umanità.
Dunque la generazione che si sente impotente e non spera in un futuro radioso, nelle magnifiche sorti e progressive, è tutt’altro che disimpegnata. Scende in piazza di fronte all’ingiustizia e al genocidio, va anche a votare per la Costituzione. A Firenze riempie gli appuntamenti di lotta e di letteratura della ex Gkn – altra pratica conflittuale e amorosa di comunità. Quello che colpisce i nonni come me, è il rapporto che queste ragazze e ragazzi hanno con la rappresentanza. Zero, proprio zero. Nessuna fiducia, non si aspettano niente. Chissà perfino se vanno a votare per le politiche – se lo fanno penso sarà solo per scegliere il male minore, il meno peggio. Il mondo della politica istituzionale a me sembra per loro lontanissimo. Quindi nessuno si azzardi a pensare che quelli saranno tutti voti per il centrosinistra nel 2027. Sarebbe un disastro annunciato. Forse ha fatto eccezione, ha superato questo baratro, il Governo Conte due, nella prima fase della pandemia. L’appuntamento delle 18 era una scadenza collettiva, intercettava un sentimento diffuso anche fra i miei studenti. Più o meno quel “nessuno si salva da solo” che – di nuovo – produceva il senso di una comunità e il valore dello spazio pubblico. Di cura e di relazione.
Si potrebbe pensare che sia compito della politica colmare la distanza, magari a partire da un programma elettorale adeguato, e certo non è sbagliato. Ma il messaggio dovrebbe essere radicale e i messaggeri sono radicalmente non credibili, così consumati dai politicismi, indesiderabili. A me sembra che adesso quella disaffezione dalla rappresentanza sia un dato irreversibile. Quasi un tratto ontologico di questo protagonismo giovanile. Il punto però è che quella mancanza di speranza nello Stato e nella Politica può essere una ricchezza. Non c’è il sole dell’avvenire ma neanche qualcuno o qualcosa cui affidarsi che ti faccia aspettare fiducioso. Nessuna o nessuno a cui delegare o al cui esercito appartenere.
Aveva scritto Marco Revelli in un saggio bellissimo di venti anni fa, Oltre il Novecento, che il futuro sarebbe stato non di militanti ma di volontari, e oggi sono Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea Saving Humans che emozionano. Quello che accende la partecipazione delle ragazze e dei ragazzi mi sembra una dimensione etica profonda, di politica esistenziale. Un sentimento di intollerabile ingiustizia, il bisogno di esserci individualmente con gli altri per gli altri. Non si aspettano che cambi il mondo perché sono scesi in piazza, e però le riempiono lo stesso le strade. Perché non puoi farne a meno. Perché il mondo e la sua violenza sono entrati in quella “scala ridotta” dei pensieri, nel senso che sono diventate ferite personali. Il telecomando ti fa vedere bambini che muoiono di fame, barche affondate, persone a testa bassa piegate nell’umiliazione dei potenti. E nel Mediterraneo non ci sono taxi, solo grandi cimiteri di mamme e neonati. E tutto ci tocca e ci riguarda. Non si può chiedere a questo slancio, che nasce da un sentimento, continuità e organizzazione. Di nuovo, ne è ontologicamente lontano. E tuttavia esiste, e immette nel tessuto discorsivo della società le sue parole e la sua etica. Non garantirà vittorie elettorali, forse, però educa e diffonde civiltà umana.
Questo esserci comunque, anche senza grandi certezze o facili speranze, scalda il cuore. Ha un che di leopardiano. Non ci sono paradisi alla fine, vite eterne da conquistare; siamo tutti gettati in un mondo privo di senso soprannaturale e senza eternità. Ma in questo essere “ginestre” orfani di dio siamo fratelli e sorelle. E possiamo dare senso al mondo con quello che facciamo nel mondo noi stessi, per come ci aiutiamo a vicenda. Per come siamo sensibili alla sofferenza e sentiamo certe ferite come nostre. Non c’è bisogno di avere fede nella rivoluzione per essere rivoluzionari. Importa vivere intensamente – e con gentilezza – il nostro presente individuale e collettivo. Di individualismo comune. Come ha scritto Albert Camus (citato da Marcoaldi): «Mi rivolto dunque siamo».
Ho l’impressione che sul piano del voto politico, questa generazione sia condannata a quello che una volta di chiamava “voto d’opinione”. Cioè senza appartenenza. Forse l’epoca delle forti appartenenze è finita con il Novecento e la storia dei partiti comunisti. Allora essere membri di un partito dava una sorta di orientamento universale, una chiave di lettura del mondo. Il principio e il fine di ogni agire politico. A me allora sembrava un po’ una chiesa, però funzionava e faceva storia. Tuttavia oggi nessuna teleologia mi pare più possibile. Oggi forse conta più il percorso che la meta. Più i compagni di viaggio e il paesaggio che si incontra che l’obiettivo definito da raggiungere. Il paesaggio sono gli essere umani, le guerre, l’ambiente che devastiamo, le migrazioni che imprigioniamo per non riconoscere noi stessi in quella fragilità, in quel desiderio disperato e appassionato di vita.
Non so bene che può fare la politica istituzionale per questo mondo giovanile – e non solo giovanile. Intanto quello che ha scritto il 26 maggio Gaetano Azzariti su il manifesto: «In fondo, oggi, non è difficile interpretare le “passioni elementari espresse dal popolo” in sede referendaria. Esse sono quelle che la nostra Costituzione ha scritto alle origini della nostra Repubblica, e che sono state progressivamente abbandonate e sostituite da altre. Le piazze le hanno ribadite, protestando contro tutte le guerre e riaffermando il principio pacifista, ribellandosi alla concentrazione dei poteri dei nuovi “re” (No Kings) e rivendicando il protagonismo del demos, inorriditi dal genocidio dei popoli e a favore dei diritti umani, opponendosi alle misure di esclusione dei “diversi” e invocando processi di integrazione tra i popoli». Provarci almeno a interpretare quelle passioni. Praticare da subito una sorta di etica radicale del linguaggio per una politica radicale. Che garantisca la vita sul pianeta, la pace, spazi pubblici, reti di relazioni radicalmente antiautoritarie. Relazioni in cui essere intere e interi. Con il diritto alla gioia e al piacere.
Sui cartelli delle ragazze alle manifestazioni del Friday For Future il lavoro del femminismo appariva chiaro. “Le stagioni sono più irregolari del mio ciclo”, “C’è più foresta sulle mie gambe che nell’intero pianeta”, “Se si sciolgono i ghiacciai come lo facciamo il mohito”, “Sopra i 40 gradi solo i super alcolici”, “La crisi climatica è più reale dell’orgasmo delle vostre mogli”… In fondo il femminismo è l’unica rivoluzione che nel Novecento si è realizzata. E ancora agisce. La vita politica oggi è personale oppure non è niente, si perde nell’iperuranio del chiacchiericcio mediatico.
Questa moltitudine di ragazze e ragazzi, che appare e scompare dalla sfera pubblica, ma esiste, è lontanissima dall’immaginarsi membro di un partito che dovrebbe conquistare lo Stato, per poi cambiare il mondo dal potere. Ma forse è capace di produrre spostamenti molecolari.
È capace di resistenza, esodo, diserzione, per fare comunità altrove. Magari a partire dai propri divani. Sono gli sdraiati che ci salveranno.
Moreno Biagioni, In piedi, sdraiati! (26/06/2026)
Movimenti e livelli istituzionali – Lo scritto di Andrea Bagni su “Volere la luna” “Gli sdraiati ci salveranno” è ampiamente condivisibile. Solo su un punto non mi trovo d’accordo, sulla constatazione, cioè, del fatto, giudicato ormai irreversibile, che non vi possa essere rapporto tra movimenti ed iniziative dal basso ed il livello istituzionale.
A parer mio, questo significa accettare una visione della politica istituzionale, divenuta ormai senso comune, che la individua come affare riservato agli/alle addetti/e ai lavori, inquinabile con clientele e corruzione (la politica come “cosa sporca”, da cui tenersi lontani).
Abbiamo esempi del passato che dimostrano come le lotte e i movimenti abbiano portato, nel tempo, a risultati importanti proprio a livello politico/istituzionale e che quindi questo passaggio, del rapporto con le istituzioni, sia importante e irrinunciabile,
Il ‘68/‘69 e le riforme – Le mobilitazioni del ’68 e del ’69 (che ricordo da “sessantottino” non pentito) portarono, nel decennio successivo, alle più importanti riforme che il nostro Paese abbia avuto – lo “Statuto dei lavoratori”, la riforma del diritto di famiglia, la riforma sanitaria (che ha prodotto, sulla carta, uno dei sistemi sanitari più avanzati del mondo) -, oggi in parte cancellate o disattese o messe in crisi dalla mancanza di finanziamenti.
Il senso della politica – Allora dovremmo riporre al centro della nostra attenzione il ruolo ed il senso della politica, da intendere – così veniva affermato in “Lettera a una professoressa” della Scuola di Barbiana (un punto di riferimento per molti di noi “sessantottini”) -, come la possibilità, e la capacità, di affrontare, e risolvere, tutti/e insieme, attraverso il confronto tra posizioni diverse, i problemi che man mano si pongono.
La partecipazione come punto centrale – Risulta centrale, a questo punto, la questione della “partecipazione”, che è stata fondamentale, negli anni ’60 e ’70, per lo sviluppo delle lotte e dei movimenti (tanto è vero che ciò ha comportato anche un ampliamento degli strumenti partecipativi a disposizione delle istituzioni – la realizzazione dei Consigli di Quartiere nelle medie e grandi città, le assemblee pubbliche, in cui discutere i bilanci, le scelte urbanistiche, i progetti sociali e per l’ambiente, le Commissioni consiliari, comunali e di quartiere, aperte ai contributi dei rappresentanti della società civile attiva – realtà dell’associazionismo e del volontariato -).
L’efficienza del governare – Tutto questo si è progressivamente ridotto, fino a scomparire completamente, nell’arco degli anni ‘90, quando è invece divenuta centrale l’idea che bisognava, prima di tutto, garantire la governabilità – l’efficienza del governare -, a cui la partecipazione poteva essere d’intralcio.
Ritorna la partecipazione – Un ritorno alla partecipazione, ampia e diffusa, si è avuta nella stagione dei “social forum” sul finire del secolo scorso ed all’inizio dell’attuale (con le drammatiche giornate di Genova nel 2001 e l’esaltante esperienza del Social Forum Europeo del 2002 a Firenze).
Il “bilancio partecipativo”, fiore all’occhiello, allora, dell’Amministrazione locale di Porto Alegre in Brasile, divenne un modello da imitare (anche se quasi nessuno riuscì a farlo davvero).
Di nuovo separati “governanti” e “governati” – Ma è stato un breve intervallo. Poi si è tornati alla normalità della separazione netta tra governanti, ad ogni livello – dai Quartieri ai Comuni alla Regione allo Stato -, e governati.
Enti locali e migranti – Un campo d’intervento degli Enti Locali, in cui, con l’ingresso nel nuovo millennio, vi è stato un deciso cambiamento di rotta, è sicuramente quello dell’accoglienza e dell’inclusione dei/delle migranti.
Aumento delle correnti migratorie – A partire dalla fine degli anni ‘70, quando l’immigrazione in Italia aumenta notevolmente, si rilevano numerose esperienze di impegno degli enti locali nei confronti di immigrati/e, spesso su sollecitazione di realtà come la Rete Antirazzista, che aprono vertenze in stretto contatto con le Associazioni che rappresentano gli stranieri/le straniere, da considerarsi cittadini/e, anche se non ancora riconosciuti ufficialmente come tali.
La Carta d’Intenti degli Amministratori Locali – E’ degli anni ‘80 la “Carta d’intenti” degli Amministratori Locali nei confronti, appunto, dei/delle migranti, che prevede, fra l’altro, che si proceda all’elezione, da parte degli stranieri e delle straniere che non possono partecipare alle elezioni in quanto manca loro il requisito della cittadinanza, di rappresentanti, detti “Consiglieri Stranieri aggiunti” (anche al Comune di Firenze fu fatto un Consiglio degli Stranieri che esprimeva una persona con il diritto di parola nelle riunioni del Consiglio Comunale).
Uffici Immigrati e Consulta Regionale Immigrazione – Molti Comuni danno vita ad Uffici Immigrati, che non sono solo sportelli informativi, com’è attualmente, dove ancora esistono, ma organismi con un ruolo politico, che promuovono iniziative ed attività per sostenere i diritti dei/delle migranti e l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) della Toscana mette in piedi una Consulta Regionale dell’Immigrazione, in cui sono presenti rappresentanti degli Enti Locali, delle Associazioni dei/delle migranti, delle organizzazioni sindacali e di volontariato impegnate sul terreno dell’accoglienza e dell’inclusione degli stranieri e delle straniere che giungono in Italia.
Una grande manifestazione antirazzista – Nel 1989, quando viene ammazzato a Villa Literno Jerry Masslo, un rifugiato sudafricano, a Roma vi è la più grande manifestazione antirazzista che si sia mai avuta nel nostro Paese (un milione di persone in piazza). Oggi muoiono quotidianamente decine di uomini, donne e bambini nel Mediterraneo, ma non si hanno reazioni di quel tipo. Ci siamo un po’ abituati a queste tragedie. Certo, c’è ancora chi si mobilita e chi cerca di operare in mare per salvare chi naufraga, sebbene ostacolato del Governo, ma risposte così ampie, diffuse, coinvolgenti non si sono più avute.
La svolta degli anni ‘90 – E’ sul finire del secolo che diventa centrale, accanto a quello della governabilità, il tema della sicurezza e dell’ordine pubblico, a destra, com’è naturale che sia, ma purtroppo anche a sinistra.
CPA, CPR, remigrazione – Invece di individuare nuovi canali per l’ingresso nel nostro Paese delle persone straniere e per la regolarizzazione di quelle già presenti (al riguardo vi sono proposte precise dell’ASGI – Associazione dei Giuristi per l’Immigrazione -), comincia la caccia al cosiddetto “clandestino”, colpevole di un’irregolarità amministrativa – la mancanza del permesso di soggiorno – che viene rinchiuso nelle prigioni chiamate CPA o CPR (Centri di Prima Accoglienza o Centri per il Rimpatrio). In questo la legge Turco-Napolitano sull’Immigrazione, frutto del centro-sinistra, non si differenzia granché dalla Bossi-Fini emanata dalla destra che, nel frattempo, era andata al potere. Ed oggi il governo italiano, ed anche, più in generale, l’Europa, decidono di realizzare i CPR in Paesi terzi, calpestando i più elementari diritti di coloro – uomini, donne, bambini – che sono privi/e del permesso di soggiorno. E’ divenuto anche di moda parlare di “remigrazione”, prospettando di fare in Italia quello che Trump sta già facendo negli Stati Uniti.
Un po’ di storia – Ho fatto un po’ di storia, non solo per ricordare quello che è accaduto appena ieri (anche se rinfrescare la memoria fa sempre bene, specie se si denunciano fatti che non si dovrebbero più ripetere e se si ricordano avvenimenti positivi, che potrebbero tornare in campo – il fatto che siano avvenuti dimostra che erano, e sarebbero di nuovo, possibili -), ma più che altro per incitare gli “sdraiati”, quelli che Andrea sostiene che ci salveranno e che indubbiamente hanno il merito di essersi mobilitati su alcuni temi oggi centrali – il genocidio a Gaza, innanzitutto, ma anche la questione ambientale e quella sociale – ad “alzarsi in piedi” ed affrontare il nodo di fondo del rapporto con la politica istituzionale, perché è attraverso di essa che si potranno davvero imboccare strade diverse, individuando nuovi spazi e nuove modalità per gestire tale rapporto, ridando senso alla parola “comunità”, ripartendo dal basso per ricostruire una vita democratica sulla base di quello che dice la Costituzione, unendo razionalità e sentimenti, per avviare nuovi progetti, recuperando l’utopia come meta verso cui continuare ad avanzare (la meta utopica non la raggiungeremo mai, ma, come afferma lo scrittore sudamericano Eduardo Galeano, è essenziale al fine di continuare a procedere per un futuro diverso senza rassegnarsi all’esistente).
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