Riuscirà il campo largo a non naufragare su questo scoglio?

G.L. Betti su post di A. Volpi. Il campo largo rischia di naufragare non per colpa degli avversari, ma per mancanza di una bussola propria. 4 gorghi da attraversare: il Patto di Stabilità da riformare, la transizione ecologica da guidare, il tessuto produttivo da difendere e il consenso elettorale da conquistare. Uno scoglio da evitare:…

Gian Luigi Betti

Alessandro Volpi ha centrato, in un recente post su Facebook — che riportiamo in coda — un nodo che l’opposizione italiana continua a eludere: criticare il governo Meloni per il mancato rispetto del vincolo del 3% deficit/PIL è non solo sbagliato, ma controproducente. Quel vincolo non è un parametro neutro di buona amministrazione, dice Volpi, ma il cuore pulsante del Patto di Stabilità europeo: uno strumento di austerità strutturale che comprime la spesa sociale, favorisce le privatizzazioni e subordina le politiche nazionali a una logica di rigore finanziario pensata per un contesto geopolitico che non esiste più.

Il paradosso è evidente: il mancato rispetto del 3% non significa meno welfare, prosegue Volpi, significa meno margini per il riarmo. Attaccare Meloni su questo punto vuol dire, implicitamente, chiedere più rigore — esattamente l’opposto di ciò che una sinistra degna di questo nome dovrebbe sostenere.

Ma c’è una seconda questione, a mio avviso più profonda, che riguarda direttamente il campo largo e la sua credibilità politica.

L’opposizione — nei suoi vari componenti, dal PD al Movimento 5 Stelle fino alle forze minori — sembra incline a sopportare le diversità interne pur di presentarsi come fronte unito ed evitare un’altra clamorosa débâcle elettorale. Ma fronte unito sotto quale bandiera? Per limitarsi al piano economico, non si vede all’orizzonte alcuna visione alternativa coerente alla governance economica europea [1]. Ci si muove tra posizioni contraddittorie: si critica l’austerità a parole, ma si accetta il Patto di Stabilità come orizzonte invalicabile; si invoca più spesa pubblica, ma si attacca il governo quando sfora i parametri. Questo cortocircuito non è solo una debolezza comunicativa — è una debolezza politica strutturale.

Volpi aggiunge un argomento storico che vale la pena sviluppare: i vincoli europei nacquero per isolare il debito europeo dalla volatilità del debito americano. Oggi, con il debito USA a 40.000 miliardi di dollari e un dollaro strutturalmente indebolito, quella giustificazione originaria è caduta. Il mondo è cambiato, ma le regole europee no. Anzi, si stanno irrigidendo proprio mentre si chiede agli Stati membri di riarmarsi — una contraddizione macroscopica che nessun governo europeo ha ancora il coraggio di nominare apertamente.


La transizione ecologica: un treno che l’Italia ha perso ma che deve rincorrere

Una visione alternativa credibile non può fermarsi alla critica del Patto. Deve misurarsi con le grandi trasformazioni strutturali in corso. La prima è quella ecologica ed energetica.

La svolta green europea — frenata politicamente negli ultimi anni, sotto la pressione dei governi più conservatori — si sta compiendo comunque, ma per via di mercato: le energie rinnovabili dominano già oggi la produzione elettrica in gran parte d’Europa. L’Italia è un’eccezione negativa. Il ritardo accumulato non è tecnologico — è politico. Un recupero rapido è possibile, ma richiede decisioni coraggiose: investimenti pubblici, produzione locale di tecnologie (pannelli, batterie, reti intelligenti) e la capacità di confrontarsi senza pregiudizi con il modello cinese, che in questo settore ha acquisito una leadership globale difficilmente contestabile. Lo stesso vale per l’auto elettrica: l’Italia è oggi sostanzialmente irrilevante in questo mercato, mentre la Cina ha già ridisegnato le regole del gioco. Aspettare non è un’opzione — è una resa.

Presentarsi alle elezioni smontando il mucchio di balle che ci sono state propinate — autosanzionarci col gas russo ci affranca dalla dipendenza dall’unico fornitore, le auto elettriche non possono avere stazioni di rifornimento efficienti, le pale eoliche disturbano il paesaggio, montano e marino, facciamo parte della civiltà occidentale e via farneticando — sarebbe davvero così terribile? E soprattutto: pensiamo davvero che il saldo tra i voti persi dalle frange “liberal-liberiste” della coalizione e quelli guadagnati dall’area del non-voto sia negativo?


Il tessuto produttivo: basta svendite, serve una politica industriale

La seconda questione strutturale riguarda il modello di sviluppo economico e occupazionale. L’Italia possiede un primato riconosciuto a livello mondiale nella costruzione di macchinari, nella meccanica di precisione, nell’agroalimentare, nella moda, nella ceramica — un tessuto produttivo diffuso, radicato nei territori, fatto di medie imprese spesso eccellenti. Un tessuto robusto che si accompagna a centri di eccellenza nel campo della ricerca e dell’istruzione. Questo patrimonio è però sistematicamente esposto a una pressione che si accentua nei momenti di crisi: l’acquisizione da parte di gruppi stranieri, spesso seguita non dal rilancio ma dalla chiusura o dal trasferimento delle competenze altrove. È una svendita silenziosa, accettata e talvolta persino incoraggiata in nome della libera circolazione dei capitali. Per non parlare della cosiddetta fuga dei cervelli, un fenomeno emblematico: lo Stato investe ingenti risorse per formare tecnici e scienziati di qualità e poi se li fa fregare per non garantire loro uno stipendio ed opportunità di lavoro decenti.

Sembra che attrarre capitali stranieri sia l’obiettivo primario; ma se qualcuno vuole investire nel nostro paese, mi pare assodato che lo faccia non per beneficenza ma per interesse. Allora i casi sono due: o pensa di fare il guadagno in modi che possiamo definire extra-produttivi ed extra-territoriali, oppure valuta seriamente le opportunità di profitto attraverso una ristrutturazione aziendale. Nel primo caso — che presenta una casistica davvero notevole di prenditori d’ogni risma e paese — il prenditore prende i soldi degli incentivi e scappa, oppure prende know-how, pacchetto clienti e marchio e scappa, oppure smantella tutto, vende a pezzetti, prende i soldi e scappa. Nel secondo caso, in verità più raro, l’imprenditore rassetta l’azienda e fa i lauti guadagni che servono a pagare gli interessi degli azionisti dei fondi che lo hanno finanziato.

Nel primo caso, per lo Stato, il contribuente e la società tutta, c’è una perdita netta. Nel secondo la perdita è per mancato guadagno. In entrambi i casi l’inerzia del settore pubblico è colpevole, facilmente dimostrabile e politicamente condannabile.

È così che la critica al Patto di Stabilità si incontra con una critica più ampia al dogma liberista che ha dominato la politica industriale europea: l’idea che il mercato sia in grado di allocare le risorse meglio di qualsiasi intervento pubblico, che la concorrenza globale sia sempre e comunque un bene, che lo Stato non debba avere preferenze su cosa si produce e dove. È un’ideologia che ha prodotto deindustrializzazione, dipendenze strategiche (dai microchip alle medicine) e desertificazione di interi territori. Il campo largo deve avere il coraggio di dirlo: serve una politica industriale nazionale ed europea, che sappia proteggere i settori strategici, sostenere la reindustrializzazione e mettere al centro l’occupazione di qualità.


Il tema di fondo che non può essere aggirato

Il campo largo ha dunque davanti a sé non uno scoglio ma un arcipelago: il Patto di Stabilità da riformare, la transizione ecologica da guidare, il tessuto produttivo da difendere. Tre questioni che hanno una radice comune — la necessità di uno Stato che torni ad avere una visione e gli strumenti per realizzarla — e che non possono essere affrontate con l’ambiguità o rinviate a dopo le elezioni.

Deve scegliere: o accetta il quadro esistente come immutabile — e allora dovrà spiegare dove trova le risorse per sanità, istruzione, transizione ecologica e difesa — oppure lo mette in discussione, costruendo una proposta riformista credibile a livello europeo.

La seconda strada è difficile ma non impossibile. Richiede visione e coraggio politico, capacità di tessere alleanze a livello europeo, conoscenza dei meccanismi del potere e del deep state, anche di quello internazionale, e l’affrancamento dalla logica partitocratica e correntizia della spartizione delle poltrone. Impresa ardua, ma è l’unica che può dare al campo largo una ragione d’essere che vada oltre l’anti-melonismo del presente.

Se non affronta questa questione, rischia di naufragare — non per colpa degli avversari, ma per assenza di una bussola propria.

La situazione è critica, anzi molto critica. Non resta che parlare chiaro al popolo italiano: chi saprà farlo non avrà bisogno di formule ed espedienti elettorali.

Non si chiede di mettere nel programma l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione o l’instaurazione dei soviet — ma almeno, che dico, un richiamo al riformismo socialista, anche socialdemocratico se proprio non si può avere di meglio o al keynesismo, di stampo liberal democratico ma che in tempi di crisi economica e politica fa sempre bene, o almeno, con Nanni Moretti, “qualcosa di sinistra”… E dire che il liberismo ha fallito e che lo ripudiamo in tutte le sue espressioni non dovrebbe essere così difficile: lo stanno facendo anche da destra.

[1] Ho preferito l’espressione “governance economica europea” a “politica economica europea”, che sarebbe formalmente più corretta. Una scelta non casuale: il termine governance riflette meglio il comportamento delle attuali élite europee, che sembrano agire più come agenti della finanza globale che come rappresentanti politici dei loro paesi e dell’Unione europea.

Gian Luigi Betti 24-4-26

Il post di Alessandro Volpi su Facebook

La politica italiana sta vivendo l’ennesima discussione surreale. La questione è ora quella del mancato rispetto del vincolo del 3 per cento fra deficit e Pil. In pratica il governo Meloni nonostante le roboanti dichiarazioni non ha centrato l’obiettivo europeo suscitando così gli attacchi dell’ opposizione. Ma cosa significa il mancato rispetto? In pratica una sola cosa: che l’Italia non può contrarre nuovo debito per il riarmo senza doverlo conteggiare nei vincoli di Stabilità. Dunque non meno spesa sociale ma meno armi: in sintesi Meloni avrà meno possibilità di riarmo. Dunque non è questo lo scandalo, anzi! Il vero problema infatti è il Patto di stabilità in quanto tale che impone un rigore nei conti destinato ad uccidere lo Stato sociale e a favorire le privatizzazioni. La stupidità sta nell’imporre la destinazione obbligata di risorse pubbliche all’integrale rispetto di una regoletta funzionale ad un modello di austerità socialmente pesantissima, aggravata da una politica monetaria della Bce finalizzata solo ad impedire qualsiasi tipo di indebitamento. A ciò  vorrei aggiungerei due considerazioni. La prima è relativa alle critiche al governo che non possono essere ridotte a slogan ma hanno bisogno di una vera visione alternativa: non ha senso criticare il mancato rispetto di un Patto folle. La seconda riguarda ancora quel Patto. I vincoli europei erano nati per difendere il debito europeo da quello USA. Ma oggi con un debito Usa a 40 mila miliardi e con il dollaro molto debole abbiamo ancora bisogno di quelle regole asfissianti?

Alessandro Volpi Facebook