AI 2026: Usa e Cina si contendono il futuro, e l’Europa? / Marco Mayer

Un articolo di Marco Mayer su Start Magazine (22 settembre 2026), pubblicato alla vigilia del vertice Trump-Xi del 24-25 settembre a Washington dedicato all’intelligenza artificiale. Il pezzo usa il caso di Mistral AI — la startup francese che a settembre 2026 ha raccolto 3 miliardi di euro in un round guidato da Samsung Electronics insieme a fondi europei e internazionali — come lente per discutere il paradosso della sovranità tecnologica europea: per diventare autonoma nell’AI, l’Europa dipende ancora in larga parte da capitali, chip, cloud e infrastrutture di origine soprattutto statunitense.

Sintesi dei temi affrontati by Claude 22-9-26

  1. Il contesto geopolitico immediato. Il vertice Usa-Cina del 24-25 settembre discuterà meccanismi di sicurezza sull’AI (il nuovo “Dialogo Usa-Cina sull’IA” annunciato dal segretario al Tesoro Bessent), a conferma che la questione è ormai centrale nella competizione strategica tra le due potenze.
  2. Il paradosso Mistral. Mistral dimostra che, per un’azienda europea, “diventare sovrana” nell’AI significa oggi integrarsi profondamente in una rete globale di capitali e tecnologie — non il contrario. La sovranità tecnologica, per Mayer, non si misura dalla sede legale di un’impresa ma dal controllo lungo l’intera catena del valore: capitale, chip, cloud, data center, energia, dati.
  3. L’asimmetria dei capitali. Secondo l’Ocse, nel 2025 gli Stati Uniti hanno assorbito circa il 75% del venture capital mondiale in AI, contro il 6% dell’Ue e il 5% della Cina — un dato che fotografa il divario di attrattività di capitale privato, non la capacità tecnologica complessiva.
  4. La risposta europea: le AI Gigafactories. La Commissione europea ha lanciato a luglio 2026 una gara per fino a sette AI Gigafactories (10 miliardi pubblici, target di 20 miliardi privati aggiuntivi), con candidature aperte fino al 12 novembre 2026 e prime strutture attese non prima della metà del 2028 — un passo importante ma non risolutivo, secondo l’autore.
  5. Tre modelli di governance a confronto. Ue (regolazione ex ante), Usa (ex post) e Cina (controllo statale totale con censura politica preventiva): Mayer sostiene che il rischio per l’Europa non sia “regolare troppo” in assoluto, ma calibrare le regole in modo da non penalizzare le proprie startup rispetto a operatori già dotati di capitale e infrastrutture.
  6. La proposta strategica: sovranità relazionale, non autarchia. Mayer respinge sia l’autosufficienza tecnologica (irrealistica) sia l’accettazione passiva della dipendenza, proponendo una “terza via”: usare la forza del mercato unico europeo per negoziare partnership selettive (con Usa, Canada, India) mantenendo il controllo degli asset strategici — capacità di calcolo, dati, proprietà intellettuale, talenti.
  7. Il banco di prova immediato. L’Europa non siederà al tavolo del vertice di Washington; la vera posta in gioco, per l’autore, è costruire nei mesi successivi una capacità negoziale autonoma in vista del round successivo.

AI 2026: Usa e Cina si contendono il futuro. E l’Europa deve ancora scegliere cosa fare da grande. Marco Mayer

Il caso Mistral mostra il paradosso della sovranità tecnologica europea: per diventare autonoma, l’Europa deve ancora ricorrere a capitali, chip, cloud e infrastrutture che provengono in larga parte dagli Stati Uniti. L’intervento di Marco Mayer.22 Settembre 2026 07:26

Tra pochi giorni, nel vertice del 24 e 25 settembre a Washington, Donald Trump e Xi Jinping discuteranno di intelligenza artificiale, un dossier cruciale della competizione, politica, economica e militare tra Stati Uniti e Cina. Non è un caso che, alla vigilia dell’incontro, americani e cinesi abbiano discusso di possibili meccanismi di sicurezza e canali riservati di comunicazione sui rischi dell’intelligenza artificiale. “Abbiamo discusso della creazione di un meccanismo di notifica reciproca per incidenti e minacce alla sicurezza. si chiamerà ‘Dialogo USA-Cina sull’IA’ e abbiamo concordato di incontrarci di nuovo”, ha spiegato il segretario Usa al Tesoro Bessent, sottolineando la volontà comune di definire obiettivi e sfide condivise sull’intelligenza artificiale.

Da anni Bruxelles parla di autonomia strategica e sovranità tecnologica. Ma gli sviluppi dell’ l’Intelligenza Artificiale AI stanno rendendo evidente che l’autonomia non coincide con l’autosufficienza. Nessun paese europeo controlla oggi da solo l’intera filiera necessaria per sviluppare un’intelligenza artificiale di frontiera: capitale, semiconduttori, potenza di calcolo, data center, energia, cloud, software, dati e talenti. In Europa esistono numerosi eccellenze di ricerca sulla AI. Per restare in Italia mi limito a citare tra le numerose realtà il Politecnici di Milano e Torino, le Università di Bologna, Pisa, La Sapienza di Roma tra le più attive nella ricerca sulla AI generative (LLM). La vera domanda per l’Europa non è quindi se riuscirà a fare tutto da sola. Oggi la domanda essenziale é quali alleanze e partnership servono per ridurre la dipendenza e realizzare nei prossimi dieci anni la vera autonomia strategica di cui tanto si parla.

Il caso Mistral AI è, da questo punto di vista, emblematico. Mistral è nata a Parigi nel 2023 ed è rapidamente diventata il simbolo delle ambizioni europee nell’intelligenza artificiale. La sua crescita ha però seguito una traiettoria che rende molto difficile separare ciò che è “europeo” da ciò che appartiene a una filiera tecnologica globale. Il dato più recente è significativo. Nel settembre 2026 Mistral ha raccolto 3 miliardi di euro. Il round è stato guidato da Samsung Electronics, insieme a Scaleup Europe Fund, gestito da EQT, e PSG Equity.

La compagine degli investitori comprende inoltre importanti operatori e fondi europei, americani e internazionali. Il dato corregge una lettura troppo semplice del fenomeno. Mistral non è semplicemente una società europea finanziata dagli americani. È diventata una società europea inserita in una rete internazionale di capitali, tecnologie e infrastrutture.
Ed è proprio questo il punto. La sovranità tecnologica non può essere misurata soltanto dalla sede legale di un’azienda o dalla nazionalità e provenienza geografica dei suoi fondatori. Bisogna guardare all’intera catena del valore. Chi finanzia l’azienda? Chi produce i chip? Chi fornisce il cloud? Chi costruisce i data center? Chi controlla la capacità di calcolo? Chi dispone dell’energia necessaria? Chi possiede i dati? Chi può impedire o limitare l’accesso a una tecnologia? Per ragioni di spazio non sono in grado di rispondere in modo dettagliato. Ai lettori che intendano approfondire questi quesiti suggerisco di usare il protocollo che ho elaborato recentemente, SAIM 6.0.

Dalla risposta a tutte queste domande si può misurare la vera autonomia strategica e la cosiddetta “sovranità digitale” – termine ambiguo in epoca di sovranismi imperanti. Il paradosso è evidente: per costruire la prima AI europea cosiddetta sovrana, Mistral deve essere profondamente integrata nell’economia tecnologica globale ed in particolare con i Big Tech americani . Non è necessariamente una contraddizione. Potrebbe essere, al contrario, la sola strada realisticamente percorribile. La dimensione del problema emerge soprattutto osservando i flussi di capitale. Secondo l’OCSE, nel 2025 gli Stati Uniti hanno assorbito circa il 75% del valore mondiale degli investimenti venture capital nelle imprese AI, contro il 6% dell’UE e il 5% della Cina.

Non significa che gli Stati Uniti possiedano il 75% della capacità mondiale di AI: il dato misura uno specifico segmento dei flussi di venture capital. Ma fotografa comunque una enorme asimmetria nella capacità di attrarre capitale privato verso le imprese di intelligenza artificiale. L’Europa dispone però come accennato di università e centri di ricerca di eccellenza e soprattutto di un mercato unico di dimensioni considerevoli. Il problema è trasformare queste risorse in potenza e capacità tecnologica. Su questo fronte qualcosa sta finalmente cambiando.

Nel luglio 2026 la Commissione europea ha lanciato una gara per realizzare fino a sette AI Gigafactories, con fino a 10 miliardi di euro di finanziamento pubblico europeo e nazionale destinati a mobilitare almeno altri 20 miliardi di investimenti privati.

Le candidature restano aperte fino al 12 novembre 2026, i progetti vincitori saranno annunciati all’inizio del 2027 e i cantieri dovrebbero partire nello stesso anno: le prime strutture sono attese in funzione entro un massimo di 18 mesi dalla firma dei contratti, quindi realisticamente non prima della metà del 2028. È un passo importante, ma non risolve automaticamente il problema. Una Gigafactory tuttavia richiede semiconduttori, energia, reti, raffreddamento, software, cloud e capitali. E soprattutto richiede una filiera industriale capace di funzionare anche se e quando le condizioni geopolitiche cambiano.

Gli Stati Uniti e la Cina hanno affrontato la questione con strategie diverse. Washington dispone di una straordinaria concentrazione di capitale, imprese tecnologiche, università e capacità di attrazione dei talenti. Pechino dispone di un enorme mercato interno, di una potente base industriale e della capacità dello Stato di orientare risorse verso obiettivi strategici. L’AI non è più soltanto una tecnologia commerciale: è collegata alla sicurezza nazionale, alla capacità militare, alla produttività industriale e alla competitività economica. La novità più interessante è che anche Washington e Pechino stanno iniziando a discutere di regole di sicurezza dell’AI, pur continuando a competere sulla tecnologia. Questo dimostra quanto la questione sia ormai diventata strategica.

Di fronte alla competizione USA/Cina l’Europa rischia di cadere in un falso dilemma: o costruire una completa autosufficienza tecnologica (assolutamente irrealistica nei prossimi 15 anni) , oppure accettare la attuale dipendenza dai Big Tech americani o cinesi. Esiste una terza strada. L’Europa può utilizzare la propria forza di mercato per attirare capitale, tecnologia e partnership, sviluppando nei paesi europei io una quota crescente delle competenze strategiche: ricerca, proprietà intellettuale, capacità di calcolo, infrastrutture, dati e soprattutto talenti. La domanda decisiva non dovrebbe essere dunque: “Europa o Stati Uniti?” Dovrebbe essere: “Quali tecnologie dobbiamo controllare direttamente e quali possiamo condividere con partner affidabili?” È una differenza sostanziale. Dopo il lancio di una competizione tra Big Tech USA la partnership con un grande gruppo americano può rafforzare nel tempo l’autonomia europea se consente alle imprese europee di acquisire capacità umane e tecniche, infrastrutture e competenze senza perdere il controllo degli asset strategici. Al contrario, dipendere da un unico fornitore, americano, cinese o europeo che sia, può trasformarsi in una vulnerabilità.

La sovranità se proprio vogliamo usare questo termine non significa quindi eliminare ogni dipendenza. Significa avere la possibilità di scegliere le alleanze giuste.

Guai a dimenticare che i progressi cinesi sarebbero stati impossibili senza la stretta cooperazione tra realizzata con la Silicon Valley alla fine degli anni Novanta e il primo decennio del nuovo millennio. L’intensa cooperazione USA Cina è un caso di studio da cui imparare una lezione (rischi per la sicurezza nazionale compresi). Lo stesso ragionamento sulle dipendenze vale per la regolazione, che infatti non è un tema a parte: è essa stessa una leva per favorire l’autonomia strategica o viceversa un freno a seconda di come viene usata.

L’Unione europea ha scelto una governance dell’AI ex ante, gli Stati Uniti ex post (subito prima di consentire ad un prodotto AI di entrare sul mercato), mentre la Cina esercita controllo statale totale sulle sue aziende AI con possibilità di censura politica preventiva. Il rischio per l’Europa non aver è regolato ma adattare le regole alla evidenza empirica: una normativa troppo complessa produce costi che le startup europee non possono reggono, mentre i grandi operatori americani e cinesi, già dotati di capitale e infrastrutture, possono applicare senza senza troppe difficoltà.

La domanda pertinente non è quindi “regolare sì o no”, ma se l’Europa saprà riformare la propria regolazione per evitare che diventi un boomerang. Deve proteggere la sicurezza e i diritti dei cittadini senza tuttavia trasformarsi in una barriera alla crescita delle proprie imprese. In caso contrario il rischio è paradossale: diventeremo il continente più regolato a vantaggio di imprese e tecnologie extraeuropee. Per questo il caso Mistral è più interessante di quanto sembri. La società francese non dimostra che la sovranità europea sia impossibile. dimostra che la sovranità, nell’AI, è necessariamente relazionale. Mistral può essere europea e contemporaneamente dipendere da una rete internazionale di capitale, semiconduttori, cloud e infrastrutture. La sfida consiste nel fare in modo che queste dipendenze non diventino vulnerabilità strategiche. È una distinzione decisiva.

L’obiettivo dell’Europa non dovrebbe essere quello di costruire una “AI autarchica”, ma un ecosistema capace di negoziare da una posizione di forza con Stati Uniti e altri paesi democratici. Il continente dispone di una risorsa che spesso sottovaluta: la dimensione del proprio mercato. Se riuscisse a utilizzare quel mercato per attrarre investimenti, imporre standard tecnologici sostenibili, finanziare la ricerca e creare infrastrutture di calcolo competitive, l’Europa potrebbe trasformare la propria dimensione economica in potere tecnologico.

Il vertice di Washington del 24 e 25 settembre offre un banco di prova immediato. Qualunque cosa Trump e Xi decidano, o non decidano, sui meccanismi di sicurezza dell’AI, l’Europa non sarà seduta al tavolo. Potrà però scegliere se restare spettatrice delle regole altrui o costruire, nei mesi successivi, una propria capacità negoziale, fondata partnership selezionate. È proprio questa la posta in gioco reale dell’autunno 2026: non partecipare al vertice, ma arrivare pronti al prossimo. La partita dell’AI, in definitiva, non sarà vinta soltanto da chi costruirà il modello più potente. Sarà vinta da chi riuscirà a controllare, o almeno a rendere sicuri, il maggior numero di anelli della filiera: capitale, chip, energia, compute, cloud, modelli, dati e mercati.

Gli Stati Uniti partono dalla posizione più forte. La Cina sta costruendo rapidamente un ecosistema alternativo. L’Europa è ancora indietro, ma non è fuori dalla partita. Il caso Mistral mostra proprio questo. Per costruire con il tempo necessario una vera “sovranità” tecnologica europea, l’Europa non deve smettere di collaborare con il mondo. Deve imparare a scegliere con chi, quanto e su cosa collaborare con gli Stati Uniti e altri paesi democratici come ad esempio il Canada e l’India.

Questa potrebbe essere la vera strategia della UE nell’era dell’intelligenza artificiale. Qualcuno potrebbe domandarsi perché non fare viceversa partnership strategiche con aziende cinesi. La domanda è legittima, e rispondo alla domanda con una domanda: conviene allearsi con aziende di intelligenza artificiale che sono indietro nella ricerca tecnologica di frontiera e che sono soggette a censura politica preventiva, e dunque omettono una parte importante della realtà contemporanea? A che pro?