La Legge di Bilancio 2026 accentua la spinta verso la privatizzazione della sanità italiana. I recenti dati Istat mostrano infatti le grandi dimensioni della spesa sostenuta direttamente dalle famiglie, giunta nel 2024 a 41,3 miliardi, e soprattutto la rapida crescita di quella intermediata attraverso assicurazioni, arrivata a 6,4 miliardi. È questa una fotografia della attuale realtà italiana in cui i fondi sanitari, legati anche all’espansione del welfare aziendale, hanno ormai assunta una natura sostitutiva del Ssn, mettendo in discussione l’universalismo del diritto alla salute, reintroducendo un collegamento fra assistenza sanitaria e condizione occupazionale, potenziando il ruolo delle compagne assicurative e dei soggetti privati, sottraendo risorse alle entrate fiscali.
La Legge di Bilancio 2026 del governo Meloni, da approvare entro il prossimo 31 dicembre, ha ricevuto molte critiche. La campagna Sbilanciamoci! nella sua contro-finanziaria sostiene che sia «sbagliata, lacunosa e senza ambizione: manca una prospettiva che vada oltre la tenuta dei conti pubblici e il rispetto dei vincoli europei, mancano misure e risorse su campi fondamentali, dal lavoro alla transizione ecologica, dai salari alle politiche industriali, alla sanità» [1] . Il governo riduce il carico fiscale favorendo i più ricchi e offre condoni edilizi mentre aumenta la spesa militare. È la spesa sociale a essere penalizzata: in particolare il potenziamento della sanità pubblica viene ancora una volta lasciato fuori dalle priorità politiche. È questa l’emergenza al centro dell’incontro organizzato al Senato lo scorso 18 novembre da alcuni dei rappresentanti delle 140 associazioni che hanno aderito all’appello “Non possiamo restare in silenzio. La società civile in difesa della sanità pubblica” e sottoscritto un importante documento per il rilancio del Servizio sanitario nazionale (Ssn) [2] .
Il finanziamento per la sanità pubblica in rapporto al Pil è insufficiente: 6,1% nel 2026, 6% nel 2027 e 5,9% nel 2028 con differenze sempre maggiori rispetto agli altri paesi europei [3] . I provvedimenti previsti nella manovra – ha sottolineato Nerina Dirindin – ignorano la sanità territoriale, ossia l’ambito che più necessita di potenziamento per rispondere ai bisogni di salute della popolazione in un approccio di integrazione socio-sanitaria, «calpestano il regionalismo ordinario, ignorano le persone anziane e non autosufficienti, non mostrano nessuna chiara indicazione di priorità per il rafforzamento del Ssn» [4] . Anziché rimettere al centro delle politiche per la salute la capacità di programmazione, indirizzo e controllo del Servizio sanitario nazionale, potenziando – come già messo in luce dal documento sottoscritto dalle associazioni – la produzione e l’erogazione diretta di servizi e percorsi di cura da parte delle strutture pubbliche, riducendo il ricorso a soggetti privati erogatori, si continuano a destinare le risorse a questi ultimi. Anziché aumentare risorse per una priorità come quella del personale dipendente del Ssn, riconoscendone l’impegno, migliorandone i salari, garantendone condizioni dignitose di lavoro, rimuovendo definitivamente i tetti di spesa che persistono da vent’anni – e così facendo ovviando allo stesso annoso problema delle liste di attesa – si incrementa il tetto per la spesa farmaceutica e per i dispositivi medici.
La strada è insomma quella di un grave indebolimento del Ssn, caposaldo di giustizia sociale del nostro paese, strumento per rendere effettivo il diritto universale alla salute. Salute che di giorno in giorno viene a configurarsi sempre meno come diritto fondamentale garantito dal servizio pubblico e sempre più come una merce in un mercato in cui le occasioni di profitto vengono anche assicurate dalle risorse pubbliche. È quest’ultimo un tassello rilevante di quanto presente in questa come nelle ultime manovre finanziarie [5] . In particolare, il disegno di legge di bilancio aumenta il tetto di spesa per l’acquisto di prestazioni sanitarie da privati accreditati dell’1% con un costo pari a 123 milioni di euro (art. 81). Considerando che il tetto di spesa per il 2026 era già stato aumentato dell’1,5% dalla scorsa Legge di bilancio e del 4% da quella precedente con un costo complessivo dei tre provvedimenti di circa 800 milioni di euro, è innegabile la crescita delle risorse pubbliche destinate ai soggetti privati. I dati Istat offrono ulteriore documentazione: la spesa per le “prestazioni sociali in natura da privati” che comprende acquisti da operatori privati accreditati di prestazioni e servizi di varia natura è stata nel 2023 di 28 miliardi di euro, con un aumento di circa il 2% rispetto al 2022; nel 2024 è stata di 28,7 miliardi con un aumento dell’1,6% rispetto al 2023. Nel complesso si è trattato di più di un quinto del totale della spesa sanitaria del 2023 e del 2024.
Ma le risorse assegnate agli operatori sanitari privati non si fermano qui. La manovra ne destina infatti ulteriori attraverso l’incremento delle tariffe ospedaliere che il SSN paga ai soggetti pubblici e privati sulla base del sistema dei DRG (Diagnosis Related Groups) e la ridefinizione delle tariffe per la specialistica ambulatoriale fornita dalle strutture private accreditate. Per l’assistenza ospedaliera, che comprende anche le cliniche private, il disegno di legge conferma il miliardo di euro già previsto lo scorso anno che diventeranno 1350 milioni di euro a decorrere dal 2027. Per l’assistenza specialistica ambulatoriale e per l’assistenza protesica si prevede un incremento di 100 milioni per il 2026 e 183 milioni annui a decorrere dal 2027 (articolo 67). Misure di questo tipo confermano l’ampliamento delle attività del privato accreditato, peraltro sempre meno soggetto al controllo delle amministrazioni sanitarie pubbliche. Corre veloce il processo di privatizzazione delle attività e dei servizi pubblici per la salute che ha aperto lo spazio ai meccanismi di mercato nella produzione, nel finanziamento e nella gestione dei servizi sanitari, riducendo la responsabilità pubblica per la salute delle persone, la fornitura di servizi da parte del Ssn e dirottando le risorse verso i privati.
Il settore delle imprese private è molto composito e in rapido mutamento. Accanto a ospedali religiosi, case di cura, piccole strutture specializzate, crescono infatti grandi gruppi privati – tra i maggiori Papiniano, holding del Gruppo San Donato-San Raffaele, e Humanitas –, che hanno una caratterizzazione finanziaria e internazionale, con fatturati in aumento tra accreditamento (ossia i trasferimenti dal Ssn alle strutture private), spesa privata diretta delle famiglie e spesa intermediata da fondi sanitari integrativi e assicurazioni private per le prestazioni fornite a chi ha coperture di questo tipo. L’estensione dei processi di accreditamento e delle convenzioni con il Ssn è stata alla base dello sviluppo delle attività private, che sono giunte a coprire dall’assistenza territoriale residenziale e semiresidenziale, a quella specialistica e diagnostica, a quella riabilitativa, alla stessa assistenza ospedaliera, con percentuali che nella maggioranza degli ambiti superano di gran lunga quanto viene erogato dal pubblico. L’ultimo Rapporto dell’Area Studi di Mediobanca ha calcolato che il fatturato complessivo annuale degli operatori sanitari privati sia stato di oltre 70 miliardi di euro, con stime di un’ulteriore crescita dei ricavi nel 2024. Esso ha inoltre evidenziato che le oltre trenta imprese maggiori (con più di 100 milioni di fatturato) hanno realizzato ricavi giunti nel 2023 a 12 miliardi di euro [6] .
In tutti gli ambiti considerati, le strategie adottate considerano la salute come il mercato in più rapida crescita e con maggiori opportunità di profitto, si orientano verso una espansione delle attività finanziarie che investono gli stessi comportamenti individuali, incentivano approcci prestazionali, depotenziano il servizio pubblico, alimentano la crescita delle diseguaglianze sociali, derubricano la salute a merce. I recenti dati Istat mostrano inoltre le grandi dimensioni della spesa sostenuta direttamente dalle famiglie, giunta nel 2024 a 41,3 miliardi, e soprattutto la rapida crescita di quella intermediata attraverso assicurazioni, arrivata a 6,4 miliardi [7] . È questa una fotografia della attuale realtà italiana in cui i fondi sanitari, legati anche all’espansione del welfare aziendale, hanno ormai assunta una natura sostitutiva del Ssn, mettendo in discussione l’universalismo del diritto alla salute, reintroducendo un collegamento fra assistenza sanitaria e condizione occupazionale, potenziando il ruolo delle compagne assicurative e dei soggetti privati, sottraendo risorse alle entrate fiscali.
È così che a farsi strada è un sistema composto da una sanità pubblica, sempre più impoverita e indebolita e a cui peraltro si lasciano le attività più costose, e parallelamente da un “secondo pilastro” privato accessibile solo ai più ricchi o alle categorie di lavoratori che rientrano nel welfare aziendale con una forte gerarchizzazione delle coperture e dei servizi offerti. Uno scenario questo ancor più regressivo della prospettiva di tornare al paradigma mutualistico-corporativo, contributivo e occupazionale che caratterizzava il paese prima della riforma sanitaria del 1978.
Diverse spinte vanno però proprio in questa direzione. Un ulteriore fronte di espansione del privato è stato infatti aperto dalla recente delibera della regione Lombardia e dalle recentissime pre-intese sull’autonomia differenziata firmate dal ministro Calderoli con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria. In questo ultimo caso, come messo in evidenza da Francesco Pallante e da Gianfranco Viesti, le richieste delle regioni in materia di sanità «sono dirompenti al punto da scardinare» il Ssn [8] , riservando a esso «l’assalto finale» perseguito dalla destra italiana [9] . A sua volta, la delibera lombarda consente a fondi sanitari, mutue, assicurazioni e sistemi di welfare aziendale di stipulare convenzioni con le Asst (le analoghe Asl) e con gli Irccs pubblici perché offrano prestazioni in regime di sanità integrativa, a cui il personale sanitario può aderire (in modo analogo, e anzi potenziato, al regime intramoenia). Numerose le conseguenze di questa scelta che, ha commentato Vittorio Agnoletto, «rappresenta un passo verso la demolizione del Ssn universalistico» [10] . Tra esse la riduzione della capacità delle strutture pubbliche di rispondere ai bisogni di tutti i cittadini, allungando le liste di attesa e offrendo un canale privilegiato a chi dispone di assicurazioni private (o è iscritto a un fondo/mutua) all’interno del medesimo assetto pubblico.
Se la salute non può essere una merce comprata da coloro che hanno capacità di spesa e di reddito, il diritto alla salute non può essere diverso a seconda del luogo in cui si vive. In questo panorama si pone l’urgenza di scelte politiche che, invertendo la logica attuale volta a favorire il privato, riaffermino la priorità del servizio pubblico, finanziandolo con risorse adeguate, aumentando il personale, migliorandone salari e condizioni di lavoro. È una questione tanto di risorse, di scelta politica rispetto alla loro allocazione, quanto di modello. Soltanto il Ssn universalmente accessibile può rendere effettivo ed esigibile il diritto alla salute. Soltanto un impegno collettivo e una grande battaglia politica popolare possono difendere e rilanciare il Ssn, ha commentato Rosy Bindi a conclusione del ricordato incontro del 18 novembre.
Rimettere al centro della politica la sanità pubblica, il suo potenziamento partecipato, il diritto fondamentale alla salute, come sancito dalla Costituzione, significa e comporta ripensare un modello di convivenza fondato sui principi dell’uguaglianza, della solidarietà, dell’interdipendenza, della cura. Ancora una volta è il caso di richiamare le parole di uno dei più importanti protagonisti dei conflitti e delle conquiste degli anni Settanta: decidere – scriveva Giulio A. Maccacaro – quale posto spetti alla salute in una scala di priorità è un atto che qualifica non solo e non tanto, funzionalmente, un servizio sanitario quanto, politicamente, una società.
Chiara Giorgi, Sapienza, Università di Roma.
Riferimenti
[1] https://sbilanciamoci.info/e-online-la-controfinanziaria-2026-di-sbilanciamoci/.
[3] https://www.saluteinternazionale.info/2025/10/tasse-e-salute/.
[4] https://scossa.net/notizie/su-care-marina-davoli-sintetizza-lincontro-di-palazzo-giustiniani/.
[5] Si riprendono, ampliandole, le considerazioni svolte in C. Giorgi, https://ilmanifesto.it/fuori-dalla-manovra-il-potenziamento-della-sanita-pubblica.
[6] Area Studi Mediobanca, La sanità e i suoi maggiori operatori privati in Italia, Milano, 2025.
[7] Cfr. Istat, Sistema dei conti della sanità (giugno 2025).
[8] F. Pallante, https://ilmanifesto.it/autonomia-quei-testi-fotocopia-tra-regioni-in-barba-alla-consulta. Le richieste delle regioni in materia di sanità riguardano la gestione autonoma delle risorse loro attribuite, la ridefinizione dell’organizzazione interna delle Asl e degli enti sanitari compresa la previsione di fondi sanitari integrativi, la determinazione del sistema tariffario di rimborso, remunerazione delle prestazioni erogate e di compartecipazione degli assistiti, la programmazione di investimenti in edilizia e strumentazione tecnologica sanitaria, sempre in deroga alla normativa vigente. Cfr. https://www.medicinademocratica.org/wp/?p=18066.
[9] G. Viesti, https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2025/11/20/autonomia-lultimo-blitz-contro-la-sanita-di-tutti/8201430/.
[10] V. Agnoletto in https://valori.it/finanziarizzazione-sanita-lombardia/?utm_source=substack&utm_medium=email.
