Imperialismo giuridico: diritto internazionale e dipendenza nel tardo imperialismo

Luís Eduardo Fernandes in Monthly Review, vol. 78, n. 5, ottobre 2026.

Il saggio elabora il concetto di imperialismo giuridico per interpretare il rapporto tra forma giuridica internazionale, dominio imperialistico e riproduzione della dipendenza economica e politica. Attraverso la critica marxista della forma-merce e del diritto, l’autore analizza il ruolo delle istituzioni multilaterali, della legislazione extraterritoriale, delle politiche anticorruzione e dei meccanismi di protezione degli investimenti. L’argomentazione è applicata al caso brasiliano dell’Operazione Lava Jato e si conclude con un richiamo alla competizione internazionale per il controllo dei dati.


Traduzione di Legal Imperialism: International Law and Dependency in Late Imperialism BY Luís Eduardo Fernandes VAI AL TESTO ORIGINALE

Le recenti guerre e gli interventi imperialisti hanno riportato il diritto internazionale al centro del dibattito pubblico, spesso in un contesto di presunta crisi dell'”ordine basato sulle regole”. Sostengo che il diritto internazionale e l’imperialismo non siano fenomeni antagonistici, bensì dimensioni contraddittorie della stessa totalità storica. Attingendo alla critica marxista dell’economia politica, del diritto, della dipendenza e dell’imperialismo, sviluppo la categoria dell’imperialismo giuridico come mediazione teorica per spiegare come la forma giuridica internazionale venga interiorizzata all’interno di formazioni sociali dipendenti. Sotto l’apparenza di un’uguaglianza giuridica tra Stati sovrani, il quadro giuridico internazionale si astrae dalle relazioni strutturate da monopolio, scambio ineguale e dominio imperiale.

Il tardo imperialismo e la forma giuridica internazionale

Fondato sui trasferimenti di valore (ricchezza) da formazioni sociali dipendenti/periferiche a quelle centrali, il sistema imperialista racchiude in sé la propria formazione storica. Questa storicità è legata ai modelli di produzione e riproduzione sociale del capitalismo, alle correlazioni di forze nelle lotte di classe e nel sistema interstatale, alle crisi e alle trasformazioni tecnologiche, nonché ai cambiamenti nel mondo del lavoro.

In sintesi, si tratta dell’economia politica del mercato mondiale capitalista. Le sue origini possono essere ricondotte ai processi di accumulazione primitiva (espropriazione originaria) e al colonialismo. In questa fase, predomina la logica del capitale commerciale, insieme all’espropriazione, al furto, al saccheggio e alla pirateria, in un periodo di transizione tra feudalesimo e capitalismo nell’Europa occidentale.

In seguito all’industrializzazione dell’Inghilterra e, in misura minore, della Francia, si è instaurata una divisione internazionale del lavoro secondo i principi smithiani, basata sull’esportazione di beni manifatturieri e industrializzati da parte dei paesi centrali e sull’importazione di materie prime dalle colonie e dalle ex colonie. È importante sottolineare che, rifacendosi all’analisi di Karl Marx sulla duplice natura (sia come valore d’uso che di scambio) della merce, Evgeny Pashukanis giunge alla conclusione che nella società capitalista il diritto riflette i rapporti di merce (in quanto il soggetto giuridico si costituisce astraendo dalle differenze concrete tra gli individui, trattandoli come liberi ed eguali proprietari di merci), ai quali si può aggiungere la razzializzazione, come sostenuto da Robert Knox.<sup> 1 </sup> Insieme, questi elementi costituiscono processi di astrazione che esprimono i rapporti mercantili e l’espansione del mercato mondiale.<sup> 2</sup>

Con la generalizzazione dello scambio di merci – ovvero con il consolidamento del capitalismo – e la formazione di una classe operaia costretta a vendere la propria forza lavoro per sopravvivere, sia lo scambio di merci che la forma giuridica diventano universali. La razzializzazione, a sua volta, è legata alla costituzione stessa del mercato mondiale capitalista. La classificazione, la gerarchizzazione e la costruzione di popoli razzializzati servono ad astrarre e organizzare i rapporti di sfruttamento, espropriazione e appropriazione della ricchezza, perpetuando disuguaglianze e privilegi.

Il cosiddetto “imperialismo classico”, collocato tra la fine del XIX secolo e la Seconda Guerra Mondiale, esprime il consolidamento di una nuova fase del capitalismo che fu teoricamente colta da V.I. Lenin come la transizione dalla libera concorrenza al monopolio e come il primato dell’esportazione di capitali rispetto all’esportazione di merci. 3

Lenin individuò cinque caratteristiche principali di questa nuova fase: la concentrazione della produzione in monopoli, che trasformò il capitalismo da libera concorrenza a capitalismo monopolistico; la nuova funzione sociale delle banche; l’emergere del capitale finanziario e dell’oligarchia finanziaria attraverso la fusione o l’interpenetrazione del capitale industriale e bancario; la necessità, data la disponibilità di capitale in eccesso, della sua esportazione su scala globale; e la formazione di associazioni monopolistiche internazionali che dividono il mondo in sfere d’influenza, culminando nella spartizione territoriale del mondo tra le nazioni imperialiste.

Oltre alle nuove dinamiche socio-economiche, come la separazione tra proprietari e dirigenti nell’amministrazione delle imprese, il predominio dell’oligarchia finanziaria quale frazione dominante e parassitaria del capitale e la formazione di un’aristocrazia operaia, l’era monopolistica del capitalismo e dell'”imperialismo classico” ha apportato cambiamenti al funzionamento dell’apparato statale.

Come sottolineato da Nikolai Bukharin, in questo contesto gli stati nazionali si militarizzano per sostenere la competizione intercapitalistica.⁴ Il neocolonialismo, gli interventi militari, la spartizione geopolitica in zone di influenza e la strumentalizzazione del diritto per “civilizzare gli incivili” si inseriscono nella logica dell’esportazione di capitali, dell’apertura di nuovi mercati e dell’appropriazione di ricchezza, rendite e valore socialmente prodotti nella periferia.

Occorre precisare che la storia del sistema imperialista è ben lungi dal costituire una serie di fasi lineari. Si tratta piuttosto di un complesso movimento di negazione, conservazione e superamento di elementi già presenti nei processi precedenti, che vengono continuamente riconfigurati.

Nell’ambito della strategia della rivoluzione internazionale, nonostante le sconfitte iniziali sul fronte occidentale, in particolare in Germania e Ungheria, la Rivoluzione russa riuscì a diventare un simbolo anticoloniale e antimperialista. La sconfitta del nazifascismo nella seconda guerra mondiale e l’ascesa dei movimenti anticoloniali si verificarono parallelamente a dinamici cambiamenti all’interno del campo capitalista nei suoi modelli di organizzazione, produzione e riproduzione sociale, in quello che Antonio Gramsci definì “americanismo e fordismo” .⁵

Nel contesto del sistema imperialista, gli Stati Uniti si sono consolidati dopo il 1945 come principale potenza egemonica. Sono stati la forza che ha guidato e universalizzato la lotta contro il socialismo su scala globale. Più che meramente bellicosi e coloniali, gli Stati Uniti si sono proposti di costruire l’egemonia, intesa come consenso fondato sulla coercizione.

Samir Amin ha caratterizzato l’imperialismo contemporaneo, soprattutto dopo gli anni ’70, come una fase segnata dall’approfondimento dell’internazionalizzazione del capitale e dalla generalizzazione del monopolio.⁶ Una delle sue caratteristiche centrali risiede proprio nella trasformazione delle rendite monopolistiche in rendite imperialiste attraverso l’appropriazione della massa di plusvalore prodotta dalla classe operaia su scala globale.

Un’altra caratteristica di questa fase è la crescente socializzazione e internazionalizzazione dei processi lavorativi, un movimento che, in America Latina, prende forma dall’industrializzazione dipendente. Nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, come ha sostenuto Amin, si è verificata una trasformazione qualitativa nelle forme di imperialismo, segnata dal passaggio da una pluralità di imperialismi in competizione a un imperialismo collettivo strutturato attorno alla cosiddetta triade: Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone.⁷

In questa configurazione, l’egemonia statunitense non si presenta come un fenomeno esterno, bensì come un momento costitutivo di transnazionalizzazione economica e di formazione di borghesie sempre più internazionalizzate. Questa forma storica di imperialismo preserva e al contempo rafforza la generalizzazione del monopolio, ampliando l’integrazione transnazionale dei processi produttivi e finanziari.

Ciò non implica l’emergere di una “borghesia globalizzata” né la diminuzione dell’importanza degli stati nazionali. Gli stati restano centri geoeconomici e politici di accumulazione e appropriazione di rendite e valori, e sono diventati persino più centrali per la sua realizzazione.

Come nel periodo “classico” dell’imperialismo, lo Stato si è militarizzato parallelamente all’intensificarsi della competizione intermonopolistica. Il diritto internazionale si è dimostrato estremamente flessibile nel facilitare il neocolonialismo e la razzializzazione di popoli e gruppi etnici. Tuttavia, con l’introduzione di mandati, tutele e zone di influenza nell’imperialismo contemporaneo, come sottolineato da China Miéville e Knox, queste relazioni diventano più complesse.⁸ Ciò non significa che militarismo, razzismo e controllo territoriale abbiano cessato di esistere. Al contrario, questi fenomeni si sono ampliati e sono parte integrante dello sviluppo di forme giuridiche internazionali che penetrano negli ordinamenti giuridici nazionali, rafforzando il dominio imperiale.

La costruzione di un cosiddetto ordine internazionale basato su regole si concretizza attraverso un insieme articolato di istituzioni, norme e prassi che definiscono i parametri di inserimento degli Stati nel sistema internazionale. Esempi includono il ruolo di organizzazioni multilaterali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, le cui condizionalità strutturano le politiche macroeconomiche nei paesi periferici; i regimi normativi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, che regolano il commercio, la proprietà intellettuale e gli investimenti; e la diffusione di standard di “buon governo”, “anticorruzione”, “responsabilità fiscale” e “riforme a favore del mercato”.

A ciò si aggiungono accordi internazionali e ordinamenti giuridici che regolano i flussi di capitali e tutelano gli investimenti esteri. Comprende inoltre continue iniziative di formazione e diffusione ideologica condotte da fondazioni private, organizzazioni imprenditoriali e organizzazioni non governative, che operano per creare consenso tra le classi dominanti e frazioni di classi subordinate nei paesi periferici. Nel loro insieme, questi meccanismi hanno costituito un quadro normativo e politico che definisce i contorni della sovranità e ridefinisce i criteri di “civiltà” nel capitalismo contemporaneo.

Se in una precedente fase dell’imperialismo le relazioni tra Nord e Sud venivano trattate come forme analoghe alle relazioni tra Occidente e Oriente, è importante sottolineare che si tratta di categorie ben più storiche e politiche che statiche o geografiche. Nel caso dell’Oriente, lo Stato era tutto: la società civile risultava quindi debole e poco strutturata; in Occidente, invece, la società civile era più estesa e complessa. Nelle condizioni contemporanee, l’imposizione di una società civile debole rappresenta una componente del processo di occidentalizzazione periferica del Sud globale, orchestrato dall’imperialismo.

L’occidentalizzazione periferica corrisponde all’espansione della società civile nei paesi periferici attraverso la crescente complessità delle organizzazioni e delle entità borghesi, nonché la loro capacità di pacificare e cooptare i movimenti ribelli delle classi subalterne. Questo processo implica anche un’ampia articolazione con entità e think tank transnazionali, in particolare anglo-americani. Si riferisce, secondo Carlos Nelson Coutinho, a un processo di occidentalizzazione e globalizzazione “trascinato” dal “Nord globale” .⁹

Tra il Nord e il Sud del mondo continua a prevalere una situazione di dominio imperialista, la cui forma attuale è quella che viene definita globalizzazione. Si tratta, finora, di una globalizzazione “passiva”, asimmetrica, in cui il Sud viene trascinato dal Nord, sia sotto la minaccia di ritorsioni da parte di un “mercato” feticizzato, sia – quando necessario – attraverso l’uso della forza armata. Le domande si possono quindi formulare come segue: come può l’intero Sud, sia esso “orientale” o “occidentale”, unirsi in una lotta comune per porre fine all’attuale asimmetria di potere nel mondo? E come può questa lotta del Sud, dei paesi subalterni del pianeta, articolarsi con le forze progressiste del Nord ?

Partendo dalla critica marxista del diritto internazionale sviluppata da Pashukanis e Miéville, sostengo che l’ordinamento giuridico internazionale non può essere ridotto a un prodotto derivato di queste dinamiche. Piuttosto, esso riflette, sostiene ed è al contempo plasmato dalla crescente sofisticazione del dominio imperiale. In termini pashukaniani, la forma giuridica internazionale può essere intesa come un’espressione astratta delle relazioni di circolazione delle merci e di concorrenza intercapitalistica nel mercato mondiale. Partendo da questo fondamento teorico, sviluppo la categoria dell’imperialismo giuridico come concetto mediatore per esaminare le espressioni storiche della forma giuridica nel tardo imperialismo, in particolare all’interno di formazioni sociali dipendenti.

Da questo punto di vista, la forma giuridica internazionale opera in modo da oscurare la monopolizzazione e l’oligopolizzazione della proprietà e dell’accumulazione, nonché i meccanismi di trasferimento di valore che strutturano le relazioni tra paesi dipendenti e imperialisti. Questo processo di astrazione è tuttavia costitutivamente contraddittorio. Come la merce – caratterizzata dalla tesa unità tra valore d’uso e valore di scambio – la forma giuridica internazionale non solo cela i trasferimenti di valore e il dominio monopolistico, ma ingloba e riconfigura anche le lotte di liberazione nazionale e anticoloniali, costruendo e universalizzando al contempo il principio di sovranità.

Secondo la definizione di Kwame Nkrumah, i popoli africani raggiunsero l’indipendenza politica, ma non quella economica.<sup> 11 </sup> Inoltre, la divisione territoriale, i principi giuridici, le politiche economiche e l’organizzazione politico-amministrativa rimasero dipendenti.

In questo contesto, parte della critica marxista all’economia politica del monopolio o del tardo capitalismo – sebbene attraverso percorsi diversi, come quelli di Paul A. Baran e Paul M. Sweezy o di Ernest Mandel – sostiene che l’era monopolistica abbia inaugurato una nuova fase del capitalismo, che comporta il problema del crescente surplus non assorbito, o della sovraaccumulazione, soprattutto alla luce della costante spinta a ridurre i costi, aumentare la produttività del lavoro e migliorare l’efficienza amministrativa.<sup> 12 </sup> Questa letteratura tende a collegare l’imperialismo all’assorbimento del surplus, ad esempio con le spese militari, o lo connette alla ricerca di superprofitti. Tuttavia, ciò che va sottolineato qui è che questi autori evidenziano cambiamenti qualitativi nelle funzioni dello stato capitalista-imperialista.

Così come si verifica una riconfigurazione del processo di astrazione attraverso il quale lo Stato capitalista si presenta come una “comunità illusoria”, secondo la terminologia di Marx, sosteniamo che un processo simile si verifica per quanto riguarda l’espansione e la maturazione della forma giuridica a livello internazionale. 13

In nome della difesa dello stato di diritto, dei diritti umani, della libertà, del libero mercato e della democrazia, il diritto internazionale promuove un rapporto tra stati sovrani e soggetti giuridici apparentemente uguali, pur preservando fondamenta economiche, sociali, politiche e culturali caratterizzate da profonde disuguaglianze.

Miéville, rifacendosi a Marx, sottolinea che tra pari diritti è la forza a decidere. 14 Nel caso dell’era monopolistica e dell’imperialismo maturo, è importante sottolineare che questa violenza si espande e diventa più complessa. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno effettuato più di 478 interventi militari in tutto il mondo dal 1978; oltre 251 di questi si sono verificati dopo il 1991, cioè dopo la fine della Guerra Fredda. È anche il paese che più frequentemente viola le stesse leggi e regole che ha promosso e egemonizzato. 15

Tuttavia, il diritto internazionale e l’imperialismo non si pongono come poli opposti. Essi fanno parte della stessa unità, non immuni da contraddizioni. La violenza è costitutiva della forma giuridica. Eppure, soprattutto in questa nuova fase, è un errore considerarla un processo limitato.

L’imperialismo si è consolidato come una relazione sociale continua, interiorizzata sia dalle formazioni sociali centrali che da quelle dipendenti. Nell’apparenza delle relazioni tra stati sovrani, si verificano continui interventi di natura giuridica, politica, ideologica e culturale, che sostituiscono o legittimano il ricorso imperialista alla forza. Ciò che definiamo “imperialismo giuridico” rientra in questo processo. Esso consiste in violenza, tensione e forme di “elusione formale” dell’apparenza egualitaria della forma giuridica, soprattutto nelle formazioni sociali dipendenti e periferiche. L’insieme dei riferimenti deontologici (ovvero, le affermazioni secondo cui gli atti che violano un determinato insieme di regole morali presupposte sono sbagliati a prescindere dalle loro conseguenze), la legislazione extraterritoriale e i processi di formazione culturale dei rappresentanti delle classi dominanti e delle alte burocrazie statali negli stati dipendenti costituiscono un’espressione di questo fenomeno.

Imperialismo giuridico: una categoria mediatrice nell’ambito delle costruzioni.

L’esistenza di una legislazione extraterritoriale imposta dalle potenze coloniali e/o imperialiste non è una caratteristica esclusiva dell’imperialismo maturo/tardo, né tantomeno di quello statunitense. Nel 1843, il Foreign Jurisdiction Act stabilì che i sudditi britannici potevano essere soggetti alla legge inglese anche all’estero. Questa legislazione fu strumentalizzata, soprattutto, per ampliare i meccanismi di intervento continuo dell’Inghilterra in paesi come la Cina e l’Impero Ottomano.

In questo contesto, l’Inghilterra istituì una serie di tribunali consolari in diverse regioni non formalmente colonizzate. La resistenza a questa esportazione diretta della legislazione inglese generò una serie di conflitti diplomatici e persino militari, come le guerre dell’oppio in Cina. I cosiddetti “trattati ineguali”, in particolare il Trattato di Bogue del 1843, formalizzarono l’extraterritorialità britannica stabilendo che i sudditi britannici sarebbero stati giudicati dalle autorità consolari britanniche anziché dall’ordinamento giuridico cinese.

Il tardo imperialismo ha amplificato e affinato questo fenomeno. La maturazione della penetrazione internazionale degli ordinamenti giuridici nazionali si è realizzata attraverso la costituzione di un’egemonia giuridico-politica imperialista. Questa egemonia ha raggiunto un consenso fondato sulla coercizione, in un modo che sembra essere prodotto all’interno dello stesso universo giuridico nazionale. Si è assistito a un progresso nell’istituzionalizzazione di forme multilaterali e bilaterali di ciò che è considerato giuridicamente valido tra paesi che si presume siano soggetti giuridici sovrani, sulla base degli ideali di libero scambio, cooperazione, stato di diritto, democrazia, tutela ambientale, istruzione, scienza e tecnologia, tra gli altri elementi. Allo stesso modo, i “problemi transnazionali comuni” sono stati incorporati in questo processo, come la lotta alla criminalità organizzata, alla corruzione, al terrorismo e all’emergenza climatica planetaria.

Questa relazione tra stati apparentemente uguali cela, in questo caso, il dominio morale, etico e concettuale dei paesi imperialisti che dirige e/o influenza la forma giuridica internazionale imposta. In questo modo, più che una relazione esterna ed episodica, l’imperialismo viene interiorizzato all’interno di diverse formazioni sociali periferiche/dipendenti, compresi i loro sistemi giuridici. Già negli anni ’60, il sociologo brasiliano Octavio Ianni individuò cambiamenti nel sistema imperialista sotto la guida degli Stati Uniti. Secondo Ianni, in un contesto di indebolimento degli imperi coloniali e di espansione di agenzie, organizzazioni multilaterali ed enti di assistenza tecnica, le decisioni economiche venivano interiorizzate dagli stati periferici, ma non nazionalizzate.<sup> 16</sup>

Questa internalizzazione rappresentava un accordo – non esente da contraddizioni – tra fazioni delle classi dirigenti locali e il capitale transnazionale. Secondo Ianni, con l’espansione delle articolazioni intraborghesi tra borghesie imperialiste e periferiche, emerse anche una tecnocrazia internazionale.

Questa tecnocrazia, forgiata dalle agenzie di sviluppo statunitensi e dalle istituzioni multilaterali, sarebbe responsabile della “depoliticizzazione” delle relazioni imperialiste e dell’attuazione di pacchetti economici e sociali sotto un’apparenza di neutralità. 17

All’interno del regime della tecnocrazia, si instaura una catena di relazioni ideologiche e pratiche attraverso le quali le imprese transnazionali e i conglomerati si associano o prendono il controllo delle agenzie multilaterali e degli apparati statali dei paesi dipendenti. 18

Al di là del processo decisionale economico e sociale nei paesi periferici, la portata dell’azione imperialista, come già accennato, si è ampliata negli ultimi decenni. Il terreno giuridico è uno di questi ambiti, con l’imperialismo legale come una delle sue dimensioni. A questo proposito, per Jaime Osorio, il capitalismo e il mercato mondiale operano attraverso gerarchie e disuguaglianze nell’esercizio del potere sovrano nelle relazioni interstatali.<sup> 19</sup> Queste disuguaglianze non sono legate a un presunto “indebolimento degli stati”, bensì alla capacità dello stato di prendere decisioni autonome, sia internamente che esternamente, senza vincoli imposti da altri stati o entità.

Sulla base di questa distinzione, possono esistere stati nazionali con diversi gradi di sovranità. 20 La caratteristica distintiva degli stati periferici sarebbe la contraddizione tra sovranità limitata e forte potere politico delle classi dominanti. In questo senso, Osorio sostiene che l’azione imperialista contemporanea mira a rafforzare il potere di classe indebolendo al contempo la sovranità nazionale e popolare.

Per quanto riguarda la forma giuridica, i recenti dibattiti marxisti hanno cercato di spiegare come le sue determinazioni universali si esprimano storicamente nel capitalismo dipendente. Piuttosto che postulare una forma giuridica distinta, questi contributi esaminano le mediazioni concrete attraverso le quali la forma giuridica universale si sviluppa in condizioni di dipendenza. 21

Al livello di astrazione elevato sviluppato da Pashukanis, la forma giuridica riflette i rapporti di merce. Nel capitalismo dipendente, tuttavia, questi rapporti assumono determinazioni specifiche. Come sostiene Ruy Mauro Marini, la dipendenza è caratterizzata dalla distorsione sistematica della legge del valore attraverso la generalizzazione del supersfruttamento del lavoro come meccanismo per continui trasferimenti di valore ai centri capitalistici. 22 Allo stesso modo, la forma giuridica universale si riproduce in condizioni in cui l’uguaglianza formale coesiste con la negazione sistematica delle proprie premesse. L’uguaglianza davanti alla legge, la libertà contrattuale e l’uguaglianza sovrana tra gli Stati sono continuamente contraddette dal supersfruttamento, dallo scambio ineguale, dai trasferimenti di valore e dalle restrizioni permanenti alla sovranità nazionale e popolare.

La violenza emerge dunque come la principale mediazione storica attraverso cui queste contraddizioni vengono riprodotte. Nel tardo imperialismo, la violenza assume sempre più forme giuridiche e politiche che preservano l’apparenza di legalità, garantendo al contempo le condizioni materiali per il monopolio, la dipendenza e il trasferimento di valore. L’imperialismo giuridico esprime questa mediazione. Esso coglie il movimento contraddittorio attraverso il quale le mediazioni giuridiche, politiche e ideologiche interiorizzano le relazioni imperialiste all’interno di formazioni sociali dipendenti, riproducendo il dominio imperiale e preservando al contempo l’apparenza di legalità, uguaglianza formale e uguaglianza sovrana. Sanzioni economiche, legislazione extraterritoriale, la guerra globale alla droga, dottrine anticorruzione e antiterrorismo, regimi di protezione degli investimenti e riforme giuridiche neoliberiste sono tra i principali meccanismi attraverso i quali la violenza imperialista viene organizzata, naturalizzata e riprodotta a livello giuridico, preservando al contempo l’apparenza di uguaglianza formale, sovranità e stato di diritto.

Queste discussioni sono rilevanti per la sfida di comprendere il modo in cui il diritto viene inteso, sia all’interno del sistema giuridico che socialmente, nella periferia, articolando l'”esterno” e l'”interno”. Certamente, il Brasile, ad esempio, segue e importa diverse linee guida giuridiche, culture e principi deontologici dai principali centri capitalistici. Tuttavia, il processo di interiorizzazione e astrazione dei rapporti merceologici presenta delle peculiarità specifiche.

Dai diritti di proprietà storicamente radicati nella schiavitù alla mercificazione della terra, alle privatizzazioni, alla deregolamentazione del mercato del lavoro e all’espansione del diritto penale, la forma giuridica universale assume espressioni storicamente determinate in formazioni sociali dipendenti. Queste espressioni sono inseparabili dal modello autocratico di sviluppo capitalistico analizzato da Florestan Fernandes, in cui la violenza costituisce la principale mediazione politica, sociale ed economica della riproduzione capitalistica. 23

In questo contesto, l’imperialismo giuridico viene proposto come categoria mediatrice per comprendere questo movimento contraddittorio. Non designa una forma giuridica distinta né si limita a descrivere particolari strumenti o pratiche legali. Piuttosto, media l’articolazione tra la forma giuridica universale, la crisi e la riconfigurazione contemporanea dell’imperialismo e la riproduzione della dipendenza.

Come ho sostenuto, la violenza costituisce la principale mediazione storica dell’imperialismo giuridico, sempre più organizzata attraverso meccanismi giuridici, politici, economici e ideologici che preservano l’apparenza di uguaglianza formale, uguaglianza sovrana, legalità e stato di diritto, riproducendo al contempo supersfruttamento, trasferimenti di valore e restrizioni permanenti alla sovranità nazionale e popolare. Le sanzioni economiche, la legislazione extraterritoriale, le dottrine anticorruzione e antiterrorismo, la guerra globale alla droga, i regimi di protezione degli investimenti e le riforme giuridiche neoliberiste dovrebbero quindi essere intesi come espressioni concrete di queste mediazioni, piuttosto che come la categoria stessa. Nella mia ricerca, dimostro la materializzazione concreta dell’imperialismo giuridico attraverso il processo culminato nell’Operazione Lava Jato e nel lavajatismo , inteso come espressione politica, ideologica e giuridica derivata da tale operazione. 24

L’Operazione Lava Jato è stata una task force anticorruzione che ha coinvolto diverse istituzioni brasiliane, tra cui la Polizia Federale, la Procura Generale, la magistratura e l’Agenzia delle Entrate. Avviata nel 2014 a seguito di accuse di corruzione riguardanti Petrobras e importanti imprese di costruzione, l’operazione ha progressivamente combinato pratiche giudiziarie selettive, ampia copertura mediatica, patteggiamenti coercitivi e un’intensa cooperazione legale internazionale, in particolare con le agenzie statunitensi.

Per il Brasile, l’operazione ha contribuito alla destabilizzazione dell’ordine politico post-1988, all’indebolimento delle industrie strategiche nazionali e alla criminalizzazione di settori della sinistra politica, soprattutto attraverso l’incarcerazione di Luiz Inácio Lula da Silva, successivamente annullata dalla Corte Suprema Federale per irregolarità procedurali e parzialità giudiziaria. Più in generale, il “modello Lava Jato” ha influenzato i processi giuridico-politici in tutta l’America Latina, in particolare in paesi come Argentina e Perù, dove le indagini anticorruzione, le campagne mediatiche e gli interventi giudiziari sono diventati meccanismi centrali nelle dispute per il potere politico e la riorganizzazione dello Stato. Ciò ha comportato l’incorporazione acritica di legislazione, giurisdizione extraterritoriale e principi anticorruzione egemonizzati dal diritto penale e da presupposti neoliberisti o ultraliberisti, secondo i quali lo Stato e le politiche pubbliche sono i principali produttori di corruzione.

A ciò si aggiunge l’esistenza di accordi bilaterali e multilaterali che ampliano l’influenza degli attori del Nord globale nell’agenda anticorruzione, compresa la continua “diplomazia privata” di organizzazioni non governative, think tank ed entità commerciali transnazionali, che producono consenso ed educano frange delle classi dominanti, burocrazie statali e persino settori subalterni secondo il modello anticorruzione diffuso dall’imperialismo.

Al di là del predominio tecnico-giuridico e ideologico di concetti polisemici (con molteplici significati distinti, seppur correlati) come corruzione e frode, come dimostrato da Kevin Davis, l’imperialismo giuridico si forma simultaneamente all’interno e si impone dall’esterno della forma giuridica. 25 Ovvero, le sue espressioni si integrano nei processi di astrazione giuridica all’interno di formazioni sociali dipendenti, manifestandosi al contempo come rotture con l’uguaglianza giuridica formale. L’Operazione Lava Jato e il lavajatismo sono chiari esempi di questo processo. Pur essendo prodotti dell’influenza dell’imperialismo giuridico all’interno dello Stato e delle relazioni di dipendenza, hanno anche espresso rotture con i principi fondamentali del diritto, come la presunzione di innocenza, l’imparzialità e il giusto processo.

In generale, negli ambienti progressisti le critiche all’Operazione Lava Jato e al lavajatismo tendono a concentrarsi su queste rotture senza collegarle all’approfondimento del dominio imperiale e dei rapporti di dipendenza all’interno della sfera giuridico-politica stessa. L’imperialismo giuridico media e rivela questa articolazione dimostrando che il campo giuridico stesso costituisce una dimensione attraverso la quale i rapporti imperialisti contemporanei vengono interiorizzati all’interno di formazioni sociali dipendenti.

Conclusione

L’imperialismo giuridico costituisce una mediazione fondamentale per comprendere l’articolazione tra l’ordinamento giuridico internazionale e la riproduzione della dipendenza all’interno delle formazioni sociali periferiche. Questa formulazione illumina le continuità e le riconfigurazioni che si dispiegano nel contesto della crisi e dell’offensiva imperialista contemporanea. Il discorso apertamente neocoloniale e reazionario dell’amministrazione di Donald Trump riflette i tentativi di preservare l’egemonia statunitense e il suo ordine sociale in crisi. Diritto internazionale e imperialismo non sono momenti antagonistici, bensì contraddittori della stessa totalità: in virtù del principio di uguaglianza formale tra Stati sovrani, l’ordinamento giuridico internazionale si astrae dalle profonde disuguaglianze radicate nell’economia politica dell’imperialismo.

Nella sua fase matura, l’imperialismo presuppone mediazioni giuridiche e politiche che oscurano sempre più le lotte per il monopolio in quelli che Amin ha identificato come i suoi assi principali: finanza, scienza e tecnologia, armamenti, risorse naturali e comunicazioni. A questi si deve ora aggiungere la lotta per il monopolio imperiale dei dati. 26

Il rapporto contraddittorio tra universale e particolare, e tra esterno e interno, acquisisce una concreta efficacia storica nell’ambito dell’imperialismo contemporaneo attraverso mediazioni storicamente determinate. Tali determinazioni si manifestano nell’organizzazione giuridica dei trasferimenti di valore, dei monopoli imperiali e delle restrizioni alla sovranità nazionale e popolare, pur preservando l’apparenza di uguaglianza formale e dello stato di diritto. L’imperialismo giuridico esprime queste mediazioni. Precedenti ricerche sull’Operazione Lava Jato rivelano una specifica configurazione di tali determinazioni attraverso l’articolazione della legislazione extraterritoriale, dell’egemonia ideopolitica del Nord globale e della centralità del diritto penale nell’agenda anticorruzione. 27

Note

  1. ↩ Evgeni B. Pachukanis, “Direito internacional”, in O estado após a revolução: antologia del pensiero sovietico sobre estado e direito , eds. Otávio Losada e Daniel Buarque (Recife: Ruptura, 2023), 319–37; Evegeny Pashukanis, La teoria generale del diritto e il marxismo (Londra: Routledge, 2001).
  2. ↩ Robert Knox, “Direito internacional, raça e marxismo: esboço de uma abordagem da forma-mercadoria”, Revista Direito e Práxis 15, n. 4 (2024).
  3. ↩ VI Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (New York: International Publishers, 1939).
  4. ↩ Nikolai Bukharin, Imperialismo ed economia mondiale (New York: Monthly Review Press, 1974).
  5. ↩ Antonio Gramsci, Americanismo e fordismo (San Paolo: Hedra, 2008); Antonio Gramsci, Cadernos do cárcere , vol. 1 (Rio de Janeiro: Civilização Brasileira, 1999); Antonio Gramsci, Cadernos do cárcere , vol. 3 (Rio de Janeiro: Civilização Brasileira, 2000).
  6. ↩ Samir Amin, “A nova estrutura imperialista”, in Introdução ao Imperialismo Tardio , ed. Luís Eduardo Fernandes (Recife: Ruptura, 2022), originariamente pubblicato come “ The New Imperialist Structure ”, Monthly Review 71, n. 3 (luglio-agosto 2019); Samir Amin, Somente os povos fazem sua propria storia (San Paolo: Expressão Popular, 2020), 173–74.
  7. ↩ Samir Amin, “ O imperialismo, passado e presente ”, Tempo 9, n. 18 (2005): 77–123, redalyc.org.
  8. ↩ China Miéville, Tra pari diritti: una teoria marxista del diritto internazionale (Leida: Brill, 2005).
  9. ↩ Carlos Nelson Coutinho, “ Gramsci eo Sul do mundo: entre Oriente e Ocidente ”, Margem Esquerda (maggio 2005): 1–9, Marxists Internet Archive (portoghese), marxists.org.
  10. ↩ Coutinho, “ Gramsci eo Sul do mundo ”, 9.
  11. ↩ Kwame Nkrumah, Neocolonialismo: último estágio do imperialismo (Rio de Janeiro: Civilização Brasileira, 1967).
  12. ↩ Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, Capitale monopolistico (New York: Monthly Review, 1966); Ernest Mandel, Capitalismo tardo (Londra: Verso, 1975).
  13. ↩ Karl Marx, Critica della “Filosofia del diritto” di Hegel (Cambridge: Cambridge University Press, 1970).
  14. ↩ Miéville, Tra pari diritti .
  15. ↩ Servizio di ricerca del Congresso, Casi di impiego delle forze armate statunitensi all’estero, 1798–2022 (Washington, DC: Servizio di ricerca del Congresso, 2022).
  16. ↩ Octavio Ianni, Imperialismo na América Latina (Rio de Janeiro: Civilização Brasileira, 1974).
  17. ↩ “Nella misura in cui l’internazionalizzazione della classe dominante si sviluppa sotto l’egemonia dei gruppi più potenti situati nella metropoli, si può osservare anche l’internazionalizzazione dei rapporti e delle contraddizioni di classe. Pertanto, il processo di interiorizzazione delle contraddizioni generate da rapporti di tipo imperialista è, al tempo stesso, un processo di internazionalizzazione di queste stesse contraddizioni.” (Ianni, Imperialismo na América Latina , 174).
  18. ↩ Ianni, Imperialismo nell’America Latina , 107.
  19. ↩ Jaime Osorio, O Estado no centro da mundialização: sociedade civil eo tema do poder (São Paulo: Expressão Popular, 2019).
  20. ↩ Osório, O Estado no centro da mundialização , 186.
  21. ↩ Ricardo Prestes Pazello, “A relação jurídica depende: uma introdução”, tesi post-dottorato, Universidade Tecnológica Federal do Paraná, Curitiba, 2024.
  22. ↩ Ruy Mauro Marini, “A dialética da dependência”, Germinal: Marxismo e Educação em Debate 9, n. 3 (2026): 325–56.
  23. ↩ Florestan Fernandes, A Revolução Burguesa no Brasil: ensaio de interpretações sociológicas (San Paolo: Editora Globo, 2006)
  24. ↩ Luís Eduardo Fernandes, A internacional da Lava Jato: imperialismo, nova direita e combate à corrupção como fars (San Paolo: Autonomia Literária, 2024); Luís Eduardo Fernandes, “ LAWFARE eo imperialismo legal ”, Revista Eletrônica Da OAB-RJ (agosto 2025), revistaeletronicaoabrj.emnuvens.com.br.
  25. ↩ Kevin E. Davis, Tra impunità e imperialismo: la regolamentazione della corruzione transnazionale (New York: Oxford University Press, 2019).
  26. ↩ Amin, “ O imperialismo, passado e presente ”.
  27. ↩ Luís Eduardo Fernandes, Imperialismo Legal: os elos entre o imperialismo tardio ea Lava Jato no Brasil, tesi di dottorato, Università Federale di Rio de Janeiro, 2022.

ANALISI by ChatGPT

Imperialismo giuridico: il diritto internazionale tra sovranità formale e dominio reale

Il diritto internazionale garantisce l’uguaglianza tra gli Stati oppure contribuisce a riprodurre le gerarchie del capitalismo mondiale? Nel saggio pubblicato da Monthly Review, lo storico e sociologo brasiliano Luís Eduardo Fernandes affronta questa contraddizione attraverso il concetto di imperialismo giuridico: un insieme di mediazioni legali, politiche e ideologiche attraverso cui i rapporti di dipendenza economica e di dominio internazionale vengono incorporati negli ordinamenti dei paesi periferici.

Muovendo dalla critica marxista del diritto e dell’economia politica, Fernandes mette in relazione la forma giuridica con l’espansione del mercato mondiale, la concentrazione monopolistica, i trasferimenti di valore dalla periferia ai centri capitalistici e le limitazioni della sovranità nazionale e popolare. L’uguaglianza formale dei soggetti giuridici e degli Stati può così convivere con rapporti materiali profondamente diseguali.

L’analisi ripercorre le trasformazioni dell’imperialismo, dal colonialismo e dall’imperialismo classico alla configurazione contemporanea, nella quale istituzioni multilaterali, regimi di protezione degli investimenti, condizionalità economiche, legislazioni extraterritoriali e campagne internazionali contro la corruzione contribuiscono a definire i margini delle decisioni politiche ed economiche dei paesi dipendenti.

Un ruolo centrale è attribuito al Brasile e all’operazione anticorruzione Lava Jato, interpretata non soltanto come vicenda giudiziaria nazionale, ma come manifestazione di un intreccio tra cooperazione giuridica internazionale, influenza statunitense, conflitto politico interno e riorganizzazione dei rapporti tra Stato, capitale e sovranità popolare.

La tesi più importante del saggio è che diritto internazionale e imperialismo non siano necessariamente realtà contrapposte: possono costituire dimensioni contraddittorie dello stesso ordine storico. Le norme che proclamano uguaglianza, legalità e sovranità possono infatti concorrere, in determinate condizioni, a legittimare rapporti di forza e dipendenza.

Il contributo di Fernandes consiste nel proporre una categoria interpretativa che collega la critica marxista della forma giuridica all’analisi dell’imperialismo contemporaneo. Una prospettiva utile per interrogare non soltanto l’effettiva autonomia degli Stati, ma anche il ruolo del diritto nella competizione internazionale per il controllo delle risorse, della finanza, della tecnologia, degli armamenti e, sempre più, dei dati.

2. Analisi per punti

2.1. Oggetto e problema centrale

L’articolo studia il rapporto tra diritto internazionale e imperialismo nella fase contemporanea del capitalismo, definita dall’autore late imperialism, ossia imperialismo maturo o tardivo.

Il problema non è semplicemente stabilire se le norme internazionali vengano rispettate oppure violate. L’interrogativo riguarda il modo in cui il sistema giuridico internazionale, anche quando opera attraverso norme formalmente universali, possa riprodurre le disuguaglianze economiche e politiche tra Stati.

Fernandes contesta quindi una contrapposizione rigida tra diritto e forza: il dominio imperialistico può esercitarsi attraverso la coercizione militare, ma anche mediante istituzioni, procedure giudiziarie, condizionalità economiche e criteri di legittimità politica.

2.2. La tesi fondamentale: il concetto di imperialismo giuridico

La categoria centrale è legal imperialism, tradotta qui come imperialismo giuridico.

Non indica soltanto l’imposizione diretta di leggi straniere, né costituisce, nella formulazione dell’autore, una forma giuridica autonoma. È una categoria interpretativa che mette in relazione tre dimensioni:

  • la forma giuridica universale propria della società capitalistica;
  • la trasformazione storica dell’imperialismo contemporaneo;
  • la riproduzione della dipendenza nelle formazioni sociali periferiche.

L’imperialismo giuridico opera attraverso mediazioni che incorporano i rapporti di dominio nei sistemi politici e normativi nazionali. In questo modo, rapporti internazionali asimmetrici possono essere riprodotti anche da istituzioni formalmente sovrane e da apparati giuridici interni.

2.3. La critica marxista della forma giuridica

Fernandes assume come riferimento principale la teoria marxista della forma giuridica, in particolare il contributo di Evgenij Pašukanis, integrandolo con gli studi di China Miéville e Robert Knox.

Il punto di partenza è l’analogia tra la forma giuridica e la forma-merce. Come lo scambio mercantile considera formalmente equivalenti merci differenti, così il diritto capitalistico costituisce i soggetti giuridici come individui liberi ed eguali, astraendo dalle loro condizioni materiali.

Questa uguaglianza formale non elimina le disuguaglianze reali. Al contrario, può coesistere con rapporti di sfruttamento, espropriazione e appropriazione della ricchezza.

Fernandes estende questa impostazione alle relazioni internazionali: anche gli Stati sono rappresentati come soggetti sovrani formalmente eguali, benché dispongano di risorse, poteri economici e capacità decisionali profondamente differenti.

2.4. Dalla forma-merce all’ordine giuridico internazionale

Il saggio ricostruisce il rapporto storico tra sviluppo capitalistico e universalizzazione della forma giuridica.

La sequenza interpretativa comprende:

  1. Accumulatione originaria e colonialismo: espropriazione, conquista e appropriazione delle risorse.
  2. Capitalismo industriale: consolidamento della divisione internazionale del lavoro tra centri industrializzati e periferie fornitrici di materie prime.
  3. Imperialismo classico: concentrazione monopolistica, capitale finanziario ed esportazione di capitali.
  4. Egemonia statunitense: riorganizzazione del sistema internazionale dopo la Seconda guerra mondiale e contrasto globale al socialismo.
  5. Imperialismo contemporaneo: internazionalizzazione produttiva e finanziaria, integrazione delle borghesie, istituzioni multilaterali e crescente penetrazione delle norme internazionali negli ordinamenti nazionali.

Non si tratta di una successione lineare nella quale ogni fase cancella la precedente. L’autore sottolinea la persistenza e la riconfigurazione di elementi coloniali, razziali, militari ed economici all’interno di nuove strutture di dominio.

2.5. Lenin, Bucharin e Amin: la trasformazione dell’imperialismo

Fernandes colloca la propria analisi nella tradizione marxista dell’imperialismo.

  • Lenin: il passaggio dalla libera concorrenza al capitalismo monopolistico, la fusione tra capitale bancario e industriale, l’esportazione di capitali e la spartizione del mondo.
  • Nikolaj Bucharin: il ruolo dello Stato nazionale e della militarizzazione nella competizione tra capitali.
  • Samir Amin: l’internazionalizzazione del capitale, l’espansione dei monopoli e l’appropriazione di rendite imperialistiche attraverso il trasferimento di valore su scala mondiale.

A questi riferimenti si aggiungono Paul A. Baran, Paul M. Sweezy ed Ernest Mandel, soprattutto per il problema del surplus, della sovraccumulazione e delle trasformazioni delle funzioni dello Stato capitalistico.

Il passaggio decisivo consiste nell’estendere l’analisi economica e geopolitica dell’imperialismo al terreno giuridico: il diritto non è soltanto uno strumento utilizzato occasionalmente dal potere, ma una dimensione nella quale i rapporti di dominio vengono organizzati, legittimati e riprodotti.

2.6. Lo Stato nazionale e la sovranità limitata

L’autore respinge l’idea che la globalizzazione abbia semplicemente indebolito gli Stati nazionali.

Gli Stati continuano a essere centri essenziali di accumulazione, appropriazione della ricchezza e organizzazione del potere. Ciò che varia è la loro capacità effettiva di assumere decisioni autonome.

Ne deriva una distinzione tra:

  • sovranità formale: riconoscimento giuridico dell’indipendenza e dell’uguaglianza degli Stati;
  • autonomia effettiva: capacità di determinare le proprie politiche economiche, sociali e internazionali senza vincoli imposti da potenze o istituzioni esterne;
  • sovranità popolare: possibilità per le classi subalterne e per la collettività nazionale di incidere sulle decisioni fondamentali.

Nelle formazioni sociali dipendenti, la sovranità formale può convivere con una ridotta autonomia decisionale e con il rafforzamento delle classi dominanti locali.

2.7. Il ruolo delle istituzioni multilaterali

Fernandes individua diversi canali attraverso i quali l’ordine internazionale influenza gli ordinamenti nazionali:

  • Fondo monetario internazionale e Banca mondiale, attraverso condizionalità che incidono sulle politiche macroeconomiche;
  • Organizzazione mondiale del commercio, attraverso le regole sul commercio, sulla proprietà intellettuale e sugli investimenti;
  • accordi internazionali e regimi di protezione degli investimenti;
  • standard di good governance, responsabilità fiscale e riforme orientate al mercato;
  • fondazioni private, organizzazioni imprenditoriali, ONG e centri di ricerca (think tank), che contribuiscono alla formazione del consenso.

Il punto teorico è che il potere internazionale non agisce esclusivamente dall’esterno. Le sue prescrizioni possono essere assimilate dalle istituzioni e dalle élite dei paesi periferici, presentandosi come soluzioni tecniche neutrali anziché come decisioni politiche inserite in rapporti di forza.

2.8. Egemonia, consenso e occidentalizzazione periferica

Riprendendo Antonio Gramsci e Carlos Nelson Coutinho, l’autore interpreta la diffusione delle strutture della società civile e delle organizzazioni borghesi nei paesi periferici come un processo potenzialmente funzionale all’egemonia.

L’azione imperialistica non si limita alla coercizione. Essa comprende anche la capacità di ottenere consenso, cooptare movimenti sociali e orientare le rappresentazioni dei problemi economici e politici.

L’occidentalizzazione periferica descrive, in questo contesto, una trasformazione nella quale organizzazioni locali, apparati amministrativi e soggetti transnazionali concorrono alla riproduzione dell’ordine dominante.

La globalizzazione viene pertanto descritta come passiva e asimmetrica: il Sud globale è trascinato entro strutture definite prevalentemente dal Nord, attraverso incentivi, minacce di ritorsione economica e, nei casi estremi, forza militare.

2.9. Dipendenza economica e trasferimenti di valore

Un nodo essenziale dell’argomentazione è il legame tra imperialismo giuridico e teoria marxista della dipendenza.

Richiamando Ruy Mauro Marini, Fernandes sottolinea il ruolo della sovrasfruttamento del lavoro nella riproduzione della dipendenza. La subordinazione economica non si esaurisce negli scambi commerciali diseguali: comprende anche meccanismi attraverso cui valore e ricchezza prodotti nelle periferie vengono trasferiti verso i centri capitalistici.

La forma giuridica universale riproduce così una contraddizione: garantisce formalmente uguaglianza, libertà contrattuale e sovranità, mentre le condizioni materiali possono negare sistematicamente tali principi.

Il diritto contribuisce a organizzare queste relazioni quando protegge determinati regimi di proprietà, investimenti e circolazione del capitale, oppure quando limita gli spazi di decisione economica dei paesi dipendenti.

2.10. La violenza come mediazione storica

La violenza non viene circoscritta alla guerra o alla repressione fisica. Nel saggio assume una funzione più ampia: costituisce la mediazione attraverso cui le contraddizioni tra uguaglianza giuridica e disuguaglianza materiale vengono riprodotte.

Le sue manifestazioni comprendono:

  • interventi militari e minacce coercitive;
  • sanzioni economiche;
  • legislazione extraterritoriale;
  • regimi di protezione degli investimenti;
  • dottrine internazionali anticorruzione e antiterrorismo;
  • guerra globale alla droga;
  • riforme giuridiche e istituzionali di orientamento neoliberale.

Questi meccanismi non sono considerati identici tra loro. L’autore li riconduce a una problematica comune: il modo in cui strumenti giuridici e politici possono conservare l’apparenza della legalità mentre contribuiscono a riprodurre rapporti asimmetrici di potere.

2.11. L’esempio storico: extraterritorialità britannica e trattati ineguali

Il saggio mostra che l’imperialismo giuridico non nasce con la globalizzazione contemporanea.

L’autore richiama il Foreign Jurisdiction Act britannico del 1843, che contribuì a estendere la giurisdizione inglese sui cittadini britannici all’estero. Il sistema dei tribunali consolari e i trattati ineguali, in particolare nel rapporto con la Cina, offrirono strumenti di intervento nelle società formalmente non colonizzate.

Le guerre dell’oppio sono richiamate come esempio del nesso tra imposizione giuridica, pressione diplomatica e coercizione militare.

La configurazione contemporanea differisce per la maggiore complessità istituzionale: la penetrazione del dominio internazionale può avvenire attraverso ordinamenti multilaterali e processi di internalizzazione delle norme nei sistemi giuridici nazionali.

2.12. Il caso brasiliano: Operazione Lava Jato e lavajatismo

La parte applicativa del saggio è dedicata all’Operazione Lava Jato, avviata in Brasile nel 2014 nell’ambito di indagini sulla corruzione riguardanti Petrobras e grandi imprese di costruzione.

Fernandes interpreta l’operazione attraverso l’intreccio tra cooperazione giudiziaria internazionale, influenza di organismi statunitensi, uso dei mezzi di comunicazione, accordi di collaborazione giudiziaria e conflitto politico nazionale.

Nella lettura proposta dall’autore, Lava Jato avrebbe contribuito alla destabilizzazione dell’ordine politico successivo al 1988, all’indebolimento di settori industriali strategici e alla criminalizzazione di una parte della sinistra politica. Il saggio ricorda inoltre che la condanna e la detenzione di Luiz Inácio Lula da Silva furono successivamente annullate dalla Corte suprema federale brasiliana per irregolarità procedurali e parzialità giudiziaria.

Il concetto di lavajatismo indica qui la proiezione politico-ideologica del processo, oltre la singola operazione giudiziaria.

Il caso serve a mostrare la doppia natura dell’imperialismo giuridico: da una parte, l’influenza esterna e la diffusione di modelli normativi; dall’altra, la loro incorporazione nelle istituzioni e nei conflitti interni. La critica dell’autore non riguarda soltanto eventuali violazioni delle garanzie processuali, ma anche il contesto strutturale nel quale determinate pratiche giudiziarie possono contribuire a riorganizzare i rapporti di potere.

Questa ricostruzione va attribuita a Fernandes: il testo propone un’interpretazione marxista e politica di Lava Jato, non una ricostruzione neutrale o esaustiva di tutte le controversie giudiziarie relative all’operazione.

2.13. La conclusione: il monopolio dei dati come nuova frontiera

Nelle conclusioni, Fernandes sostiene che l’imperialismo maturo si organizza attorno a lotte per il controllo di ambiti strategici: finanza, scienza e tecnologia, armamenti, risorse naturali e comunicazioni.

A questi settori aggiunge il monopolio dei dati, individuandovi una nuova dimensione della competizione imperialistica.

Il riferimento apre un collegamento significativo con l’analisi del capitalismo digitale: il controllo delle infrastrutture informative e dei dati può essere considerato parte delle condizioni contemporanee di concentrazione economica e potere geopolitico. Il saggio, tuttavia, non sviluppa in modo autonomo una teoria complessiva del capitalismo digitale: il tema compare come estensione della sua analisi dei monopoli.

La conclusione politica pone una questione di portata generale: come articolare la lotta dei paesi subalterni contro le asimmetrie internazionali con quella delle forze progressiste nei paesi centrali?

2.14. Valutazione critica e rilevanza per 42rosso

Il contributo principale dell’articolo è la costruzione di un ponte teorico tra tre campi spesso trattati separatamente: critica marxista del diritto, teoria dell’imperialismo e teoria della dipendenza.

La categoria di imperialismo giuridico consente di interrogare non soltanto le violazioni del diritto internazionale, ma anche le condizioni strutturali entro cui le norme vengono prodotte, applicate e incorporate negli ordinamenti nazionali.

Punti di forza

  • Integra economia politica, diritto e analisi geopolitica.
  • Distingue la sovranità formale dalla capacità effettiva di decisione.
  • Collega la teoria generale a un caso storico concreto, quello brasiliano.
  • Mostra come consenso, istituzioni e coercizione possano concorrere alla riproduzione del dominio.

Questioni aperte

  • La categoria di imperialismo giuridico richiede criteri operativi per distinguere l’effettiva riproduzione di rapporti imperialistici dalla normale cooperazione o interdipendenza internazionale.
  • L’analisi dovrebbe confrontare sistematicamente casi differenti per verificare la portata esplicativa della categoria.
  • L’interpretazione di Lava Jato richiede un confronto con ricostruzioni giuridiche e storiche di orientamento diverso.
  • Il rapporto tra diritto internazionale, conflitti tra potenze e possibilità di un uso emancipatorio delle norme rimane un terreno da approfondire.

Per 42rosso, l’articolo è particolarmente significativo perché permette di collegare i temi dell’imperialismo, della dipendenza, dello Stato e della sovranità a quelli del diritto, dell’egemonia ideologica e dei monopoli tecnologici. Offre inoltre un caso utile per verificare come la rete semantica possa collegare un concetto teorico generale a istituzioni, eventi storici e processi politico-giudiziari specifici.