Eurosuicidio: sovranità, democrazia e “teologia politica” dell’euro

Dalla lettura di Eurosuicidio di Gabriele Guzzi: qualche spunto di riflessione a partire dai capitoli 5 e 6 di Gian Luigi Betti.

Riferimento : Guzzi Gabriele. Eurosuicidio : come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci. Roma Fazi, 2025

URL Scheda analitica del libro su 42rosso

Premessa

Eurosuicidio di Guzzi è spesso letto come un libro critico nei confronti dell’euro. In realtà, ridurre l’opera a una semplice contestazione della moneta unica significherebbe coglierne solo una parte. La tesi più ampia dell’autore è che l’euro rappresenti il punto di arrivo di un processo storico che ha trasformato non soltanto l’economia, ma anche le istituzioni, la cultura politica e la stessa idea di sovranità in Italia e in Europa.

Nei primi capitoli l’analisi si concentra prevalentemente sugli effetti economici dell’integrazione monetaria: perdita di competitività, politiche di austerità, divergenze tra economie nazionali, indebolimento degli investimenti e modificazione della distribuzione del reddito e della ricchezza. Tuttavia, nei capitoli 5 e 6 il discorso assume una portata più ampia. Secondo Guzzi, una spiegazione puramente economica non basta a comprendere le ragioni della persistenza del consenso attorno al progetto europeo e alla moneta unica.

La “teologia politica” dell’euro

Nel capitolo 5, significativamente intitolato La teologia politica dell’euro, l’autore propone una lettura che va oltre l’economia e si colloca sul terreno simbolico e culturale. L’Unione Europea viene interpretata come una costruzione che, nell’Italia del dopo Guerra Fredda, avrebbe progressivamente assunto una funzione identitaria e quasi salvifica.

Secondo questa impostazione, il venir meno delle grandi culture politiche del Novecento, in particolare della tradizione cattolico-democratica e di quella comunista, avrebbe lasciato un vuoto ideale che il progetto europeo ha in parte occupato. L’euro non sarebbe quindi percepito soltanto come uno strumento monetario, ma come il simbolo di un’appartenenza politica e morale.

È qui che emerge il concetto di “eccedenza simbolica” della moneta unica. Il dibattito sull’euro, osserva Guzzi, tende spesso a trascendere la dimensione tecnica per assumere caratteristiche tipiche delle convinzioni identitarie: ciò che viene difeso non è soltanto una scelta economica, ma un’intera visione del mondo.

La rivalutazione dello Stato

All’interno di questa riflessione trova spazio una delle tesi più controverse del libro: la rivalutazione dello Stato nazionale.

Guzzi contesta l’idea, molto diffusa negli ultimi decenni, secondo cui il superamento dello Stato nazionale costituisca necessariamente un progresso. La sua posizione non consiste in una difesa incondizionata dello Stato, bensì nel riconoscimento della sua ambivalenza.

Da una parte, lo Stato può certamente essere uno strumento di dominio e concentrazione del potere. Dall’altra, esso rappresenta anche il luogo entro cui possono svilupparsi meccanismi democratici di redistribuzione della ricchezza, tutela sociale e partecipazione politica.

La conseguenza teorica di questa impostazione è rilevante: il superamento dello Stato non coincide automaticamente con il superamento del potere. Il potere non scompare; semplicemente si trasferisce.

Nella prospettiva dell’autore, il rischio è che tale trasferimento avvenga dalle istituzioni nazionali democraticamente responsabili verso strutture sovranazionali, organismi tecnocratici o centri finanziari transnazionali meno soggetti al controllo dei cittadini. La domanda cruciale diventa quindi non se lo Stato debba esistere o meno, ma chi eserciti concretamente il potere e attraverso quali meccanismi democratici possa essere chiamato a risponderne.

È tuttavia importante precisare che la questione dello Stato affrontata da Guzzi non coincide con altri dibattiti, spesso sovrapposti nel linguaggio politico contemporaneo. L’autore non sviluppa infatti una teoria dei rapporti fra Stato ed economia né una riflessione sistematica sul cosiddetto deep state, inteso come insieme di apparati permanenti, burocratici, amministrativi o di sicurezza capaci di influenzare la politica al di là delle dinamiche elettorali ed aventi una carattere spesso sovranazionale.

Ciò non significa che tali dimensioni siano assenti. I rapporti tra Stato e potere economico, così come il ruolo delle élite amministrative e tecnocratiche, costituiscono infatti elementi che attraversano implicitamente la sua analisi. Tuttavia il nucleo della riflessione si colloca su un piano diverso: non riguarda primariamente la struttura interna dello Stato, bensì la sua capacità di conservare un effettivo potere decisionale all’interno di un sistema caratterizzato da crescenti processi di integrazione sovranazionale.

Per questo motivo, quando Guzzi parla di sovranità, il punto centrale non è stabilire se lo Stato sia totalmente autonomo dai poteri economici o dagli apparati permanenti, ma comprendere dove risieda l’ultima istanza della decisione politica e quali strumenti democratici consentano ai cittadini di controllarla. La sua è quindi soprattutto una riflessione sulla localizzazione del potere, sulla responsabilità politica e sulle condizioni istituzionali della democrazia.

Dalla diagnosi alla proposta

Se il capitolo 5 è prevalentemente diagnostico, il capitolo 6, Come rompere la gabbia, ha un carattere programmatico.

L’interrogativo centrale non è più “che cos’è l’euro?”, bensì “come si esce dall’attuale assetto europeo?”. Per Guzzi, la possibilità di una profonda riforma dell’Unione Europea dall’interno appare limitata. Da qui l’ipotesi di una sequenza alternativa: crisi dell’attuale costruzione europea, recupero della sovranità politica degli Stati, possibile superamento dell’euro e successiva ridefinizione delle forme di cooperazione continentale.

Ciò che interessa all’autore non è però il ritorno nostalgico a un passato idealizzato. Il concetto che sintetizza la sua proposta è quello di “ritornare in avanti”. L’espressione indica la necessità di recuperare capacità politiche e decisionali che sarebbero state progressivamente ridotte, senza per questo riprodurre meccanicamente assetti storici ormai superati.

La prospettiva immaginata non è quella dell’isolamento nazionale, ma di una diversa integrazione europea, fondata su rapporti tra Stati sovrani piuttosto che su vincoli monetari e tecnocratici.

La sovranità come problema democratico

Un altro tema decisivo dei due capitoli riguarda il significato della sovranità.

Nella lettura di Guzzi, sovranità e nazionalismo non sono sinonimi. L’autore tenta infatti di sottrarre il concetto di sovranità alle semplificazioni polemiche che tendono a identificarlo con forme di chiusura identitaria.

La sovranità viene definita soprattutto come capacità democratica di decidere. Essa si collega a una catena concettuale precisa:

sovranità → autonomia decisionale → responsabilità politica → democrazia.

Una comunità politica può considerarsi realmente democratica nella misura in cui chi prende le decisioni è riconoscibile e può essere chiamato a rispondere delle proprie scelte davanti ai cittadini.

Per converso, la perdita di sovranità genera una catena opposta:

perdita di sovranità → trasferimento della decisione → tecnocrazia → riduzione della responsabilità democratica.

Il problema non riguarda soltanto il luogo in cui vengono assunte le decisioni, ma soprattutto la possibilità di attribuire responsabilità politiche a chi le prende.

Il “salto di coscienza collettivo” come progetto politico

Forse l’aspetto più originale della conclusione del libro è che la soluzione proposta da Guzzi non è innanzitutto monetaria o economica.

L’autore sostiene che qualsiasi cambiamento istituzionale richieda prima un mutamento culturale. La fuoriuscita dalla “gabbia” dell’attuale sistema europeo non dipenderebbe soltanto da decisioni tecniche, ma da quello che definisce un salto di coscienza collettivo: una trasformazione del modo in cui i cittadini interpretano il rapporto tra democrazia, sovranità e partecipazione politica.

In questa prospettiva, la sfida non consiste semplicemente nel modificare alcune regole economiche, ma nel ricostruire un immaginario politico capace di restituire ai cittadini la percezione della propria capacità di incidere sulle scelte collettive. La crisi della democrazia appare infatti, prima ancora che istituzionale, culturale: una crisi di partecipazione, di fiducia e di rappresentanza.

Proprio qui potrebbe trovarsi uno degli spunti più interessanti per una riflessione della sinistra contemporanea. Se il mutamento economico richiede anzitutto una trasformazione culturale, allora il “salto di coscienza collettivo” non può restare una semplice aspirazione teorica, ma dovrebbe tradursi in un programma politico concreto. Una sinistra che intenda tornare a rappresentare il mondo del lavoro e i ceti popolari dovrebbe assumere come obiettivo prioritario la ricostruzione di una coscienza civica diffusa, fondata sulla partecipazione democratica, sulla giustizia sociale e sulla capacità delle comunità di orientare il proprio sviluppo.

In questa chiave, Eurosuicidio può essere letto non soltanto come una critica dell’assetto monetario europeo, ma come un invito a ripensare il rapporto tra politica e cittadinanza. La questione monetaria diventa il punto di partenza di una riflessione più ampia sul potere democratico, sulla sovranità popolare e sulla necessità di costruire un nuovo progetto collettivo. Per la sinistra, ciò potrebbe significare trasformare il bisogno di consapevolezza e partecipazione in una strategia politica capace di coniugare elaborazione culturale, mobilitazione sociale e proposta di governo. Solo così il “salto di coscienza collettivo” evocato da Guzzi potrebbe diventare non soltanto una condizione del cambiamento, ma il fondamento di una nuova iniziativa politica.

Gian Luigi Betti