Il porcospino d’acciaio. Occidente ultimo atto di Luciano Canfora

Presentazione di Gian Luigi Betti

Non sono molte le parole che, nel corso dei secoli, hanno contribuito a edificare l’immaginario dell’Occidente moderno, parole che hanno alimentato l’idea dell’uomo bianco “civilizzato” e “civilizzatore”, investito della missione di diffondere il proprio verbo al resto del mondo. Parole solenni e apparentemente incontestabili. Senza richiamare tutto il repertotio legato alla cristianità colonaile consideriamo acquisiti termini come  Civiltà, Occidente, Pace, Morale, Libertà, Uguaglianza, Mercato, Democrazia, Capitalismo. Termini che vengono spesso presentati come universali e neutrali, ma che la storia rivela essere anche strumenti di legittimazione del potere, della conquista e del dominio.

Uno dei maggiori meriti di Luciano Canfora consiste proprio nell’affrontare questi concetti con il rigore del filologo. Il suo metodo non si limita alla ricostruzione degli eventi, ma investe la storia delle idee, delle parole e delle rappresentazioni collettive. Tanto nei suoi studi più specialistici, che richiedono la perizia del grecista e dello storico dell’antichità, quanto nei suoi interventi dedicati ai temi del presente, Canfora esercita un’opera di smontaggio critica che assomiglia a quella del chirurgo: separa le stratificazioni ideologiche dal nucleo storico dei concetti, distinguendo ciò che appartiene alla realtà da ciò che deriva dalla propaganda o dall’autolegittimazione dei vincitori.

In questo lavoro il termine sottoposto a esame è uno dei più utilizzati e al tempo stesso dei più ambigui del lessico politico contemporaneo: Occidente, o più precisamente civiltà occidentale.

La tesi centrale sviluppata da Canfora è tanto semplice quanto dirompente: l’Occidente non costituisce un soggetto storico unitario, coerente e permanente. Esso è piuttosto una costruzione storica mutevole, ridefinita nei secoli da conflitti, trasformazioni e rapporti di forza. Dietro l’apparente compattezza della categoria “Occidente” si celano infatti profonde divisioni sociali, economiche, culturali e politiche. Inoltre, soprattutto nell’età moderna e contemporanea, l’idea di Occidente è stata spesso utilizzata per giustificare forme di supremazia e rapporti di dominio nei confronti del resto del mondo.

Da questa impostazione derivano alcune conseguenze fondamentali.

In primo luogo, non esiste un solo Occidente: sono esistiti e continuano a esistere più Occidenti, differenti per interessi, strutture sociali e visioni politiche. La storia occidentale non è il racconto lineare di una civiltà compatta, bensì quello di un insieme di società attraversate da conflitti spesso aspri tra classi, gruppi sociali, Stati e modelli di sviluppo. Questa pluralità è evidente anche nel presente. L’Occidente europeo e quello statunitense, frequentemente rappresentati come parti di un unico universo politico e culturale, manifestano sempre più spesso interessi strategici differenti, diversi rapporti con il welfare, differenti concezioni del mercato e del ruolo dello Stato, nonché approcci talvolta divergenti nei confronti delle relazioni internazionali. Dietro l’etichetta unificante di “Occidente” continuano dunque ad agire storie, tradizioni politiche e priorità nazionali che rendono problematica qualsiasi rappresentazione monolitica di questa realtà.

In secondo luogo, i valori che vengono normalmente identificati come “occidentali” non appartengono naturalmente all’Occidente né ne costituiscono un monopolio esclusivo. Libertà, uguaglianza, cittadinanza e democrazia non sono doni concessi dall’alto né patrimoni ereditari di una particolare civiltà. Sono invece il risultato di lunghi conflitti storici, di lotte sociali e politiche che hanno contrapposto dominanti e dominati all’interno delle stesse società occidentali.

Un ulteriore elemento di riflessione riguarda il rapporto tra l’espansione europea e l’affermazione di questi valori. La diffusione delle idee di libertà e progresso si è intrecciata, spesso in modo contraddittorio, con il colonialismo, la schiavitù, l’assoggettamento economico e il dominio politico di vaste aree del mondo. La storia dell’Occidente non può dunque essere interpretata esclusivamente come una storia di emancipazione; essa è anche la storia delle conquiste, delle gerarchie e delle disuguaglianze prodotte dall’espansione imperiale.

In questa prospettiva, anche la tradizionale contrapposizione tra Oriente e Occidente perde il carattere di evidenza naturale che spesso le viene attribuito. Si tratta di una distinzione storicamente costruita, continuamente ridefinita in funzione di esigenze politiche, militari e culturali. I confini dell’Occidente non sono mai stati fissi: essi si sono spostati nel tempo insieme ai rapporti di forza che hanno modellato il sistema internazionale.

La decolonizzazione del secondo dopoguerra ha rappresentato uno dei momenti decisivi di questa trasformazione. L’emergere di nuovi Stati indipendenti e il progressivo declino dell’ordine coloniale europeo hanno modificato radicalmente gli equilibri mondiali. In tale contesto assume particolare rilievo quello che Canfora definisce il “risveglio dell’Asia”, fenomeno destinato a ridefinire la distribuzione della ricchezza, del potere e dell’influenza politica su scala globale.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e, successivamente, dopo il tramonto del sistema bipolare, l’Occidente ha cercato nuove forme di aggregazione politica, economica e militare per preservare la propria centralità. Tuttavia la questione che oggi si pone è diversa da quella che aveva caratterizzato l’epoca dell’espansione coloniale. Se per secoli il problema fu quello dell'”assalto al mondo”, oggi il problema sembra essere piuttosto quello di “arginare il mondo”: contenere l’emergere di nuovi protagonisti globali e difendere una posizione egemonica sempre più messa in discussione dai profondi mutamenti dell’equilibrio internazionale.

È proprio in questa prospettiva che questo agile libretto di Canfora si rivela particolarmente prezioso. Esso non offre una celebrazione né una condanna dell’Occidente, ma un’indagine storica sulle origini, sulle contraddizioni e sugli usi politici di una delle categorie più influenti del nostro tempo. Comprendere la storia dell’Occidente significa così comprendere non una presunta essenza immutabile, bensì un campo di conflitti, di trasformazioni e di interpretazioni ancora aperto al confronto storico e politico.

Gian Luigi Betti


Canfora, Luciano
Il porcospino d’acciaio : Occidente ultimo atto / Luciano Canfora. – Bari ; Roma : Laterza, 2025. – 81 p. ; 20 cm. – (I Robinson. Letture).) – [ISBN] 978-88-581-5966-8.

SoggettiCIVILTA OCCIDENTALE – SEC. 20.
Classificazione Dewey909.09821 (23.) STORIA MONDIALE. Regione atlantica. Occidente

Indice

Introduzione
I. Su di un “barile di dinamite” · II. Due strade · III. “Un sesto del mondo è socialista” · IV. Come cominciò e cosa divenne

Parte prima. Il 1848

  1. Il Manifesto di Tocqueville e la sua diagnosi: “Dormiamo su un vulcano”
  2. La rivoluzione degli intellettuali. L’azzardo tedesco
  3. Terreno di coltura e nascita del Manifesto
  4. Il dottor Marx indugia
  5. Estremismo intellettualistico
  6. “Dittatura del proletariato”. Gli insegnamenti del giugno 1848
  7. La girandola delle date: quando apparve il Manifesto?
  8. Il Manifesto “work in progress”
  9. Il IV capitolo
  10. Ur-Manifesto
  11. “Si stampi!”
  12. Il “dopoguerra”: nuovi manifesti e vecchi compagni
  13. Il secondo Manifesto e la svolta “evoluzionistica”

Parte seconda. Strangolare il bolscevismo
Preambolo. Il “cordone sanitario”

  1. L’anno spartiacque: 1919. Il sogno occidentale di colonizzare la Russia
  2. La gestione alleata della guerra civile russa
  3. Parigi-Mosca 1919: alla ricerca di una via diplomatica
  4. Missione Bullitt a Mosca
  5. “Missione” Pettit?
  6. Centralità per Lenin dell’accordo con Bullitt
  7. Ruolo e vitalità del Rapporto Bullitt
  8. “Lenin talks to America“, Wilson risponde
  9. Lenin “apocrifo” ed eterodosso
  10. Chi era Lincoln Steffens
  11. Operazione Naudeau
  12. Il problema Stalin
  13. La “grande guerra patriottica”
  14. Le due traiettorie

Epilogo. La prima rivoluzione del Terzo Mondo · Tavole (4: copertine del Manifesto, appello di Cavaignac) · Note


Analisi per punti

A. La tesi d’insieme (Introduzione)

  1. Oggetto. Non la storia millenaria delle idee comuniste, ma il comunismo come movimento politico moderno, dopo l’ancien régime. Due “nascite”: il 1848 e il 1917 (la Comune del 1871 è episodio “significativo ma circoscritto”).
  2. La domanda iniziale. Perché i partiti nati nel solco dell’Internazionale comunista, nel 1920-21, in cinquant’anni sono “diventati altro”: rifluiti nella socialdemocrazia (PCI, PCF), ancorati alla realtà nazionale (Cuba, Russia post-sovietica, Cina) o scomparsi.
  3. Continue divaricazioni. La storia comunista è segnata da fratture riconducibili ad alternative strategiche (Marx-Schapper, Bernstein-Kautsky, Kautsky-Lenin, Lenin-Luxemburg, Trockij-Stalin, URSS-Jugoslavia, URSS-Cina). Il leninismo abbandona presto “l’autogoverno del proletariato” e il controllo operaio, sostituiti dalla “economia di comando”.
  4. Il secondo comunismo (1917-1989) nasce dall’imperialismo. Il testo fondativo non è tanto Stato e rivoluzione quanto Il socialismo e la guerra (1915) e L’imperialismo. La brutalità dell’imperialismo spiega la durezza del secondo comunismo.
  5. Dalla rivoluzione allo Stato. I partiti comunisti al potere si trasformano da internazionalisti a nazionali: “esito inevitabile quando la rivoluzione diventa stato”. La rottura URSS-Cina e la Rivoluzione culturale (giudicata “una catastrofe, senza residui positivi”) sono la tomba dell'”unità del campo socialista”.
  6. Definizione stipulativa. “Il comunismo è Marx e Lenin. Tutto il resto è la storia della socialdemocrazia: Engels, Turati, Kautsky, Togliatti.” L’esito del comunismo occidentale è la socialdemocrazia; quello leninista è la decolonizzazione contro la ricolonizzazione occidentale.
  7. Tre ondate di roll back. Il cordone sanitario del 1919-20; il roll back di Dulles (dal 1949); l’espansione della NATO dopo il 1991, con analogo accerchiamento della Cina.
  8. L’approdo. Una “cangiante collaborazione di stati diversissimi” accomunati dall’antagonismo al suprematismo “occidentale”; il lessico dell’Occidente (valori, democrazia liberale) è “intonaco caduto in brandelli”.
  9. La scientificità di Marx è contingente. Dentro una cornice utopica, Marx introduce la scientificità, ma questa è legata a condizioni materiali che mutano: la sua opera diventa “un affascinante oggetto di studio”. Lenin compie la “forzatura” di inquadrare nella “dottrina di Marx” la rivoluzione russa del 1905 e le rivoluzioni nazionali asiatiche (I destini storici della dottrina di Marx, 1913; “barile di dinamite”).
  10. Le due strade (II-IV). Il 1848-51, con Marx organizzatore rivoluzionario, e il 1919, con Lenin che tratta con gli Alleati. In entrambi i casi i due fondatori prendono atto della lezione della realtà. La strada engelsiana (suffragio, via legale, prefazione del 1895 a Le lotte di classe in Francia) è quella che Togliatti sceglie nel 1956; quella di Lenin passa per la decolonizzazione (Meglio meno, ma meglio, 1923).
  11. Il “sesto del mondo” (III). Percezione occidentale (Russell, Hewlett Johnson, i Webb, Toynbee, Saitta) di un passaggio al socialismo; ma l’obiettivo di un’economia socialista restò al centro anche della socialdemocrazia fino a Bad Godesberg (1959). Il “tornante” del 1917 era una tappa, esposta a sconfitta per via della politica di potenza.

B. Parte prima. Il 1848

  1. Tocqueville e il “primo manifesto”. Nell’ottobre 1847 un gruppo di parlamentari incarica Tocqueville di redigere un manifesto; il suo discorso del 29 gennaio 1848 diagnostica una rivoluzione sociale imminente sul diritto di proprietà. Canfora lo pone come termine di confronto: Tocqueville sopravvaluta la diffusione della critica della proprietà tra le masse, ma ne vede il filo.
  2. Contro l’agiografia marxista. Il 1848 non va letto con Marx al centro: pesano Proudhon, Louis Blanc, Blanqui (primo assertore della “dittatura del proletariato”), i cartisti con i Fraternal Democrats, e la propaganda sociale di Luigi Bonaparte (L’extinction du paupérisme), vero vincitore del conflitto francese. La rivoluzione di febbraio nasce dalla campagna per il suffragio, non da una crisi economica.
  3. Genesi del Manifesto (capp. 3-4). Commissionato a Londra a fine 1847, Marx lo scrive “con calma”; il 24-26 gennaio 1848 Schapper, Bauer e Moll gli intimano di consegnare o restituire i Grundsätze di Engels, che sarebbero diventati il manifesto. Marx usa anche materiali dell’Ideologia tedesca e di Engels. Il testo è scritto “a tappe”.
  4. Contraddizioni interne (capp. 5, 8, 9). I capp. I-II dicono che i comunisti non hanno “principi propri” rispetto agli altri partiti proletari; il IV li presenta come portatori di obiettivi propri, da raggiungere con “l’abbattimento violento” dell’ordine esistente. Sulla proprietà il II capitolo difende l’abolizione della sola proprietà borghese, il IV pone come questione fondamentale la proprietà “in qualunque forma”. Il passaggio dal “mondo intero” alla sola Germania è un indizio di scrittura in progress; il cap. IV conta solo cartisti e “riformatori agrari” americani (poi i due autori, nel 1882, ammetteranno di non aver parlato della Russia né degli USA).
  5. La questione della data (capp. 7, 11). Sul frontespizio compare “pubblicato nel febbraio 1848” (veröffentlicht), che Canfora legge come retrodatazione: il 29 febbraio il Verein decide le spese di stampa, i primi esemplari partono da Londra il 18 marzo (1.000 copie), non c’è alcuna copia il 8 marzo. L’uscita è spiazzata dalla rivoluzione parigina del 24 febbraio.
  6. Ur-Manifesto (cap. 10). I capp. I e II costituiscono il vero Manifesto (concluso dalla celebre frase sul “libero sviluppo di ciascuno come condizione per il libero sviluppo di tutti”); il IV capitolo e i “10 punti” sono aggiunte “operative” sotto l’urgenza degli eventi, e infatti nel 1872 i due autori li dichiarano “caduchi” (veraltet).
  7. “Dittatura del proletariato” (cap. 6). La formula, nel Manifesto assente (compaiono i despotische Eingriffe), proviene da Blanqui, che Marx ignora nel 1848-49 e rivaluta troppo tardi (giugno 1848, 4.000 morti); Marx nel 1852 la rivendica come propria “scoperta”. Blanqui resta fuori dal “Pantheon” ortodosso.
  8. Il “dopoguerra” e il secondo Manifesto (capp. 12-13). La scissione del 17 settembre 1850 separa Marx ed Engels da Schapper e Willich; la Lega dei comunisti esaurisce il suo ruolo. Le prefazioni del 1872 (a seguito del processo a Liebknecht e Bebel e della Comune), 1882 (la obščina russa), 1888, 1890 e soprattutto la prefazione di Engels del 1895 formano un “secondo manifesto” evoluzionistico. Per Canfora il §16 dei Grundsätze (1847) mostra che Engels era già coerente con la via legale.

C. Parte seconda. Strangolare il bolscevismo

  1. Il cordone sanitario come costante storica. Dalla Francia rivoluzionaria alla Comune (con la complicità di Bismarck), dalla Russia al roll back contro la Cina, Cuba, l’Indonesia (1965): la reazione esterna a ogni rivoluzione, con la parola “libertà” come copertura.
  2. 1919, “l’anno spartiacque”. Le potenze “democratiche” intervengono nella guerra civile russa con truppe e fondi (40.000 britannici, 70.000 giapponesi, due divisioni francesi, ecc.), mirando alla colonizzazione di un “serbatoio di risorse”. Per Canfora questo trauma plasma il leninismo: dalla rivoluzione in Occidente alla lotta tra potenze, con decolonizzazione contro imperialismo.
  3. La missione Bullitt (capp. 3-8). Dall’8 al 15 marzo 1919 Bullitt, Steffens e il capitano Pettit sondano Lenin su iniziativa di House e di Philip Kerr. Il memorandum Kerr contiene condizioni pensate per essere accettabili; Lenin e Čičerin le concordano. Poi l’iniziativa viene sconfessata (Kerr parla di “idee personalissime”), per la debolezza di Lloyd George e di Wilson e per le notizie sulle vittorie di Kolčak. Canfora ricostruisce la diffusione del Rapporto (Senato USA, The Nation, Avanti!, Critica sociale) e contesta sia la versione propagandistica di Potëmkin sia la liquidazione di Margaret MacMillan.
  4. Pettit e i codici. Il documento del console di Helsinki (1° aprile 1919): Pettit, capitano dei servizi segreti militari, fermato con codici navali segreti nel bagaglio della Croce Rossa USA: una dimensione di intelligence che la storiografia lascia in ombra.
  5. Lenin “eterodosso” (capp. 9-11). Le interviste del 1919 (Naudeau, Ransome, Steffens e altri) mostrano un Lenin che parla di “esperimento”, di “vie particolari”, che non vuole “provare Marx fino in fondo” e che viene letto dai contemporanei come svolta “a destra” (Huddleston, Kuliscioff), mentre Keynes parla di “straordinario esperimento di socialismo”. Steffens, filobolscevico e amico di Wilson, e Naudeau, anti-bolscevico, sono due prospettive; Gramsci parlerà di Lenin come “capo”.
  6. Stalin e la guerra (capp. 12-13). Stalin ha costruito uno Stato che “ha retto fino al 1991” mentre quelli di altre rivoluzioni caddero con i loro artefici; la rivoluzione si torce in senso nazionale, con errori gravi (blocco di Berlino, Tito, Corea) ma anche con prudenza e con il patto del 1939 come “secondo Brest”. L'”ossessione del complotto” è un tratto strutturale dei contesti rivoluzionari. Contro Hobsbawm (“Stalin salvò l’Occidente capitalistico da Hitler”), Canfora sostiene che Stalin voleva restare fuori dalla guerra, che subì l’aggressione del 1941 e che la “grande guerra patriottica” fu difesa della patria; che le élite conservatrici britanniche erano vicine alla “soluzione hitleriana”.
  7. Le due traiettorie (cap. 14). La traiettoria del Manifesto è il suffragio come arma e la sua delusione (1848, 1871); da qui l’ultimo Engels, la socialdemocrazia, Togliatti. Dopo il 1914, Lenin recupera il concetto di “maggioranza” su scala planetaria (II Congresso del Komintern, 1920: “il 70 per cento della popolazione mondiale”); Meglio meno, ma meglio (1923) dà priorità al mondo coloniale. La decolonizzazione ha “sue logiche”, e con la fine dell’URSS finisce una storia cominciata a metà Ottocento: oggi lo scontro è tra potenze, “per aree geografiche”. Contro Furet, il lascito dell’esperimento sovietico è letto con Croce e Deutscher.
  8. Epilogo. Il Komintern sciolto (1943), Fulton (1946) come riapertura della “guerra fredda” iniziata nel 1919; Churchill difende l’impero. Il vero lascito è la decolonizzazione, non il “paradosso di Hobsbawm”; l’Occidente “liberal-imperiale” si gioca qui la sopravvivenza (Africa francofona, assassinii di leader, Indonesia 1965). Il comunismo, come la democrazia, è “incessante necessità di attuarlo”; l’uguaglianza è “una necessità che si ripresenta continuamente”.

Recensioni

Luciano Canfora. Comunismo, un’altra storia di Danilo Ruggieri
Danilo Ruggeri su L’interferenza e Sinistrainrete

Recensione a Il porcospino d’acciaio. Occidente ultimo atto di Luciano Canfora (Roma-Bari, Laterza, 2025, pag. 82, € 13,00)
Enrico Maria Massucci su La città futura