La Costituzione è ancora sotto attacco! /a.Cacopardo

di Augusto Cacopardo

Il fallimento delle riforme costituzionali

La smagliante vittoria del NO nel referendum del lo scorso 22-23 marzo ha inferto un duro colpo al progetto autoritario della destra fondato sui tre pilastri dell’autonomia differenziata, della riforma della giustizia e del premierato. Si trattava di tre riforme che dovevano centrare l’obiettivo della Meloni di “rivoltare questo Paese come un calzino”, rottamando in modo definitivo la Costituzione scaturita dalla Resistenza, che il mondo da cui lei proviene, per ovvi motivi, non ha mai potuto digerire.

Possiamo dire che le barriere erette dai Costituenti per impedire il sorgere di nuovi autoritarismi, pur messe a dura prova, hanno finora retto all’assalto.

  • L’autonomia differenziata è stata in larga parte smantellata dalla Corte Costituzionale.
  • La riforma Meloni/Nordio è stata bocciata senza appello dal popolo sovrano, facendo naufragare il tentativo di assoggettare la magistratura al potere politico, portato avanti in flagrante contraddizione con il liberalismo di cui si finge alfiere il principale sponsor della riforma, il partito che fu di Berlusconi e Dell’Utri.
  • Il premierato, la meloniana “madre di tutte le riforme”, è stato prontamente archiviato proprio a causa del naufragio della riforma della giustizia, per non rischiare una nuova disfatta referendaria.

La strategia della “Costituzione materiale”

Purtroppo, però, non si può certo cantare vittoria. La destra ha già dimostrato coi fatti che non intende per nulla rinunciare al progetto neofascista che è la sua anima. Costretta a rinunciare a capovolgere il dettato costituzionale nella sua lettera, mira adesso a vanificarlo nella prassi con leggi ordinarie, agendo cioè su quella che i giuristi chiamano “costituzione materiale”.

  1. Magistratura contabile: La destra aveva già agito in maniera preventiva con una riforma che consente sostanzialmente all’esecutivo di pilotare l’esercizio della funzione di controllo della Corte dei Conti.
  2. Autonomia: Calderoli sta lavorando da mesi, in maniera più o meno carsica, per giungere con quattro regioni del Nord a intese che mirano ad aggirare i paletti fissati dalla Consulta.
  3. Premierato surrettizio: Giorgia Meloni ha da tempo lanciato il suo “piano B”: introdurre il premierato attraverso una legge elettorale ad hoc.

Lo “Stabilicum” e la torsione maggioritaria

È questo il cosiddetto “stabilicum” (o melonellum), ormai in dirittura d’arrivo alla Camera (nonostante i dissidi interni alla maggioranza) dove l’opposizione può solo ritardare il processo, ma non fermarlo. Si tratta di una legge che verticalizza il sistema, rafforzando marcatamente il governo nei confronti del parlamento, sia come organo titolare del potere legislativo che come luogo della rappresentanza democratica.

Il sistema elettorale è nominalmente proporzionale, ma la previsione di un cospicuo premio di maggioranza in seggi per la coalizione che supera il 42% (70 alla Camera e 35 al Senato) produce un esito decisamente maggioritario.

Gli effetti sui contrappesi democratici

  • Distorsione della rappresentanza: Grazie al premio, la coalizione vincente sarebbe vicina al 60% dei seggi, mentre al presumibile rimanente quasi 60% degli elettori che non l’hanno votata ne resterebbe solo il 40%; una distorsione in netto contrasto con il principio costituzionale di uguaglianza del voto.
  • Controllo del Quirinale: I vincitori sarebbero in grado di eleggere il Presidente della Repubblica (maggioranza assoluta dopo il terzo scrutinio) senza il concorso dell’opposizione.
  • Controllo della Consulta: La maggioranza sarebbe vicina alla soglia necessaria a eleggere un terzo dei giudici della Consulta ($3/5$ dopo il terzo scrutinio). Oltre al controllo del Parlamento favorito dalle probabili liste bloccate che mettono gli eletti nelle mani dei segretari dei partiti, la maggioranza di governo potrebbe così controllare i supremi organi di garanzia, dato che un altro terzo dei giudici della Consulta è nominato dal Presidente della Repubblica.
  • Marginalizzazione del Capo dello Stato: L’indicazione del nome del candidato presidente del consiglio legherebbe le mani al Presidente della Repubblica, titolare del potere sostanziale di nomina, e darebbe al capo del governo un peso politico nettamente superiore a quello del Capo dello Stato.

In breve, senza toccare la Costituzione, si scivolerebbe dritti dritti verso l’autarchia o, come si usa dire oggi, verso una democratura, ossia una sostanziale dittatura travestita da democrazia. Il sogno della destra-destra — a cui appartengono indistintamente tutti i partiti della maggioranza — sarebbe realizzato.

I limiti dei rimedi giuridici

Il danno, trattandosi di una legge ordinaria, non sarebbe pari a quello della progettata riforma costituzionale, ma poco ci mancherebbe. Non ci sarebbe infatti da contare su un possibile referendum abrogativo, perché la giurisprudenza della Consulta consente solo un’abrogazione parziale per le leggi elettorali, giacché l’abrogazione totale lascerebbe il Paese senza la pietra angolare di ogni sistema democratico.

Così come a poco servirebbe — almeno nell’immediato — anche una più che probabile futura bocciatura della stessa Corte, che potrebbe lasciare comunque in carica il Parlamento eletto con la legge dichiarata incostituzionale, come già accaduto dopo la bocciatura del Porcellum. Sarebbe certo logico e più che auspicabile, in questo caso, lo scioglimento anticipato delle Camere da parte del Capo dello Stato; un atto su cui non si può però ovviamente contare e che sarebbe sicuramente da escludere se il nuovo Presidente fosse espressione della destra.

Le prospettive: Un’Alleanza per la Costituzione

Che fare dunque? In primo luogo bisogna che tutti coloro che hanno a cuore la Costituzione, e lo hanno dimostrato nel referendum di marzo, si rendano conto che l’attacco alla Carta antifascista uscita dalla Resistenza è sempre in corso, e che il rischio che essa corre adesso non è inferiore a quello che ha corso con la minacciata riforma della giustizia.

Se, grazie a questa legge — che oltre a istituire un premierato di fatto è calibrata sulla convenienza elettorale della destra — Meloni & C. dovessero riuscire a mantenersi al potere per un’altra legislatura, il destino della Costituzione del ’48 e del suo avanzatissimo progetto politico di democrazia sociale sarebbe segnato. Anche se non dovessero ritentare la rischiosa via della riforma costituzionale, erigerebbero un castello di leggi ordinarie che ne tradirebbero nella pratica tutti i principi.

Allora è necessario che il campo opposto alla destra, nella sua campagna elettorale, inalberi lo stendardo della Costituzione e scandisca i suoi principi a chiare lettere nel suo programma, a partire dalla partecipazione democratica, dal ripudio della guerra, dalla tutela dei diritti di libertà, dalla piena attuazione dei diritti sociali.

Dovrebbe sorgere un’Alleanza per la Costituzione che prometta una legge elettorale che abbia al primo posto la rappresentanza e non la governabilità (o stabilità, che dir si voglia), e che ponga finalmente a suo faro l’attuazione, e non la modifica, della Carta. Solo così sarà possibile chiamare di nuovo a raccolta quel popolo di giovani, e meno giovani, che lo scorso marzo ha fatto risuonare alto il suo NO.

Augusto Cacopardo

Testo giù pubblicato su  La Città manifesta