Spunti dalla parabola intellettuale di Anwar Shaikh (1945–2026)
Il testo è un ricordo intellettuale di Anwar Shaikh, economista marxista e professore alla New School for Social Research, scomparso nell’ottobre 2026. Stefano Di Bucchianico ne ricostruisce alcuni aspetti essenziali del contributo teorico: il dialogo tra economia classica e strumenti quantitativi contemporanei, l’interpretazione delle crisi capitalistiche, la concorrenza reale, il rapporto tra innovazione tecnologica e conflitto distributivo, la formazione delle disuguaglianze.
Il titolo sintetizza una caratteristica fondamentale del metodo di Shaikh: la capacità di recuperare le grandi domande degli economisti classici – da Smith e Ricardo a Marx e Keynes – senza rinunciare all’analisi empirica, all’econometria e al confronto con il dibattito economico contemporaneo. Il saggio è anche un’indicazione di lavoro per chi intenda raccoglierne l’eredità, soprattutto sui temi dell’intelligenza artificiale, del potere delle imprese e delle trasformazioni del lavoro.
Scheda bibliografica
- Autore: Stefano Di Bucchianico
- Titolo: Moderno tra gli antichi, antico tra i moderni
- Sottotitolo: Spunti dalla parabola intellettuale di Anwar Shaikh (1945–2026)
- Pubblicato su: Sinistrainrete, 5 novembre 2026
- Creato per: Eticaeconomia, 31 ottobre 2026
- URL: https://www.sinistrainrete.info/teoria-economica/33943-stefano-di-bucchianico-moderno-tra-gli-antichi-antico-tra-i-moderni.html
- Argomento: ricostruzione dell’eredità teorica e metodologica di Anwar Shaikh e delle prospettive aperte dalla sua ricerca.
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1. Il metodo di Shaikh: tra storia del pensiero economico e analisi empirica
Il primo elemento che Di Bucchianico mette in evidenza è la capacità di Shaikh di attraversare ambiti disciplinari che l’economia accademica tende progressivamente a separare: macroeconomia, teoria del valore, econometria e storia del pensiero economico.
Negli anni Settanta e Ottanta, Shaikh partecipò alle controversie sulla validità della teoria marxiana del valore, sul rapporto tra Marx e Sraffa e sui fondamenti teorici dell’economia neoclassica. Ma, diversamente da molti economisti critici, non limitò il proprio lavoro alla discussione teorica: sviluppò anche analisi quantitative sistematiche.
Tra i suoi contributi empirici ricordati nell’articolo:
- la ricostruzione delle serie storiche statunitensi del saggio di profitto e dell’utilizzo della capacità produttiva;
- la rilettura della contabilità nazionale attraverso categorie dell’economia classica;
- la misurazione degli scostamenti tra prezzi di mercato e valori-lavoro mediante tavole input-output.
La sua originalità consiste nell’aver mantenuto un rapporto continuo tra le questioni teoriche poste dagli economisti classici e gli strumenti di indagine quantitativa. Quando l’econometria diventava progressivamente la lingua dominante della professione e la storia del pensiero economico perdeva spazio nei programmi universitari, Shaikh continuava a utilizzare gli strumenti contemporanei senza abbandonare le domande di Smith, Ricardo, Marx, Keynes, Harrod e Kalecki.
Il suo libro Capitalism: Competition, Conflict, Crises (2016), risultato di circa mezzo secolo di ricerca, rappresenta la sintesi più ampia di questo percorso.
2. La crisi del 2008: una crisi del capitalismo, non un incidente finanziario
Il secondo nucleo dell’articolo riguarda l’interpretazione dello sviluppo capitalistico e delle sue contraddizioni. La crisi del 2008 costituisce, in questa prospettiva, un banco di prova decisivo.
Di Bucchianico contrappone la lettura di Shaikh alla fiducia espressa nel 2003 da Robert Lucas nella capacità della macroeconomia di aver sostanzialmente risolto il problema delle depressioni. Per Shaikh, il collasso dei mutui subprime non era invece che l’innesco di una crisi più profonda: la «prima Grande Depressione del XXI secolo».
La crisi veniva interpretata come parte di una fase discendente di un’onda lunga, analogamente a quanto avvenuto negli anni Trenta e Settanta. Sotto la crisi finanziaria Shaikh individuava una più lunga erosione della redditività degli investimenti.
Secondo la ricostruzione riportata nell’articolo, questa tendenza era stata contrastata da due processi:
- la compressione dei salari rispetto alla produttività, favorita dall’offensiva contro il lavoro avviata nell’era Reagan;
- la diminuzione dei tassi d’interesse.
L’indebitamento delle famiglie aveva consentito di rinviare temporaneamente l’emergere della contraddizione, sostenendo la domanda nonostante la debolezza dei redditi da lavoro.
Shaikh distingueva inoltre due differenti risposte politiche alla crisi:
- i salvataggi di banche e imprese, che finirono in larga parte per risanare i loro bilanci;
- l’occupazione pubblica diretta, sul modello del New Deal, capace di creare lavoro e domanda a partire dai bisogni sociali.
La prevalenza della prima soluzione non sarebbe stata soltanto una scelta tecnica. La seconda avrebbe infatti subordinato l’attività economica privata a obiettivi sociali, mettendo in discussione i rapporti di potere esistenti. Anche l’austerità europea del 2010 viene letta da Shaikh come un’occasione per indebolire il mondo del lavoro, che in Europa aveva resistito meglio che negli Stati Uniti e nel Regno Unito alle trasformazioni dell’era Reagan-Thatcher.
3. La concorrenza reale: tecnologia, costi e conflitto tra capitale e lavoro
Uno dei contributi teorici più rilevanti di Shaikh è la nozione di «concorrenza reale». Essa si contrappone alla concorrenza perfetta dei manuali: il capitalismo non è un sistema di imprese che si limitano ad adeguarsi passivamente a un prezzo dato, ma un ambiente conflittuale nel quale le imprese competono cercando continuamente di ridurre i costi e conquistare vantaggi sui concorrenti.
Le imprese possono perseguire questo obiettivo attraverso:
- la compressione dei salari;
- l’allungamento e l’intensificazione dei tempi di lavoro;
- l’introduzione di nuove tecniche produttive;
- la ricerca di nuova manodopera, anche attraverso il reclutamento internazionale.
Queste strategie incontrano però la resistenza dei lavoratori. Nel lungo periodo, il cambiamento tecnico diventa quindi una via fondamentale per ridurre i costi e rafforzare la posizione competitiva delle imprese.
Di Bucchianico richiama un nesso importante: quando cresce la quota dei salari, le imprese sono spinte ad accelerare l’introduzione di tecniche risparmiatrici di lavoro. Il progresso tecnico non è dunque un processo neutrale, separato dai rapporti sociali, ma anche uno strumento della competizione tra imprese e del conflitto tra capitale e lavoro.
La crescita della produttività, inoltre, ricrea continuamente un esercito industriale di riserva su scala mondiale. La ricerca di manodopera aggiuntiva, anche all’estero, si accompagna così alla produzione di una popolazione lavoratrice resa eccedente dai processi di riorganizzazione produttiva.
Questa impostazione offre una chiave di lettura per il dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale: l’innovazione può diventare un’arma nella competizione tra imprese e nella ridefinizione dei rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori.
4. Marx e Sraffa: il confronto teorico e la verifica empirica
Il terzo aspetto riguarda l’evoluzione del pensiero di Shaikh e la sua disponibilità a rivedere le proprie valutazioni.
Negli anni Ottanta Shaikh intervenne polemicamente nel dibattito sulla rilevanza della teoria marxiana del valore-lavoro e sul problema della trasformazione dei valori in prezzi. Criticò duramente l’impostazione neoricardiana, arrivando a sostenere che il suo apparente rigore algebrico nascondesse il «rigor mortis» della teoria.
In Capitalism, tuttavia, il giudizio sulla teoria di Sraffa appare più articolato: Shaikh ne riconosce l’eleganza e la capacità analitica. Le sue riserve non scompaiono, ma vengono sottoposte a un confronto con i risultati empirici.
Secondo le stime richiamate da Di Bucchianico, nelle economie reali i prezzi relativi delle merci variano relativamente poco al modificarsi della distribuzione del reddito tra salari e profitti. Le curve salario-profitto risultano infatti quasi lineari.
Da questa osservazione Shaikh trae una conclusione specifica: sul piano pratico, i prezzi sraffiani possono essere letti come una versione dei valori-lavoro marxiani trasformati in prezzi, poiché la differenza quantitativa tra le due grandezze risulterebbe empiricamente limitata.
Il punto non è che Marx e Sraffa diventino teoricamente identici. È piuttosto il tentativo di valutare la portata delle differenze teoriche anche attraverso la loro rilevanza quantitativa nelle economie effettive.
5. La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto
Di Bucchianico segnala un cambiamento significativo nel modo in cui Shaikh tratta la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto.
Negli anni Settanta Shaikh era stato uno dei più autorevoli sostenitori di questa legge. Il suo scritto del 1978 sulla storia delle teorie della crisi aveva avuto un ruolo importante anche nella formazione di Howard Botwinick.
In Capitalism, tuttavia, la legge non occupa più una posizione esplicitamente centrale: non le è dedicato un capitolo e il termine «legge» viene utilizzato in modo molto meno marcato.
La caduta tendenziale non viene semplicemente abbandonata. Assume piuttosto la forma di un meccanismo condizionato e di una regolarità empirica: se le tecniche che riducono i costi richiedono una maggiore quantità di capitale, la concorrenza può determinare una diminuzione del saggio di profitto anche a salari reali invariati.
L’articolo ricorda che, secondo le analisi di Shaikh, il saggio massimo di profitto negli Stati Uniti sarebbe diminuito durante tutto il dopoguerra.
Resta aperta, secondo Di Bucchianico, la necessità di un lavoro esegetico più approfondito per comprendere pienamente il posto che questa legge conserva nella teoria matura di Shaikh. Nella sua interpretazione della crisi del 2008, essa continuava comunque a operare sullo sfondo.
6. Commercio internazionale: vantaggi assoluti e squilibri commerciali
L’articolo ricorda anche il lavoro del 2021 realizzato da Shaikh insieme a Isabella Weber sul disavanzo commerciale statunitense e sul rapporto con la Cina.
Gli autori contestavano la spiegazione secondo cui il deficit americano sarebbe stato determinato principalmente dalla manipolazione del tasso di cambio da parte cinese. Una rivalutazione dello yuan, secondo la loro analisi, non sarebbe stata sufficiente a riequilibrare il commercio bilaterale.
La ragione risiederebbe nelle differenze tra i costi reali di produzione e nei vantaggi assoluti, più che nei vantaggi comparati. Gli squilibri commerciali non possono quindi essere spiegati soltanto attraverso il livello dei cambi o le politiche monetarie.
Di Bucchianico sottolinea l’attualità di questa interpretazione in un contesto nel quale Washington torna a utilizzare i dazi come risposta agli squilibri commerciali.
7. Redditi, classi sociali e distribuzione della ricchezza
Un ulteriore ambito di ricerca di Shaikh riguarda la distribuzione dei redditi, affrontata anche attraverso strumenti provenienti dall’econofisica.
Riprendendo l’ipotesi a due classi associata a Yakovenko, Shaikh distingue due forme di distribuzione:
- quella della grande maggioranza della popolazione, che vive prevalentemente di redditi da lavoro;
- quella di una minoranza collocata ai vertici della distribuzione, che trae una parte rilevante delle proprie entrate dai redditi da proprietà.
I redditi da lavoro seguirebbero una distribuzione esponenziale: numerosi ai livelli bassi e intermedi, diventano progressivamente più rari all’aumentare del reddito. I redditi da proprietà, invece, seguirebbero una distribuzione di Pareto, caratterizzata da una lunga coda nella quale si concentra una quota molto elevata delle risorse.
Con Papanikolaou e Wiener, Shaikh ha mostrato che questa forma distributiva riguarda i redditi da lavoro di uomini e donne, bianchi e afroamericani, pur in presenza di differenze nelle medie. Questi divari possono essere influenzati dalle politiche sociali.
8. La critica a Piketty e il peso dei redditi da proprietà
Il confronto con Thomas Piketty costituisce un passaggio importante di questa ricerca.
Shaikh riconosce il valore del lavoro empirico di Piketty, ma non condivide la spiegazione della crescita della disuguaglianza fondata sulla relazione tra rendimento del capitale e tasso di crescita dell’economia, sintetizzata nella formula r > g.
Nella lettura di Shaikh, il fattore decisivo è il peso dei redditi da proprietà nella distribuzione complessiva. Questo peso cresce in relazione:
- alla quota dei profitti sul reddito;
- al conflitto distributivo tra salari e profitti;
- alla finanziarizzazione;
- alla moltiplicazione dei redditi finanziari attraverso la struttura gerarchica delle attività e dei rapporti finanziari.
La disuguaglianza non viene quindi ricondotta a una legge autonoma del rendimento del capitale, ma collegata ai rapporti di distribuzione e ai processi che consentono ai redditi da proprietà di accrescere il proprio peso.
Con Amr Ragab, Shaikh ha inoltre elaborato una misura del benessere corretta per la disuguaglianza: il reddito medio dell’80% più povero della popolazione, definito Vast Majority Income, o reddito della grande maggioranza. L’indicatore sposta l’attenzione dal reddito medio complessivo alle condizioni economiche della parte più ampia della popolazione.
9. Le questioni aperte: ecologia, tecnologia e assorbimento nel mainstream
Nella parte conclusiva Di Bucchianico individua due sfide per chi voglia proseguire il lavoro di Shaikh.
La prima riguarda l’ecologia. In Capitalism il tema ambientale è sostanzialmente assente, nonostante Shaikh avesse talvolta richiamato il degrado ambientale accanto alla disoccupazione e alla povertà tra i problemi globali. L’autore considera questa assenza una lacuna significativa, anche perché la questione ecologica avrebbe potuto offrire un ulteriore campo di applicazione alla capacità di ricerca interdisciplinare di Shaikh.
La seconda questione riguarda il rapporto tra categorie marxiane e modelli economici contemporanei.
Di Bucchianico richiama un recente lavoro di Fukui, Nakamura e Steinsson, che, partendo da Smith e Marx, analizza come la semplificazione delle mansioni attraverso la tecnologia possa rendere i lavoratori più facilmente sostituibili, indebolirne il potere contrattuale e ampliare la distanza tra salari e produttività.
Il contesto è quello di una crescente capacità delle imprese di comprimere i salari, anche in mercati del lavoro locali nei quali i datori di lavoro sono meno concentrati. Si tratta di una forma di potere che Shaikh e Botwinick avrebbero potuto descrivere come «potere senza monopolio».
Nel modello richiamato, questo potere viene però tradotto nella categoria di markdown: uno scarto tra il salario e il prodotto marginale del lavoro, attribuito alle frizioni del mercato del lavoro. Il rischio individuato da Di Bucchianico è che categorie nate nell’economia critica vengano assorbite dal mainstream e perdano parte della loro capacità di descrivere i rapporti sociali. Ma esiste anche un’opportunità: esse possono entrare in un dibattito economico più ampio, confrontandosi con dati e modelli formali.
10. L’eredità intellettuale di Shaikh
La conclusione dell’articolo restituisce un’immagine di Shaikh come economista capace di coniugare rigore formale, verifica empirica, storia del pensiero e autonomia critica.
La sua eredità non consiste soltanto in un insieme di tesi sul funzionamento del capitalismo, ma anche in un metodo di ricerca:
- non separare la teoria dall’indagine empirica;
- confrontare le categorie economiche con i dati;
- mantenere vivo il dialogo con la storia del pensiero;
- sottoporre le proprie posizioni a revisione;
- utilizzare gli strumenti formali senza rinunciare alla critica dei rapporti sociali.
La formula «moderno tra gli antichi, antico tra i moderni» esprime proprio questa doppia appartenenza. Shaikh ha continuato a interrogare i problemi classici dell’economia politica servendosi degli strumenti analitici più aggiornati, senza accettare che il progresso tecnico e metodologico dell’economia comportasse l’abbandono delle sue domande fondamentali.
Conclusione critica
Il contributo di Di Bucchianico è una ricostruzione sintetica ma densa, che ha il merito di non ridurre Shaikh a un semplice interprete contemporaneo di Marx. Ne mette invece in evidenza la specificità: aver cercato di costruire un’economia politica critica capace di misurarsi con la teoria dominante anche sul terreno dell’analisi quantitativa e dei modelli formali.
Particolarmente rilevante è il collegamento tra concorrenza reale, innovazione tecnologica e conflitto distributivo. La tecnologia non viene considerata una forza esterna che determina automaticamente il destino del lavoro, ma una componente dei processi attraverso i quali le imprese cercano di ridurre i costi, aumentare la produttività e modificare i rapporti di forza. Questa impostazione consente di affrontare anche le trasformazioni legate all’intelligenza artificiale senza cadere né nel determinismo tecnologico né nell’idea che l’innovazione sia di per sé socialmente neutrale.
Un secondo elemento importante è il rapporto tra distribuzione funzionale del reddito, redditi da proprietà e finanziarizzazione. La critica a Piketty, così come viene presentata nell’articolo, invita a non considerare la disuguaglianza soltanto come risultato di una dinamica astratta del rendimento del capitale, ma a ricondurla ai rapporti di classe, alla distribuzione tra salari e profitti e alla struttura dei redditi patrimoniali e finanziari.
Rimane tuttavia aperta una questione: quanto la traduzione delle categorie marxiane in modelli e strumenti del mainstream consenta effettivamente di conservare la loro capacità critica? Il confronto con il concetto di markdown mostra bene l’ambivalenza: l’ingresso di categorie affini nel dibattito dominante può ampliarne la circolazione, ma può anche trasformare un rapporto sociale di potere in una semplice imperfezione del mercato.
La lacuna ecologica segnalata dall’autore è altrettanto significativa. Una teoria complessiva del capitalismo contemporaneo deve confrontarsi con i limiti ambientali, con l’appropriazione delle risorse naturali e con le contraddizioni tra accumulazione e riproduzione delle condizioni materiali della vita. È un terreno che l’eredità di Shaikh lascia in parte da esplorare.
Il valore del saggio sta dunque anche nell’indicare un programma di ricerca: riprendere Shaikh non significa ripetere le sue conclusioni, ma sviluppare il suo metodo, mettendo in relazione teoria, storia, dati e conflitto sociale. In questa prospettiva, il suo lavoro rimane particolarmente utile per comprendere la crisi del capitalismo, la trasformazione tecnologica e la crescente concentrazione della ricchezza.
