Tra i tempi: keynesismo privatizzato, catastrofe permanente e il compito di un’economia di produzione sociale /MR2026_7-8

by Riccardo Bellofiore and Giovanna Vertova

FONTE : https://monthlyreview.org/articles/between-the-times/

Presentazione by Deepseek 20-7-26


Occhiello/Soggetto principale del contenuto

Il capitalismo contemporaneo come “catastrofe permanente”: Un’analisi della transizione dal neoliberismo keynesiano privatizzato di prima generazione a una seconda generazione, passando per un interregno “zombie”, fino all’attuale regime di crisi accumulate e intervento statale che non cambia la logica di fondo dell’accumulazione privata.

Elenco concetti/argomenti affrontati

  1. La “catastrofe permanente” come categoria analitica per descrivere il capitalismo odierno, distinta dal concetto di “policrisi”.
  2. La periodizzazione del capitalismo post-1980:
    • Keynesismo privatizzato di prima generazione (1987-2007).
    • Neoliberismo zombi (2010-2020).
    • Keynesismo privatizzato di seconda generazione (dal 2020).
  3. Il funzionamento del keynesismo privatizzato: Sostegno alla domanda aggregata tramite inflazione dei prezzi delle attività finanziarie e indebitamento delle famiglie.
  4. La crisi del 2007-2008: Analisi come crisi transatlantica e non americana, e come crisi di realizzazione del valore piuttosto che caduta del saggio di profitto.
  5. L’austerità e il “neoliberismo zombi”: L’U-turn del 2010, il caso greco come laboratorio di una politica di classe e di genere.
  6. Il ritorno dello Stato (2020): Next Generation EU, Inflation Reduction Act; un ritorno che non rappresenta una svolta progressista ma una nuova forma di privatizzazione.
  7. L’inflazione 2021-2023: Analisi come fenomeno di “profitti da inflazione” (cost-push) piuttosto che “inflazione da profitti”, e critica alla risposta delle banche centrali.
  8. Le “controtendenze” del capitalismo stagnante (da Sweezy):
    • Il keynesismo militare.
    • Il “tecnofeudalesimo” e il monopolio delle piattaforme.
    • Il “capitalismo della finitezza” (mercantilismo delle risorse).
  9. La “seconda crisi della teoria economica” di Joan Robinson: La questione della composizione dell’occupazione e della produzione (“produrre cosa?”).
  10. L’alternativa: L’idea di un'”economia di produzione sociale”, che implica la socializzazione degli investimenti, della cura e una ridefinizione democratica della composizione della produzione.
  11. Il ruolo del femminismo e della riproduzione sociale: La dimensione di genere dell’austerità e la necessità di socializzare l’infrastruttura della cura, non semplicemente monetizzarla.

Abstract

L’articolo di Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova propone una lettura della crisi strutturale del capitalismo dagli anni 2000 a oggi attraverso la categoria di “catastrofe permanente”. Gli autori sostengono che il neoliberismo, lungi dall’essere un sistema anti-keynesiano, è stato una forma specifica di keynesismo “privatizzato”, in cui la domanda veniva sostenuta dall’indebitamento delle famiglie e dall’inflazione dei prezzi degli asset. Dopo la crisi del 2008, questo regime è entrato in una fase “zombie” di austerità, che ha salvato le banche ma non ha riformato il sistema, imponendo al contempo un progetto di classe (e di genere) sui paesi più deboli come la Grecia e l’Italia. La pandemia del 2020 ha segnato il ritorno dell’intervento statale, ma non una svolta a sinistra; si tratta invece di un “keynesismo privatizzato di seconda generazione” che socializza i rischi e finanzia il capitale privato senza intaccare la logica dell’accumulazione. L’analisi si concentra poi sulle controtendenze attuali (militarismo, tecnofeudalesimo, capitalismo della finitezza) e critica l’incapacità del keynesismo tradizionale di rispondere alla domanda cruciale di Joan Robinson: “produrre cosa?”. L’alternativa proposta è quella di un'”economia di produzione sociale”, che renda democratica la composizione della produzione e socializzi l’infrastruttura della cura, superando le logiche di crescita quantitativa per uno sviluppo qualitativo.

Conclusione critica

Bellofiore e Vertova offrono un’analisi lucida e politicamente orientata che demolisce molte narrazioni dominanti: la crisi del 2008 come evento “americano”, l’austerità come necessità tecnica, e il ritorno dello Stato post-pandemia come svolta progressista. L’uso della categoria di “catastrofe permanente” e la periodizzazione in due fasi del keynesismo privatizzato forniscono un potente strumento interpretativo per comprendere la resilienza e insieme l’instabilità del capitalismo contemporaneo.

Punti di forza:

  • L’approccio integrato: L’analisi riesce a tenere insieme macroeconomia, finanza, questione di genere, geopolitica e lotta di classe, offrendo un quadro complesso e non riduzionista.
  • La critica al “tecnofeudalesimo”: L’analisi è avvertita e problematizza il termine, riconnettendolo alle tradizioni del capitalismo monopolistico e all’ “industrial feudalism” del marxismo polacco, arricchendo il dibattito.
  • L’attenzione al genere: L’articolo non tratta la dimensione di genere come un tema aggiuntivo, ma come un elemento costitutivo del funzionamento del regime di austerità e del keynesismo privatizzato. La critica alle soluzioni monetarie individuali (come il reddito di autodeterminazione) è particolarmente acuta.

Punti critici e aporie:

  • L’assenza di un soggetto politico: L’analisi della frammentazione del lavoro e della difficoltà dei movimenti è acuta, ma la proposta di un'”economia di produzione sociale” rimane un “concetto limite” (come ammettono gli stessi autori) che non viene ancorato a un’analisi concreta delle possibilità organizzative e delle strategie politiche per costruirlo. Si avverte un certo pessimismo rispetto alla capacità della sinistra di articolare un progetto alternativo credibile, che rischia di rendere l’alternativa proposta più un appello etico che una prospettiva politica realizzabile.
  • La “catastrofe permanente” come categoria: Sebbene potente, il termine rischia di diventare una definizione onnicomprensiva che, a forza di spiegare tutto, potrebbe finire per appiattire le specificità delle diverse crisi e delle diverse risposte del capitale. La differenziazione tra “policrisi” e “catastrofe permanente” è concettualmente interessante, ma nella pratica analitica i confini appaiono talvolta sfumati.
  • La soluzione keynesiana: La critica al keynesismo generico è condivisibile, ma la proposta di una “socializzazione degli investimenti” radicale (da Minsky) e di un'”economia di produzione sociale” rimane, in ultima analisi, una radicalizzazione della domanda keynesiana. La domanda su come questa socializzazione possa avvenire in un contesto di finanza globalizzata e di frammentazione produttiva, e su come si possa evitare che venga cooptata dal capitale (come è successo con la spesa pubblica post-pandemia), rimane aperta.

In conclusione, l’articolo rappresenta un contributo fondamentale al dibattito sulla crisi del capitalismo contemporaneo. La sua forza sta nella capacità di sintetizzare criticamente decenni di dibattito eterodosso (da Kalecki a Sweezy, da Minsky a Graziani) per offrire una diagnosi precisa del presente. La sua debolezza, forse inevitabile, è che l’indicazione di una via d’uscita appare più come un orizzonte desiderabile che come un progetto politico concreto, affidato alla speranza che i movimenti sociali sappiano, un giorno, “leggere la realtà” e “agire su di essa” con la necessaria chiarezza.

Traduzione di: Between the Times: Privatized Keynesianism, Permanent Catastrophe, and the Task of an Economy of Social Production by Riccardo Bellofiore and Giovanna Vertova MR 2026 luglio agosto


Nel 1920, nel caos che seguì la Prima Guerra Mondiale, il teologo protestante Friedrich Gogarten scrisse: «È destino della nostra generazione stare tra i tempi. Non siamo mai appartenuti al periodo che sta per concludersi; è dubbio che apparterremo mai al periodo che verrà… Quindi stiamo nel mezzo, in uno spazio vuoto».¹ Questa frase non è solo un’espressione retorica. Coglie con precisione la condizione storica del capitalismo degli anni in cui scriviamo. Il neoliberismo di vecchio stampo è morto, o quantomeno gravemente malato. Il nuovo paradigma che potrebbe sostituirlo non è ancora nato o non è ancora riconoscibile. Nel mezzo, tra i tempi, si colloca quella che abbiamo proposto di chiamare la catastrofe permanente : un regime in cui le risposte capitalistiche in forma catastrofica sono diventate la norma, in cui le crisi non vengono più superate ma si accumulano, e in cui ciascuno di questi accumuli diventa l’occasione per un nuovo ciclo di intervento statale, spesa pubblica e trasferimenti di capitale, secondo una logica che non è cambiata. 2

Non si tratta esattamente della policrisi di cui ha scritto Adam Tooze. 3 La policrisi è l’intreccio di crisi eterogenee che si rafforzano a vicenda senza fondersi. La catastrofe permanente è qualcosa di più impegnativo. L’espressione stessa è mutuata dalla Dialettica negativa di Theodor Adorno , dove lo “spirito universale” è definito come una catastrofe permanente: la totalità storica si preserva attraverso il proprio antagonismo. 4 La svolta che abbiamo dato a questa formula adorniana è ancora più drammatica: la “permanenza” della catastrofe nel capitalismo del nostro tempo non riguarda la mera ripetizione delle crisi. Riguarda il fatto che la forma della risposta – l’intervento dello Stato di emergenza per preservare l’accumulazione privata – è diventata essa stessa il regime.

Vorremmo, di seguito, tentare di rendere operativa analiticamente questa categoria. La nostra tesi è che la crisi strutturale globale del capitale, sviluppatasi a partire dai primi anni 2000, possa essere interpretata come il passaggio da una forma di keynesismo privatizzato di prima generazione (1987-2007) a una di seconda generazione (dal 2020 in poi), con un lungo intermezzo “zombie” nel mezzo. Questa periodizzazione, lungi dall’essere un mero schema descrittivo, ci permette di cogliere tre aspetti contemporaneamente: perché il neoliberismo è crollato nel 2007-2008 eppure è sopravvissuto; perché il ritorno dello Stato durante la pandemia non rappresenta una svolta progressista; e perché la questione che ci troviamo ad affrontare non è, in definitiva, una questione di domanda e distribuzione, ma di finanza e produzione: cosa , come , quanto , dove e per chi produrre.

Il neoliberismo che prese forma negli anni ’80 non era, contrariamente a quanto si presentava, un sistema totalmente anti-keynesiano. Era un keynesismo specifico: un keynesismo privatizzato. Dal 1987 in poi – dopo il primo importante intervento di Alan Greenspan per salvare il mercato azionario nell’ottobre di quell’anno – la domanda effettiva nelle principali economie capitaliste non fu più sostenuta dalla redistribuzione pubblica o da una crescita salariale stabile, bensì dall’inflazione dei prezzi degli asset finanziari e immobiliari, dai consumi alimentati dal debito delle famiglie e dalla garanzia implicita della speculazione da parte delle banche centrali. Questo è il mondo che uno di noi ha descritto altrove attraverso la triade del lavoratore traumatizzato, del risparmiatore maniaco-depressivo e del consumatore indebitato : salari compressi, ricchezza fittizia generata dall’aumento dei prezzi degli asset e credito come sostituto del welfare e della crescita salariale. 5

Il meccanismo si basava su due precondizioni: che i prezzi degli asset continuassero a salire indefinitamente e che le famiglie potessero contrarre prestiti indefinitamente utilizzando tali asset come garanzia. Entrambe erano insostenibili. I prezzi degli asset aumentano perché ci si aspetta che aumentino, finché le aspettative non possono più essere supportate da alcuna base reale, momento in cui crollano. Hyman Minsky aveva descritto questa dinamica con grande precisione: la stabilità genera instabilità, poiché gli agenti economici passano progressivamente da posizioni finanziariamente solide a posizioni speculative e di tipo Ponzi durante la lunga fase di crescita. La novità del keynesismo privatizzato risiedeva nel luogo in cui si verificava questa deriva verso la fragilità.⁶ Non erano più le aziende a scivolare dalla finanza speculativa a quella Ponzi all’inizio degli anni 2000 (le aziende avevano bilanci sani ed erano creditori netti); bensì le famiglie. I mutui subprime che si diffusero tra il 2003 e il 2006 – arrivando a rappresentare, entro il 2006, il 40% dei nuovi mutui ipotecari negli Stati Uniti – costituivano la forma più pura di schema Ponzi immaginabile: mutuatari incapaci di pagare né il capitale né gli interessi ai tassi di mercato, sopravvivendo solo nella speranza che i prezzi delle case continuassero a salire abbastanza velocemente da consentire un rifinanziamento. Non si trattava di un’anomalia. Era il normale funzionamento del sistema, spinto alle sue estreme conseguenze dall’imperativo di trovare nuovi mutuatari quando i precedenti si erano esauriti.

Tre crisi in dieci anni – la crisi finanziaria asiatica del 1997-1998, il crollo delle dot-com del 2000-2001, il collasso dei mutui subprime del 2007-2008 – non furono incidenti. Furono lo stesso meccanismo che si autodistrusse in forme successive, ogni bolla più grande della precedente e ogni crisi più profonda della precedente. Nell’estate del 2007 era finita: BNP Paribas congelò tre dei suoi fondi, Bear Stearns salvò due dei suoi hedge fund, le banche regionali tedesche mostrarono un’enorme esposizione ai prodotti strutturati americani e il mercato interbancario si bloccò. A settembre, Northern Rock – una banca britannica – subì la prima corsa agli sportelli in Gran Bretagna in 140 anni. Nel settembre 2008, con il fallimento di Lehman Brothers, il sistema finanziario globale era, per usare le parole di Ben Bernanke al Congresso degli Stati Uniti, a poche ore da una situazione in cui non ci sarebbe stata “nessuna economia il lunedì mattina” .7

Due punti relativi a questo crollo meritano di essere sottolineati, perché le narrazioni dominanti li oscurano. In primo luogo, il crollo è stato transatlantico . Le prime vittime principali, nell’estate del 2007, non furono le banche statunitensi, bensì quelle europee: BNP Paribas, IKB Deutsche Industriebank, le Landesbanken e Northern Rock. Le banche europee erano state attori attivi nel mercato dei prodotti strutturati americani, spinte dalla feroce concorrenza scatenata dalle regole del mercato unico. Tooze ha documentato questo aspetto in modo esaustivo in Crashed (2018), confermando quanto Joseph Halevi e uno di noi avevano scritto nel settembre 2007: i flussi lordi di capitali tra Europa e Stati Uniti superavano di gran lunga i flussi netti registrati nei saldi delle partite correnti, rivelando un sistema finanziario transatlantico integrato. L’Europa non è stata una vittima esterna di una crisi “americana”.⁸ La crisi è stata l’implosione di un’infrastruttura finanziaria transatlantica integrata, di cui l’Europa era parte integrante. La tesi dell'”eccesso di risparmi” avanzata da Bernanke, secondo cui la crisi sarebbe stata causata dall’eccesso di risparmi cinesi, è errata nei fatti e politicamente conveniente: sposta la colpa dalla finanza occidentale alla politica monetaria cinese e prepara il terreno per uno scontro geopolitico anziché per una riforma strutturale.

In secondo luogo, la crisi non è stata, in senso stretto, una crisi marxista canonica di calo del tasso di profitto. Dal 1980 al 2007, il tasso di profitto era aumentato quasi ininterrottamente dai minimi degli anni ’70. Veniva prodotto plusvalore. La crisi è stata piuttosto una crisi di attualizzazione del valore: una crisi di realizzazione di un tipo molto particolare. La finanza non stava prosciugando la produzione “reale” dall’esterno; la finanza era la forma stessa attraverso cui il capitalismo contemporaneo produceva e realizzava plusvalore. Mettere a confronto un’economia produttiva “buona” e una finanza speculativa “cattiva” che la danneggia significa fraintendere la struttura delle economie monetarie di produzione, in cui la finanza non è esterna alla produzione ma ne è un prerequisito.

Per alcuni mesi, tra settembre 2008 e primavera 2009, il neoliberismo fu dichiarato morto. Greenspan testimoniò davanti al Congresso di aver trovato “un difetto” nel suo modello, un eufemismo per ammettere che le premesse di trent’anni di politica monetaria erano false. Nazionalizzazioni bancarie, spesa pubblica in deficit massiccia e controlli sui capitali tornarono all’ordine del giorno. Il G20 di Londra nell’aprile 2009 rappresentò il culmine della cooperazione internazionale. Si parlò di un nuovo New Deal, di un Green New Deal.

Tre fattori hanno impedito il ripetersi della Grande Depressione degli anni ’30. Il primo è stato rappresentato dagli stabilizzatori automatici: sussidi di disoccupazione, welfare residuale e trasferimenti che si attivano in caso di calo del reddito, eredità delle politiche keynesiane del dopoguerra, che il neoliberismo aveva eroso ma non distrutto. Il secondo è stato il salvataggio delle banche negli Stati Uniti e in Europa, che ha impedito il collasso del sistema dei pagamenti: una socializzazione delle perdite senza una corrispondente socializzazione dei profitti. Il terzo fattore decisivo è stata la spesa in deficit della Cina. Tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, Pechino ha lanciato un piano di stimolo da 586 miliardi di dollari, il più grande programma keynesiano dell’intera crisi, e il più efficace. Vale la pena soffermarsi sull’ironia, perché non è stata sufficientemente compresa: il Paese che ha impedito il collasso dell’economia mondiale nel 2008-2009 era un’economia a guida statale al di fuori del nucleo imperiale. All’interno del nucleo centrale dell’economia, il paese che ha perseguito la politica anticiclica keynesiana con maggiore vigore e intelligenza è stata la Germania, la stessa Germania che, pochi mesi dopo, avrebbe imposto misure di austerità punitive a Grecia, Spagna, Portogallo e Italia.

Eppure, nel 2010, il breve cambio di paradigma era già terminato. Con lo scoppio della crisi greca nella primavera di quell’anno, la narrazione tornò all’ortodossia con straordinaria rapidità. Il problema, ancora una volta, era il debito pubblico. La soluzione, ancora una volta, era l’austerità. Questa inversione di rotta, storicamente senza precedenti per la sua rapidità, fu resa possibile da una distorsione dei fatti che si consolidò nel senso comune: che i paesi europei in difficoltà tra il 2010 e il 2011 avessero speso troppo. La Grecia aveva problemi specifici di conti manipolati e spesa pubblica mal indirizzata, ma la Grecia era l’eccezione. Irlanda, Portogallo e Spagna avevano i loro bilanci pubblici in ordine prima della crisi. L’esplosione del debito sovrano nella periferia europea fu la conseguenza della crisi finanziaria – il trasferimento dei debiti delle banche private sui bilanci pubblici attraverso i salvataggi, più l’aumento automatico del rapporto debito/PIL quando il PIL crolla – non la sua causa. La narrazione aveva uno scopo ben preciso: scaricare la colpa dalla struttura del sistema finanziario europeo, in cui le banche tedesche e francesi avevano finanziato la spesa periferica a tassi agevolati, sui governi, ritenuti irresponsabili, della periferia europea, e imporre gli aggiustamenti esclusivamente ai paesi debitori, esentando al contempo i paesi creditori da qualsiasi obbligo. Si trattava della stessa asimmetria del vecchio sistema di Bretton Woods, replicata su scala europea.

L’esperienza greca che ne seguì fu il laboratorio (nel peggiore dei sensi) dell’austerità come progetto di classe. Il PIL greco crollò di quasi un quarto in cinque anni: una contrazione senza precedenti nell’Europa del dopoguerra. Il programma fallì secondo i suoi stessi parametri dichiarati: il rapporto debito/PIL aumentò, perché il denominatore crollò più rapidamente del numeratore. Il Fondo Monetario Internazionale fu costretto ad ammettere, nel 2013, di aver sistematicamente sottovalutato i moltiplicatori fiscali. Nulla cambiò nelle politiche. Ciò che il caso greco dimostrò, con estrema chiarezza, è che l’austerità non era una misura tecnica neutrale di consolidamento fiscale. Era una ristrutturazione degli equilibri di potere sociale: le riforme del mercato del lavoro imposte dalla Troika – lo smantellamento della contrattazione collettiva, l’abbassamento del salario minimo e la semplificazione delle procedure di licenziamento – erano proprio quelle che le classi dirigenti greche desideravano da decenni, ma che non erano state in grado di imporre in condizioni politiche normali. La crisi fu l’occasione per imporle “a mani legate”, presentando le scelte di classe come necessità tecniche.

Questo è ciò che si potrebbe definire neoliberismo zombie : un sistema talmente morto da non poter più pretendere di essere l’unico ordine possibile, ma sufficientemente vivo da dettare le condizioni con cui viene gestita la propria crisi. I meccanismi fondamentali dell’accumulazione privata sono stati preservati con denaro pubblico. Le banche sono state salvate; i loro dirigenti non hanno subito conseguenze penali significative; le strutture di incentivazione che hanno contribuito in modo determinante alla crisi sono rimaste intatte. Non appena la fase acuta è passata, la stessa ideologia che aveva generato la crisi è tornata, presentata come la soluzione alla stessa crisi che aveva causato. Il quantitative easing, quando finalmente è arrivato in Europa nel 2015, è stata la più pura espressione di questa logica: si è tentata la ripresa riaccendendo lo stesso motore – l’inflazione dei prezzi degli asset finanziari come motore della domanda – che era esploso nel 2007. In assenza di domanda reale, con i salari ancora compressi e gli investimenti pubblici tagliati dall’austerità, la liquidità iniettata dalle banche centrali non aveva dove andare nell’economia produttiva. Si riversò nei mercati finanziari, gonfiando i prezzi degli asset, aggravando la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza e ponendo le basi per la prossima bolla.

Un’ulteriore dimensione del neoliberismo zombie, che le analisi standard omettono sistematicamente e che il caso italiano rende insolitamente chiara, è che l’austerità non è stata solo un progetto di classe, ma un progetto di classe e di genere. La dimensione di genere non è un asse separato, bensì parte integrante del funzionamento del progetto di classe. Tra il 2008 e il 2015, la partecipazione delle donne italiane al mercato del lavoro non è crollata, bensì è aumentata, con un incremento particolarmente marcato durante la fase di austerità. Non si è trattato di emancipazione femminile, bensì di un effetto “lavoratore aggiuntivo”: con la contrazione dei redditi maschili nei settori manifatturiero ed edile, le donne sono state attratte dal settore dei servizi, che necessitava di manodopera flessibile, discontinua e a basso costo. Sono entrate in massa nel mercato del lavoro , ma nelle posizioni peggiori: nel 2015, il 68,7% dei lavoratori a tempo parziale involontari in Italia era costituito da donne. Allo stesso tempo, l’austerità ha smantellato le infrastrutture pubbliche per la riproduzione sociale – sanità, istruzione e assistenza – scaricando i costi sulle famiglie e, all’interno delle famiglie, soprattutto sulle donne. I dati italiani sull’uso del tempo raccontano il resto della storia: tra il 2008 e il 2013, il lavoro domestico e di cura totale svolto dalle donne è diminuito di meno di un punto percentuale, mentre quello degli uomini è rimasto pressoché invariato. Le donne sono state costrette a dedicarsi maggiormente al lavoro retribuito senza essere esonerate dal lavoro non retribuito. L’ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro ha sottratto tempo alla riproduzione sociale. Le donne non hanno potuto assorbire i tagli lavorando di più a casa, perché già lavoravano al di fuori di essa. Il risultato non è stata una riduzione dei bisogni di cura, bensì una riduzione della capacità di soddisfarli. Si tratta di una crisi della riproduzione sociale, non di un alleggerimento del suo peso: il lavoro di cura non scompare, si degrada, il che significa meno tempo per i pasti, per la cura degli anziani e per il sostegno alla scolarizzazione dei figli. La qualità della riproduzione sta diminuendo silenziosamente, senza essere misurata da alcuna statistica.⁹

La pandemia del 2020 ha spezzato il regime degli zombie. Con l’economia mondiale in stallo, i governi sono stati costretti ad adottare un atteggiamento fiscale attivo che il decennio precedente aveva escluso. Il pacchetto di ripresa Next Generation EU ha rappresentato una vera svolta: per la prima volta, l’Unione Europea ha fatto ricorso collettivamente al credito sui mercati per finanziare la spesa degli Stati membri. L’Inflation Reduction Act e il CHIPS Act negli Stati Uniti hanno rappresentato un analogo riorientamento. Lo Stato, che la prima fase del neoliberismo aveva cercato di relegare ai margini dell’economia, è tornato al centro, attraverso deficit, salvataggi, garanzie pubbliche, politiche industriali, infrastrutture per la digitalizzazione e la transizione energetica e riarmo.

Sarebbe un grave errore interpretare questo ritorno dello Stato come una svolta a sinistra. Ciò che è emerso è un keynesismo privatizzato di seconda generazione che si differenzia dalla prima per meccanismo, ma non per essenza. Mentre la prima forma sosteneva la domanda attraverso il debito privato e l’inflazione degli asset, la seconda la sostiene attraverso la spesa pubblica in deficit, senza intervenire direttamente nel sistema, ma finanziando le imprese private con incentivi (o disincentivi). La domanda è sostenuta pubblicamente, mentre l’allocazione rimane privatizzata; i rischi sono socializzati, mentre i profitti sono appropriati privatamente; l’occupazione può crescere, ma all’interno di rapporti frammentati e precari; la politica industriale non socializza l’orientamento della produzione, ma rafforza il capitale strategico, le piattaforme, i complessi militari-industriali e le catene di approvvigionamento nazionali o imperiali. Lo Stato è tornato, ma come garante dell’accumulazione privata, non come agente di una presunta pianificazione democratica.

Lo schema è inequivocabile nei piani di ripresa nazionali europei, che funzionano in larga misura come trasferimenti di risorse pubbliche al settore privato, confezionati ideologicamente come transizioni verde e digitale. 10 Non è meno inequivocabile negli Stati Uniti, dove il piano di Joe Biden è stato presentato con una retorica insolitamente radicale — “vogliamo che le aziende competano per attrarre lavoratori”, come ha detto a Cleveland — ma dove le disposizioni sociali sono state sistematicamente bloccate, anche da senatori conservatori all’interno dello stesso Partito Democratico. 11 L’ortodossia fiscale si applica in questo regime solo quando riguarda il mondo del lavoro e gli emarginati; quando riguarda i sussidi al capitale, l’ortodossia fiscale viene sospesa senza commenti.

Ciò che la letteratura su Next Generation EU e sull’Inflation Reduction Act ha a malapena rilevato è la sistematica ignoranza della dimensione di genere da parte del keynesismo privatizzato di seconda generazione. Lo Stato è tornato a una politica fiscale attiva, ma la sua spesa è concentrata in settori con occupazione prevalentemente maschile – manifatturiero, edile, produzione militare-industriale e infrastrutture digitali – mentre le infrastrutture pubbliche di riproduzione sociale (assistenza all’infanzia universale, assistenza agli anziani, sanità pubblica e istruzione) rimangono sottofinanziate, marginalizzate e, in molti casi, mercificate. Non si tratta di una svista. È una caratteristica strutturale: come l’economia politica femminista sostiene da tempo, la politica fiscale non è mai neutrale rispetto al genere, e trattare uno stimolo espansivo che ignora l’economia della cura come uno strumento macroeconomico “neutro” è di per sé una scelta distributiva mascherata. L’austerità ha trasferito i costi sulle famiglie e sulle donne; la politica espansiva Mark II continua a fare lo stesso, semplicemente in una forma diversa. La sfera riproduttiva rimane l’ammortizzatore implicito della gestione delle crisi capitalistiche, il luogo in cui il sistema scarica silenziosamente ciò che non può, o non vuole, finanziare direttamente.

L’aumento dell’inflazione tra il 2021 e il 2023, un fenomeno che ha sorpreso tutti – ortodossi ed eterodossi, di destra e di sinistra – va letto in questo contesto. Il dibattito pubblico ha spesso inquadrato l’inflazione come una lotta tra due narrazioni: l’inflazione da profitto, difesa da Isabella Weber e altri, secondo cui le grandi imprese con potere di mercato hanno sfruttato gli shock dell’offerta per espandere i propri margini; e la visione ortodossa, che considera l’inflazione come un fenomeno di eccesso di domanda da affrontare aumentando i tassi di interesse. La posizione, sviluppata da Riccardo Bellofiore e Andrea Coveri, è quella del “Team Transitorio con qualifiche”: l’inflazione europea nel periodo 2021-2023 è stata prevalentemente un fenomeno di profitti derivanti dall’inflazione , non di inflazione derivante dai profitti . 12 Quando i costi delle importazioni sono aumentati più rapidamente dei costi del lavoro, la quota dei profitti sul valore aggiunto è aumentata meccanicamente, senza alcuna decisione attiva da parte delle imprese di espandere i margini di profitto (i contributi di Marc Lavoie sono stati particolarmente utili per affrontare questa congiuntura). 13 Gli aumenti effettivi dei margini di profitto si sono concentrati in settori specifici, vale a dire energia, agroalimentare e distribuzione, con strutture oligopolistiche, ma hanno amplificato anziché causare l’impulso inflazionistico. Lo studio empirico di Nadia Romaniello e Antonella Stirati sul caso italiano, ad esempio, non rileva alcun aumento generalizzato dei margini di profitto, ma solo uno nel settore della distribuzione di energia. 14

La risposta delle banche centrali – la Federal Reserve statunitense che ha alzato i tassi da quasi zero al 5,5% entro la metà del 2023 e la Banca Centrale Europea al 4,5% entro settembre dello stesso anno – è stata sbagliata; non solo inefficace, ma attivamente controproducente. Se l’inflazione è stata prevalentemente determinata da shock dal lato dell’offerta, gli aumenti dei tassi non risolvono la causa. Sopprimono indirettamente la domanda, generando disoccupazione fino a quando il calo della domanda non fa scendere i prezzi. È un rimedio che “funziona” solo infliggendo una recessione a lavoratori e debitori. Ancora più importante, in un contesto di lavoratori traumatizzati , dove decenni di precarietà e lo smantellamento della contrattazione collettiva hanno appiattito strutturalmente la curva di Phillips, non c’era una spirale salari-prezzi da disciplinare. I salari reali in Europa sono diminuiti drasticamente nel periodo 2021-2023; i lavoratori non stavano inseguendo i prezzi, stavano assorbendo una riduzione del potere d’acquisto. Aumentare i tassi d’interesse contro un’inflazione prevalentemente determinata da shock esterni significava diagnosticare erroneamente il problema e ridistribuire il reddito dal settore imprenditoriale a quello finanziario, e dal lavoro al capitale in generale. Come aveva già sostenuto Augusto Graziani nel 1980, seguendo la linea eretica della teoria monetaria che includeva Knut Wicksell, Joseph Schumpeter, Dennis Robertson e il John Maynard Keynes del Trattato sulla moneta , in un’economia creditizia l’interesse non è il prezzo del risparmio, ma un tributo che il capitalista produttivo paga al capitalista finanziario che fornisce finanziamenti alla produzione. Il denaro come biglietto di richiesta, e non solo come buono di pagamento, è sempre uno strumento di ridistribuzione all’interno del capitale stesso, non meno che tra capitale e lavoro. 15

Paul Sweezy disse qualcosa che non dovremmo mai dimenticare: la stagnazione permanente è impossibile per il capitale. Il capitale trova sempre delle controtendenze. Avvertì, tuttavia, che queste controtendenze sono normalmente distruttive. Il suo libro ” Perché la stagnazione?” (1982), un testo che dovrebbe essere letto non come una nota a margine, ma come un punto di svolta decisivo nel suo pensiero, sostiene proprio questo: che il capitalismo possiede la capacità di superare la stagnazione, ma tipicamente attraverso forme che producono contraddizioni di ordine superiore. <sup>16</sup> Nella fase successiva della sua vita, con Harry Magdoff, Sweezy individuò una di queste controtendenze nell’espansione finanziaria che arrivò a dominare il sistema dagli anni ’80 in poi.<sup> 17</sup> La stagnazione nella sfera dell’accumulazione genera finanza e la finanza contrasta temporaneamente la stagnazione; ma così facendo, riorganizza il sistema in una nuova configurazione più instabile. Sweezy e Magdoff non avevano previsto il crollo del 2007-2008 – le profezie in economia sono solitamente teorie retrospettive fallaci – ma avevano capito, ben prima del crollo, che la finanza non era un epifenomeno. Il capitalismo dei gestori di denaro di Minsky era una vera e propria subordinazione del lavoro alla finanza: debito delle famiglie, credito al consumo, mutui, pensioni private, regolamentazione delle imprese da parte dei mercati dei capitali, catene del valore globali e piattaforme. 18 La finanza non si limita a estrarre rendite. Riorganizza comportamenti, tempi, aspettative e stili di vita.

Se la lezione di Sweezy è valida – e noi crediamo di sì – allora la domanda che dovremmo porci riguardo al presente non è se il sistema sia in una fase di stagnazione, ma piuttosto: quali controtendenze sta attivando e quali nuove contraddizioni stanno producendo? In via preliminare, ne vediamo almeno tre.

Il primo è il keynesismo militare , nel senso preciso che Michał Kalecki ha identificato nel suo saggio del 1943 sugli aspetti politici della piena occupazione.<sup> 19</sup> Per il capitale, la spesa militare è la forma di intervento pubblico più accettabile perché non compete con la produzione privata di beni di consumo, non migliora il potere contrattuale dei lavoratori e non sfida il controllo del capitale sulla direzione della produzione. Il militarismo soddisfa entrambe le condizioni di Kalecki per una forma di piena occupazione permanente che il capitale può tollerare. Non minaccia né la composizione della spesa né la disciplina sul posto di lavoro. La domanda che non viene posta – e che Kalecki si sarebbe posto – è perché quelle stesse risorse non vengano destinate alla transizione ecologica, a un sistema di welfare universale in natura o alla riduzione dell’orario di lavoro. La risposta è politica, non tecnica. Il riarmo è accettabile per il capitale; un Green New Deal che trasformasse realmente i rapporti di produzione non lo sarebbe. Ma non commettiamo errori: il riarmo è guidato dagli Stati Uniti e dalla Russia, non dall’Europa.

La seconda controtendenza è quella a cui Cédric Durand ha dato il nome di tecnofeudalesimo (formulando la diagnosi ben prima che Yanis Varoufakis o Jodi Dean adottassero il termine). 20 Siamo cauti nell’usare questo termine, perché potrebbe suggerire una rottura troppo netta con il capitalismo. Ma Durand ha individuato qualcosa di reale: la costruzione, da parte di grandi piattaforme, di territori proprietari, infrastrutture obbligatorie, dipendenze stabili, rendite derivanti dall’accesso e forme di controllo che non sono più facilmente riconducibili alla concorrenza tra i capitali sul mercato. Ciò a cui assistiamo non è un allontanamento dal capitalismo, bensì una metamorfosi interna del capitalismo monopolistico, finanziario e statale: una metamorfosi in cui monopolio e Stato, lungi dall’opporsi, si fondono. Qui torna a essere pertinente l’intuizione più inquietante di Kalecki: la congiunzione di monopolio e statalismo, anche in condizioni di piena occupazione, non conduce al socialismo. Può produrre forme di dominio industriale o digitale che il linguaggio del capitalismo liberale non è più in grado di descrivere adeguatamente. La fotografia dell’insediamento del secondo mandato di Donald Trump, con Elon Musk, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg in prima fila, è il documento visivo di questa svolta. Non signori feudali in conflitto reciproco, come nel feudalesimo storico, ma baroni della tecnologia alleati con l’esecutivo dello stato più potente del mondo. 21 È la forma più completa di ciò che Colin Crouch ha definito post-democrazia : istituzioni democratiche che sopravvivono come un guscio vuoto, mentre un’élite politico-economica governa nella sostanza. 22

La terza controtendenza è quella che Arnaud Orain, in Le monde confisqué (2025), ha definito il capitalismo della finitezza . 23 L’espressione indica una razionalità storico-politica piuttosto che una mera teoria della scarsità materiale. Descrive il comportamento degli attori economici e politici quando il mondo viene percepito come chiuso, saturo e non più aperto a un’espansione illimitata: il mercato viene riorganizzato in termini di accesso selettivo – barriere, autorizzazioni, sanzioni, friendshore, blocchi, silos imperiali e catene di approvvigionamento militarizzate. Anche la diagnosi di Orain va considerata con cautela. Rischia di naturalizzare la scarsità e di cancellare l’antagonismo di classe dietro un vocabolario di risorse finite; inoltre, non affronta adeguatamente la dimensione monetaria e finanziaria. Tuttavia, individua qualcosa di autentico. Stiamo assistendo, su scala globale, al ritorno di una razionalità del capitale propriamente mercantilista, in cui stati, imprese dominanti e potere geopolitico si intrecciano nella gestione dell’accesso a risorse, rotte, tecnologie, standard, dati e spazi strategici.

Queste tre controtendenze – il riarmo, il monopolio tecnofeudale e il capitalismo della finitezza – non si discostano dalla struttura analizzata da Sweezy e potrebbero essere articolate all’interno del suo quadro concettuale. Il monopolio oggi non è solo la grande corporazione integrata del capitalismo fordista; è anche la piattaforma che organizza i mercati, estrae dati, regola fornitori e consumatori e controlla le infrastrutture. La finanza non si limita più ai mercati azionari e al debito; è una forma di governo su imprese, famiglie e stati. Lo spreco non si limita più alla pubblicità e alle spese militari; comprende anche l’obsolescenza digitale, l’estrazione dell’attenzione, il consumo energetico e la devastazione ecologica. Il sottosviluppo non è più limitato alla periferia esterna; si riproduce all’interno dei centri imperiali sotto forma di segmentazione del lavoro e degrado delle infrastrutture sociali.

Nel 1972, Joan Robinson pronunciò il suo discorso presidenziale all’American Economic Association su quella che definì “la seconda crisi della teoria economica”. 24 La prima crisi, negli anni ’30, era stata quella di Keynes: una crisi sul livello di occupazione. La seconda crisi, sosteneva Robinson, riguardava la composizione dell’occupazione. Una volta che le politiche keynesiane avevano dimostrato che lo Stato poteva, in linea di principio, produrre la piena occupazione, la domanda che si apriva – e a cui l’economia tradizionale non aveva le risorse per rispondere – era: piena occupazione per cosa ? Per produrre cosa? Distribuita come? La risposta che il capitalismo aveva dato nella pratica, dall’economia di guerra in poi, era la risposta del keynesismo militare, della pubblicità, dell’obsolescenza programmata e dello spreco organizzato, precisamente la risposta a cui erano giunti Sweezy e Baran in Monopoly Capital . 25 Era una risposta reale. Funzionava. Ed era distruttiva.

La domanda di Robinson, posta più di cinquant’anni fa, non ha perso nulla della sua forza. È, infatti, la domanda che la crisi strutturale globale del capitale rende ineludibile. La pandemia del 2020 – quando l’economia mondiale è stata, per diversi mesi, volontariamente sospesa – ha reso visibile quanto lavoro sia non essenziale in senso stretto e quanta produzione sia produzione fine a se stessa, generando consumi indotti e sprechi organizzati. La crisi ecologica è, in fondo, la stessa domanda su scala planetaria: il capitalismo spinge strutturalmente a convertire tutto il “tempo libero” creato dall’aumento della produttività in ulteriore produzione per crescere all’infinito, il che è incompatibile con un pianeta finito.

A questa domanda, il keynesismo generico non offre una risposta. Per quanto cruciale sia lo stimolo fiscale keynesiano nel breve periodo – e la risposta dei governi alla pandemia abbia confermato la validità del keynesismo come strumento contro il collasso – il solo stimolo keynesiano lascia irrisolta la questione della composizione della produzione. Un generico aumento della spesa pubblica senza una politica industriale, senza un piano per l’occupazione o senza una ridefinizione di ciò che viene prodotto si riduce facilmente alla post-democrazia di Crouch: forma democratica senza contenuto democratico. Questo è, in effetti, ciò che rappresentano in larga misura il piano Next Generation EU e l’Inflation Reduction Act. Laddove la richiesta di piena occupazione non è accompagnata dalla richiesta di controllare la composizione della produzione, si applica pienamente l’avvertimento di Kalecki del 1943: il capitale può accettarla finché gli fa comodo e resistervi non appena la piena occupazione minaccia la disciplina sul posto di lavoro o il controllo del capitale sulla direzione degli investimenti.

Ecco perché riteniamo che l’opportuna radicalizzazione della “socializzazione degli investimenti” di Keynes – già spinta da Minsky oltre la versione conservatrice della Teoria Generale – debba essere ulteriormente approfondita. 26 Ciò che serve è quella che potremmo definire un’economia della produzione sociale : la produzione di valori d’uso sociale immediati da parte di lavoratori immediatamente socializzati. L’espressione non è né uno slogan né un piano dettagliato. È un concetto di confine . Indica una direzione: allontanarsi dalle attività non essenziali e dannose; investire massicciamente in sanità, istruzione, assistenza e transizione ecologica; ridurre l’orario di lavoro e abbassare l’età pensionabile; finanziare tutto ciò attraverso una tassazione progressiva e una spesa in deficit qualificata; e, soprattutto, rendere la composizione della produzione una questione di decisione democratica piuttosto che di discrezionalità del capitale. Implica un allontanamento dal capitalismo quantitativo orientato alla crescita verso uno sviluppo qualitativo alternativo che, secondo i parametri capitalistici, può persino apparire come una “stagnazione alternativa” – alternativa perché non è una stasi, ma una ridefinizione di ciò che viene prodotto e per chi. Ancora una volta, non commettiamo errori. Dal punto di vista di una critica marxista dell’economia politica, la questione della produzione per cosa non può essere separata dalla questione del come . Una composizione democratica della produzione è inseparabile dalla liberazione del lavoro nella produzione stessa.

Un’economia di produzione sociale ha, al suo centro, la socializzazione delle infrastrutture di cura . Questo non è un’aggiunta a un programma produttivista; è la prova della sua autentica capacità trasformativa. La riproduzione della forza lavoro non è esterna al modo di produzione capitalistico, ma ne è il presupposto – e il modo in cui la riproduzione è organizzata, distribuita e caratterizzata dal genere è uno dei principali ambiti in cui la forma sociale del capitale si riproduce. Rendere la composizione della produzione una questione democratica è, pertanto, inseparabile dal rendere democratica la composizione della riproduzione: servizi pubblici universali per l’infanzia, l’assistenza agli anziani e ai disabili, la sanità, l’istruzione, l’alloggio e il tempo stesso, attraverso una seria riduzione della giornata lavorativa a parità di salario. Aggiungiamo questo punto con una nota di cautela: la sfera della riproduzione sociale non può essere recuperata attraverso trasferimenti monetari individuali, né attraverso un reddito di base universale nel registro post-operaista, né attraverso la più recente proposta femminista di un “reddito di autodeterminazione” che remunera direttamente il lavoro domestico e di cura (seguendo la stessa logica della campagna per il “Salario per il lavoro domestico” degli anni Settanta). Entrambe le proposte, a prescindere dalle loro intenzioni, rischiano di cristallizzare la divisione sessuale del lavoro che pretendono di superare: monetizzano l’assetto esistente invece di trasformarlo. L’infrastruttura della cura deve essere socializzata, non sovvenzionata. È in questo senso che la questione di Robinson e la questione dell’economia politica femminista convergono.

Siamo perfettamente consapevoli che l’attuale equilibrio di potere rende remota qualsiasi trasformazione di questo tipo. La frammentazione del lavoro – una vera e propria centralizzazione senza concentrazione , la precarietà universale e la dispersione delle unità produttive – ha demolito le fondamenta organizzative del movimento operaio tradizionale. I nuovi movimenti (climatico, femminista e dei lavoratori delle piattaforme digitali) sono reali, ma non ancora articolati in un progetto politico comune. La sinistra politica nel cuore dell’impero rimane in gran parte incapace di coniugare la critica dell’economia politica con la costruzione di alternative concrete. Il successo dei partiti populisti, la Brexit, le due elezioni di Trump e l’ascesa delle forze neofasciste in tutta Europa sono l’espressione politica della crisi di legittimità prodotta dalla crisi strutturale globale, una crisi che la sinistra, con pochissime eccezioni, non è stata in grado di tradurre in un progetto alternativo credibile. La domanda posta da Robinson nel 1972 è oggi politicamente più difficile da rispondere di quanto non lo fosse allora.

Concludiamo senza concludere, perché tracciare una linea sotto quanto abbiamo scritto significherebbe affermare più di quanto sappiamo. Ciò che possiamo dire con relativa certezza, dopo questa ricostruzione esplorativa, è che il capitalismo si è dimostrato molto più resiliente di quanto i marxisti ortodossi abbiano spesso creduto, e molto più instabile di quanto i liberali del libero mercato abbiano sempre sostenuto. È resiliente perché incorpora le proprie crisi come momenti del proprio sviluppo, trasforma la protesta in innovazione e si adatta senza mai essere costretto a mettere in discussione i suoi meccanismi fondamentali. È instabile perché proprio queste capacità di adattamento producono contraddizioni sempre più profonde tra capitalismo e natura, tra produzione e riproduzione, tra capitalismo e democrazia, e tra la logica dell’accumulazione e i bisogni reali degli esseri umani. Il crollo del 2007-2009 e il lungo decennio zombie che ne è seguito; la pandemia e il keynesismo privatizzato di seconda generazione che ne è emerso; la guerra in Ucraina e il nuovo keynesismo militare; la crisi ecologica e il capitalismo della finitezza; e la metamorfosi tecnofeudale del monopolio: tutti questi sono lo stesso regime —il regime della catastrofe permanente— in successive modulazioni.

Sweezy, verso la fine della sua vita, affermò che l’integrazione di produzione e finanza in una teoria generale del processo capitalistico era ancora agli albori. 27 Aveva ragione allora e ha ragione anche adesso. Il compito teorico che ci attende è quello di integrare produzione, finanza e lavoro astratto, ovvero di costruire una teoria propriamente monetaria del valore capitalistico, capace di comprendere come viene sfruttata la forza lavoro vivente, come il plusvalore viene validato monetariamente e come la finanza non sia esterna a nessuno di questi processi, ma alla loro forma strutturale. John Bellamy Foster, nella sua lettura del dibattito Sweezy-Schumpeter, ha giustamente sottolineato che la posizione successiva di Sweezy va oltre una critica dello spreco e si orienta verso una critica dei rapporti sociali di produzione. Questa è la direzione in cui dobbiamo andare. 28

“Socialismo o barbarie” è la formula di Rosa Luxemburg. 29 Non come una profezia, non come un’inevitabilità storica, ma come una scelta. La barbarie è già qui, in forme più sofisticate di quanto Luxemburg avrebbe potuto immaginare: barbarie ecologica, barbarie digitale, barbarie militare e la barbarie della disuguaglianza che separa il mondo dei ricchi da quello dei poveri. La possibilità del socialismo, inteso non come un modello già realizzato da qualche parte, ma come un processo di trasformazione dei rapporti sociali di produzione verso un’economia di produzione sociale, non è garantita dalla forza delle contraddizioni del sistema. Dipende da ciò che i movimenti sociali riescono a costruire, dalla chiarezza con cui leggono la realtà e dalla volontà con cui agiscono su di essa. Più di quarant’anni fa, Sweezy invocava un’alleanza per promuovere standard di vita più elevati e miglioramenti nel consumo collettivo e nella qualità della vita. Questo appello deve ora evolversi in un nuovo movimento di base per lo sviluppo umano sostenibile su scala planetaria, capace di tenere insieme la critica al capitalismo monopolistico, la questione della natura, la questione femminista e la questione della democrazia.

In questo contesto, le previsioni sul futuro non hanno senso. Ciò che serve, contro il senso della realtà che si interroga sempre su “cosa sia” e considera ciò che esiste come l’unica cosa che può esistere, è quello che Robert Musil chiamava il senso della possibilità: la capacità di pensare che le cose potrebbero anche essere diverse, e che questo “altro” non è meno reale di ciò che esiste.30 Il senso della realtà ha guidato fin troppo l’immaginazione strategica della sinistra, riducendo la politica all’amministrazione dello status quo. Il senso della possibilità è la precondizione di qualsiasi politica che non sia mera gestione.

Note

Robert Musil, “Se esiste un senso di realtà, deve esistere anche un senso di possibilità” (Capitolo 4), in Musil, L’uomo senza qualità , trad. di Sophie Wilkins e Burton Pike (New York: Alfred A. Knopf, 1995), vol. 1, 10–13.

Friedrich Gogarten, “Tra i tempi” (1920), in Gli inizi della teologia dialettica , vol. 1, a cura di James M. Robinson, trad. di Keith R. Crim e Louis De Grazia (Richmond, Virginia: John Knox Press, 1968), pp. 277-280; originale tedesco “Zwischen den Zeiten”, Die Christliche Welt 34 (1920): pp. 374-378. L’espressione diede anche il titolo alla rivista teologica protestante fondata nel 1923 da Gogarten, Karl Barth ed Eduard Thurneysen.

Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova, “Macroeconomic Theory and Policy in the Capitalism of ‘Permanent Catastrophe’”, in Post Keynesian Economics , a cura di Therese Jefferson e John E. King (Cheltenham: Edward Elgar, 2024), 145–65. La categoria di catastrofe permanente è intesa come complementare, piuttosto che alternativa, alla nozione di accumulazione di catastrofi sviluppata indipendentemente da John Bellamy Foster, “Capitalism and the Accumulation of Catastrophe”, Monthly Review 63, n. 7 (dicembre 2011): 1–17, con il suo focus principalmente ecologico.

Adam Tooze, “Policrisi e critica del capitalismo”, Chartbook 343, Substack, 6 gennaio 2025, adamtooze.substack.com; Adam Tooze, “Definire la policrisi: dalle immagini della crisi alla matrice della crisi”, Chartbook 130, Substack, 24 giugno 2022, adamtooze.substack.com.

Theodor W. Adorno, Dialettica negativa , trad. EB Ashton (New York: Continuum, 1973), 320 (originale tedesco in Gesammelte Schriften , vol. 6, 314).

Si tratta di una prospettiva che uno di noi ha sviluppato fin dai primi anni 2000: si veda Riccardo Bellofiore, “La Grande Recessione e le contraddizioni del capitalismo contemporaneo”, in La Grande Recessione e le contraddizioni del capitalismo contemporaneo , a cura di Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova (Cheltenham: Edward Elgar, 2014), pp. 7-25.

Hyman P. Minsky, John Maynard Keynes (New York: Columbia University Press, 1975; ristampato da McGraw-Hill, 2008); Hyman P. Minsky, Può “ricapitare”? Saggi su instabilità e finanza (Armonk, New York: ME Sharpe, 1982; ristampato da Routledge, 2016); Hyman P. Minsky, Stabilizzare un’economia instabile (New Haven: Yale University Press, 1986; ristampato da McGraw-Hill, 2008).

Secondo alcune fonti, Bernanke avrebbe avvertito i leader del Congresso il 18 settembre 2008: “Se non lo facciamo, lunedì potremmo non avere più un’economia”. Si veda Andrew Ross Sorkin, Diana B. Henriques, Edmund L. Andrews e Joe Nocera, “As Credit Crisis Spiraled, Alarm Led to Action”, New York Times , 1° ottobre 2008; si veda anche Evan Thomas, “Hank Paulson in Winter”, Newsweek , 15 maggio 2009.

Adam Tooze, Crashed: How a Decade of Financial Crises Changed the World (New York: Viking, 2018); per una recensione di Tooze da parte di uno di noi, si veda Riccardo Bellofiore e Francesco Garibaldo, “A Very Political Macro-Financial Interpretation of the Crash of Neoliberalism,” Annali della Fondazione Luigi Einaudi 54, n. 1 (2020): 245–55. Sulla crisi finanziaria del 2007–2009 subito dopo l’inizio della crisi dei mutui subprime, si veda Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi, “A Minsky Moment? The Subprime Crisis and the ‘New’ Capitalism,” in Credit, Money and Macroeconomic Policy: A Post-Keynesian Approach , a cura di Claude Gnos e Louis-Philippe Rochon (Cheltenham: Edward Elgar, 2011), 13–32 (originariamente scritto in italiano nel settembre 2007); e, dopo il pieno svolgimento della crisi, Riccardo Bellofiore, “’Due o tre cose che so di lei’: l’Europa nella crisi globale e l’economia eterodossa”, Cambridge Journal of Economics 37, n. 3 (2013): 497–512.

Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova, “Crisi del welfare e crisi del lavoro, dal fordismo alla Grande Recessione: un’ottica di classe e di genere”, La Rivista delle Politiche Sociali 1 (2014): 103–22; Giovanna Vertova, “Cosa c’entra il genere con la Grande Recessione? Il caso italiano”, in eds. Bellofiore e Vertova, La grande regressione e le contraddizioni del capitalismo contemporaneo , 189–207. I dati sulla partecipazione femminile alla forza lavoro italiana e sull’indagine sull’uso del tempo provengono da ISTAT, Rilevazione sulle forze di lavoro e Indagine sull’uso del tempo , vari anni.

Nadia Garbellini, “Il piano di ripresa italiano dimostra perché la spesa pubblica non è sempre di sinistra” , Jacobin , 25 gennaio 2022, jacobin.com.

Joseph R. Biden, “Osservazioni del Presidente Biden sull’economia”, Max S. Hayes High School, Cleveland, Ohio, 6 luglio 2022, Raccolta giornaliera di documenti presidenziali , Ufficio del Registro Federale, govinfo.gov.

Riccardo Bellofiore e Andrea Coveri, “Zwischen den Zeiten. Problemi e contraddizioni del capitalismo negli anni del ritorno dell’inflazione”, Officina Primo Maggio , 20 dicembre 2023, officinaprimomaggio.eu.

Marc Lavoie, “Inflazione conflittuale e curva di Phillips”, Review of Political Economy 36, n. 4 (2024): 1397–419.

Nadia Romaniello e Antonella Stirati, “Inflazione da costi e da conflitti: un’analisi del caso italiano”, Review of Political Economy 36, n. 4 (2024): 1351–80.

Augusto Graziani, “L’inflazione capitalistica”, in Crisi delle politiche e politiche nella crisi (Napoli: Pironti, 1980), 49–65.

Paul M. Sweezy, “Perché la stagnazione?”, Monthly Review 34, n. 2 (giugno 1982): 1–10.

Harry Magdoff e Paul M. Sweezy, Stagnazione e esplosione finanziaria (New York: Monthly Review Press, 1987); Harry Magdoff e Paul M. Sweezy, La crisi irreversibile (New York: Monthly Review Press, 1988); Paul M. Sweezy, “Il trionfo del capitale finanziario”, Monthly Review 46, n. 2 (giugno 1994): 1-11.

Hyman P. Minsky, “Crisi finanziarie e l’evoluzione del capitalismo: il crollo dell’87—cosa significa?”, in Capitalist Development and Crisis Theory , a cura di Mark Gottdiener e Nicos Komninos (Londra: Macmillan, 1989), 391–403.

Michał Kalecki, “Aspetti politici della piena occupazione” (1943), in Selected Essays on the Dynamics of the Capitalist Economy (Cambridge: Cambridge University Press, 1971), 138–45. Vedi Riccardo Bellofiore, “Gli ‘aspetti politici della piena occupazione’ e la ‘riforma cruciale’ del capitalismo: una discussione con Jan Toporowski su Kalecki e Kowalik”, in Exploring the Ideas of Tadeusz Kowalik: Crises, Transformations and Beyond , a cura di Grzegorz Konat e Gavin Rae (Londra: Palgrave, 2026).

Cédric Durand, How Silicon Valley Unleashed Techno-feudalism: The Making of the Digital Economy (Londra: Verso, 2025). Sulla questione più ampia se la finanziarizzazione rafforzi il monopolio o, al contrario, ripristini la concorrenza, si veda il recente dibattito tra, da un lato, Stephen Maher e Scott Aquanno, The Fall and Rise of American Finance: From JP Morgan to BlackRock (Londra: Verso, 2024), e, dall’altro, John Bellamy Foster, “Notes from the Editors”, Monthly Review 77, n. 2 (giugno 2026).

La categoria del tecnofeudalesimo dovrebbe essere messa a confronto anche con la tradizione più antica, ma rigorosamente articolata, del feudalesimo industriale, sviluppata dai marxisti polacchi Ludwik Krzywicki (già nel 1890) e Oskar Lange (1929, 1941-44), e ripresa da Tadeusz Kowalik. Hanna Szymborska e Jan Toporowski hanno recentemente riformulato questa tradizione per il capitalismo tardo: si vedano Hanna Szymborska e Jan Toporowski, “Industrial Feudalism and Wealth Inequalities”, Working Paper n. 174, Institute for New Economic Thinking, New York, gennaio 2022; Jan Toporowski, “Industrial Feudalism and Polish Marxism”, in Polish Marxism after Luxemburg , a cura di Jan Toporowski (Bingley: Emerald, 2022). e Hanna Szymborska e Jan Toporowski, “Why the Distribution of Wealth Matters: Industrial Feudalism and Social Democracy”, PSL Quarterly Review 75, n. 302 (settembre 2022): 227–40. Due caratteristiche di questa tradizione rafforzano la diagnosi qui presentata. In primo luogo, Krzywicki e Lange hanno collegato il monopolio direttamente a un irrigidimento della stratificazione sociale e alla chiusura della mobilità sociale, ben prima che il linguaggio della post-democrazia o del capitalismo delle piattaforme diventasse disponibile. In secondo luogo, nella riformulazione più recente, la distribuzione ineguale della ricchezza e l’erosione dello stato sociale sono lette come i meccanismi istituzionali attraverso i quali tale chiusura opera oggi. La convergenza con Durand è reale, ma la diagnosi è anche riformulata: ciò che è in gioco non è un’uscita feudale dal capitalismo ma, come Krzywicki aveva già colto nel 1890, una tendenza interna al capitale monopolistico stesso.

Colin Crouch, Post-Democracy (Cambridge: Polity, 2004); vedi anche Colin Crouch, Post-Democracy After the Crises (Cambridge: Polity, 2020).

Arnaud Orain, Le monde confisqué: essai sur le capitalisme de la finitude (XVIe-XXIe siècle) (Parigi: Flammarion, 2025).

Joan Robinson, “La seconda crisi della teoria economica” (1972), in Contributi all’economia moderna (Oxford: Basil Blackwell, 1978), 1–13.

Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, Capitale monopolistico (New York: Monthly Review Press, 1966).

John Maynard Keynes, “La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” (1936), in John Maynard Keynes, Scritti raccolti , vol. 7 (Cambridge: Cambridge University Press, 1973), 378; per la radicalizzazione della “socializzazione degli investimenti”, si veda Hyman P. Minsky, John Maynard Keynes (New York: Columbia University Press, 1975). Si veda anche: Riccardo Bellofiore, “La socializzazione degli investimenti, da Keynes a Minsky e oltre”, Working Paper n. 822, Levy Economics Institute, Bard College, 16 dicembre 2014.

Paul M. Sweezy, “Il trionfo del capitale finanziario”, Monthly Review 46, n. 2 (giugno 1994): 1–11.

John Bellamy Foster, “Sulle leggi del capitalismo: spunti dal dibattito Sweezy-Schumpeter”, Monthly Review 63, n. 1 (maggio 2011): 1–16.

Rosa Luxemburg, “Il pamphlet di Junius: La crisi della socialdemocrazia tedesca” (1916), in Selected Political Writings , a cura di Dick Howard (New York: Monthly Review Press, 1971), 367–68.


ANALISI by ChatGPT 4-9-26

Sì. Per questa analisi, però, c’è una precisazione importante rispetto alle precedenti: il testo di Bellofiore e Vertova è particolarmente vicino ai filoni che stai costruendo su Sweezy, Baran, Minsky, Graziani, stagnazione e finanziarizzazione. Conviene quindi leggerlo non soltanto come un saggio sulla crisi contemporanea, ma come un tentativo di ricomporre una tradizione eterodossa di critica dell’economia politica.

Ho verificato il testo originale di Monthly Review e il materiale disponibile collegato all’articolo. Il saggio occupa le pp. 33–48 del vol. 78, n. 3, luglio-agosto 2026. (Monthly Review Archives)

RICCARDO BELLOFIORE – GIOVANNA VERTOVA

Between the Times: Privatized Keynesianism, Permanent Catastrophe, and the Task of an Economy of Social Production

Testo originale su Monthly Review


1. SCHEDA BIBLIOGRAFICA

Autori: Riccardo Bellofiore; Giovanna Vertova
Titolo: Between the Times: Privatized Keynesianism, Permanent Catastrophe, and the Task of an Economy of Social Production
Fonte: Monthly Review
Volume: 78
Numero: 3
Data: luglio-agosto 2026
Pagine: 33–48
DOI: 10.14452/MR-078-03-2026-07_3
Ambito geografico indicizzato da Monthly Review: Europa, con particolare riferimento a Germania e Italia
Subject indicizzati: Political Economy; Capitalism; Economic Crisis; Stagnation. (Monthly Review Archives)

È uno degli articoli centrali del numero speciale di Monthly Review dedicato alla “Structural Crisis of Capital”. La sua collocazione è significativa: viene dopo l’introduzione di John Bellamy Foster e il saggio di Prabhat Patnaik e precede quello di Costas Lapavitsas sull’imperialismo statunitense. (Monthly Review Archives)


2. FOCUS / SUBJECT

Occhiello

Il capitalismo contemporaneo si trova “tra i tempi”: il vecchio neoliberismo è in crisi, ma un nuovo regime non si è ancora stabilizzato. Al suo posto si afferma una “catastrofe permanente”, nella quale le crisi vengono gestite attraverso successive forme di intervento pubblico, finanziarizzazione, militarizzazione e sostegno al capitale privato senza che vengano modificati i rapporti fondamentali dell’accumulazione.

Subject

Crisi strutturale del capitalismo → fine del neoliberismo → keynesismo privatizzato → finanziarizzazione → stagnazione → catastrofe permanente → intervento statale → nuove controtendenze → militarismo / monopolio tecnologico / capitalismo della finitezza → crisi della composizione della produzione → economia di produzione sociale.


3. TESI CENTRALE

La tesi può essere formulata in modo molto netto:

Il neoliberismo non è stato la semplice negazione del keynesismo, ma una sua trasformazione privatizzata.

Il sostegno alla domanda non è scomparso.

È stato trasferito:

dallo Stato alle famiglie e ai mercati finanziari.

Quindi:

Keynesismo fordista

→ spesa pubblica
→ occupazione
→ welfare
→ domanda aggregata

viene trasformato in:

Keynesismo privatizzato

→ debito delle famiglie
→ credito
→ aumento dei prezzi degli asset
→ finanziarizzazione
→ consumo a debito.

La crisi del 2008 interrompe questo meccanismo, ma non produce una vera trasformazione sistemica.

Da qui la categoria di:

PERMANENT CATASTROPHE

cioè una situazione nella quale il capitalismo non risolve più definitivamente le proprie crisi, ma le incorpora e le accumula. (Monthly Review)


4. “TRA I TEMPI”

Il titolo viene da Friedrich Gogarten.

L’espressione descrive una condizione storica nella quale:

il vecchio ordine è esaurito

ma

il nuovo ordine non è ancora nato.

Gli autori trasferiscono questa immagine alla fase attuale del capitalismo.

Schema:

VECCHIO NEOLIBERISMO
        │
        ↓
     CRISI
        │
        ↓
   INTERREGNO
        │
        ↓
"TRA I TEMPI"
        │
        ↓
CATARSTOFE PERMANENTE
        │
        ↓
NUOVO REGIME
NON ANCORA DEFINITO

Questa è una delle chiavi interpretative dell’intero saggio.


5. CATastrofe PERMANENTE ≠ POLICRISI

È importante non confondere i due concetti.

Policrisi

indica la coesistenza/interazione di molte crisi:

  • economica;
  • finanziaria;
  • ecologica;
  • geopolitica;
  • sociale.

Catastrofe permanente

indica invece una forma strutturale di funzionamento del capitalismo.

Le crisi:

non vengono realmente risolte

↓

vengono utilizzate per produrre

nuove risposte capitalistiche

↓

che generano

nuove contraddizioni

↓

che producono

nuove crisi.

Quindi la categoria è dinamica:

crisi → risposta → nuova contraddizione → nuova crisi.


6. IL “KEYNESISMO PRIVATIZZATO”

Questo è probabilmente il concetto più importante dell’articolo.

Gli autori distinguono implicitamente diverse fasi.

Keynesismo del dopoguerra

Lo Stato sostiene la domanda attraverso:

  • spesa pubblica;
  • welfare;
  • investimenti;
  • occupazione;
  • servizi pubblici.

Keynesismo privatizzato

Il sostegno alla domanda passa invece attraverso:

  • credito privato;
  • indebitamento delle famiglie;
  • mercato immobiliare;
  • prezzi degli asset;
  • pensioni private;
  • consumo a debito.

La finanziarizzazione diventa quindi un sostituto funzionale parziale della politica fiscale keynesiana.


7. FINANZIARIZZAZIONE

Qui il collegamento con Sweezy è diretto e molto importante per il tuo archivio.

Bellofiore e Vertova riprendono la tesi secondo cui:

stagnazione → espansione finanziaria.

È esattamente il terreno sul quale si incontrano:

  • Sweezy;
  • Magdoff;
  • Minsky;
  • Bellofiore.

La finanza non è considerata semplicemente un settore separato.

Diventa un meccanismo di organizzazione dell’intero capitalismo.

Coinvolge:

  • imprese;
  • famiglie;
  • lavoratori;
  • pensioni;
  • Stati;
  • catene globali del valore;
  • piattaforme.

Quindi la finanziarizzazione non è soltanto:

più finanza.

È:

finanziarizzazione dei comportamenti sociali.


8. SWEEZY COME SNODO TEORICO

Questo è uno degli aspetti che rendono l’articolo particolarmente importante per 42rosso.

Gli autori riprendono esplicitamente Paul Sweezy.

La sua tesi:

la stagnazione permanente non è possibile.

Il capitalismo sviluppa sempre:

controtendenze.

Ma queste controtendenze hanno una caratteristica:

possono risolvere temporaneamente una contraddizione producendo contraddizioni di ordine superiore.

È precisamente il meccanismo della:

catastrofe permanente.


9. SWEEZY: LE CONTROTENDENZE

Gli autori aggiornano il quadro di Sweezy individuando almeno tre grandi controtendenze contemporanee:

1. Riarmo / keynesismo militare

2. Monopolio tecnologico / “tecnofeudalesimo”

3. Capitalismo della finitezza / neomercantilismo delle risorse.

Questo passaggio è estremamente interessante perché trasforma la teoria della stagnazione di Sweezy in una griglia interpretativa del capitalismo del XXI secolo.


10. PRIMA CONTROTENDENZA: KEYNESISMO MILITARE

La spesa militare diventa:

domanda autonoma

finanziamento pubblico

sostegno all’industria

assorbimento di surplus

strumento geopolitico.

È dunque una versione contemporanea di una vecchia controtendenza individuata dalla tradizione Baran-Sweezy.

La differenza è che oggi il keynesismo militare è legato alla:

  • competizione geopolitica;
  • crisi dell’ordine statunitense;
  • guerra;
  • riarmo europeo;
  • conflitto sistemico.

11. SECONDA CONTROTENDENZA: MONOPOLIO TECNOLOGICO

Qui entra la discussione sul cosiddetto:

“tecnofeudalesimo”.

Bellofiore e Vertova non lo assumono semplicemente come descrizione di una nuova epoca post-capitalistica.

Lo ricollocano all’interno della logica del:

capitalismo monopolistico.

Le grandi piattaforme:

  • controllano infrastrutture;
  • raccolgono dati;
  • organizzano mercati;
  • disciplinano fornitori;
  • influenzano consumatori;
  • estraggono rendite.

Il punto teorico è dunque:

tecnologia + monopolio + finanza

piuttosto che:

capitalismo → feudalesimo.


12. TERZA CONTROTENDENZA: CAPITALISMO DELLA FINITEZZA

Il riferimento è ad Arnaud Orain.

Quando le possibilità di espansione illimitata vengono ostacolate dai limiti materiali, il capitalismo può assumere forme:

  • neomercantilistiche;
  • protezionistiche;
  • geopolitiche;
  • competitive per il controllo delle risorse.

La scarsità viene trasformata in:

potere economico e politico.

Questa controtendenza connette:

stagnazione

→ competizione per le risorse

→ neomercantilismo

→ conflitto geopolitico.


13. INTEGRAZIONE CON LA TEORIA DEL CAPITALISMO MONOPOLISTICO

Qui l’articolo è particolarmente compatibile con il lavoro che stai facendo su Baran e Sweezy.

Gli autori sostengono implicitamente che molte delle forme contemporanee apparentemente “nuove” possono essere ricondotte a categorie già presenti nella critica del capitalismo monopolistico:

Forma contemporaneaCategoria Sweezy/Baran
Piattaforme digitalimonopolio
Pubblicità digitalesales effort
Obsolescenza digitalespreco
Riarmospesa militare
Finanziarizzazioneassorbimento del surplus
Debito delle famigliesostegno alla domanda
Distruzione ecologicacontraddizione dello sviluppo
Segmentazione del lavoropolarizzazione capitalistica

Il punto non è che il capitalismo contemporaneo sia identico a quello del 1966.

È che:

le sue controtendenze conservano una struttura riconoscibile.


14. L’INFLAZIONE 2021–2023

La seconda grande parte dell’argomentazione affronta l’inflazione.

Gli autori rifiutano sia la spiegazione puramente monetarista sia una versione semplicistica dell’idea di:

profit-led inflation.

Propongono invece la formula:

profits from inflation

piuttosto che:

inflation from profits.

La distinzione è importante.

Quando aumentano i costi delle importazioni più rapidamente dei costi del lavoro, la quota dei profitti sul valore aggiunto può aumentare anche senza un aumento generalizzato e deliberato dei margini.

Gli aumenti effettivi dei margini vengono individuati soprattutto in settori oligopolistici come:

  • energia;
  • agroalimentare;
  • distribuzione.

Gli autori richiamano anche lavori empirici sul caso italiano. (42rosso.it)


15. CRITICA DELLA POLITICA DEI TASSI

Qui compare un collegamento molto interessante con l’articolo di Jan Toporowski dello stesso numero.

Se l’inflazione deriva soprattutto da:

shock esterni + costi + conflitti distributivi

aumentare i tassi di interesse rischia di:

  • deprimere gli investimenti;
  • aumentare il peso del debito;
  • redistribuire reddito verso il capitale finanziario;
  • colpire il lavoro;
  • non intervenire sulla causa originaria dell’inflazione.

Bellofiore e Vertova recuperano in questo contesto:

Augusto Graziani.

Nella teoria monetaria di Graziani:

l’interesse non è semplicemente il prezzo del risparmio.

È anche una forma di trasferimento:

capitalista produttivo → capitalista finanziario.

Questo crea un collegamento diretto con l’analisi che hai fatto recentemente sul testo di Timponelli su Graziani.


16. MINSKY

Minsky svolge una funzione teorica centrale.

Il capitalismo contemporaneo viene interpretato come:

capitalismo finanziariamente instabile.

Ma Bellofiore e Vertova fanno un passo ulteriore.

La finanza non è solo:

instabilità finanziaria.

È:

struttura sociale del capitalismo.

Il debito modifica:

  • comportamenti;
  • aspettative;
  • tempi;
  • consumi;
  • investimenti;
  • rapporti di potere.

Questa è una lettura molto più ampia di Minsky.


17. KALECKI

Altro autore decisivo:

Michał Kalecki.

Il riferimento è al saggio del 1943:

Political Aspects of Full Employment.

La questione fondamentale non è semplicemente:

possiamo raggiungere la piena occupazione?

Ma:

chi controlla la composizione della produzione?

Il capitale può accettare la piena occupazione finché questa non mette in discussione:

  • disciplina del lavoro;
  • potere imprenditoriale;
  • controllo degli investimenti.

Questa è una delle transizioni teoriche più importanti dell’articolo.


18. JOAN ROBINSON: LA “SECONDA CRISI”

Questo è forse il concetto più profondo dell’intero saggio.

Robinson distingue:

Prima crisi della teoria economica

anni Trenta:

quanto lavoro/occupazione?

Keynes risponde:

lo Stato può sostenere la domanda e avvicinare la piena occupazione.

Ma resta una seconda domanda:

occupazione per fare cosa?

Quindi:

piena occupazione

↓

che cosa produciamo?

↓

per chi?

↓

con quali rapporti sociali?

Questa è la:

seconda crisi della teoria economica.


19. BARAN E SWEEZY

Qui il collegamento è diretto con Monopoly Capital.

La risposta storica del capitalismo alla domanda:

“produrre cosa?”

è stata spesso:

  • spesa militare;
  • pubblicità;
  • obsolescenza programmata;
  • spreco;
  • consumismo;
  • produzione indotta.

Il problema della domanda effettiva viene risolto, ma attraverso una:

composizione socialmente irrazionale della produzione.

Questo è un passaggio che per il tuo archivio merita un legame semantico molto forte:

Joan Robinson → Kalecki → Baran & Sweezy.


20. DALLA PIENA OCCUPAZIONE ALLA COMPOSIZIONE DELLA PRODUZIONE

La questione diventa quindi:

PIENA OCCUPAZIONE
       │
       ↓
NON BASTA
       │
       ↓
CHE COSA PRODUCIAMO?
       │
       ↓
PER CHI?
       │
       ↓
CON QUALI RISORSE?
       │
       ↓
CHI DECIDE?
       │
       ↓
COMPOSIZIONE DEMOCRATICA
DELLA PRODUZIONE

Questa è la transizione che conduce alla proposta politica degli autori.


21. ECONOMIA DI PRODUZIONE SOCIALE

La proposta finale è:

Economy of Social Production

che possiamo tradurre:

economia di produzione sociale

Gli autori precisano che non si tratta di un programma economico dettagliato.

È un:

“concetto di confine”.

Serve a indicare una direzione strategica.


22. CHE COSA SIGNIFICA?

Un’economia di produzione sociale dovrebbe spostare le risorse verso:

  • sanità;
  • istruzione;
  • cura;
  • assistenza;
  • transizione ecologica;
  • infrastrutture sociali.

E contemporaneamente:

  • ridurre l’orario di lavoro;
  • abbassare l’età pensionabile;
  • ridurre produzioni dannose;
  • diminuire attività socialmente inutili;
  • democratizzare gli investimenti.

23. SOCIALIZZAZIONE DEGLI INVESTIMENTI

Qui gli autori recuperano:

Keynes → Minsky → socializzazione degli investimenti.

Ma radicalizzano il concetto.

Non basta:

Stato che spende.

Serve:

controllo sociale della composizione degli investimenti.

La questione non è dunque semplicemente:

più o meno spesa pubblica?

Ma:

chi decide dove va l’investimento?


24. PRODUZIONE PER VALORE D’USO

Il concetto di:

valore d’uso sociale immediato

diventa fondamentale.

L’obiettivo non è:

massimizzare la produzione di merci.

È:

produrre ciò che serve alla riproduzione sociale e umana.

Questa è una trasformazione radicale della logica:

valore di scambio → valore d’uso.


25. LA QUESTIONE FEMMINISTA

Una delle parti più importanti del testo riguarda la:

riproduzione sociale.

Gli autori sostengono che la sfera riproduttiva continua a funzionare come:

ammortizzatore nascosto delle crisi.

Quando il capitale e lo Stato riducono il finanziamento della riproduzione sociale, il costo viene trasferito:

alle famiglie

e soprattutto:

alle donne.

Quindi:

austerità

→ riduzione dei servizi

→ aumento del lavoro di cura non remunerato

→ aumento della pressione sulla riproduzione sociale.


26. NON “MONETIZZARE” LA CURA

Qui Bellofiore e Vertova assumono una posizione molto precisa.

Non basta:

pagare individualmente la cura.

Serve:

socializzare l’infrastruttura della cura.

La differenza è fondamentale.

Monetizzazione

= trasferimento di denaro all’individuo.

Socializzazione

= trasformazione collettiva delle condizioni della riproduzione.

Questa distinzione va assolutamente conservata nel thesaurus di 42rosso.


27. PRODUZIONE E RIPRODUZIONE

Qui si incontra una delle grandi linee teoriche del testo:

Marxismo + post-keynesismo + femminismo della riproduzione sociale.

La formula è:

produzione

↔

riproduzione

non come due sfere separate, ma come:

momenti interdipendenti della riproduzione sociale capitalistica.


28. CAPITALISMO E NATURA

La crisi ecologica introduce una seconda grande contraddizione.

Il capitalismo deve continuamente:

accumulare

ma opera dentro:

limiti biofisici.

L’economia di produzione sociale dovrebbe quindi spostare il criterio:

crescita quantitativa

→

sviluppo qualitativo.

È una distinzione fondamentale.


29. “STAGNAZIONE ALTERNATIVA”

Una delle idee più interessanti è quella che potremmo definire:

stagnazione alternativa.

Un’economia può apparire stagnante secondo gli indicatori capitalistici perché:

  • riduce produzioni inutili;
  • riduce consumi superflui;
  • diminuisce l’orario di lavoro;
  • limita la crescita quantitativa.

Ma contemporaneamente può migliorare:

  • salute;
  • istruzione;
  • tempo libero;
  • cura;
  • ambiente;
  • qualità della vita.

Quindi:

meno PIL ≠ necessariamente meno benessere.


30. LA CRITICA DEL KEYNESISMO

Gli autori non propongono semplicemente:

“più Keynes”.

La loro posizione è più radicale.

Il problema del keynesismo è che può aumentare la domanda senza modificare:

la composizione della produzione

né:

i rapporti di potere nella produzione.

Quindi:

Keynesismo

è necessario come strumento,

ma

non sufficiente come alternativa al capitalismo.


31. KALECKI + SWEEZY + ROBINSON

Il nucleo teorico può essere sintetizzato:

Kalecki

Chi controlla la piena occupazione?

↓

Robinson

Che cosa produciamo?

↓

Baran & Sweezy

Come viene assorbito il surplus?

↓

Sweezy

Quali controtendenze impediscono la stagnazione?

↓

Minsky

Come interviene la finanza?

↓

Bellofiore & Vertova

Chi decide democraticamente la composizione della produzione?

Questa è, a mio giudizio, la vera architettura teorica del saggio.


32. LA FRAMMENTAZIONE DEL LAVORO

Un problema decisivo resta però aperto.

Il capitalismo contemporaneo ha prodotto:

centralizzazione senza concentrazione.

Cioè:

potere economico sempre più concentrato

ma

lavoro sempre più disperso.

Le unità produttive sono:

  • frammentate;
  • internazionalizzate;
  • subappaltate;
  • precarizzate;
  • digitalizzate.

Questo rende molto più difficile costruire un soggetto collettivo.


33. MOVIMENTI SOCIALI

Gli autori individuano nuovi movimenti:

  • femminista;
  • climatico;
  • lavoratori delle piattaforme.

Ma il problema è che non sono ancora riusciti a costruire:

un progetto politico comune.

Questa è una delle principali aporie del saggio.


34. LA CRISI DELLA SINISTRA

La diagnosi politica è severa.

La sinistra:

  • comprende la crisi;
  • critica il neoliberismo;
  • denuncia l’austerità;

ma spesso:

non riesce a trasformare la critica in progetto economico-politico.

Da questo vuoto derivano, secondo gli autori, condizioni favorevoli alla crescita:

  • del populismo;
  • del trumpismo;
  • delle destre europee;
  • delle forze neofasciste.

35. RESILIENZA E INSTABILITÀ

La conclusione contiene una formulazione teoricamente importante.

Il capitalismo è:

più resiliente

di quanto molti marxisti abbiano pensato;

ma contemporaneamente:

più instabile

di quanto sostengano i liberali.

Perché?

Resiliente

perché riesce a trasformare le crisi in nuove forme di adattamento.

Instabile

perché ogni adattamento genera nuove contraddizioni.

È esattamente la logica:

controtendenza → stabilizzazione → nuova contraddizione.


36. LE CINQUE MODULAZIONI DELLA CATASTROFE PERMANENTE

Gli autori ricapitolano la loro tesi attraverso una sequenza molto efficace:

1. 2007–09

crisi finanziaria

↓

2. anni successivi

decennio “zombie”

↓

3. 2020

pandemia + intervento statale

↓

4. guerra in Ucraina

keynesismo militare

↓

5. crisi ecologica

capitalismo della finitezza

6. trasformazione tecnologica

monopolio tecnofeudale

Ma tutte queste forme sono interpretate come:

successive modulazioni dello stesso regime di catastrofe permanente.


37. LA QUESTIONE TEORICA FINALE: UNA TEORIA MONETARIA DEL VALORE

Questa parte è importantissima e, per il tuo lavoro su Graziani e Sweezy, forse ancora più interessante della proposta politica.

Gli autori sostengono che occorre integrare:

produzione

finanza

lavoro astratto

all’interno di:

una teoria monetaria del valore capitalistico.

La domanda diventa:

come viene sfruttato il lavoro?

come viene validato monetariamente il plusvalore?

quale ruolo svolge la finanza in questo processo?

La finanza non è dunque:

esterna al valore.

È:

forma strutturale della sua realizzazione e distribuzione.


38. QUESTO È IL PUNTO DI CONTATTO CON GRAZIANI

Qui il collegamento con Augusto Graziani è molto forte.

Graziani:

moneta → credito → produzione → distribuzione del reddito.

Bellofiore e Vertova:

moneta → produzione → validazione del valore → finanza → distribuzione del surplus.

Non sono teorie identiche.

Ma condividono il rifiuto dell’idea che la moneta sia semplicemente un velo sovrapposto a una produzione reale già determinata.


39. TESI COMPLESSIVA IN UNA FORMULA

Possiamo sintetizzare l’intero articolo così:

STAGNAZIONE
    ↓
CONTROTENDENZE
    ↓
FINANZA / DEBITO
    ↓
CRISI
    ↓
INTERVENTO STATALE
    ↓
SOCIALIZZAZIONE DEI COSTI
    ↓
NUOVA ACCUMULAZIONE PRIVATA
    ↓
NUOVE CONTRADDIZIONI
    ↓
CATASTROFE PERMANENTE

e contemporaneamente:

CATASTROFE PERMANENTE
          ↓
  domanda politica:
          ↓
 "PRODURRE COSA?"
          ↓
COMPOSIZIONE DELLA PRODUZIONE
          ↓
CONTROLLO DEMOCRATICO
          ↓
SOCIALIZZAZIONE INVESTIMENTI
          ↓
ECONOMIA DI PRODUZIONE SOCIALE

40. STRUTTURA LOGICA COMPLESSIVA

                    CAPITALISMO CONTEMPORANEO
                              │
                              ↓
                         STAGNAZIONE
                              │
                              ↓
                    KEYNESISMO PRIVATIZZATO
                              │
                    ┌─────────┴─────────┐
                    ↓                   ↓
                 FINANZA              DEBITO
                    │                   │
                    └─────────┬─────────┘
                              ↓
                         CRISI 2008
                              │
                              ↓
                     REGIME “ZOMBIE”
                              │
                              ↓
                         PANDEMIA
                              │
                              ↓
                KEYNESISMO PRIVATIZZATO II
                              │
                ┌─────────────┼──────────────┐
                ↓             ↓              ↓
             RIARMO      TECNO-MONOPOLIO   FINITEZZA
                │             │              │
                └─────────────┼──────────────┘
                              ↓
                   CATASTROFE PERMANENTE
                              │
                              ↓
                ┌─────────────┴────────────┐
                ↓                          ↓
         CRISI ECOLOGICA             CRISI SOCIALE
                │                          │
                └─────────────┬────────────┘
                              ↓
                   "PRODURRE COSA?"
                              │
                              ↓
                 ECONOMIA DI PRODUZIONE
                         SOCIALE

41. DESCRIZIONE SEMANTICA

Subject principale

Crisi strutturale del capitalismo e trasformazione del keynesismo privatizzato

Contesto teorico

  • Marxismo;
  • economia politica marxista;
  • post-keynesismo;
  • teoria della stagnazione;
  • teoria monetaria;
  • teoria della finanziarizzazione;
  • capitalismo monopolistico;
  • teoria della riproduzione sociale;
  • economia femminista.

Contesto geografico

Europa, soprattutto:

  • Italia;
  • Germania;

all’interno del capitalismo globale. Monthly Review assegna esplicitamente all’articolo queste aree geografiche. (Monthly Review)

Contesto temporale

2007–2026, con una forte retrospettiva:

  • anni Trenta;
  • dopoguerra;
  • anni Settanta;
  • anni Ottanta;
  • 2008;
  • 2020;
  • 2021–23;
  • guerra in Ucraina;
  • crisi ecologica contemporanea.

42. AUTHORITY FILE — AUTORI

Da collegare:

Karl Marx

John Maynard Keynes

Michal Kalecki

Joan Robinson

Paul A. Baran

Paul M. Sweezy

Hyman Minsky

Augusto Graziani

John Bellamy Foster

Riccardo Bellofiore

Giovanna Vertova

Isabella Weber

Marc Lavoie

Cédric Durand

Arnaud Orain

Colin Crouch

Adam Tooze

Rosa Luxemburg

Robert Musil

Friedrich Gogarten


43. LESSICO PER IL THESAURUS

Termini preferiti

  • Catastrofe permanente
  • Crisi strutturale del capitalismo
  • Keynesismo privatizzato
  • Keynesismo privatizzato di seconda generazione
  • Stagnazione
  • Controtendenze alla stagnazione
  • Finanziarizzazione
  • Debito privato
  • Debito delle famiglie
  • Capitalismo finanziario
  • Instabilità finanziaria
  • Monopolio
  • Capitalismo monopolistico
  • Monopolio tecnologico
  • Tecnofeudalesimo
  • Capitalismo della finitezza
  • Neomercantilismo
  • Keynesismo militare
  • Spesa militare
  • Inflazione da costi
  • Inflazione da profitti
  • Profitto da inflazione
  • Politica monetaria
  • Tassi d’interesse
  • Socializzazione degli investimenti
  • Composizione della produzione
  • Piena occupazione
  • Riproduzione sociale
  • Economia femminista
  • Lavoro di cura
  • Socializzazione della cura
  • Valore d’uso
  • Sviluppo qualitativo
  • Economia di produzione sociale
  • Teoria monetaria del valore
  • Lavoro astratto
  • Validazione monetaria del plusvalore.

44. RELAZIONI SEMANTICHE DA INSERIRE NEL GRAFO

Queste sono particolarmente utili:

Stagnazione → genera → controtendenze

Stagnazione → favorisce → finanziarizzazione

Finanziarizzazione → sostiene → domanda privata

Debito delle famiglie → sostiene → consumo

Crisi finanziaria → interrompe → keynesismo privatizzato

Crisi → produce → intervento statale

Intervento statale → sostiene → capitale privato

Intervento statale → non necessariamente modifica → rapporti di produzione

Sweezy → teorizza → controtendenze alla stagnazione

Minsky → teorizza → instabilità finanziaria

Graziani → interpreta → interesse come trasferimento al capitale finanziario

Kalecki → problematizza → aspetti politici della piena occupazione

Robinson → problematizza → composizione dell’occupazione

Robinson → pone → “produrre cosa?”

Baran & Sweezy → collegano → surplus e spreco

Militarismo → funziona come → controtendenza alla stagnazione

Piattaforme → rafforzano → monopolio

Crisi ecologica → produce → capitalismo della finitezza

Austerità → trasferisce costi → riproduzione sociale

Riproduzione sociale → implica → lavoro di cura

Economia di produzione sociale → richiede → socializzazione degli investimenti

Economia di produzione sociale → richiede → democratizzazione della composizione della produzione


45. VALUTAZIONE CRITICA

Punti di forza

1. Grande capacità di sintesi teorica

Il pregio maggiore è l’integrazione di tradizioni che spesso vengono studiate separatamente:

Marx → Keynes → Kalecki → Robinson → Sweezy → Minsky → Graziani.

2. Aggiornamento della teoria di Sweezy

La nozione di controtendenza alla stagnazione viene utilizzata per interpretare:

  • finanza;
  • piattaforme;
  • militarismo;
  • crisi ecologica.

È probabilmente uno dei contributi più interessanti del saggio.

3. Superamento del semplice “ritorno di Keynes”

Gli autori mostrano perché il ritorno dello Stato non equivale automaticamente a un superamento del neoliberismo.

4. Centralità della composizione della produzione

La domanda di Robinson:

“produrre cosa?”

permette di passare dalla semplice macroeconomia alla critica della società capitalistica.

5. Integrazione produzione/riproduzione

La questione femminista non è un’aggiunta esterna, ma entra nella struttura dell’argomentazione.


46. LIMITI E APORIE

1. La “catastrofe permanente” rischia di essere troppo inclusiva

La categoria è potente, ma rischia di spiegare:

crisi finanziaria + pandemia + guerra + ecologia + tecnologia + inflazione

come manifestazioni di un unico regime.

Questo può attenuare le differenze causali fra fenomeni diversi.

2. La teoria delle controtendenze necessita di maggiore specificazione

Non tutte le controtendenze hanno lo stesso rapporto con la stagnazione.

Il militarismo, per esempio, è molto diverso dalla finanziarizzazione.

3. L’economia di produzione sociale resta programmaticamente indeterminata

Gli stessi autori la definiscono un concetto di confine.

È una forza teorica, ma anche una debolezza politica.

Manca una risposta dettagliata a:

  • chi decide;
  • con quali istituzioni;
  • quale rapporto con il mercato;
  • quale ruolo per la proprietà privata;
  • come finanziare la transizione;
  • come affrontare la finanza globale;
  • come coordinare produzione nazionale e internazionale.

4. Problema del soggetto politico

Gli autori identificano correttamente:

movimenti femministi + ecologisti + lavoratori digitali

ma non spiegano ancora sufficientemente come possano diventare:

soggetto politico unitario.


47. LA MIA VALUTAZIONE PER 42ROSSO

Rilevanza: ★★★★★

È un articolo che consiglierei di classificare come nodo di connessione, non semplicemente come contributo alla “crisi del capitalismo”.

La sua importanza per il tuo archivio è infatti triplice:

A. Nodo Sweezy/Baran

stagnazione → surplus → controtendenze → spreco → militarismo/finanza

B. Nodo Graziani/Minsky

moneta → credito → interesse → finanza → produzione → distribuzione

C. Nodo Keynes/Kalecki/Robinson

domanda → occupazione → piena occupazione → composizione della produzione → controllo sociale.

E infine tutti e tre convergono in:

ECONOMIA DI PRODUZIONE SOCIALE


48. POSIZIONAMENTO NELLA RETE DI 42ROSSO

Considerando anche i testi che mi hai fatto analizzare in questi giorni, questo articolo può diventare un hub semantico particolarmente importante:

                    MARX
                     │
        ┌────────────┼─────────────┐
        ↓            ↓             ↓
     KEYNES       SWEEZY        GRAZIANI
        │            │             │
        ↓            ↓             ↓
     KALECKI       BARAN        MONETA/CREDITO
        │            │             │
        ↓            ↓             ↓
   ROBINSON     STAGNAZIONE      MINSKY
        │            │             │
        └──────┬─────┴──────┬──────┘
               ↓            ↓
          COMPOSIZIONE   FINANZIARIZZAZIONE
          PRODUZIONE
               │            │
               └─────┬──────┘
                     ↓
            CATASTROFE PERMANENTE
                     │
        ┌────────────┼────────────┐
        ↓            ↓            ↓
     RIARMO      TECNO-MONOPOLIO  FINITEZZA
        │            │            │
        └────────────┼────────────┘
                     ↓
             CRISI STRUTTURALE
                     │
                     ↓
          PRODUZIONE SOCIALE
                     │
          ┌──────────┴──────────┐
          ↓                     ↓
     SOCIALIZZAZIONE       RIPRODUZIONE
     INVESTIMENTI             SOCIALE
          │                     │
          └──────────┬──────────┘
                     ↓
           ECONOMIA DI PRODUZIONE
                  SOCIALE

Questo, a mio giudizio, è uno dei testi più utili tra quelli che hai selezionato per costruire la “mappa teorica” di 42rosso sulla crisi del capitalismo contemporaneo. Non tanto perché offra una teoria completamente nuova, quanto perché ricompone in un’unica architettura teorica Sweezy, Keynes, Kalecki, Robinson, Minsky e Graziani, e da quella ricomposizione arriva alla domanda politica decisiva: non semplicemente come ottenere la piena occupazione, ma quale produzione, per quali bisogni, sotto quale controllo sociale. (42rosso.it)