Paul M. Sweezy and Harry Magdoff
Pubblicato su Monthly Review nell’aprile 1983, questo saggio di Paul M. Sweezy e Harry Magdoff affronta il crescente divario tra settore produttivo e settore finanziario nell’economia capitalistica statunitense, contestando l’ortodossia economica che considera le transazioni finanziarie neutrali rispetto alla produzione reale. Dopo oltre 40 anni l’analisi mantiene una sorprendente attualità.
In coda al report pubblichiamo il saggio tradotto e la traduzione dell’Indice del libro citato: Barry Bluestone e Bennett Harrison, The Deindustrialization of America: Plant Closings, Community Abandonment, and the Dismantling of Basic Industry (New York: Basic Books, 1982).
Sintesi by Claude 30-5-26
Abstract
Sweezy e Magdoff prendono le mosse da un’affermazione del professor Alfred Kahn, secondo cui la speculazione finanziaria non sottrae risorse agli investimenti produttivi, poiché si limita a trasferire denaro tra acquirenti e venditori. Gli autori rovesciano questa tesi, dimostrando che il capitale monetario impiegato in transazioni finanziarie rappresenta un’alternativa reale all’investimento produttivo, specialmente in condizioni di sottoutilizzo della capacità produttiva. Il saggio ricostruisce storicamente la separazione tra settore produttivo e sovrastruttura finanziaria, mostrando come quest’ultima sia cresciuta in modo sproporzionato nel dopoguerra. Attraverso dati empirici su occupazione, profitti e flussi monetari, gli autori documentano l’espansione strutturale della finanza e ne analizzano il rapporto con la stagnazione produttiva. La conclusione è che la coesistenza di un settore finanziario in espansione e un settore produttivo stagnante non è anomalia congiunturale ma tendenza strutturale del capitalismo maturo.
Sintesi analitica per punti
- Punto di partenza critico. La tesi di Kahn — che le transazioni su attività esistenti non sottraggono risorse alla produzione — viene confutata: in presenza di disoccupazione e capacità inutilizzata, il capitale monetario assorbito dalla finanza avrebbe potuto alimentare investimenti reali.
- Critica alla dicotomia reale/monetario. L’economia ortodossa tratta la moneta come un velo, separando artificialmente sfera reale e sfera monetaria. Gli autori propongono invece la distinzione analitica tra settore produttivo e settore finanziario, entrambi pienamente reali e monetari.
- Genesi storica della sovrastruttura finanziaria. Nei primi decenni del capitalismo la finanza era marginale. Con la diffusione delle società per azioni nell’ultimo quarto del XIX secolo — e con la possibilità legalmente riconosciuta di possedere titoli di altre società — nasce e si autonomizza un settore finanziario strutturalmente separato dalla produzione.
- Dati empirici sull’espansione finanziaria. Quattro indicatori documentano la crescita relativa del settore: (a) il 96% dei pagamenti tramite assegno è di natura finanziaria, non legato al PNL; (b) la quota di dividendi e interessi sul reddito personale è passata dall’8,1% al 17,1% tra il 1950 e il 1982; (c) i profitti delle società finanziarie sono cresciuti dal 10,9% al 15,7% del totale tra 1945-54 e 1975-81; (d) l’occupazione nel settore finanziario è cresciuta del 50% tra il 1970 e il 1982, contro il 26% dell’economia complessiva.
- Il capitale monetario come assorbitore di surplus. Riprendendo Veblen, gli autori individuano nella finanza uno dei principali meccanismi che compensano l'”eccesso di produttività” del capitalismo moderno, insieme allo sforzo di vendita e alla spesa pubblica — un’integrazione esplicita rispetto all’analisi di Monopoly Capital (1966).
- Coesistenza di stagnazione produttiva e inflazione finanziaria. I due settori si muovono in direzioni opposte perché obbediscono a logiche diverse: il settore produttivo, con capacità inutilizzata, comprime i costi e rinvia gli investimenti; il settore finanziario, con abbondanza di liquidità, valorizza i titoli sulla base di aspettative di ripresa futura — aspettative che gli autori giudicano ideologiche.
- Prospettiva critica conclusiva. Il ciclo lungo di 50 anni è considerato un mito ideologico. La norma del capitalismo maturo è la stagnazione, non la crescita. La coesistenza attuale dei due settori potrà durare ancora, ma è strutturalmente insostenibile nel lungo periodo.
Concetti chiave rilevanti
| Concetto | Significato nel testo |
|---|---|
| Settore produttivo / settore finanziario | Distinzione analitica centrale, alternativa alla dicotomia ortodossa reale/monetario |
| Sovrastruttura finanziaria | Insieme delle istituzioni, strumenti e mercati finanziari, autonomizzatosi dalla base produttiva |
| Capitale monetario (D-D’) | Denaro che produce denaro senza passare per un processo produttivo |
| Plusprodotto / surplus | Eccedenza prodotta oltre il necessario per la riproduzione della forza lavoro |
| Eccesso di produttività | Tendenza del capitalismo maturo a produrre più di quanto il mercato possa assorbire |
| Stagnazione | Condizione strutturale normale del capitalismo monopolistico maturo, non anomalia ciclica |
| Inflazione finanziaria | Aumento del valore degli asset finanziari indipendente dalla crescita produttiva |
| Liquidità dei titoli | Attributo che distingue i titoli dagli asset fisici, fondamento dell’autonomia finanziaria |
| Holding company | Forma societaria che consente l’impilamento di titoli senza aggiunta di base produttiva |
| Ciclo a onde lunghe | Teoria (Kondratiev) considerata dagli autori un’ideologia apologetica del capitalismo |
Autori, opere e concetti citati o riferiti
| Autore | Opera / fonte | Concetto o riferimento |
|---|---|---|
| Alfred E. Kahn | New York Times, dic. 1982 | Tesi della neutralità delle transazioni finanziarie rispetto alla produzione; punto di partenza polemico del saggio |
| Karl Marx | Il Capitale, vol. III | Formula D-M-D’ (capitale produttivo) vs. D-D’ (capitale monetario nella sua forma “più esternalizzata e feticistica”) |
| Thorstein Veblen | The Theory of Business Enterprise (1904) | Eccesso di produttività dell’industria moderna; tendenza cronica alla depressione; spreco pubblico e privato come compensatori; capitani della finanza |
| John Maynard Keynes | A Treatise on Money (1930) | Distinzione tra circolazione industriale e circolazione finanziaria (cap. 15); parziale superamento della dicotomia reale/monetario |
| John Maynard Keynes | The General Theory (1936) | Assenza della dicotomia reale/monetario; intuizioni non sistematizzate in una teoria dei due settori |
| Alfred Marshall | Principles of Economics (1890, I ed.) | Fondazione della sintesi neoclassica, rimasta sostanzialmente invariata fino agli anni Ottanta |
| Paul Baran & Paul Sweezy | Monopoly Capital (1966) | Analisi del surplus e dei suoi assorbitori (sforzo di vendita, spesa pubblica); autocritica per l’omissione della finanza come assorbitore principale |
| Barry Bluestone & Bennett Harrison | The Deindustrialization of America (1982) | Libro recensito da Kahn; punto di innesco del dibattito sulla relazione produzione/finanza |
| Guy E. Noyes | Morgan-Guaranty Survey, ott. 1981 | Dati sui pagamenti tramite assegno e sulla prevalenza delle transazioni finanziarie sul PNL |
| Marx & Engels | Manifesto del Partito Comunista | Capacità della borghesia di creare forze produttive senza precedenti |
6. Sintesi critica
Il saggio mantiene una rilevanza notevole, sia sul piano metodologico che su quello empirico. Sul primo piano, la sostituzione della dicotomia reale/monetario con quella produttivo/finanziario costituisce un contributo analitico ancora valido: permette di pensare le transazioni finanziarie non come un velo neutro ma come un circuito con proprie logiche di accumulazione, propria domanda di risorse reali e propria capacità di attrarre capitale sottraendolo agli usi produttivi. È una prospettiva che la successiva letteratura post-keynesiana (Minsky, Tobin) e la sociologia economica (Krippner) hanno in parte riformulato in termini diversi, ma senza necessariamente superarla.
Sul piano empirico, le tendenze documentate dagli autori si sono rivelate di lungo periodo e si sono accentuate nei decenni successivi, fino a diventare il cuore del dibattito sulla “finanziarizzazione” degli anni Duemila. In questo senso il saggio ha un carattere precorritore.
I limiti più evidenti sono due. Il primo è la tendenza a trattare la stagnazione come condizione strutturale necessaria del capitalismo maturo, il che rischia di diventare una tesi non falsificabile: qualunque ripresa viene interpretata come temporanea o illusoria, qualunque crisi come conferma della diagnosi. Il secondo limite riguarda la relazione tra i due settori: il testo descrive con efficacia la coesistenza di stagnazione produttiva e inflazione finanziaria, ma rimane vago sui meccanismi di trasmissione e sulle condizioni che potrebbero interrompere questo equilibrio instabile. La promessa di un’analisi delle interazioni tra i settori viene in parte mantenuta nella sezione descrittiva, ma manca un modello esplicativo che vada al di là dell’analogia strutturale tra surplus non assorbito e gonfiamento finanziario.
Resta comunque un testo di riferimento per chiunque voglia comprendere, in chiave critica e storica, le origini intellettuali del dibattito contemporaneo sulla finanziarizzazione del capitalismo.
Produzione e finanza /Sweezy, Magdoff traduzione italiana
Traduzione dell’Indice
Barry Bluestone e Bennett Harrison,
The Deindustrialization of America: Plant Closings, Community Abandonment, and the Dismantling of Basic Industry (New York: Basic Books, 1982).
Traduzione del Sommario (Contents)
(traduzione fedele ma resa in italiano naturale)
Ringraziamenti
Capitolo 1 — Capitale vs. Comunità
PARTE I — Introduzione
Deindustrializzare l’America. Un problema banale?
I costi personali e sociali della deindustrializzazione.
La metafisica dell’offerta e altre spiegazioni della crisi.
Strategia manageriale e lotta di classe nel dopoguerra.
La contraddizione tra capitale e comunità.
PARTE II — L’estensione e le conseguenze della deindustrializzazione
Capitolo 2 — Fabbriche chiuse; posti di lavoro perduti
- Investimenti e disinvestimenti delle imprese private negli Stati Uniti, 1969–76.
- L’ondata di deindustrializzazione della fine degli anni ’70.
- La deviazione degli investimenti aziendali verso l’acquisizione di imprese esistenti.
- L’“esportazione” dei posti di lavoro tramite investimenti all’estero delle corporation americane.
- Conclusione.
Capitolo 3 — L’impatto del disinvestimento privato sui lavoratori e sulle loro comunità
- La perdita dei posti di lavoro.
- Perdita di reddito e sotto‑occupazione.
- Perdita della ricchezza familiare.
- Impatti sulla salute fisica e mentale.
- Gli “effetti a catena” sulla comunità.
- Entrate pubbliche e spesa sociale.
- Anomia comunitaria e “ostilità anti‑sindacale”.
- Conclusione.
Capitolo 4 — Boomtown e Bust‑town: come il mercato produce la reindustrializzazione
- La boomtown per eccellenza.
- Il “lato oscuro” della boomtown.
- I costi della reindustrializzazione del Nord.
- La migrazione è la soluzione?
- Fattori di “spinta” e di “attrazione” nella migrazione interna.
- I costi sociali della migrazione.
- La “velocità socialmente gestibile” del capitale.
- Conclusione.
PARTE III — Perché e come l’economia americana sta vivendo la deindustrializzazione
Capitolo 5 — Strategia aziendale e politica governativa durante la Pax Americana: 1946–71
- Un quarto di secolo di crescita economica americana.
- La rivoluzione della tecnologia “permissiva”.
- La crescente centralizzazione e concentrazione del controllo sulla produzione.
- Come le leggi fiscali e le regolamentazioni nazionali hanno favorito centralizzazione e concentrazione.
- Tasse, tariffe e altre regolamentazioni governative a sostegno dell’espansione internazionale del capitale.
- Il “contratto sociale” del dopoguerra tra capitale e lavoro.
- Conclusione.
Capitolo 6 — Il capitalismo manageriale e la crisi economica: 1971–?
- La nuova competizione internazionale.
- Crisi economica e compressione dei profitti.
- Conglomerati e il “nuovo managerialismo”.
- Centralizzazione, conglomerati e instabilità economica delle comunità.
- La rottura del contratto sociale: fuga dai sindacati.
- Investimenti internazionali e ricerca di ambienti “liberi dai sindacati”.
- Combattere oltre che fuggire: l’attacco diretto ai sindacati.
- L’assalto del capitale al salario sociale: la richiesta di un “buon clima per gli affari”.
- La “Reaganomics” e il salario sociale.
- Conclusione.
PARTE IV — Il grande dibattito sulla reindustrializzazione
Capitolo 7 — Cosa non va nelle politiche attuali?
- La strategia conservatrice.
- La strategia liberale.
- La nuova strategia “corporatista”.
- “Giapponizzare” l’economia americana.
- Orientare le politiche di sviluppo economico verso le piccole imprese.
- Le Urban Enterprise Zones.
- Conclusione.
Capitolo 8 — Reindustrializzazione con un volto umano
- L’agenda immediata: ricostruire la rete di protezione sociale.
- Estendere il salario sociale: la legislazione sulle chiusure di impianti.
- L’opposizione delle imprese alla legislazione sulle chiusure.
- Sistemi di allerta precoce.
- Verso una politica industriale radicale.
- Sviluppare le industrie “alba” (sunrise).
- Beni (e servizi) pubblici.
- Politiche per le industrie “tramonto” (sunset).
- Salvataggi aziendali.
- Proprietà dei lavoratori.
- Dove andiamo da qui?
