Scheda bibliografica
Autore: Jan Toporowski
Titolo: Monetary Policy and Capitalism
Fonte: Monthly Review, vol. 78, n. 3 (luglio-agosto 2026)
Ambito geografico: Globale
Argomenti: Economia politica, teoria economica, finanziarizzazione, monopolio, stagnazione
Nota sull’autore: Toporowski è visiting professor di economia al King’s College di Londra e ha lavorato nel settore bancario e finanziario, inclusa la banca centrale.
Tipo di testo: Saggio analitico di economia politica critica, con impianto storico-teorico (da Tooke a Kalecki) e affondo politico-critico nella parte conclusiva.
Analisi e sintesi: Claude 4-8-26
Elenco punti focali
- La “dominanza della politica monetaria” come subordinazione della politica economica alle banche centrali
- Il fallimento storico del monetarismo negli anni ’80 e il passaggio all’inflation-targeting
- Il “paradosso di Gibson”: i tassi d’interesse seguono, anziché contrastare, il ciclo economico e l’inflazione
- La genealogia teorica: Tooke, Marx, Wicksell, Keynes
- La spiegazione kaleckiana dell’inflazione come fenomeno del mercato del lavoro (rapporto consumi/salari e beni-salario)
- Il ruolo dei costi energetici e delle materie prime, e del lavoro a basso costo globale (Cina), nel contenimento storico dell’inflazione
- La funzione reale della politica monetaria: non regolare l’economia nel suo complesso, ma ristrutturare i bilanci finanziari, rafforzando il capitale monopolistico
- L’irrilevanza dei tassi d’interesse per le decisioni di spesa di famiglie e piccole imprese, contrapposta alla loro centralità per la grande finanza
- La preferenza ideologica del capitale per la politica monetaria rispetto alla politica fiscale, in quanto strumento che dipende dalla “fiducia” delle imprese
- La chiusura programmatica: il vero ostacolo non sono i tassi d’interesse, ma il capitalismo stesso
Abstract
Toporowski decostruisce il dogma contemporaneo della “dominanza della politica monetaria”, secondo cui le banche centrali, tramite il tasso d’interesse, regolerebbero inflazione e occupazione. Ripercorrendo la tradizione che va da Tooke a Marx, Wicksell e Kalecki, l’autore mostra come i dati storici contraddicano la teoria ortodossa: i tassi d’interesse tendono a muoversi insieme al ciclo economico e all’inflazione, non in senso inverso. L’inflazione, per Kalecki, è un fenomeno essenzialmente legato al mercato del lavoro e al rapporto tra potere d’acquisto salariale e disponibilità di beni-salario, oltre che ai costi energetici e delle materie prime — non un fenomeno monetario in senso stretto. La politica monetaria, secondo Toporowski, non agisce efficacemente sull’economia reale, ma ristruttura i bilanci finanziari delle grandi imprese e istituzioni, consolidando il potere del capitale monopolistico. La sua centralità nel discorso pubblico ed economico è dunque anzitutto politica e ideologica: essa lascia l’iniziativa economica nelle mani della “fiducia” imprenditoriale, a differenza della politica fiscale, che dipende dalla decisione pubblica. La conclusione è netta: non sono i tassi d’interesse l’ostacolo a un’economia più giusta e sostenibile, ma il capitalismo in quanto tale.
Descrizione per punti
1. La dominanza della politica monetaria come dispositivo egemonico L’autore apre definendo la “monetary policy dominance” come principio per cui la politica economica dei governi deve subordinarsi alle decisioni delle banche centrali sui tassi d’interesse a breve termine — principio oggi largamente incontestato (salvo eccezioni come il Giappone), nonostante gli attriti fra l’amministrazione Trump e la Federal Reserve.
2. Genesi storica: dal monetarismo al targeting d’inflazione Ricostruisce il percorso dagli anni ’70 (crisi inflattiva, nascita del monetarismo) al suo fallimento negli anni ’80 — quando fu la disoccupazione reaganiana, non il controllo della massa monetaria, a frenare i prezzi — fino all’adozione, a fine anni ’80, dell’inflation-targeting basato sul tasso d’interesse, coincidente peraltro con l’ingresso di merci asiatiche a basso costo nei mercati occidentali.
3. Il paradosso di Gibson e la genealogia teorica Nucleo teorico del saggio: i tassi d’interesse storicamente salgono con i boom e scendono con le recessioni, contraddicendo l’assunto per cui tassi alti frenerebbero l’inflazione. Toporowski ricostruisce questa linea di pensiero da Tooke (critico della Currency School) a Marx (che ne trae la confutazione della tesi ricardiana sul tasso d’interesse legato al saggio di profitto), fino a Keynes che battezza il fenomeno “paradosso di Gibson”, e a Wicksell, che lo spiega con lo scarto fra tasso d’interesse e tasso “naturale” (saggio di profitto sui nuovi investimenti).
4. Il limite della teoria wickselliana e l’attualità del problema Segnala l’indeterminatezza pratica del “tasso naturale” wickselliano — e come dopo il 2007-2009, con tassi a zero e oltre, si sia ipotizzato un tasso naturale negativo, segno che la politica monetaria non riesce a rilanciare l’investimento in condizioni di stagnazione strutturale.
5. La spiegazione kaleckiana dell’inflazione Punto teorico centrale, radicato negli schemi di riproduzione marxiani e nell’analisi del capitale monopolistico: l’inflazione è anzitutto un fenomeno del mercato del lavoro, determinato dal rapporto fra potere d’acquisto salariale e offerta di beni di consumo, oltre che dai costi di materie prime ed energia. Il basso costo del lavoro cinese e dell’energia pre-Covid spiegano la bassa inflazione occidentale meglio della “prudenza” delle banche centrali.
6. Chi è davvero sensibile ai tassi d’interesse Le famiglie povere e le piccole imprese subiscono l’indebitamento più che rispondere ai segnali di tasso; per la grande finanza e le corporation, invece, i cambiamenti di tasso attivano soprattutto operazioni di ristrutturazione dei bilanci (rifinanziamento, fusioni e acquisizioni), rafforzando il potere monopolistico anziché stimolare investimento produttivo.
7. La funzione politica della politica monetaria Tesi conclusiva dell’autore: la centralità mediatica e politica attribuita alle decisioni delle banche centrali non deriva dalla loro efficacia regolativa reale, ma dal fatto che la politica monetaria — a differenza della spesa pubblica o della legislazione sul lavoro — dipende interamente dalla “fiducia” e dall’iniziativa privata del capitale, risultando così lo strumento preferito dal capitale rispetto a una gestione keynesiana o fiscale dell’economia.
8. Chiusura polemica Il saggio si chiude con un rifiuto esplicito della “dottrina sedativa” secondo cui il capitalismo potrebbe “risolversi da sé” abbassando il costo del credito: l’ostacolo a prosperità, welfare e sostenibilità ambientale non è il livello dei tassi, ma il capitalismo stesso.
Conclusione critica
Il saggio di Toporowski si inserisce con solidità nella tradizione dell’economia politica critica di ispirazione kaleckiana-baraniana propria di Monthly Review, e ne condivide i punti di forza e i limiti tipici del genere. Il pregio principale è l’argomentazione strutturale e comparativa: l’autore non si limita a denunciare l’inefficacia della politica monetaria, ma ne offre una spiegazione causale coerente, radicata nella distinzione — cara alla tradizione marxista — fra fenomeni monetari apparenti e rapporti di classe sottostanti (qui, il rapporto salari/beni-salario come determinante reale dell’inflazione). La genealogia teorica (Tooke–Marx–Wicksell–Kalecki) è condotta con rigore filologico non banale, ed evita la tentazione di semplificare la storia del pensiero economico a supporto della tesi.
Il testo si distingue nettamente da trattazioni meramente “di posizione” o rassicuranti sul ruolo delle banche centrali proprio perché individua un meccanismo (la ristrutturazione dei bilanci finanziari come vera funzione della politica monetaria) piuttosto che limitarsi a un giudizio morale sull’establishment monetario.
Un limite, tuttavia, riguarda la parte finale: il passaggio dalla dimostrazione economica (i tassi non regolano l’inflazione come sostenuto dall’ortodossia) alla tesi politica (la politica monetaria è preferita dal capitale perché dipende dalla sua “fiducia”) resta più asserito che argomentato in dettaglio — un salto che avrebbe beneficiato di un aggancio più esplicito alla letteratura sul potere di veto degli investitori (Kalecki 1943, “Political Aspects of Full Employment”, qui solo implicitamente richiamato). Inoltre, il trattamento del ruolo cinese nell’abbattimento dell’inflazione globale è enunciato più che sviluppato, e meriterebbe un confronto con la letteratura più recente sulla frammentazione delle catene del valore post-2020, che complica il quadro “lavoro a basso costo → bassa inflazione” presentato qui in forma piuttosto lineare.
Rispetto ad altri testi già schedati nel corpus, il saggio si colloca fra i contributi a impianto prevalentemente teorico-storico (più vicino, per metodo, ai testi di ricostruzione della teoria del valore-lavoro che ai pezzi di congiuntura), pur mantenendo — nella sezione finale — un registro più immediatamente politico e divulgativo, coerente con la funzione redazionale di Monthly Review di collegare l’analisi accademica al giudizio politico corrente sull’amministrazione statunitense.
Traduzione di Monetary Policy and Capitalism by Jan Toporowski
Viviamo in un’epoca che i banchieri centrali definiscono “dominanza della politica monetaria”. Ciò non significa che i banchieri centrali che conducono la politica monetaria controllino le economie in cui operano; significa piuttosto che la politica economica governativa deve essere subordinata alla politica delle banche centrali nella fissazione dei tassi di interesse a breve termine. Naturalmente, questo principio non è incontestato, come dimostrano i rozzi tentativi dell’attuale amministrazione di Washington di esercitare pressioni sulla Federal Reserve. Ma il principio essenziale alla base della dominanza della politica monetaria – ovvero che i tassi di interesse fissati dalle banche centrali siano lo strumento chiave per controllare l’inflazione e, di conseguenza, per regolare il livello di occupazione e l’attività economica – rimane in gran parte indiscusso tra economisti e politici di rilievo.
L’idea che le banche centrali debbano fissare i tassi di interesse per controllare l’inflazione è ormai profondamente radicata nei dibattiti di politica economica di quasi tutti i paesi, con alcune notevoli eccezioni, come il Giappone (ma non la Cina). Quest’idea trae origine dall’impennata inflazionistica degli anni ’70 che diede vita al monetarismo, la politica volta a controllare l’inflazione attraverso il controllo dell’offerta di moneta. Il monetarismo fallì quando l’inflazione diminuì negli anni ’80, mentre l’offerta di moneta continuò ad espandersi rapidamente, dimostrando così che le banche centrali non erano in grado di gestirla e che furono l’elevata disoccupazione (e il calo dei costi energetici) dell’amministrazione Reagan, piuttosto che la quantità di mezzi di pagamento, a ridurre il tasso di aumento dei prezzi.
Alla fine degli anni ’80, le banche centrali dei principali paesi capitalisti abbandonarono i tentativi di controllare la quantità di moneta in circolazione e si rivolsero invece a uno strumento di politica monetaria molto più gestibile: il tasso di interesse al quale prestavano le riserve alle banche commerciali. Ciò coincise con l’ingresso nei mercati di consumo di tutto il mondo di beni manifatturieri a basso costo provenienti dall’Asia orientale, con conseguente riduzione dei tassi di inflazione, soprattutto nei paesi capitalisti dominanti del Nord America e dell’Europa.
Banchieri ed economisti hanno salutato questa riduzione dell’inflazione come risultato delle politiche di “target di inflazione”: alzare o abbassare i tassi di interesse a seconda che l’inflazione fosse prevista al di sopra o al di sotto di un obiettivo fissato dal governo o dalla banca centrale (di solito intorno al 2%). Tra un tasso di interesse più alto, che ridurrebbe il tasso di inflazione, e un tasso di interesse più basso, che provocherebbe un’inflazione maggiore, dovrebbe esistere un tasso di interesse neutrale che manterrebbe l’economia al suo attuale tasso di inflazione. Tre decenni di inflazione dei prezzi intorno ai tassi obiettivo in Europa e Nord America hanno convinto banchieri ed economisti di aver trovato la lampada di Aladino della politica economica, uno strumento in grado di regolare l’attività economica ed evitare i conflitti sociali derivanti da metodi più diretti di controllo dell’equilibrio tra redditi salariali e offerta di beni di consumo, che in realtà determina il tasso di inflazione.
Teorie dell’interesse
Nell’analisi complessa della previsione dell’inflazione per determinare la politica monetaria, ovvero le variazioni dei tassi di interesse delle banche centrali, ci sono diversi elementi che non tornano. Innanzitutto, la logica comune alla base dell’obiettivo di inflazione è che tassi di interesse più elevati siano associati a una minore spesa per occupazione, investimenti e consumi, riducendo l’inflazione, mentre tassi di interesse più bassi dovrebbero generare una maggiore spesa e inflazione. Tuttavia, tutti i dati mostrano che i tassi di interesse (sia quelli delle banche centrali che quelli delle banche commerciali) tendono a variare con il ciclo economico, piuttosto che seguirne l’andamento inverso, come suggerito dalle chiacchiere di banchieri ed esperti monetari quando affermano che tassi di interesse più elevati causano una diminuzione dell’inflazione e tassi di interesse più bassi stimolano l’attività economica. In generale, i tassi di interesse aumentano durante una fase di espansione economica e diminuiscono durante una recessione. Le banche centrali si trovano quindi ad aumentare i tassi di interesse quando l’inflazione aumenta e ad abbassarli in caso di deflazione. Ciò è particolarmente evidente nel caso della diminuzione dei tassi di interesse in risposta alla crisi finanziaria del 2007-2009 e, di nuovo, durante la pandemia di COVID-19. Ora, i tassi di interesse sono in aumento poiché i prezzi dell’energia hanno spinto al rialzo il tasso di inflazione dal 2022.
Questa tendenza dei tassi di interesse a salire e scendere in base al tasso di inflazione e al ciclo economico era ben nota nel XIX secolo grazie al lavoro dell’economista monetario Thomas Tooke. Egli fu un critico della Scuola monetaria, i cui teorici sostenevano che l’inflazione fosse meglio regolata legando l’emissione di banconote alla quantità di riserve auree custodite nelle casseforti delle banche emittenti. Divenne un portavoce dei capitalisti manifatturieri, la cui dipendenza dal credito a breve termine per il capitale circolante rendeva le loro imprese altamente vulnerabili agli aumenti dei tassi di interesse o, al contrario, a improvvisi blocchi dei prestiti qualora il sistema bancario avesse iniziato a perdere oro.
Il pensiero di Tooke in materia di banche e credito influenzò l’analisi monetaria di Karl Marx, portandolo a rifiutare l’idea di David Ricardo secondo cui il tasso di interesse sarebbe sempre stato determinato dal tasso di profitto dell’economia. Quando Marx scrisse Il Capitale negli anni Sessanta dell’Ottocento, era ormai evidente che i tassi di interesse erano determinati dai deflussi (o “drenaggi”) di oro dalle riserve bancarie durante i periodi di boom economico, poiché l’oro lasciava i caveau delle banche per entrare in circolazione nell’economia o all’estero, con il boom che spingeva verso l’alto le importazioni pagate in oro.<sup> 1 </sup> Questo faceva sì che il tasso di interesse aumentasse con l’attività economica e l’inflazione e diminuisse con il rallentamento dell’attività economica e la deflazione dei prezzi.
Nel suo Trattato sulla moneta , John Maynard Keynes si riferì a questa sconcertante osservazione come al “paradosso di Gibson”, dal nome di Alfred Herbert Gibson, lo statistico inglese che dimostrò questa relazione anomala tra il tasso di interesse e il tasso di crescita dei prezzi.² Nel complesso, gran parte della teoria monetaria successiva a Tooke consiste in tentativi di spiegare questa apparente incoerenza. L’economista politico svedese Knut Wicksell, attento studioso dei cicli economici, propose alla fine del XIX secolo quella che divenne una spiegazione classica del paradosso. Secondo Wicksell, non era il livello assoluto del tasso di interesse a determinare l’attività economica e le variazioni dei prezzi in modo inverso, bensì la differenza tra il tasso di interesse e il tasso di profitto sui nuovi investimenti nella produzione, che egli definì tasso di interesse “naturale”. Se il denaro può essere preso in prestito a un tasso di interesse inferiore al tasso di profitto al quale può essere investito nella produzione, allora i capitalisti prenderanno in prestito per espandere la produzione e l’occupazione. Se, tuttavia, il tasso di interesse dovesse superare il tasso di profitto, gli imprenditori smetteranno di investire e l’economia entrerà in recessione. 3
La teoria di Wicksell fornisce una spiegazione del perché i tassi di interesse possano aumentare e diminuire in base alla produzione e all’inflazione. Tuttavia, la teoria si basa in gran parte sul tasso di profitto sui nuovi investimenti, un tasso che non può essere calcolato con precisione perché si prevede che si manifesti in un momento imprecisato del futuro . Molti “neo-wickselliani” ricorrono a stime di un tasso di crescita non inflazionistico dell’economia come sostituto di questo tasso di profitto sui nuovi investimenti. Ma anche questo è soggetto a un’ampia gamma di valori possibili. Wicksell, come Marx, scriveva nel XIX secolo, nel contesto del gold standard, che manteneva i tassi di interesse in costante fluttuazione in base al ciclo economico. Oggi, le banche centrali mantengono i tassi di interesse in linea con i cicli economici attraverso le loro previsioni di inflazione. L’inflazione prevista aumenta e diminuisce con il ciclo economico e quindi mantiene i tassi di interesse proporzionali alle fluttuazioni dell’economia, anziché contrastarle, come suggerisce l’ortodossia odierna.
Durante il lungo periodo di stagnazione economica associato alla crisi del 2007-2009, quando le banche centrali hanno spinto i tassi di interesse fino a zero e oltre, in uno sforzo in gran parte vano per portare l’inflazione al livello obiettivo, gli economisti monetari hanno ipotizzato che il tasso di interesse “naturale” potesse essere diventato negativo, poiché solo in questo caso, secondo la teoria, un tasso di interesse pari a zero non avrebbe potuto innescare una ripresa degli investimenti.
Ai lettori di Monthly Review non sarà necessario spiegare come questo fallimento della politica monetaria illustri la peculiare dipendenza del capitalismo dall'”accumulazione di capitale” o dagli investimenti delle imprese nella produzione. Non solo gli investimenti generano i profitti che motivano la produzione in un’economia capitalista, ma il livello degli investimenti determina anche la dinamica dell’economia. La causa principale della stagnazione economica è la sotto-capitalizzazione, che non può essere stimolata dalla politica monetaria. 4
La particolare relazione tra investimenti, ciclo economico, inflazione e tassi di interesse fu scoperta da Michał Kalecki negli anni ’30 e ’40, sulla base degli schemi di riproduzione di Marx e delle argomentazioni relative all’analisi del capitale monopolistico emerse nel periodo compreso tra la pubblicazione del Capitale di Marx e la Prima Guerra Mondiale. Kalecki dimostrò che il tasso di inflazione è fondamentalmente un fenomeno del mercato del lavoro e dipende dal rapporto tra spesa per consumi e offerta di beni di consumo. Per questo motivo, un aumento degli investimenti in una fase di boom economico può causare inflazione se l’occupazione e i salari crescono più velocemente dei beni salariali disponibili. 5
Oltre all’equilibrio del mercato dei beni salariati, vi è il costo delle materie prime di base, ovvero dell’energia. Questa spiegazione dell’inflazione basata sul mercato del lavoro è stata forse più evidente negli anni ’80 che in qualsiasi altro momento dell’ultimo mezzo secolo, quando l’inflazione nelle principali economie capitaliste è diminuita mentre la disoccupazione è aumentata in quelle stesse economie. Questa spiegazione del mercato del lavoro funziona anche su scala internazionale. La bassa inflazione del periodo pre-COVID, a partire dal 1990, è stata dovuta alle importazioni a basso costo di beni manifatturieri dalla Cina e all’ingresso nel mercato del lavoro globale di milioni di lavoratori cinesi che producevano salari inferiori alla media dei paesi capitalisti industrializzati. Il calo dell’inflazione negli anni ’80 e la bassa inflazione prima del COVID hanno coinciso con la diminuzione dei costi delle materie prime e dell’energia. Oggi, l’impatto sui prezzi nelle economie capitaliste delle recenti guerre in Ucraina e in Medio Oriente testimonia l’influenza dei costi dell’energia e delle materie prime sull’inflazione.
Forse l’unica variabile “monetaria” che effettivamente influenza l’inflazione nelle nostre economie post-gold standard, basate sul credito, è il tasso di cambio, che determina il costo, espresso in valuta nazionale, delle materie prime, degli alimenti e dell’energia importati. Tuttavia, oggi i tassi di cambio sono stabilizzati dal sistema di swap valutari della Federal Reserve, piuttosto che dalla sua politica monetaria. La bassa inflazione è dovuta ai lavoratori cinesi e al basso costo dell’energia e delle materie prime, piuttosto che alla prudenza dei nostri banchieri centrali.
In pratica, secondo Kalecki, il tasso di interesse è importante per le famiglie e le piccole imprese indebitate. Tuttavia, queste famiglie e imprese non effettuano investimenti di rilievo e i loro debiti non limitano in modo significativo i loro consumi. Per i poveri, il debito rappresenta un modo per gestire i consumi, piuttosto che per regolarli in base al tasso di interesse. Ciò è dovuto in parte al fatto che i poveri si indebitano sui mercati informali, dove i tassi di interesse ufficiali sono astratti dalla loro vita quotidiana quanto lo è Wall Street. L’oppressione da debito non è la stessa cosa della vulnerabilità agli aumenti dei tassi di interesse.
La funzione politica del predominio della politica monetaria
Se la politica monetaria non controlla effettivamente l’inflazione o il ciclo economico, cosa “fa” nell’economia? In particolare, cosa giustifica l’importanza che riveste il dibattito sui tassi di interesse nelle discussioni di politica economica: la riverenza e le analisi superficiali con cui i media riportano le decisioni del Federal Open Market Committee (FOMC), l’organismo che fissa i tassi di interesse della Federal Reserve, e il braccio di ferro politico tra la Fed e l’amministrazione Trump sul livello “giusto” dei tassi di interesse? Le variazioni dei tassi di interesse certamente influenzano chiunque sia indebitato. Ma, a parte questa generalizzazione, in che modo tali variazioni incidono sul tasso di inflazione o sulla crescita dell’occupazione e della produzione nell’economia? Come dimostrato da Tooke e Gibson nel XIX secolo e come conferma la nostra recente esperienza, l’influenza è molto limitata e contraddice i dati osservati, che mostrano tassi di interesse in aumento con l’inflazione e in calo con la deflazione.
Perché allora tanto clamore intorno alla politica monetaria? Ci sono essenzialmente due ragioni. In pratica, i tassi di interesse fissati dalle banche centrali hanno un’influenza diretta sulla struttura del debito nell’economia. Gran parte dell’attività di un sistema finanziario sofisticato tiene conto dei costi di negoziazione tra debito a breve termine e crediti finanziari a lungo termine (obbligazioni e azioni) nei bilanci di società, fondi pensione, compagnie assicurative e vari altri tipi di fondi di investimento. Una variazione dei tassi di interesse della banca centrale altera la combinazione redditizia di prestiti a breve termine, depositi e crediti finanziari. Gli annunci sui tassi di interesse delle banche centrali, quindi, non hanno un grande impatto sull’economia. Piuttosto, provocano un’ondata di rifinanziamenti dei bilanci. La politica monetaria non incide molto sull’economia nel suo complesso, ma ha un impatto significativo sull’attività di finanziamento.
Nella migliore delle ipotesi, la politica monetaria delle banche centrali può influenzare la liquidità delle banche commerciali che prendono in prestito dalle banche centrali e i tassi di interesse ai quali le banche commerciali possono prestare ai propri clienti. Tra questi clienti, i maggiori utilizzatori di credito bancario sono le imprese e le società finanziarie che si indebitano in modo considerevole per ristrutturare i propri bilanci o per fusioni e acquisizioni. Questo accesso al credito e la capacità di adattare i propri bilanci alle nuove configurazioni dei tassi di interesse (al variare dei tassi di interesse bancari rispetto ai tassi su azioni e obbligazioni) non fanno altro che rafforzare il capitale monopolistico nell’economia e la stagnazione economica che caratterizza il capitalismo monopolistico.
Per quanto riguarda le piccole imprese e le famiglie costrette a indebitarsi a causa della concorrenza “sleale” dei monopoli, nel caso delle piccole e medie imprese, o, nel caso delle famiglie, a causa dell’impossibilità di permettersi un lavoro dignitoso o servizi sanitari e scolastici, le variazioni dei tassi di interesse bancari influenzano semplicemente la velocità con cui tale “indebitamento forzato” viene rimborsato. Tassi di interesse più elevati comprimono i bilanci delle famiglie e delle piccole imprese, inducendole a contrarre maggiori prestiti. Tassi di interesse più bassi, al contrario, ampliano le opzioni per ripagare i debiti indesiderati.
Le famiglie, quindi, non prestano molta attenzione alla politica monetaria nelle loro decisioni di spesa: tassi di interesse più bassi possono rappresentare un’opportunità per rifinanziare i mutui, piuttosto che per spendere di più. Le imprese reagiscono finanziariamente alle variazioni dei tassi di interesse, rifinanziando i propri bilanci se i tassi scendono, invece di anticipare aumenti della produzione, dell’occupazione e decisioni di investimento che possono effettivamente determinare l’inflazione e la crescita economica. Se i loro finanziamenti vengono messi a dura prova, come è accaduto durante la crisi finanziaria del 2007-2009, le imprese posticipano gli investimenti. Questa riduzione degli investimenti è stata la causa della stagnazione economica e del mancato raggiungimento degli obiettivi ufficiali di inflazione. I tassi di interesse prossimi allo zero non sono ovviamente riusciti a rilanciare la ripresa economica.
I banchieri centrali hanno definito questa inefficacia della politica monetaria un fallimento del “meccanismo di trasmissione monetaria”: il meccanismo che dovrebbe far sì che l’economia si conformi alla teoria ottimistica secondo cui tassi di interesse più elevati comprimono l’inflazione e tassi di interesse più bassi stimolano la crescita economica. Tuttavia, questo “meccanismo” funziona solo se si presuppone che la “fiducia” delle imprese e gli investimenti aumentino quando i tassi di interesse diminuiscono e che gli investimenti vengano compressi quando i tassi di interesse aumentano. Ma se il governo è pronto a utilizzare la spesa pubblica per sostenere l’attività economica e l’occupazione, in modo che i salari non possano essere compressi, la “fiducia” delle imprese si indebolirà e le imprese non investiranno. Se, ad esempio, le imprese non gradiscono le tasse necessarie per i servizi pubblici, anche in questo caso la fiducia verrà meno.
I media ci inducono a considerare con timore reverenziale gli annunci delle banche centrali sui tassi di interesse, interpretandoli come criptici indicatori di futura prosperità o austerità. Questo accade anche perché i capitalisti non si sono mai rassegnati alla gestione keynesiana dell’economia. Per quanto riguarda le imprese, se l’economia deve essere gestita nell’interesse della popolazione, ciò deve avvenire attraverso la politica monetaria. Questa netta preferenza per la politica monetaria deriva dal fatto che essa è l’unico strumento politico la cui efficacia dipende interamente dalla fiducia e dall’iniziativa delle imprese nell’intraprendere gli investimenti che, in un’economia capitalista di mercato, sono il motore della crescita economica e dell’innovazione.
Ogni altro strumento di politica economica diventa efficace quando il governo spende denaro pubblico e fornisce servizi e crea posti di lavoro (come nel caso della politica fiscale), o legifera in materia di tutela del lavoro o salari minimi, o persino regola il commercio estero (come l’attuale governo statunitense ha cercato di fare, seppur in modo alquanto confuso). Ma la politica monetaria è diversa. La sua efficacia nell’orientare l’economia e nel regolare il tasso di inflazione richiede una risposta specifica da parte delle famiglie e delle imprese.
I nostri banchieri centrali sono persone sincere e benintenzionate che credono che, fissando i tassi di interesse a breve termine, possano influenzare positivamente l’inflazione e la disoccupazione per tutti. Lo fanno perché la loro situazione e i mandati dei rispettivi governi glielo impongono e credono di poter guidare l’economia verso una crescita economica con bassa inflazione, senza sconvolgere gli assetti sociali e istituzionali esistenti. Ma il cittadino riflessivo e consapevole dovrebbe giustamente chiedersi se questo sia sufficiente. Dovremmo respingere la dottrina rassicurante secondo cui tutto andrà bene quando i tassi di interesse scenderanno e il capitalismo risolverà tutti i nostri problemi a un costo del credito inferiore. I tassi di interesse non sono l’ostacolo alla prosperità, al benessere sociale e a un futuro verde e sostenibile: lo è il capitalismo.
Note
- ↩ Karl Marx, Il Capitale: Critica dell’economia politica , vol. 3 (Mosca: Progress Publishers, 1959), cap. XXI, XXII e XXIII; Jan Toporowski, “Note critiche di Marx sulla teoria classica dell’interesse”, in Il sistema incompiuto di Karl Marx: Leggere criticamente Il Capitale come sfida ai nostri tempi , a cura di Judith Dellheim e Frieder Otto Wolf (Londra: Palgrave Macmillan, 2018).
- ↩ John Maynard Keynes, Scritti raccolti , vol. 6 (Londra: Macmillan, 1971), 177–86.
- ↩ Knut Wicksell, Interessi e prezzi: uno studio delle cause che regolano il valore della moneta (Londra: Macmillan, 1936).
- ↩ Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, Capitale monopolistico (New York: Monthly Review Press, 1966), capitolo 4.
- ↩ Michał Kalecki, “Denaro e salari reali”, in Studi sulla teoria dei cicli economici 1933–1939 (Oxford: Basil Blackwell, 1969).
Jan Toporowski è professore ospite di economia al King’s College di Londra e ha lavorato nel settore bancario e finanziario, comprese le banche centrali.
NOTA BENE
Le indicazioni bibliografiche corrette si trivano nella edizione originale
