Autore: Costas Lapavitsas
Titolo tradotto: L’imperialismo statunitense rinasce
Titolo originale: U.S. Imperialism Resurgent
Fonte/edizione (in lingua originale): Monthly Review, Vol. 78, No. 03 (luglio-agosto 2026)
URL: https://monthlyreview.org/articles/us-imperialism-resurgent/
Tipo testo: Articolo
Elementi classificatori originali, Geografia (Americhe, Stati Uniti), Soggetto
(Imperialismo, Impero, Guerra, Marxismo, Fascismo, Economia politica, Stagnazione),
Keywords Italiano (soggetto/focus, registro MRP): Imperialismo USA, Dollaro, Moneta
mondiale, Finanziarizzazione, Gerarchia monetaria, Potenza militare, Marxismo, Trump,
Capitalismo contemporaneo, Crisi.
Analisi by Deepseek 22-7-26

“Ogni dollaro è imbrattato di fango proveniente dalle forniture belliche ‘redditizie’… ogni dollaro è ricoperto di sangue.”
Costas Lapavitsas è professore di economia presso la School of Oriental and African Studies (SOAS) dell’Università di Londra. È autore di Profiting Without Producing: How Finance Exploits Us All (Verso, 2013) e The State of Capitalism: Economy, Society and Hegemony (Verso, 2023).
Occhiello/Soggetto esteso – abstract breve
L’imperialismo statunitense come struttura monetaria e militare: Un’analisi dell’imperialismo contemporaneo che ne individua i fondamenti strutturali nell’accoppiamento tra capitale produttivo globalizzato e capitale finanziario internazionalizzato, con al vertice il dollaro come moneta mondiale e la potenza militare USA come garanzia ultima. L’articolo supera le categorie descrittive di “policrisi” e quelle mistificanti di “tecnofeudalesimo” per offrire una lettura marxista della gerarchia monetaria globale. Lapavitsas mostra come il dollaro funzioni come un dispositivo di disciplina coercitiva, imponendo costi strutturali ai paesi della periferia (“finanziarizzazione subordinata”) e alimentando un paradosso centrale: il dominio finanziario e militare USA coesiste con il declino della sua base produttiva manifatturiera. È proprio questa contraddizione a generare le condizioni sociali e politiche per l’ascesa di figure come Trump e a prefigurare una fase di coercizione aperta e conflitti prolungati, in cui la lotta anti-imperialista diventa indissociabile dalla critica del sistema monetario globale e del capitalismo stesso.
Elenco dei concetti e dei soggetti focali
- La crisi del mondo unipolare: Evidenze del crescente turbolenza geopolitica (guerra in Ucraina, distruzione di Gaza, escalation militare USA contro l’Iran).
- Critica delle categorie dominanti: Superamento dei concetti di “policrisi” (descrittivo) e “tecnofeudalesimo” (mistificante) per un’analisi strutturale del capitalismo contemporaneo.
- Le fondamenta strutturali dell’imperialismo USA:
- L’accoppiamento tra capitale produttivo globalizzato e capitale finanziario internazionalizzato.
- Il ruolo del dollaro come moneta mondiale e gerarchia monetaria.
- La potenza militare (aerea e navale) come garante ultimo della gerarchia.
- La tradizione marxista sull’imperialismo: Da Lenin, Hilferding e la teoria della dipendenza alla Monthly Review (Baran, Magdoff) e agli autori contemporanei (Smith, Patnaik), fino ai limiti di questi approcci.
- L’architettura del dollaro: Il dollaro come unità di conto, mezzo di pagamento e riserva; il ruolo della Federal Reserve, dei meccanismi di collaterale e dei sistemi di pagamento (es. SWIFT).
- Finanziarizzazione Mark I vs. Mark II:
- Mark I: banche commerciali, indebitamento delle famiglie (fino al 2007-2009).
- Mark II: banche ombra (asset manager), debito pubblico, inflazione dei prezzi azionari come canale di accumulazione.
- La finanziarizzazione subordinata nel Sud del mondo: Meccanismi di trasferimento di valore e risorse dal Sud al Nord (differenziali di tasso di interesse, accumulo di riserve, debito in dollari).
- Il paradosso strutturale dell’imperialismo USA: Declino della produzione manifatturiera nazionale (16-17% del globale) ma persistenza del dominio monetario e finanziario.
- L’ascesa di Trump come fenomeno politico di questo paradosso: La difesa della supremazia finanziaria e della potenza militare in conflitto con il tentativo di ripristinare la capacità produttiva nazionale.
- L’assenza di un successore: L’analisi delle debolezze strutturali della Cina (e del renminbi) come potenziale sfidante dell’ordine monetario globale.
Analisi per punti
- Introduzione: L’articolo si apre delineando il contesto di crisi e turbolenza globale, sostenendo che l’aggressività dell’imperialismo USA (esemplificata da Trump) non sia contingente, ma la manifestazione politica di una struttura profonda, da analizzare con gli strumenti del marxismo.
- Critica delle categorie dominanti: L’autore rigetta il concetto di “policrisi” per la sua natura puramente descrittiva e il “tecnofeudalesimo” per la sua natura mistificante che nasconde i reali rapporti di classe e di potere. Lapavitsas rivendica la necessità di un’analisi strutturale che parta dalla finanziarizzazione e dalla crisi della legge del valore.
- La tradizione marxista e i suoi limiti: Viene passata in rassegna la tradizione dell’analisi imperialista, da Lenin alla teoria della dipendenza e agli autori di Monthly Review (Baran, Magdoff), fino a Smith e Patnaik. Sebbene ne riconosca il valore, Lapavitsas ne individua i limiti, in particolare nell’aver sottovalutato il ruolo decisivo del capitale finanziario e della moneta mondiale nella fase attuale.
- La struttura dell’imperialismo contemporaneo: L’autore delinea i due pilastri portanti del dominio USA:
- Pilastro economico: L’accoppiamento strutturale tra le catene produttive globalizzate, dominate dalle multinazionali statunitensi, e il capitale finanziario internazionalizzato. Questo legame è il cuore pulsante della finanziarizzazione.
- Pilastro monetario: Il dollaro come moneta mondiale, che crea una gerarchia monetaria. Viene analizzata l’architettura di questo sistema (sistemi di pagamento, collaterale, ruolo della FED), mostrando come il dollaro sia uno strumento di dominio e disciplina a livello globale.
- La finanziarizzazione subordinata: Si illustra come i paesi del Sud del mondo paghino un “tributo” strutturale per partecipare al sistema: attraverso l’accumulo di riserve in dollari, il pagamento di tassi di interesse più elevati e la vulnerabilità a crisi del debito. Questo meccanismo trasferisce risorse e valore verso il centro imperialista.
- Le due fasi della finanziarizzazione: Lapavitsas distingue la Finanziarizzazione Mark I (dalle banche commerciali e indebitamento famiglie, fino al 2009) dalla Finanziarizzazione Mark II (attuale, dominata dalle banche ombra, dal debito pubblico e dall’inflazione dei prezzi azionari). In questa nuova fase, la stabilità dei mercati finanziari diventa priorità assoluta per lo Stato USA.
- Il paradosso di Trump e della potenza USA: Si evidenzia la contraddizione centrale: il dominio finanziario e militare convive con il declino della manifattura (16-17% del globale). Trump è la manifestazione politica di questo paradosso, poiché tenta di riconciliare due obiettivi in conflitto: mantenere la supremazia finanziaria (svalutando il dollaro per agevolare le esportazioni) e ripristinare la capacità produttiva interna. La sua politica, quindi, è espressione dell’imperialismo e non un’anomalia.
- La Cina come sfidante mancato: L’articolo analizza le debolezze strutturali del renminbi e della Cina come potenziale successore nell’ordine monetario globale, concludendo che al momento nessuna forza è in grado di sfidare il dominio del dollaro.
- Conclusione: L’imperialismo USA è entrato in una fase di coercizione aperta, destinata a produrre conflitti prolungati. L’unica via d’uscita è una lotta anti-imperialista che unisca Nord e Sud del mondo, integrando la critica del sistema monetario globale con la critica del capitalismo.
Conclusione critica
L’articolo di Lapavitsas rappresenta un contributo eccezionale e rigoroso all’analisi dell’imperialismo contemporaneo, riuscendo laddove molte analisi di sinistra falliscono: offrire una spiegazione strutturale e non meramente contingente o moralistica dell’aggressività geopolitica degli Stati Uniti.
Punti di forza:
- La centralità del dollaro come categoria analitica: Lapavitsas supera la tradizione marxista che si concentrava principalmente sul capitale produttivo o sul trasferimento di plusvalore, dimostrando che l’imperialismo oggi si esercita in larga parte attraverso i meccanismi della moneta mondiale. L’analisi dei bilanci, dei sistemi di pagamento, delle regole sui collaterali e delle linee swap è magistrale e rende concretamente evidente come la coercizione economica funzioni.
- L’integrazione tra produzione e finanza: L’autore evita il dualismo tra “buona” produzione e “cattiva” finanza, mostrando come i due momenti siano inscindibili nella struttura del capitalismo globale. Le multinazionali non potrebbero operare senza il sistema del dollaro, e il sistema del dollaro trae la sua forza dalla loro presenza.
- La “finanziarizzazione subordinata”: Questo concetto è un potente strumento per spiegare le politiche di austerità, gli alti tassi di interesse e le crisi ricorrenti nei paesi del Sud del mondo. L’analisi non le attribuisce a un arretratezza interna, ma le identifica come un costo strutturale per partecipare al sistema globale, una sorta di tributo imposto dalla gerarchia monetaria.
- L’analisi del paradosso USA e di Trump: Lapavitsas spiega con grande chiarezza il paradosso di una potenza che è finanziariamente e militarmente dominante ma produttivamente declinante. Trump non è una “anomalia”, ma l’espressione politica di questa contraddizione, un tentativo di riconciliare due obiettivi (supremazia finanziaria e ri-industrializzazione) che sono in realtà in conflitto tra loro.
Punti critici e aporie:
- Il ruolo del “consenso” e l’eredità gramsciana: L’articolo sostiene che la fase attuale sia caratterizzata dall’erosione del consenso e dal prevalere della coercizione. Questa è una tesi forte e condivisibile, ma forse si sottovaluta il permanere di forme di consenso (seppur fragili e in crisi) in specifici settori delle classi dominanti europee e asiatiche, che continuano a vedere negli USA un partner necessario, non solo un padrone.
- Il futuro dell’imperialismo e il ruolo della Cina: L’analisi della Cina come potenza produttiva priva di una moneta mondiale è lucida, ma la conclusione che non esista uno sfidante credibile rischia di essere eccessivamente statica. Lapavitsas non esplora a fondo le possibili traiettorie di rottura come un accordo BRICS per un sistema di pagamenti alternativo o un’integrazione economica euroasiatica, descrivendo un presente di stallo senza immaginare come potrebbe essere rotto.
- Il soggetto politico e la strategia: Analogamente ad altre analisi, anche qui la strategia politica è l’anello debole. Lapavitsas conclude con un appello alla “lotta anti-imperialista” che unisca Nord e Sud, ma non specifica con quali attori, rivendicazioni intermedie e forme organizzative ciò potrebbe avvenire. La connessione tra la critica del dollaro e l’opposizione al capitalismo è chiara sul piano teorico, ma sul piano pratico rimane un programma più che una strategia.
In sintesi, l’articolo di Lapavitsas è un capolavoro di analisi economica e politica che fornisce le coordinate essenziali per comprendere l’imperialismo del XXI secolo. La sua forza risiede nella capacità di ancorare la geopolitica a meccanismi economici concreti e misurabili. La sua principale debolezza è forse la sua stessa completezza: tracciando un quadro così coerente e apparentemente inespugnabile del dominio USA, lascia poco spazio per immaginare le vie d’uscita, limitando la sua utilità come strumento per la prassi politica, se non come monito della portata della sfida.
Traduzione di U.S. Imperialism Resurgent di Costas Lapavitsas. L’imperialismo statunitense rinasce
Da oltre un decennio si accumulano prove del fatto che il mondo è entrato in un periodo di profonda turbolenza geopolitica. La guerra su larga scala è diventata una caratteristica permanente della geopolitica, manifestandosi negli scontri tra Russia e Ucraina a partire dal febbraio 2022 – con il coinvolgimento diretto e indiretto degli Stati Uniti e dei loro alleati – e nella devastazione del Medio Oriente e nella distruzione della società e del popolo palestinese da parte di Israele. Accanto alla violenza aperta, si è assistito a una diffusa coercizione economica da parte degli Stati Uniti, che ha incluso massicce sanzioni commerciali contro la Russia, il congelamento delle riserve della sua banca centrale e l’utilizzo di meccanismi di pagamento interbancari per isolare l’economia russa e altre economie dai sistemi monetari e finanziari globali.
Il secondo mandato di Donald Trump ha portato a una netta escalation. Nel suo primo anno, Trump ha lanciato una vasta campagna tariffaria contro i principali partner commerciali degli Stati Uniti, ha proclamato una sua versione della Dottrina Monroe sull’emisfero occidentale, ha minacciato l’annessione della Groenlandia, ha rapito militarmente il presidente venezuelano Nicolás Maduro in seguito all’imposizione di un blocco navale e ha stretto la morsa su Cuba. Soprattutto, Trump, insieme a Israele, ha dato inizio a una guerra di distruzione non provocata contro l’Iran, con profonde ripercussioni economiche e politiche.
Il quadro è ormai chiaro: l’imperialismo statunitense è attualmente la forza geopolitica più aggressiva, apertamente coercitiva e impiega strumenti militari ed economici con sempre minore moderazione. Cosa lega la sua rinascita all’attuale stato dell’economia mondiale? Come si connette la turbolenza geopolitica alla riproduzione capitalistica in un momento in cui l’accumulazione produttiva ha subito un rallentamento quasi totale nel nucleo storico del capitalismo globale, mentre il capitale finanziario continua ad espandersi e ad alimentare la speculazione?
L’evidente sconvolgimento dell’ordine globale viene definito in vari modi dai critici del capitalismo. Tra questi spicca “policrisi”, che presenta le emergenze economiche, finanziarie, ecologiche e geopolitiche simultanee del nostro tempo come un accumulo contingente di shock.<sup> 1 </sup> Tuttavia, il termine coglie la coesistenza piuttosto che la causalità . Non offre alcuna gerarchia tra i meccanismi né una spiegazione delle relazioni strutturali tra produzione, finanza e potere statale che generano congiuntamente tensioni geopolitiche crescenti.
Ancora più diffusa è la nozione di “tecnofeudalesimo”, secondo la quale le piattaforme digitali avrebbero soppiantato i mercati, i dati sarebbero diventati un nuovo fattore di produzione “simile alla terra” e il profitto sarebbe stato rimpiazzato dalla rendita estratta da territori digitali recintati.² Ma le piattaforme sono imprese capitalistiche che vendono servizi digitali e altri beni, applicano commissioni, ricavano introiti pubblicitari e competono sui mercati. Possono esercitare un considerevole controllo infrastrutturale, ma ciò non elimina la centralità del profitto capitalistico. I dati che scambiano sono riproducibili e il loro valore deriva dall’elaborazione e dall’utilizzo, non dalla fissità dell’offerta. Il “tecnofeudalesimo” confonde la persistenza di una debole accumulazione al centro dell’economia mondiale, unitamente al controllo intensificato da parte delle grandi aziende, con una transizione epocale al di là del capitalismo.
La vera sfida per l’economia politica è spiegare l’escalation dell’aggressività geopolitica e l’instabilità economica dei nostri tempi entro i parametri del capitalismo, e non presupponendone il superamento. Ciò che serve è un’analisi dell’imperialismo risorgente fondata sui meccanismi dominanti dell’accumulazione capitalistica contemporanea. Tale analisi deve partire dall’organizzazione concreta della produzione e della finanza su scala mondiale, e dalle specifiche forme di sfruttamento e coercizione che ne emergono.
L’argomentazione presentata in questo articolo segue il metodo marxista classico e prende quindi come punto di partenza la struttura determinata dell’economia mondiale. 3 L’imperialismo contemporaneo ha due fondamenti strutturali: in primo luogo, l’abbinamento del capitale produttivo globalizzato con il capitale finanziario internazionalizzato; in secondo luogo, il dollaro come moneta mondiale, che trasforma questo abbinamento in un regime gerarchico di accumulazione imposto in ultima analisi attraverso la potenza militare degli Stati Uniti.
L’economia mondiale si fonda su catene di produzione che generano continuamente flussi di valore e plusvalore. I circuiti finanziari trasformano questi flussi in crediti e obbligazioni, mentre un ordine monetario stratificato – con la moneta mondiale al vertice – li rende liquidi e applicabili in diverse giurisdizioni. Tuttavia, l’ordine monetario non è un sistema globale con regole coordinate. Prevale invece una gerarchia monetaria, al cui vertice si trova la valuta dello stato egemone che funge da moneta mondiale. L’egemone amministra e impone questa gerarchia attraverso meccanismi di pagamento, regole di garanzia e sanzioni, facendo sempre più affidamento sulle infrastrutture digitali. La garanzia ultima dell’intera struttura è rappresentata dalle forze aeree e navali dell’egemone.
Le fondamenta dell’economia capitalista mondiale risiedono nella produzione, e il suo complemento necessario è la finanza. Ma il perno attraverso cui lo sfruttamento viene disciplinato e la coercizione geopolitica esercitata in tutto il mondo è l’autorità monetaria dell’egemone, sostenuta da un’enorme potenza militare. La Grande Crisi del 2007-2009 ha acuito sia il carattere coercitivo del dominio del dollaro sia le contraddizioni che ora alimentano l’ascesa del militarismo. Le radici di questo sviluppo risiedono nel persistente rallentamento dell’accumulazione produttiva al centro dell’economia mondiale, che ha trasformato l’ordine monetario basato sul dollaro in uno strumento sempre più coercitivo nelle mani dell’egemone. Dopo il 2007-2009, l’imperialismo di bilancio è esploso, armato fino ai denti.
L’imperialismo nella tradizione marxista
Le teorie marxiste classiche dell’imperialismo hanno definito il metodo di analisi del potere imperiale come una configurazione storica concreta del capitalismo. Nel 1916, Lenin fornì l’ingiunzione metodologica decisiva secondo cui l’imperialismo capitalista deve essere compreso attraverso i meccanismi dominanti di accumulazione del suo tempo.⁴ Sei anni prima, Rudolf Hilferding aveva individuato tali meccanismi, ovvero la fusione del capitale industriale e bancario in condizioni di monopolio, con le banche al comando.⁵ Insieme , queste forze economiche generarono l’esportazione di capitali mutuabili e la spartizione territoriale del mondo, conducendo così, secondo Lenin, alla guerra.
Dopo la seconda guerra mondiale, la teoria della dipendenza ha portato avanti questo metodo con notevole forza.⁶ I principali strumenti dell’egemonia imperiale erano le multinazionali che sfruttavano la supremazia tecnologica al centro, insieme al deterioramento delle ragioni di scambio e ai vincoli della bilancia dei pagamenti nella periferia. Queste intuizioni rimangono fondamentali, ma né l’approccio marxista classico né la teoria della dipendenza hanno analizzato il ruolo cruciale della moneta mondiale nella finanza e nella produzione globali come meccanismo centrale dell’imperialismo.
Legata ma distinta dalla teoria della dipendenza, la corrente del Monthly Review ha forse mantenuto il confronto più serio con l’imperialismo nel marxismo anglofono. Paul Baran ha teorizzato l’appropriazione del surplus dalla periferia come motore economico dell’espansione imperiale.⁷ Harry Magdoff ha offerto spunti considerevoli sulla crescente autonomia della finanza dalla produzione con la maturazione del capitalismo, incluso il predominio del dollaro.⁸ Il loro lavoro è il precursore analitico di quella che questo articolo definisce la distinzione tra “Finanziarizzazione Mark I” e “Finanziarizzazione Mark II”. Si tratta di un lavoro che rimane indispensabile, ma che lascia aperta una domanda: attraverso quali meccanismi opera l’imposizione imperiale nell’economia mondiale contemporanea, caratterizzata da produzione globalizzata e finanza internazionalizzata?
Studi più recenti hanno affinato alcuni degli strumenti analitici, ma senza fornire una risposta definitiva. John Smith ha ricentrato l’analisi sul supersfruttamento dei lavoratori nel Sud del mondo attraverso le catene di produzione, garantendo così la redditività delle multinazionali.⁹ Utsa e Prabhat Patnaik hanno fornito un resoconto rigoroso della dipendenza dalle materie prime del centro dalla periferia, mostrando come l’imperialismo imponga l’austerità trasferendo al contempo valore dalla periferia al centro.¹⁰ Ma la domanda rimane: attraverso quali meccanismi opera questa imposizione attraverso giurisdizioni e sovranità monetarie senza ricorrere alle amministrazioni coloniali?
La risposta, come illustrato di seguito, risiede nella gerarchia del dollaro e nei meccanismi di bilancio che esso controlla. Ciò include linee di credito denominate in dollari, cicli del capitale circolante influenzati dalla politica monetaria della Federal Reserve e la coercizione strutturale sugli stati periferici a mantenere alti tassi di interesse e ad accumulare attività finanziarie statunitensi. L’architettura del sistema monetario mondiale rende operativi questi meccanismi su scala globale.
Nell’economia mondiale odierna, pienamente capitalista sia nel suo nucleo che nella sua periferia, l’imperialismo si basa sulla forza disciplinare dei bilanci transfrontalieri. Tale disciplina viene esercitata, in larga parte, attraverso il funzionamento della moneta mondiale. Nello specifico, il dollaro funge da unità di conto nei mercati chiave; la liquidità in dollari opera come mezzo di pagamento allocato coercitivamente in condizioni di asimmetria di potere; e le riserve in dollari vengono accumulate, comportando costi che costituiscono una forma di tributo all’egemone.
Anche altri lavori sono fondamentali per questa argomentazione. Il quadro neogramsciano di Robert Cox ha identificato il consenso come un pilastro dell’egemonia, in base al quale lo stato dominante universalizza i propri interessi particolari e garantisce la conformità senza coercizione continua.<sup> 11 </sup> Nicos Poulantzas aveva precedentemente individuato il momento egemonico del potere statunitense di metà secolo nell’internalizzazione degli interessi statunitensi all’interno degli apparati statali delle potenze imperiali alleate. <sup>12 </sup> Più recentemente, Leo Panitch e Sam Gindin hanno descritto l’egemonia statunitense del dopoguerra come l’integrazione volontaria di altri stati capitalisti in un impero informale gestito dal Tesoro statunitense e dalla Federal Reserve.<sup> 13</sup>
Certamente, l’acquiescenza all’egemonia statunitense è stata una caratteristica cruciale delle relazioni tra le potenze imperiali storiche negli ultimi decenni. Queste analisi conservano un notevole valore esplicativo, ma non riescono a spiegare appieno la caratteristica più rilevante della rinascita dell’imperialismo statunitense dal 2007 al 2009, ovvero l’erosione del consenso. Il dominio del dollaro opera ora come una disciplina esterna obbligatoria piuttosto che come un quadro condiviso, e il dominio emerge attraverso meccanismi coercitivi di infrastrutture di pagamento piuttosto che attraverso norme interiorizzate. Quella che prima appariva come un’integrazione volontaria era in realtà una condotta imposta dall’assenza di alternative alla liquidità in dollari. In fondo, si è sempre trattato di una coercizione strutturale, non di una scelta, un fatto che è diventato chiaro dopo la crisi epocale del 2007-2009.
Da quell’evento epocale, le gerarchie degli swap valutari, le sanzioni e l’esclusione dai sistemi di pagamento hanno dimostrato che l’accesso al dollaro è uno strumento di leva imperiale. Michael Hudson ha giustamente identificato il debito e il potere dei creditori come meccanismi di gerarchia internazionale, ma ora è chiaro che la moneta mondiale è l’elemento cardine del potere egemonico statunitense e opera sempre sotto l’egida della potenza navale e aerea degli Stati Uniti. Questa è la caratteristica distintiva dell’imperialismo contemporaneo. 14
L’abbinamento del capitale produttivo con il capitale finanziario
L’economia mondiale odierna è organizzata attorno a imprese multinazionali che coordinano catene di produzione che si estendono in decine di paesi. Le aziende leader, con sede principalmente negli Stati Uniti e, in misura minore, in Europa e Giappone, controllano la progettazione, la proprietà intellettuale, la logistica, la determinazione dei prezzi, gli obblighi fiscali, l’accesso al credito e ai mercati. I partecipanti più piccoli alla catena, sia nel centro che nella periferia dell’economia mondiale, svolgono in genere attività ad alta intensità di lavoro e a bassa tecnologia, con margini ridotti, lunghi cicli di conversione del denaro e una forte dipendenza dal credito denominato in dollari. Già nel 2013, circa il 30% del commercio mondiale transitava attraverso queste catene. <sup> 15 </sup> I legami più densi e complessi si trovano tra le economie centrali; i legami centro-periferia, sebbene estesi e in crescita, rimangono secondari.
Esiste un’asimmetria di potere strutturale tra le imprese leader e gli altri partecipanti alla catena. Le imprese leader sono in genere multinazionali e il loro dominio è rafforzato attraverso regimi brevettuali, licenze tecnologiche, prezzi di trasferimento, accesso al credito e, soprattutto, controllo della fatturazione in dollari. Basti pensare che, tra il 1999 e il 2019, circa tre quarti delle esportazioni nell’area Asia-Pacifico e praticamente tutte le esportazioni nelle Americhe sono state fatturate in dollari. 16
La prevalenza del dollaro riflette le esigenze operative delle catene di approvvigionamento, tipicamente imposte dalle imprese capofila. I termini contrattuali prevedono il regolamento in dollari, specificano il pagamento tramite banche corrispondenti nel sistema del dollaro e vincolano il finanziamento dei fornitori a linee di credito i cui prezzi sono basati su benchmark in dollari. Un fornitore in Vietnam o in Messico spedisce i componenti oggi e attende dai sessanta ai novanta giorni per essere pagato, mentre salari e materie prime continuano a richiedere esborsi di cassa. Il divario deve essere finanziato e, con la fatturazione in dollari, ciò significa finanziare in valuta estera, una condizione di routine per la partecipazione alla catena di approvvigionamento, non una scelta economica.
La struttura delle catene produttive è dunque inseparabile dalla finanza internazionalizzata. Il capitale finanziario condiziona la liquidità e l’accesso al credito all’interno del circuito produttivo globalizzato, mentre il capitale produttivo fornisce la base materiale da cui i crediti finanziari traggono in ultima analisi il loro valore. Nessuna delle due forme di capitale domina l’altra nel modo classico analizzato da Hilferding per l’inizio del XX secolo.<sup> 17 </sup> A quel tempo, le banche universali, legate alle imprese produttive tramite prestiti a lungo termine per la formazione di capitale fisso, dettavano le condizioni ai monopoli industriali. Oggi la relazione è di interdipendenza all’interno di un quadro monetario il cui perno è il dollaro.
I bilanci delle multinazionali del settore manifatturiero riflettono questa gerarchia. Su un campione delle cinquecento maggiori imprese manifatturiere, il 32% è costituito da aziende statunitensi. Queste emettono oltre la metà di tutto il debito a lungo termine e detengono quasi il 39% della liquidità totale, facendo scarso ricorso al credito a breve termine. Le imprese cinesi rappresentano oltre il 20% dello stesso campione, ma emettono solo il 6,5% del debito a lungo termine e presentano una quota sproporzionatamente elevata di prestiti a breve termine. India e Brasile mostrano modelli simili. 18
Queste differenze sono il riflesso, a livello aziendale, della gerarchia monetaria che condiziona l’accoppiamento tra capitale produttivo e finanziario nell’economia mondiale. Le aziende manifatturiere statunitensi operano con una valuta che è al contempo moneta nazionale e moneta internazionale, e sono quindi in grado di sostenere scadenze più lunghe, maggiori riserve di liquidità e un minor rischio di rifinanziamento. Aziende di pari dimensioni, ma associate ad altri Stati, devono operare in modo diverso. La differenza deriva dal predominio del dollaro come moneta internazionale, iscritto sia nei bilanci produttivi che in quelli finanziari.
Il dominio del dollaro e l’apparato imperiale
La moneta mondiale rende possibile la liquidazione transfrontaliera e la preservazione del valore tra capitali privati e Stati sovrani. Solo il dollaro svolge le funzioni di moneta mondiale, fungendo da unità di conto primaria, mezzo di pagamento e riserva valutaria per l’economia globale. L’euro, lo yen, la sterlina, il franco svizzero e il renminbi occupano posizioni secondarie, mentre le valute periferiche sono strutturalmente subordinate, accettate a livello internazionale con uno sconto e molto meno facilmente utilizzabili come garanzia nelle transazioni finanziarie.
Circa il 60% delle riserve valutarie globali ufficiali è detenuto in dollari, mentre l’euro non ha mai superato il 25% nel corso della sua esistenza e il renminbi rappresenta meno del 3%. La metà dei pagamenti transfrontalieri effettuati tramite il meccanismo STF (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) tra banche internazionali viene regolata in dollari, e la percentuale sale ai tre quinti se si escludono i flussi intra-eurozona. Circa il 55% delle attività e il 60% delle passività delle banche internazionali e in valuta estera sono denominate in dollari .
Il predominio del dollaro si fonda sulla capacità istituzionale e coercitiva dello Stato americano, non sulla sua preminenza produttiva o commerciale. La Federal Reserve determina in linea di massima quali passività siano considerate attività liquide a livello globale, quali titoli fungano da garanzia e quali bilanci vengano stabilizzati in caso di crisi. Le operazioni di pronti contro termine (repo) della Federal Reserve di New York accettano come garanzia solo buoni del Tesoro statunitensi, titoli di debito di agenzie federali e titoli garantiti da ipoteche emessi da agenzie, escludendo al contempo le obbligazioni sovrane estere. Queste non sono regole tecniche neutrali, bensì l’espressione operativa della gerarchia monetaria.
Ciò che rende questa gerarchia realmente operativa, tuttavia, è il modo in cui le sue componenti si interconnettono attraverso un apparato più ampio che regola la produzione, il commercio, gli investimenti e la tecnologia a livello transfrontaliero. Né il capitale produttivo né quello finanziario possono essere riprodotti a livello internazionale senza norme vincolanti e infrastrutture collaterali supportate da un’autorità coercitiva.
Le istituzioni commerciali, come l’Organizzazione Mondiale del Commercio e il suo Accordo sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio (TRIPS), stabiliscono regole per le catene di produzione e tutelano i profitti delle imprese leader. Gli organismi di regolamentazione, tra cui l’Organizzazione Internazionale delle Commissioni dei Titoli (IOSCO) e il Gruppo d’azione finanziaria internazionale (GAFI), definiscono standard internazionalmente efficaci per i sistemi di pagamento e l’ammissibilità delle garanzie. Le linee guida dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) in materia di prezzi di trasferimento e flussi di royalty trasferiscono valore verso giurisdizioni a bassa tassazione allineate con il centro, erodendo sistematicamente la capacità fiscale dei governi della periferia.
La moneta globale richiede anche la presenza di un’architettura giuridica in grado di far valere i diritti oltre confine. Come ha dimostrato Katharina Pistor, il capitalismo contemporaneo si basa sulla “codifica” giuridica del capitale attraverso il diritto contrattuale, i diritti di proprietà e l’applicabilità transfrontaliera. I contratti finanziari e commerciali transfrontalieri specificano nella stragrande maggioranza dei casi New York o Londra come giurisdizione di riferimento, creando uno spazio giuridico transnazionale in cui questi ordinamenti giuridici nazionali funzionano di fatto come diritto globale. L’accettabilità dei crediti denominati in dollari in tutto il mondo richiede la certezza che possano essere fatti valere, ristrutturati o sequestrati all’interno di sistemi giuridici allineati con lo stato egemone.
Le sanzioni sono parte integrante di questi meccanismi, l’attivazione esplicita del potere egemonico già latente nella struttura globale. Chi emette moneta a livello mondiale possiede il potere di escludere i partecipanti da processi monetari essenziali. Il congelamento di circa 300 miliardi di dollari di attività della banca centrale russa nel 2022 ne è una chiara dimostrazione. Le infrastrutture di regolamento, la giurisdizione, le norme sulle garanzie e i requisiti di conformità rafforzano la gerarchia globale, con le sanzioni disponibili come meccanismi di applicazione espliciti quando il potere latente dell’egemone deve essere reso visibile.
I momenti più rivelatori sono le crisi. Durante la crisi storica del 2007-2009, ma anche nello shock pandemico del 2020, la Federal Reserve ha esteso la liquidità in dollari a una ristretta cerchia di quattordici banche centrali attraverso il suo principale strumento di potere, le linee di swap in dollari. Cinque di queste banche centrali dispongono di linee permanenti (permanenti) e nove di linee temporanee. Tutte e quattordici sono riuscite a stabilizzare i propri sistemi finanziari in pochi giorni, ma le banche centrali di altri paesi, comprese quelle di grandi dimensioni in periferia, come India, Indonesia e Sudafrica, hanno dovuto affrontare maggiori turbolenze, con deprezzamento della valuta, perdita di riserve e politiche di austerità procicliche. Questi quattordici paesi rappresentano circa il 55% delle importazioni e il 60% delle esportazioni statunitensi. Ancora più significativo è il fatto che ospitano la stragrande maggioranza del personale militare statunitense di stanza all’estero. La gerarchia del dollaro e la rete di potere militare statunitense nel mondo sono la stessa struttura vista da diverse angolazioni.
La potenza militare è un elemento costitutivo dell’ordine del dollaro. Le forze aeree e navali degli Stati Uniti cercano di proteggere le rotte marittime cruciali – Hormuz, Malacca, Bab el-Mandeb, Suez e Panama, tra le altre – attraverso le quali transita circa il 90% del commercio mondiale. Esse sono alla base dell’applicabilità dei regimi di proprietà intellettuale, dei punti nevralgici dell’approvvigionamento di semiconduttori, delle costellazioni satellitari e delle infrastrutture cloud da cui dipende l’accumulazione capitalistica globale. Il dollaro e l’F-35 – coercizione monetaria e potenza militare – sono due aspetti di un’unica struttura di dominio.
Finanziarizzazione Mark I e Mark II
La forma di questo dominio imperialista è cambiata qualitativamente dopo il periodo 2007-2009. Nei tre decenni precedenti a quella crisi, la finanziarizzazione del capitalismo si era sviluppata principalmente attraverso le banche commerciali, che concedevano credito alle famiglie, operavano sui mercati finanziari ed estraevano enormi profitti dai margini di interesse netti e dalle commissioni. Questa era la Finanziarizzazione Mark I, con le banche commerciali come principali agenti dell’accumulazione finanziaria, che incentivavano gli scambi sui mercati finanziari e trasformavano le case dei lavoratori nelle economie centrali in un terreno fertile per l’espropriazione finanziaria.
La Grande Crisi del 2007-2009 ha spezzato questo regime. I profitti delle banche commerciali, in proporzione ai profitti totali negli Stati Uniti, hanno raggiunto un picco di quasi il 40% e non sono più tornati a quei livelli straordinari negli anni successivi. Il debito delle famiglie si è contratto rispetto sia al PIL che al reddito disponibile ed è rimasto contenuto per oltre un decennio. La finanziarizzazione Mark I si era esaurita. Ciò che è emerso al suo posto è stata la finanziarizzazione Mark II, un regime incentrato sulle banche ombra, ovvero intermediari finanziari non bancari, in particolare gestori patrimoniali che detengono portafogli di titoli pubblici e privati, come fondi di investimento e hedge fund, ma anche fondi pensione, compagnie assicurative e istituzioni simili.
Non esiste un antagonismo strutturale tra banche commerciali e banche ombra, poiché le prime sono i principali finanziatori delle seconde e sono spesso direttamente coinvolte nella loro creazione. Entrambe si basano sull’ottenimento di liquidità attraverso finanziamenti all’ingrosso garantiti direttamente dai bilanci pubblici. Quando la creazione di debito privato ha vacillato dopo il periodo 2007-2009, il debito pubblico è esploso in diversi paesi chiave. Il debito pubblico statunitense è passato da circa il 60% del PIL a oltre il 100% entro il 2025.23 Allo stesso tempo, la Federal Reserve ha creato enormi quantità di moneta pubblica attraverso ondate di quantitative easing, assorbendo titoli pubblici e privati su una scala davvero storica e portando i tassi di interesse prossimi allo zero.
La banca centrale della potenza egemone, insieme alle banche centrali degli altri paesi chiave, divenne di fatto l’intermediario di ultima istanza nei mercati che forniscono liquidità sia alle banche commerciali che a quelle ombra. La Federal Reserve dirigeva attivamente i flussi di credito globale determinando quali titoli potessero essere utilizzati come garanzia nei mercati della liquidità. La stabilità dei mercati finanziari globali finì per dipendere dal bilancio di un’istituzione statunitense che emette debito pubblico (il Tesoro) e di un’altra (la Federal Reserve) che assorbe gran parte di questo debito per fornire moneta pubblica a richiesta.
A questo proposito, è di vitale importanza sottolineare che il meccanismo di profitto delle banche commerciali è diverso da quello delle banche ombra. Le banche commerciali sono raccoglitori e prestatori attivi di capitale mutuabile, i cui profitti derivano principalmente dallo spread tra i propri tassi di interesse sui prestiti e sui depositi. Le banche ombra sono gestori di portafoglio che raccolgono e allocano capitale mutuabile attraverso transazioni in titoli negoziabili, tra cui azioni e obbligazioni. I loro profitti derivano dagli interessi e dai dividendi sui titoli, ma anche, e soprattutto, dalle plusvalenze. In termini marxisti, i loro profitti dipendono dallo spread tra il tasso medio di profitto e il tasso medio di interesse, che Hilferding ha identificato come la base del “profitto del fondatore” .24
Questa differenza aiuta a spiegare perché, sotto la seconda ondata di finanziarizzazione, l’inflazione del mercato azionario sia diventata un canale primario di accumulazione finanziaria. I tre principali gestori patrimoniali – BlackRock, Vanguard e State Street – hanno aumentato le loro partecipazioni complessive nelle società dell’indice S&P 500 da circa il 6% nel 2008 a oltre il 20% entro il 2025. 25 Ciò contribuisce anche a spiegare perché prevenire forti cali del mercato azionario sia diventato una preoccupazione centrale della politica economica statunitense.
La portata globale di questa forma di proprietà patrimoniale è diventata straordinaria nello stesso periodo. Una nuova ricerca che ha monitorato le partecipazioni di 426 importanti gestori patrimoniali in tutte le società quotate in borsa con una capitalizzazione di mercato superiore al miliardo di dollari a livello mondiale tra il 2013 e il 2025 ha rilevato che il capitale azionario controllato da queste istituzioni è aumentato da 13 trilioni di dollari a 40-45 trilioni di dollari, a seconda del metodo di valutazione. Entro la metà del 2025, circa il 40% del capitale azionario di tutte le società con una capitalizzazione di mercato superiore al miliardo di dollari a livello mondiale era controllato da gestori patrimoniali. I Big Four, ovvero i Big Three più Fidelity Investments, hanno aumentato la loro quota dal 9% nel 2013 al 15% nel 2025. In ogni ampia regione al di fuori del Nord America, i gestori patrimoniali statunitensi rappresentano il gruppo più numeroso di investitori stranieri. Essi rappresentano una forma di potere imperiale esercitato attraverso i bilanci piuttosto che attraverso il territorio. Questo potere deriva dall’associazione tra i gestori patrimoniali e le società che organizzano le catene di produzione globali e si basa sui meccanismi del dollaro che integrano la produzione con la finanza globale.
Si tratta di una finanziarizzazione basata sullo Stato, in cui la liquidità richiesta dalle multinazionali è ancorata al dollaro. La sua portata globale si concretizza attraverso il movimento di flussi di capitali, prezzi degli asset, credito e debito tra le economie, in funzione delle politiche della Federal Reserve. Le decisioni di politica monetaria degli Stati Uniti esercitano quindi un’influenza disciplinare sul resto del mondo.
Finanziamentazione subordinata
La dimensione internazionale della finanziarizzazione Mark II emerge con forza nel Sud del mondo. La finanziarizzazione subordinata è la controparte periferica della finanziarizzazione centrale, un elemento costitutivo della struttura gerarchica dell’economia mondiale. 27 I flussi di capitale che hanno origine nei sistemi finanziari centrali e sono guidati da scelte di portafoglio legate alle politiche monetarie della banca centrale dell’egemone integrano le economie periferiche come nodi dipendenti dell’ordine globale. L’accumulazione interna nella periferia si lega all’orientamento monetario della Federal Reserve, mentre lo spazio di manovra politica è limitato dalla necessità di attrarre e trattenere capitali prestiti volatili. Si tratta di una modalità di accumulazione distinta, che opera attraverso meccanismi che trasferiscono continuamente valore e risorse dalla periferia al centro.
Questa realtà si riflette nei bilanci delle imprese periferiche all’interno delle catene di produzione globali. La fatturazione in dollari permea il credito commerciale, le garanzie e le coperture, creando sistematici squilibri valutari poiché gli obblighi delle imprese sono denominati in dollari, ma i loro ricavi si accumulano in valuta locale. 28 La dipendenza tecnologica aggiunge un ulteriore livello, generando obblighi regolari denominati in dollari per licenze, componenti importati e servizi tecnici. Si tratta di meccanismi attraverso i quali le imprese leader possono estrarre valore nel tempo, rafforzando al contempo la dipendenza dai circuiti del dollaro.
Le pressioni a livello aziendale si aggregano in vincoli a livello macroeconomico. L’integrazione nelle catene produttive genera squilibri valutari, deflussi regolari di dollari e fabbisogni di finanziamento esterno che, nel complesso, potrebbero superare le riserve di valuta estera disponibili attraverso gli scambi commerciali. Il ricorso al prestito in dollari all’estero diventa imprescindibile e, se la liquidità globale si restringe, i costi di rifinanziamento aumentano, il tasso di cambio subisce pressioni e le imprese riducono investimenti e occupazioni per proteggere i propri bilanci. Il governo periferico è quindi costretto a intervenire aumentando i tassi di interesse, fornendo riserve e, eventualmente, adottando misure di austerità fiscale. L’economia subordinata è obbligata ad assorbire i costi di aggiustamento necessari per mantenere in funzione la catena produttiva e il sistema di regolamento finanziario.
I paesi periferici si distinguono nettamente da quelli centrali per la struttura di vincoli a cui sono soggetti. Le loro banche centrali non possono espandere liberamente i bilanci, effettuare acquisti di attività su larga scala o sostenere le banche ombra, poiché lo spazio di manovra politica è fortemente limitato dal tasso di cambio e dalla costante minaccia di fuga di capitali. Per attrarre e trattenere capitali prestiti volatili, i paesi periferici adottano in genere politiche di inflazione target e mantengono tassi di interesse elevati. 29 Ciò non è dovuto a condizioni interne, ma al fatto che tali politiche segnalano l’impegno a mantenere i flussi di capitali prestiti internazionali. I costi per l’economia interna sono considerevoli. Nell’ottobre 2025, il tasso di interesse medio fissato dalle banche centrali di Brasile, India, Indonesia, Messico e Sudafrica era superiore di quattro punti percentuali a quello della Federal Reserve. 30 Questo differenziale funge da tassa imposta ai paesi periferici per partecipare al sistema globale.
Il risultato è una trappola con risvolti di classe. Gli alti tassi di interesse attraggono flussi di capitali volatili che spingono al rialzo i tassi di cambio, incentivando le importazioni e l’indebitamento in valuta estera da parte delle grandi imprese nazionali, minando al contempo la competitività dell’industria manifatturiera nazionale. L’accumulazione di riserve diventa prioritaria, così come la sterilizzazione dei flussi in entrata, ovvero l’emissione di debito interno per assorbire l’eccesso di liquidità in valuta nazionale generato dai flussi, espandendo in tal modo il mercato dei titoli pubblici e restringendo lo spazio fiscale. 31 I produttori nazionali vengono schiacciati e lo sviluppo ostacolato.
Le conseguenze a livello di classe sono altrettanto gravi, poiché il tasso di cambio diventa un’arma sociale oltre che una variabile economica. La sopravvalutazione aumenta i rendimenti finanziari e incoraggia le grandi imprese nazionali a indebitarsi all’estero a basso costo in dollari e a reinvestire in attività nazionali ad alto rendimento, beneficiando al contempo dell’apprezzamento della valuta. Nel frattempo, gli strati medi si abituano a modelli di consumo che accentuano la dipendenza dai capitali esteri. Si crea un blocco sociale la cui riproduzione dipende dalla continua integrazione nei circuiti globali, anche quando questi soffocano gli investimenti interni.
Nel loro insieme, questi meccanismi formano un sistema di trasferimenti di valore e risorse nell’economia mondiale. I premi sui tassi d’interesse funzionano come tributi di liquidità pagati dai paesi periferici e ricevuti dalla potenza egemone e dagli altri paesi centrali; l’accumulazione di riserve immobilizza le risorse interne in attività estere a basso rendimento anziché in investimenti interni; i disallineamenti valutari consentono l’estrazione di profitti tramite il carry trade; e le improvvise inversioni dei flussi di capitale impongono costi di aggiustamento. La correlazione tra flussi di capitale, prezzi degli asset, credito e debito nelle economie periferiche trasmette le decisioni di politica economica degli Stati Uniti a livello globale e agisce come un meccanismo di disciplina globale, mediato dal capitale mobile e mutuabile.
I bilanci periferici sono incorporati nel sistema del dollaro come cuscinetti e sbocchi di investimento. Senza questo strato subordinato, l’accoppiamento tra capitale produttivo e finanziario, che è al centro dell’economia mondiale, non potrebbe funzionare su scala attuale, e il controllo imperiale sul mercato mondiale mancherebbe di leve essenziali.
Il paradosso strutturale e la sua politica
La precedente analisi dell’imperialismo di bilancio contemporaneo converge su un unico paradosso strutturale, ovvero la quota degli Stati Uniti nella produzione manifatturiera globale (valore aggiunto) è scesa da circa la metà nel 1945 a poco più del 16-17% oggi, mentre la quota del dollaro nelle riserve ufficiali allocate è scesa solo leggermente al di sotto del 60%.32 Il dominio monetario e finanziario degli Stati Uniti è accompagnato dal declino del loro primato produttivo. Nel frattempo, le imprese multinazionali statunitensi rimangono preminenti e dipendono dal funzionamento globale del dollaro.
Il predominio del dollaro deriva dall’assenza di garanzie alternative credibili, dalla codificazione giuridica della finanza globale, dalle prassi consolidate dei mercati chiave e dal potere coercitivo dell’egemone di escludere i concorrenti dalle infrastrutture di regolamento. L’egemone conserva il controllo delle multinazionali, della moneta mondiale e della forza militare, ma le sue fondamenta produttive interne si sono indebolite, con l’importante eccezione delle tecnologie dell’informazione.
La manifestazione politica di questo paradosso strutturale è l’ascesa di Trump. Il degrado sociale che ha sfruttato – salari reali stagnanti, deindustrializzazione e comunità in rovina – rappresenta la faccia interna della stessa strategia di accumulazione che ha prodotto il dominio del dollaro e la preminenza delle catene di produzione per gli Stati Uniti. Per diversi decenni, le multinazionali statunitensi hanno guidato l’esportazione di capitale produttivo, la costruzione di catene di produzione globali e l’esternalizzazione di processi intensivi verso giurisdizioni più economiche. Da un lato, la globalizzazione del capitale produttivo è stata un enorme successo per il capitale statunitense, ma dall’altro ha agito come meccanismo di svuotamento della base industriale statunitense e di creazione del degrado sociale che è diventato la materia prima politica di Trump.
La risposta di Trump consiste nel difendere sia il predominio delle multinazionali statunitensi sia il ripristino della capacità industriale nazionale degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, egli è pienamente impegnato a mantenere la predominanza finanziaria degli Stati Uniti e la supremazia del dollaro. Questi obiettivi sono in fondamentale contraddizione tra loro. La forza produttiva degli Stati Uniti non può essere ripristinata attraverso dazi, austerità interna e un’ulteriore espansione del capitale finanziario statunitense internazionalizzato. Il paradosso persisterà.
Al momento non esiste un contendente in grado di risolvere il dilemma egemonico. La Cina, principale candidata, controlla quasi il 30% della produzione manifatturiera mondiale, ma il renminbi rappresenta meno del 3% delle riserve e dei pagamenti globali. Una superpotenza produttiva le cui maggiori imprese attive a livello internazionale non si finanziano abitualmente con scadenze a lungo termine denominate nella propria valuta non è in grado di sostenere un regime monetario mondiale rivale. Questa barriera non è di natura strategica o di volontà. Affinché una valuta possa funzionare come moneta mondiale, è necessario disporre di mercati profondi e liquidi per le passività pubbliche sicure, di una tutela legale per i detentori stranieri di crediti e di trasparenza dei conti capitali. Ma queste condizioni esporrebbero il sistema finanziario nazionale a pressioni esterne. Sono proprio le condizioni che l’economia cinese è stata progettata per evitare, e a ragione, poiché avrebbero ostacolato lo sviluppo industriale e favorito la finanziarizzazione subordinata.
Tra le nazioni storicamente imperialiste, l’accettazione da parte della Germania delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti all’energia russa, a caro prezzo per la propria base industriale, ha confermato che persino i produttori più avanzati sono disposti a subordinare i propri interessi economici all’ordine del dollaro quando subiscono pressioni. Gli Stati Uniti restano abbastanza forti da imporre il rispetto delle sanzioni, ma non redistribuiscono più i profitti in modo sufficiente a generare un consenso volontario. Hanno smesso di agire da egemone e si comportano come il contendente più grande e aggressivo, con la capacità di imporre una sottomissione coercitiva sia agli alleati che ai nemici.
L’architettura monetaria globale non può essere rimodellata pacificamente, l’egemone non può recuperare le sue precedenti basi produttive e il principale sfidante non può rimodellare l’ordine egemonico facendo affidamento su una moneta mondiale che non emette. La contesa in corso, che include sequestri di riserve, esclusione dei pagamenti, embarghi tecnologici, intensificazione delle spese per armamenti e guerre per procura, non è un disturbo temporaneo, ma l’espressione di un conflitto imperialista più profondo e in atto, senza una fine evidente.
La conclusione non è quella di scivolare nel fatalismo, ma di cercare chiarezza sul panorama politico. La lotta antimperialista deve partire dal riconoscimento che l’imperialismo contemporaneo è un sistema globale di dominio monetario che si fonda sul capitale produttivo globalizzato e sul capitale finanziario internazionalizzato ed è sostenuto dall’enorme potenza militare statunitense. Ora è entrato in una fase di imposizione coercitiva piuttosto che di leadership egemonica consensuale. Ma nemmeno la potenza militare degli Stati Uniti è più sufficiente a intimidire alcuni dei suoi nemici meno potenti, come ha già dimostrato la guerra in Iran. Quando si tratta di Cina o Russia, la potenza dominante deve procedere con estrema cautela in campo militare.
La politica pacifista e l’opposizione al capitalismo, sia nel centro che nella periferia, sono due aspetti della stessa struttura. La gerarchia del dollaro, che impone una disciplina di bilancio alle economie periferiche estraendo valore e risorse, si fonda in ultima analisi sull’F-35. Il degrado interno degli Stati Uniti e di altri paesi del centro è anch’esso una conseguenza della forma contemporanea di imperialismo. L’ordine del dollaro che sostiene il potere coercitivo non apporta benefici duraturi alla classe lavoratrice dell’egemone. Al contrario, più gli Stati Uniti perseguono la supremazia imperiale, più indeboliranno la propria economia interna. Lo stesso sistema che estrae valore e risorse dalla periferia svuota anche il centro, creando le condizioni per una politica anticapitalista autenticamente internazionale.
Note
- ↩ Il termine “policrisi” è solitamente associato a Edgar Morin e Anne Brigitte Kern, Homeland Earth: A Manifesto for the New Millennium (Cresskill, New Jersey: Hampton Press, 1999), traduzione inglese della loro opera francese del 1993. Il termine è stato ampiamente reso popolare da Adam Tooze; si veda, ad esempio, Shutdown (New York: Viking, 2021). Si veda anche Eric Helleiner, “Economic Globalization’s Polycrisis”, International Studies Quarterly 68, n. 2 (giugno 2024), per un tentativo di individuare un significato coerente per “policrisi”.
- ↩ Un tentativo metodico di rendere il termine compatibile con l’economia politica è stato compiuto da Cédric Durand in How Silicon Valley Unleashed Techno-Feudalism: The Making of the Digital Economy (Londra: Verso, 2024). Successivamente, Yanis Varoufakis lo ha ampiamente divulgato in Technofeudalism: What Killed Capitalism (Londra: Bodley Head, 2023). Si veda “Critique of Techno-Feudal Reason” di Evgeny Morozov, New Left Review 133/4 (gennaio-aprile 2022): 89-127, per una delle prime demolizioni sia del termine che del suo presunto contenuto.
- ↩ L’argomentazione qui presentata si basa su Costas Lapavitsas, “A Topography of the New Dollar Imperialism”, New Left Review , n. 157 (gennaio-febbraio 2026): 107-35, e Costas Lapavitsas, “The Dollar and the F-35: Balance-Sheet Imperialism”, Working Paper n. 272, Dipartimento di Economia, SOAS University of London, gennaio 2026.
- ↩ VI Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (Londra: Penguin Classics, 2010 [1916]).
- ↩ Rudolf Hilferding, Capitale finanziario (Londra: Routledge & Kegan Paul, 1981 [1910]).
- ↩ Per una descrizione concisa dei legami tra la teoria marxista classica dell’imperialismo e la teoria della dipendenza, si veda John Bellamy Foster, “ The New Denial of Imperialism on the Left ”, Monthly Review 76, n. 6 (novembre 2024): 1–32.
- ↩ Paul A. Baran, L’economia politica della crescita (New York: Monthly Review Press, 1957).
- ↩ Harry Magdoff, L’era dell’imperialismo (New York: Monthly Review Press, 1969) e Harry Magdoff, L’imperialismo senza colonie (New York: Monthly Review Press, 2003).
- ↩ John Smith, L’imperialismo nel XXI secolo (New York: Monthly Review Press, 2016).
- ↩ Utsa Patnaik e Prabhat Patnaik, Capitale e imperialismo: teoria, storia e presente (New York: Monthly Review Press, 2021)
- ↩ Robert W. Cox, Produzione, potere e ordine mondiale: forze sociali nella creazione della storia (New York: Columbia University Press, 1987).
- ↩ Nicos Poulantzas, Classi nel capitalismo contemporaneo (Londra: Verso, 1975 [1974]).
- ↩ Leo Panitch e Sam Gindin, La creazione del capitalismo globale: L’economia politica dell’impero americano (Londra: Verso, 2012).
- ↩ Michael Hudson, Super Imperialismo: La strategia economica dell’impero americano (Londra: Pluto Press, 2003 [2a ed.]).
- ↩ Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, Rapporto sugli investimenti mondiali 2013 – Catene del valore globali: investimenti e commercio per lo sviluppo (Ginevra: Nazioni Unite, 2013), unctad.org.
- ↩ Carol Bertaut, Bastian von Beschwitz e Stephanie Curcuru, “ Note FEDS: Il ruolo internazionale del dollaro statunitense – Edizione 2025 ”, Consiglio dei governatori del Sistema della Federal Reserve, 18 luglio 2025.
- ↩ Hilferding, Capitale finanziario .
- ↩ Calcolo dell’autore basato sui dati Orbis; vedi Tabella 1 in Lapavitsas, “The Dollar and the F-35: Balance-Sheet Imperialism”.
- ↩ Bertaut, von Beschwitz e Curcu, Il ruolo internazionale del dollaro statunitense . Vedi anche Patrick McGuire, Goetz von Peter e Sony Zhu, ” La finanza internazionale attraverso la lente delle statistiche della BRI: la portata globale delle valute “, BIS Quarterly Review (giugno 2024).
- ↩ Katharina Pistor, Il codice del capitale: come la legge crea ricchezza e disuguaglianza (Princeton: Princeton University Press, 2019).
- ↩ Lapavitsas, “Il dollaro e l’F-35: imperialismo di bilancio”, Tabella 2.
- ↩ Lapavitsas, “Una topografia del nuovo imperialismo del dollaro”.
- ↩ Lapavitsas, “Una topografia del nuovo imperialismo del dollaro”.
- ↩ Hilferding, Capitale finanziario .
- ↩ Lapavitsas, “Il dollaro e l’F-35: imperialismo di bilancio.”
- ↩ Krystian Bua, Giovanni Dosi, Costas Lapavitsas e Maria Enrica Virgillito, “La finanziarizzazione aziendale nell’era dei gestori patrimoniali: tratti emergenti dell’imperialismo finanziario”, Working Paper n. 273, Dipartimento di Economia, SOAS University of London, marzo 2026.
- Bruno Bonizzi, Annina Kaltenbrunner e Jeff Powell, “ La finanziarizzazione subordinata nelle economie capitaliste emergenti ”, Greenwich Papers in Political Economy n. 23044, Greenwich Political Economy Research Centre, Università di Greenwich, 2019.
- ↩ Bryan Hardy, Felipe E. Saffie e Ina Simonovska, “ Collegamenti finanziari tra imprese e trasmissione del rischio in dollari ”, NBER Working Paper n. 31078, National Bureau of Economic Research, Washington, DC, 2023.
- ↩ Annina Kaltenbrunner e Juan Pablo Painceira, “Integrazione finanziaria subordinata e finanziarizzazione nelle economie capitaliste emergenti: l’esperienza brasiliana”, New Political Economy 23, n. 3 (2018): 290–313.
- ↩ Lapavitsas, “Il dollaro e l’F-35: imperialismo di bilancio.”
- ↩ Gilad Isaacs e Annina Kaltenbrunner, “Financializzazione e liberalizzazione: le nuove forme di vulnerabilità esterna del Sudafrica”, Competition and Change 22, n. 4 (2018): 437–63.
- ↩ Lapavitsas, “Il dollaro e l’F-35: imperialismo di bilancio”; Bruno Venditti, “Classifica: quota globale del valore manifatturiero, per paese”, Visual Capitalist, 2 maggio 2025, visualcapitalist.com; Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale, Annuario internazionale delle statistiche industriali , 2023.
ANALISI by ChatGPT 4-9-26
Ho analizzato il saggio di Costas Lapavitsas, U.S. Imperialism Resurgent nel contesto del numero speciale di Monthly Review dedicato alla crisi strutturale del capitale. La rivista lo colloca esplicitamente all’incrocio fra imperialismo, guerra, marxismo, fascismo, stagnazione ed economia politica; è pubblicato nel vol. 78, n. 3, luglio-agosto 2026. (Monthly Review)
Il testo è particolarmente importante per il tuo archivio perché costituisce, insieme a Foster, Patnaik e Toporowski, uno dei quattro assi interpretativi del numero: crisi strutturale → stagnazione → finanziarizzazione → imperialismo.
SCHEDA DI ANALISI E SOGGETTAZIONE
1. Descrizione bibliografica
Autore: Costas Lapavitsas
Titolo: U.S. Imperialism Resurgent
Fonte: Monthly Review, vol. 78, n. 3, luglio-agosto 2026
Data: luglio 2026
Sezione: Article
Geografia assegnata dalla rivista: Stati Uniti
Soggetti ufficiali: Imperialism; Empire; War; Marxism; Fascism; Political Economy; Stagnation. (Monthly Review)
Testo originale su Monthly Review
Tipologia: saggio di economia politica marxista e analisi geopolitica dell’imperialismo contemporaneo.
2. Focus / Subject
Occhiello
Il ritorno aggressivo dell’imperialismo statunitense non è un’anomalia della politica estera di Trump, ma l’espressione geopolitica di una trasformazione strutturale del capitalismo statunitense: alla perdita di primato produttivo corrispondono la persistenza della supremazia del dollaro, l’espansione del capitale finanziario e un crescente ricorso alla coercizione economica e militare.
Subject
Il vero oggetto del saggio non è semplicemente la politica estera di Trump.
È il rapporto fra:
declino della supremazia produttiva USA
e
persistenza della supremazia finanziaria e monetaria USA.
Da qui deriva la tesi centrale:
gli Stati Uniti conservano una posizione imperiale globale nonostante l’erosione della loro superiorità produttiva, perché il dollaro, il sistema finanziario e la capacità militare dello Stato costituiscono un apparato integrato di dominio.
3. Tesi centrale
La struttura fondamentale dell’argomento è:
declino relativo della produzione USA
↓
persistenza della centralità del dollaro
↓
potere finanziario internazionale
↓
sanzioni / controllo dei flussi finanziari
↓
coercizione economica
↓
forza militare
↓
imperialismo statunitense rinnovato.
Questa è la chiave di lettura dell’intero saggio.
Lapavitsas non sostiene quindi che l’imperialismo americano sia semplicemente “tornato”.
La sua tesi è più precisa:
l’imperialismo non era scomparso; sono cambiate le basi materiali e gli strumenti attraverso cui viene esercitato.
Questo punto è coerente anche con una recente intervista di Lapavitsas, nella quale egli insiste sul fatto che l’imperialismo rimane incorporato nel capitalismo, pur avendo mutato forme e meccanismi. (Truthout)
4. La struttura concettuale fondamentale: dollaro + F-35
La formula più efficace dell’articolo è quella ripresa dalla stessa Monthly Review:
“The dollar and the F-35—monetary coercion and military power—are two moments of a single structure of domination.” (Monthly Review)
È una proposizione che dovrebbe essere centrale nell’indicizzazione.
Dollaro
→ coercizione monetaria e finanziaria
F-35
→ coercizione militare
Insieme
→ struttura dell’imperialismo contemporaneo.
Questa relazione è molto importante perché impedisce di studiare separatamente:
imperialismo finanziario
e
imperialismo militare.
Per Lapavitsas sono due dimensioni dello stesso rapporto di potere.
5. Imperialismo: continuità e trasformazione
Il primo problema teorico affrontato è quello della definizione di imperialismo.
Lapavitsas parte dalla tradizione marxista classica:
- Hilferding;
- Lenin;
- Bukharin;
- Luxemburg.
L’elemento permanente è:
capitalismo → accumulazione internazionale → estrazione di surplus → potere statale → coercizione.
Ma la forma storica cambia.
L’imperialismo contemporaneo non coincide con:
- annessione territoriale;
- amministrazione coloniale diretta;
- occupazione permanente;
- governo formale delle colonie.
È sempre più basato su:
- finanza;
- valuta internazionale;
- sanzioni;
- infrastrutture finanziarie;
- tecnologia;
- diritto;
- catene produttive;
- controllo militare.
6. Il concetto di “dollar imperialism”
Questo è probabilmente il concetto più originale e più importante per il thesaurus.
Imperialismo del dollaro
Il potere statunitense deriva dalla capacità di utilizzare la centralità internazionale della propria moneta per esercitare coercizione economica e finanziaria.
Il dollaro permette agli Stati Uniti di influenzare:
- pagamenti internazionali;
- riserve valutarie;
- credito;
- mercati finanziari;
- accesso alla liquidità;
- sanzioni;
- transazioni internazionali.
Il dollaro è dunque qualcosa di più di una valuta di riserva.
È una infrastruttura del potere imperiale.
7. Il paradosso fondamentale
Qui si trova il cuore teorico dell’articolo.
Da un lato:
USA → perdita di primato produttivo.
Dall’altro:
USA → persistente primato monetario-finanziario.
La Monthly Review sintetizza questa contraddizione sottolineando la relazione fra predominio del dollaro e militarismo. (Monthly Review)
Questa è una configurazione storicamente particolare:
1945
potenza produttiva + potenza finanziaria + potenza militare
XXI secolo
potenza produttiva relativa ↓
ma
potenza monetaria/finanziaria + potenza militare → ancora enormi.
Quindi il potere imperiale viene progressivamente sganciato dalla superiorità produttiva diretta.
8. Dalla supremazia produttiva alla supremazia finanziaria
Questo passaggio è essenziale.
Nel secondo dopoguerra gli Stati Uniti possedevano contemporaneamente:
- enorme capacità industriale;
- tecnologia;
- capitale;
- dollaro;
- apparato militare.
La globalizzazione neoliberale ha però contribuito alla delocalizzazione della produzione.
Ne deriva:
produzione industriale USA ↓
mentre:
multinazionali USA + finanza USA + dollaro → persistono globalmente.
Il risultato è una forma di imperialismo nella quale:
il potere finanziario e istituzionale dello Stato compensa in parte la perdita della superiorità produttiva.
9. “Balance-sheet imperialism”
Questo concetto è strettamente collegato al precedente.
Lapavitsas parla di balance-sheet imperialism, cioè di un imperialismo fondato sul ruolo del bilancio dello Stato e, soprattutto, della Federal Reserve nel sistema monetario mondiale.
Il meccanismo può essere rappresentato così:
dollaro
↓
Federal Reserve
↓
liquidità internazionale
↓
swap lines
↓
accesso differenziato alla liquidità
↓
dipendenza dalle infrastrutture finanziarie USA.
Il potere imperiale si esercita quindi anche attraverso la capacità di decidere chi può avere accesso alla liquidità di ultima istanza internazionale.
10. Federal Reserve come istituzione imperiale
Questo è uno dei passaggi più interessanti per la tua indicizzazione.
La Federal Reserve non è soltanto:
banca centrale degli Stati Uniti.
Nel sistema internazionale svolge una funzione più ampia.
Attraverso:
- dollaro;
- mercati finanziari;
- swap lines;
- liquidità;
- regolazione finanziaria;
può diventare una componente della governance gerarchica del capitalismo mondiale.
Questo collega direttamente:
politica monetaria
a
imperialismo.
Ed è qui che l’articolo di Lapavitsas si collega in modo molto forte a quello di Toporowski che abbiamo appena analizzato.
11. Sanzioni economiche
Le sanzioni rappresentano il passaggio intermedio fra:
potere monetario
e
potere militare.
Il meccanismo è:
dollaro → esclusione finanziaria → paralisi economica → pressione politica.
Le sanzioni consentono quindi agli Stati Uniti di esercitare una forma di coercizione internazionale senza ricorrere immediatamente alla guerra.
Ma il saggio insiste sul fatto che questa distinzione può essere ingannevole.
Quando la coercizione finanziaria non basta:
sanzioni → escalation → forza militare.
12. Iran come caso paradigmatico
L’Iran costituisce il caso empirico più importante dell’articolo.
La sequenza interpretativa è:
sanzioni
↓
esclusione dal sistema finanziario internazionale
↓
indebolimento economico
↓
pressione sullo Stato iraniano
↓
intervento militare USA-Israele
↓
tentativo di ristrutturazione geopolitica dell’area.
L’Iran serve quindi a Lapavitsas come caso di studio del passaggio dall’imperialismo monetario a quello militare.
13. Un nuovo colonialismo?
Una questione fondamentale è se questa strategia debba essere considerata una nuova forma di colonialismo.
Lapavitsas suggerisce una differenza importante.
Il vecchio colonialismo tendeva a:
conquistare → amministrare → governare direttamente.
Il nuovo imperialismo tende invece a:
coercire → destabilizzare → subordinare → controllare le condizioni dell’integrazione nel sistema mondiale.
Non occorre quindi necessariamente possedere formalmente il territorio.
È sufficiente controllarne:
- finanza;
- risorse;
- infrastrutture;
- commercio;
- tecnologia;
- sicurezza.
14. Il concetto di “vassal state”
Questo è un concetto importante per l’analisi.
L’obiettivo non sarebbe necessariamente l’annessione territoriale, ma la trasformazione dello Stato colpito in uno Stato subordinato/vassallo dell’ordine imperiale.
Questo modello permette di distinguere:
imperialismo formale
da
imperialismo informale.
Il secondo è particolarmente importante per comprendere il capitalismo contemporaneo.
15. Trump non rompe con l’imperialismo
Questo è un punto politico molto importante.
La retorica:
America First
potrebbe sembrare isolazionista.
Lapavitsas mostra invece che:
nazionalismo economico ≠ anti-imperialismo.
Il trumpismo non significa necessariamente:
ritiro dagli affari mondiali.
Può significare:
uso più diretto e aggressivo del potere statale per difendere gli interessi capitalistici USA.
La conseguenza è un imperialismo:
- più transazionale;
- più coercitivo;
- meno multilaterale;
- più esplicitamente nazionalista.
16. La differenza rispetto all’ordine liberale
Il modello precedente era basato sulla costruzione di un ordine multilaterale:
- NATO;
- FMI;
- Banca Mondiale;
- WTO;
- alleanze;
- accordi commerciali.
Trump tende a privilegiare:
bilateralismo + coercizione + tariffe + minaccia militare.
Questo non significa però che l’ordine imperiale sia scomparso.
Significa che gli strumenti dell’egemonia vengono ricalibrati.
17. Imperialismo e stagnazione
Qui l’articolo entra direttamente nella problematica del numero speciale.
La rivista classifica infatti il saggio anche sotto stagnation e political economy. (Monthly Review)
La relazione è:
stagnazione delle economie mature
↓
riduzione delle opportunità di investimento produttivo
↓
espansione finanziaria
↓
competizione internazionale più aggressiva
↓
imperialismo.
L’imperialismo diventa così anche una risposta alla crisi della riproduzione capitalistica.
18. Finanziarizzazione e imperialismo
Questo è uno dei nodi più importanti dell’intero testo.
La finanziarizzazione non è semplicemente:
crescita quantitativa della finanza.
È anche:
trasformazione del rapporto fra Stato, capitale e sistema mondiale.
La finanza permette agli Stati Uniti di mantenere un potere internazionale sproporzionato rispetto alla loro capacità produttiva.
Quindi:
financialization → imperial power
ma anche:
imperial power → financialization.
È una relazione circolare.
19. Il rapporto con Baran e Sweezy
Qui il collegamento con il tuo corpus è molto interessante, ma va formulato con precisione.
Baran-Sweezy
monopolio → surplus → stagnazione
↓
difficoltà di assorbimento
↓
finanza / spesa militare / imperialismo.
Lapavitsas
stagnazione
↓
finanziarizzazione
↓
potere monetario
↓
imperialismo finanziario
↓
militarismo.
I due percorsi convergono nel punto:
la stagnazione interna contribuisce a rendere sempre più importante la dimensione finanziaria e geopolitica dell’accumulazione.
20. Il rapporto con Foster
L’articolo si integra quasi perfettamente con The Global Structural Crisis of Capital.
Foster
crisi strutturale
→ stagnazione
→ finanziarizzazione
→ imperialismo
→ guerra
→ crisi ecologica.
Lapavitsas
stagnazione
→ finanziarizzazione
→ dollar dominance
→ coercizione
→ imperialismo
→ militarismo.
Possiamo quindi considerare Foster come il quadro sistemico generale, mentre Lapavitsas sviluppa in profondità il meccanismo geopolitico-finanziario.
21. Il rapporto con Toporowski
Il collegamento è ancora più diretto.
Toporowski
La politica monetaria:
non riesce necessariamente a stimolare l’investimento produttivo
↓
espansione finanziaria.
Lapavitsas
L’espansione finanziaria:
rafforza il potere internazionale del dollaro
↓
coercizione monetaria
↓
imperialismo.
Quindi si può costruire questa catena:
stagnazione → debole investimento → finanziarizzazione → dollar dominance → imperialismo.
È un collegamento concettuale di grande valore per la rete semantica di 42rosso.
22. Militarismo
Il militarismo non appare nel testo come fenomeno autonomo.
È l’altra faccia del potere monetario.
Dollar power
e
military power
sono complementari.
Questo significa che il Pentagono non è semplicemente uno strumento di politica estera.
È parte della struttura materiale che garantisce l’ordine monetario-finanziario internazionale.
23. Il rischio di guerra sistemica
Lapavitsas porta il ragionamento fino al limite:
declino relativo USA
ascesa di potenze concorrenti
persistenza dell’egemonia monetaria USA
militarizzazione
=
rischio di conflitto fra grandi potenze.
Qui emerge il parallelo con la situazione precedente al 1914.
Non significa che la storia si ripeta meccanicamente.
Significa che la combinazione:
transizione egemonica + rivalità intercapitalistica + militarismo
produce una situazione strutturalmente pericolosa.
24. Cina
La Cina costituisce implicitamente il grande sfondo strategico del saggio.
Il problema è che gli Stati Uniti devono affrontare una potenza che:
- possiede una enorme base produttiva;
- dispone di crescente capacità tecnologica;
- possiede crescente potenza militare;
- può sviluppare alternative alle infrastrutture finanziarie occidentali.
Questo rende la posizione statunitense più fragile.
Il problema fondamentale diventa quindi:
come mantenere un sistema monetario egemonizzato dagli USA quando la base produttiva del sistema non è più concentrata negli Stati Uniti?
Questa è probabilmente la contraddizione geopolitica fondamentale individuata da Lapavitsas.
25. Una contraddizione strutturale
Possiamo formularla in maniera estremamente sintetica:
Il dollaro conserva una centralità globale superiore a quella che sarebbe spiegabile dalla posizione produttiva relativa degli Stati Uniti.
Da qui:
potere monetario ≠ potere produttivo.
E quindi:
potere monetario + potere militare → compensazione geopolitica del declino produttivo relativo.
È questa la struttura dell’imperialismo resurgent.
26. Struttura logica del testo
DECLINO RELATIVO DELLA PRODUZIONE USA
│
↓
STAGNAZIONE / FINANZIARIZZAZIONE
│
↓
PERSISTENZA DEL DOLLARO
│
↓
DOMINIO MONETARIO-FINANZIARIO
│
┌─────────┴─────────┐
↓ ↓
Sanzioni Swap lines
↓ ↓
coercizione dipendenza
finanziaria finanziaria
│ │
└─────────┬─────────┘
↓
DOLLAR IMPERIALISM
│
↓
COERCIZIONE POLITICA
│
↓
FORZA MILITARE
│
↓
IMPERIALISMO RESURGENT
│
┌─────────┴─────────┐
↓ ↓
IRAN CINA
│ │
↓ ↓
destabilizzazione rivalità strategica
│ │
└─────────┬─────────┘
↓
MILITARIZZAZIONE
│
↓
RISCHIO DI GUERRA
TRA GRANDI POTENZE
27. Nucleo teorico
Il testo può essere ricondotto a cinque proposizioni fondamentali.
1.
L’imperialismo è una forma storicamente determinata dell’accumulazione capitalistica mondiale.
2.
L’imperialismo contemporaneo non richiede il colonialismo diretto.
3.
La centralità del dollaro costituisce una forma di potere imperiale.
4.
Il potere finanziario e quello militare sono complementari.
5.
La perdita del primato produttivo statunitense rende più aggressiva e potenzialmente instabile la difesa dell’egemonia americana.
28. Autori e tradizioni da indicizzare
Tradizione marxista classica
- Rudolf Hilferding
- Vladimir Lenin
- Nikolai Bukharin
- Rosa Luxemburg
Tradizione contemporanea
- Costas Lapavitsas
- John Bellamy Foster
- Prabhat Patnaik
- Jan Toporowski
Concetti teorici
- imperialismo;
- capitale finanziario;
- monopolio;
- stagnazione;
- finanziarizzazione;
- egemonia;
- moneta internazionale;
- dollaro;
- coercizione finanziaria;
- militarismo;
- guerra;
- transizione egemonica.
29. DESCRIZIONE SEMANTICA
SUBJECT
Trasformazione e riemersione dell’imperialismo statunitense nella fase del capitalismo monopolistico-finanziario, caratterizzata dalla perdita relativa della supremazia produttiva USA e dalla persistenza della centralità internazionale del dollaro; integrazione di potere monetario, finanziario e militare come struttura di coercizione e dominio globale.
Contesto tematico
- imperialismo statunitense;
- dollar dominance;
- dollar imperialism;
- balance-sheet imperialism;
- capitale finanziario;
- finanziarizzazione;
- stagnazione;
- monopolio;
- coercizione economica;
- sanzioni;
- Federal Reserve;
- swap lines;
- militarismo;
- guerra;
- egemonia;
- transizione egemonica;
- Cina;
- Iran;
- Trump;
- MAGA;
- fascismo.
Contesto disciplinare
Economia politica marxista; teoria dell’imperialismo; economia monetaria internazionale; teoria della finanziarizzazione; geopolitica critica; teoria del capitalismo monopolistico-finanziario.
Contesto geografico
Globale, con fulcro negli:
- Stati Uniti;
- Medio Oriente;
- Iran;
- Cina;
- sistema finanziario internazionale.
Contesto temporale
1945–2026, con particolare attenzione a:
- egemonia USA postbellica;
- crisi degli anni Settanta;
- neoliberalismo;
- globalizzazione;
- finanziarizzazione;
- crisi del 2007–09;
- prima amministrazione Trump;
- seconda amministrazione Trump;
- fase 2025–26.
30. THESAURUS
Suggerirei questi termini preferenziali.
| Termine preferenziale | Termini associati |
|---|---|
| Imperialismo statunitense | U.S. imperialism |
| Imperialismo del dollaro | dollar imperialism |
| Imperialismo di bilancio | balance-sheet imperialism |
| Egemonia del dollaro | dollar dominance |
| Coercizione finanziaria | financial coercion |
| Coercizione monetaria | monetary coercion |
| Capitale finanziario | financial capital |
| Finanziarizzazione | financialization |
| Potere monetario | monetary power |
| Potere militare | military power |
| Militarismo | militarization |
| Sanzioni economiche | economic sanctions |
| Federal Reserve | banca centrale USA |
| Swap lines | liquidità internazionale |
| Imperialismo informale | subordinazione geopolitica |
| Transizione egemonica | hegemonic transition |
| Declino relativo degli Stati Uniti | U.S. relative decline |
| Stagnazione | stagnation |
| Rivalità intercapitalistica | great-power rivalry |
| Guerra tra grandi potenze | great-power war |
31. RELAZIONI SEMANTICHE DA CREARE
Per il tuo progetto di rete semantica, questo testo suggerisce alcune relazioni particolarmente forti.
RELAZIONI CAUSALI
Declino produttivo USA → finanziarizzazione
Finanziarizzazione → potere del dollaro
Potere del dollaro → coercizione finanziaria
Coercizione finanziaria → sanzioni
Sanzioni → pressione politica
Pressione politica → militarizzazione
Militarizzazione → imperialismo
RELAZIONI STRUTTURALI
Dollaro ↔ Federal Reserve
Dollaro ↔ finanza internazionale
Dollaro ↔ sanzioni
Dollaro ↔ potere militare
Finanziarizzazione ↔ stagnazione
Imperialismo ↔ accumulazione mondiale
RELAZIONI GEOPOLITICHE
USA ↔ Cina
USA ↔ Iran
USA ↔ sistema monetario internazionale
USA ↔ egemonia globale
32. COLLOCAZIONE NEL CORPUS DI 42ROSSO
Questo testo dovrebbe essere collocato in una posizione molto alta nella rete relativa a:
IMPERIALISMO
con quattro diramazioni principali:
IMPERIALISMO
│
├── Imperialismo classico
│ ├── Hilferding
│ ├── Lenin
│ ├── Bukharin
│ └── Luxemburg
│
├── Imperialismo statunitense
│ ├── Egemonia USA
│ ├── Dollaro
│ ├── Militarismo
│ └── Sanzioni
│
├── Imperialismo finanziario
│ ├── Finanziarizzazione
│ ├── Capitale finanziario
│ ├── Dollar imperialism
│ └── Balance-sheet imperialism
│
└── Imperialismo contemporaneo
├── Trump
├── Cina
├── Iran
├── Nuova Guerra Fredda
└── Transizione egemonica
33. CONNESSIONE CON GLI ALTRI TESTI DEL NUMERO
Qui emerge un aspetto particolarmente interessante per 42rosso.
Il numero di Monthly Review costruisce una sorta di argomentazione collettiva, nella quale i diversi articoli analizzano aspetti differenti della stessa crisi. La pagina ufficiale del numero colloca infatti nello stesso fascicolo Foster, Patnaik, Bellofiore e Vertova, Lapavitsas e Toporowski. (Monthly Review)
Possiamo costruire questa matrice:
| Autore | Problema principale | Variabile chiave |
|---|---|---|
| Foster | crisi strutturale | limiti del capitale |
| Patnaik | crisi economica | stagnazione + imperialismo |
| Bellofiore/Vertova | crisi permanente | capitalismo post-neoliberale |
| Lapavitsas | imperialismo | dollaro + militarismo |
| Toporowski | politica monetaria | investimento + finanza |
Quindi:
Foster = quadro generale
Patnaik = dimensione economica/imperiale
Lapavitsas = dimensione geopolitico-finanziaria
Toporowski = dimensione monetaria
Bellofiore/Vertova = trasformazione del regime di accumulazione.
Questa struttura è estremamente utile per la futura rete semantica di 42rosso.
34. CONFRONTO CON BARAN-SWEEZY
C’è inoltre una relazione teorica molto interessante:
Baran-Sweezy
surplus crescente
→ difficoltà di assorbimento
→ stagnazione
→ spesa militare / finanza / imperialismo.
Lapavitsas
stagnazione
→ finanziarizzazione
→ potere monetario
→ imperialismo
→ militarismo.
La direzione causale non è identica.
Questo va mantenuto nel thesaurus.
Non registrerei “imperialismo = conseguenza della stagnazione” come relazione universale.
Registrerei invece:
STAGNATION → RELATED TO → FINANCIALIZATION → RELATED TO → IMPERIALISM
lasciando la causalità come interpretazione specifica di Lapavitsas, non come relazione ontologica del thesaurus.
35. VALUTAZIONE CRITICA
Punti di forza
1. Forte integrazione fra economia e geopolitica
Il pregio maggiore è evitare la separazione fra:
economia internazionale
e
politica internazionale.
La finanza è trattata come potere politico.
2. Concetto di dollar imperialism
È probabilmente il contributo concettuale più forte.
Permette di interpretare la centralità del dollaro non semplicemente come vantaggio economico, ma come rapporto gerarchico internazionale.
3. Connessione dollaro–militare
La formula:
dollar + F-35
è una sintesi molto efficace del rapporto fra:
coercizione economica
e
coercizione militare.
4. Superamento della concezione territoriale dell’imperialismo
Il saggio mostra perché imperialismo e colonialismo non siano sinonimi.
5. Collegamento con la stagnazione
La dimensione imperialista viene inserita nella dinamica del capitalismo maturo, non spiegata semplicemente attraverso la “cattiva politica estera” di un governo.
36. LIMITI CRITICI
Qui, per un archivio con ambizioni accademiche, farei alcune precisazioni.
A. Rischio di sovrastimare il rapporto stagnazione → imperialismo
Il passaggio:
stagnazione → finanziarizzazione → aggressività imperialista
è teoricamente plausibile, ma non dovrebbe essere trasformato in una relazione meccanica.
Gli Stati Uniti possiedono interessi geopolitici, strategici e di sicurezza che non sono riducibili alla necessità di compensare la stagnazione.
B. Il dollaro non è sostenuto soltanto dalla coercizione
La centralità del dollaro dipende anche da:
- profondità dei mercati finanziari USA;
- liquidità;
- dimensione dei Treasury;
- rete istituzionale;
- effetti di rete;
- fiducia;
- inerzia storica;
- ruolo nelle transazioni internazionali.
Il concetto di dollar imperialism coglie una dimensione reale, ma rischia di diventare riduttivo se interpretato come spiegazione esaustiva della supremazia del dollaro.
C. Il rapporto USA–Cina richiede maggiore articolazione
La Cina non è soltanto un “challenger” esterno.
È anche profondamente integrata nelle strutture del capitalismo globale.
Esiste quindi una relazione contraddittoria:
competizione geopolitica
interdipendenza economica.
Questo elemento meriterebbe maggiore elaborazione.
37. GIUDIZIO COMPLESSIVO
Rilevanza per 42rosso: ALTISSIMA.
Rilevanza teorica: ALTISSIMA.
Funzione archivistica: testo-quadro sull’imperialismo finanziario statunitense contemporaneo.
Concetto dominante
IMPERIALISMO DEL DOLLARO
Concetti subordinati
Finanziarizzazione → egemonia monetaria → coercizione finanziaria → militarismo → imperialismo.
Collegamenti prioritari
Lenin – Hilferding – Bukharin – Luxemburg
↕
Baran – Sweezy
↕
Foster
↕
Lapavitsas
↕
Toporowski
Formula sintetica per il catalogo 42rosso
Suggerirei di utilizzare come descrizione breve:
Analisi dell’imperialismo statunitense contemporaneo come struttura integrata di potere monetario-finanziario e militare. Lapavitsas interpreta la persistenza dell’egemonia del dollaro, nonostante il declino relativo della supremazia produttiva USA, come base del “dollar imperialism” e del “balance-sheet imperialism”, nei quali sanzioni, controllo finanziario e forza militare operano congiuntamente. La crescente rivalità fra grandi potenze e la militarizzazione della politica estera vengono ricondotte alle contraddizioni della stagnazione e della finanziarizzazione del capitalismo contemporaneo.
Una precisazione archivistica importante: eviterei di indicizzare il testo semplicemente come “Trump e imperialismo”. Sarebbe riduttivo. Trump è soprattutto la congiuntura politica attraverso cui Lapavitsas osserva una trasformazione più profonda dell’imperialismo statunitense. La categoria primaria dovrebbe quindi essere IMPERIALISMO STATUNITENSE → IMPERIALISMO DEL DOLLARO → FINANZIARIZZAZIONE, con TRUMP come termine contestuale. (Monthly Review)
