Libercomunismo : scienza dell’utopia /e. Brancaccio

Il report contiene presentazione e premessa del libro Libercomunismo, Scienza dell’utopia E.Brancaccio Feltrinelli, 2026 Abstract sintetico, analitico con indici Recensioni (Link e sintesi) di Allegri, Ardeni, Bugli, Petrosillo, Suppa

In un tempo di catastrofi accumulate — economiche, ecologiche, militari — l’economista Emiliano Brancaccio propone una diagnosi radicale: la centralizzazione del capitale in sempre meno mani è la tendenza dominante del nostro tempo, radice di inefficienza, autoritarismo e guerra. Contro la rassegnazione postmoderna e il riformismo inadeguato, Libercomunismo osa sfidare il più grande tabù politico contemporaneo: unire pianificazione collettiva e libertà individuale in un progetto inedito, che raccoglie le promesse tradite tanto dal liberalismo quanto dallo stalinismo. Un’opera scientificamente documentata e politicamente scomoda.

Brancaccio, Emiliano
Libercomunismo : scienza dell’utopia / Emiliano Brancaccio. – Milano : Feltrinelli, 2026. – 174 p. ; 18 cm. – (Idee ; 11).) – [ISBN] 978-88-07-09202-2. – [BNI] 2026-3628.
Soggetti
Capitalismo – Concezione marxista
Classificazione Dewey
330.122 (23.) SISTEMI ECONOMICI. ECONOMIA DELLA LIBERA IMPRESA

Indice
Premessa
1. Zombie communism
2. Tendenza
3. Centralizzazione
4. Inefficienza
5. Esocapitale
6. Scienza capitale
7. Ecologia di mercato
8. Reazione
9. Oltrefascismo
10. Governare la tendenza
11. Momento della guerra
12. Nuovo capitale umano
13. Libercomunismo
Appendice. Il caso dalla necessità
Appunti per un manifesto
Per saperne di più

Presentazione dell’editore

Lo spirito di questo tempo alberga in una tendenza: è la centralizzazione del capitale, un moto inarrestabile che sta concentrando tutto il potere nelle mani di pochi giganti. L’ecologia, la scienza, la politica internazionale sono ormai catturate dall’esocapitale, la “materia oscura” dell’odierno capitalismo centralizzato. Una forza che sfrutta in modi sempre più sofisticati il lavoro e la natura e, al contempo, genera sprechi e inefficienze, trasforma gli individui in capitali umani isolati, consuma dall’interno le istituzioni della democrazia liberale e prepara il terreno a una nuova minaccia: un oltrefascismo transnazionale, in cui la libertà del capitale è destinata a divorare tutte le altre libertà. Contro questo scenario, Libercomunismo apre a una prospettiva inedita: la grande tendenza va affrontata sfidando il più grande tabù politico moderno. Pianificazione collettiva e libertà individuale, finora contrapposte, vanno intese come poli di un unico obiettivo: una lunga lotta per espropriare il grande capitale, democratizzare il controllo delle forze produttive e, al tempo stesso, liberare le energie creative dei singoli individui. Un esercizio scientifico che sfida le ideologie dominanti e invita a concepire una politica all’altezza di questo tempo catastrofico.

Premessa

“Dobbiamo scegliere tra comunismo e comune buon senso” Donald J. Trump 

Questo libro è inattuale e in quanto tale è urgente. Poiché aiuta a capire che le idee prevalenti, di cui questo tempo è orgoglioso, sono destinate a provocare danno, difetto e catastrofe. La proposta che avanzeremo è forse troppo grave per attecchire in un’epoca in cui leggera è persino la ferocia. Tuttavia, se la nuova tesi qui enunciata coverà sotto la cenere abbastanza a lungo, potrà magari tramutare la boria dei liberali in coscienza dell’orrore di cui ci stanno facendo eredi. E così almeno un obiettivo sarà raggiunto. Il punto è questo. Nel mare di sangue della storia siamo già tornati a sguazzare. Eppure l’immersione è stata lenta a sufficienza per indurci all’abitudine. Per non dormire, per non morire, abbiamo allora bisogno di coraggio.

Dobbiamo gettarci nella terrificante realtà empirica dotati di cintura protettiva, come in un bungee jumping nel senso di Lakatos. E dobbiamo trarre da questo tuffo temerario la coscienza storica di una tendenza verso l’abisso: nel gergo di Marx, una spettacolare centralizzazione del capitale. Moto documentato, che qui scopriamo connesso in modo inedito alla dinamica del profitto. Tendenza che concentra il potere nelle mani di pochi barbari, come mai era avvenuto nella storia contemporanea. In un dibattito col sottoscritto, l’ex capo economista del FMI Olivier Blanchard ha sostenuto che per evitare una catastrofe servirebbe una “rivoluzione keynesiana”. Per il premio Nobel Joseph Stiglitz ci vorrebbe un “capitalismo progressista”. Per la Lincea Mariana Mazzucato, l’ideale sarebbe un capitalismo “mission oriented”. Per il fondatore del World Inequality Lab Thomas Piketty è tempo di un nuovo compromesso “socialista”, fondato sulla redistribuzione fiscale. E in un altro confronto col sottoscritto, il premio Nobel Daron Acemoglu ha citato le passate “socialdemocrazie” nordeuropee quale esempio per una politica del futuro. Varie proposte di buon senso, certo. Ma che risultano accomunate da un limite. Non si misurano col fatto che la tendenza del capitale è oggi così violenta da inibire certi compromessi. Come ammesso persino dall’ex primo ministro Mario Monti, in un altro dibattito con me: liberato dal pungolo della minaccia rossa, il capitale avanza indisturbato come belva uncontested, priva di rivali. E così pian piano distrugge i diritti della persona, fino a rendere la liberaldemocrazia capitalista un ossimoro, una grottesca contraddizione in termini. Con questa tendenza demolitrice del capitale è tempo che tutti ci misuriamo apertamente. Ecco perché dall’evidenza scientifica noi qui trarremo una somiglianza politica tanto sconcertante quanto documentata: i liberali ormai condividono alcuni tratti essenziali con gli stalinisti. Gli uni e gli altri avevano infatti annunciato magnifiche sorti e progressive per l’intero genere umano: un futuro fatto di prosperità, di libertà, di pace per tutti. Gli uni e gli altri hanno compiuto massacri per muovere la storia nella direzione che avevano indicato. Gli uni e gli altri, alla fine, hanno tradito le loro promesse. Tutte seppellite tra le macerie del crollo dei due grandi muri: Berlino 1989, Wall Street 2008. Uno sconfinato cimitero di speranze dalle cui polveri stanno risorgendo nuovi mostri di Goya, alfieri di un inferno all’orizzonte dal nome evocativo: oltrefascismo. Scongiurare questa agghiacciante prospettiva richiede un atto razionale, fino ad oggi mai sperimentato. Per vendicare le promesse tradite bisogna non negare ma raccogliere e trarre spregiudicata sintesi dalle rispettive eredità. Dai liberali, l’obiettivo mancato della libertà individuale. Dagli stalinisti, l’ambizione traviata del piano collettivo. Finora pigramente considerate immiscibili come acqua e mercurio, pianificazione collettiva e libertà individuale possono unificarsi. All’estremo della grande tendenza, sul crocevia che ci attende: tra crisi, catastrofe, riforma e rivoluzione.


Schede sintetico-analitiche per capitolo

Premessa Brancaccio dichiara l'”inattualità urgente” del libro. Il punto di partenza è il fallimento convergente di liberali e stalinisti, entrambi promettitori di magnifiche sorti, entrambi traditori. Dalla rovina dei due “muri” — Berlino 1989, Wall Street 2008 — emergono i “nuovi mostri di Goya”. La proposta: sintetizzare le eredità contrapposte, combinando libertà individuale e piano collettivo. Il tono è deliberatamente provocatorio e il metodo si richiama al “bungee jumping epistemologico” di Lakatos: immergersi nella realtà empirica con una cintura teorica solida.

Cap. 1 – Zombie communism Il comunismo è dichiarato morto ma viene continuamente “riammazzato”: segno che la sua carica sovversiva non si è estinta. I sondaggi globali, specie tra i giovani, segnalano una risorgente simpatia per l’idea comunista, alimentata dalla crescente disuguaglianza. Brancaccio rovescia l’immagine dello “spettro” di Marx/Derrida: il comunismo non è fantasma ma zombie, morto che cammina e che spaventa i potenti. La spiegazione di questo persistente terrore va cercata non nella psicologia ma nella struttura del capitalismo contemporaneo.

Cap. 2 – Tendenza Capitolo metodologico fondamentale. Il postmodernismo di Lyotard, criticando le “grandi narrazioni”, ha finito per seppellire anche lo studio scientifico delle tendenze storiche, aprendo la via all’irrazionalismo politico e agli “stregoni” della politica. Fukuyama ne è il caso estremo. Anche critici come Habermas, Streeck, Klein, Chomsky, Žižek, sostiene Brancaccio, non riescono a cogliere le “leggi di tendenza” del sistema. Il risultato: incapacità di spiegare le catastrofi, e ritorno alla politica come religione.

Cap. 3 – Centralizzazione Cuore empirico del libro. Brancaccio presenta le proprie ricerche (2018 e successive) sulla centralizzazione del capitale a livello globale, misurata attraverso la “network analysis”: oltre l’80% del capitale azionario mondiale è controllato da meno dell’1% degli azionisti, e la quota si riduce ulteriormente nel tempo. La tendenza è documentata storicamente e risulta accelerata nelle fasi di crisi. Persino Acemoglu, avversario teorico, è costretto a riconoscerla. La centralizzazione si manifesta sia attraverso acquisizioni dirette (il “pesce grosso mangia il piccolo”) sia attraverso la dissociazione tra proprietà formale e controllo effettivo.

Cap. 4 – Inefficienza Il capitalismo centralizzato smentisce empiricamente il “teorema della mano invisibile” di Adam Smith. I monopoli e gli oligopoli dominanti rendono obsoleta l’idea di concorrenza perfetta: i prezzi non si abbassano, la sovranità dei consumatori è una fiaba. L’anti-trust è un “pannicello caldo” (Galbraith), e la “contendibilità” dei mercati (Baumol, Blanchard) è una vaga fantasia. L’inefficienza non è accidentale ma strutturalmente prodotta dalla tendenza centralizzatrice.

Cap. 5 – Esocapitale Capitolo teorico originale. Brancaccio introduce il concetto di “esocapitale”: l’enorme massa di potere produttivo e di processi economici che si sviluppano al di fuori della normale contabilità dei prezzi capitalistici, condizionandola dall’esterno. La centralizzazione genera padroni senza proprietà il cui potere non è misurabile nei prezzi. L’esocapitale è “materia oscura” del capitalismo contemporaneo: sfugge alla contabilità ma determina tutto. La conseguenza paradossale: il capitale accentrato è potenza monopolista ma resta miope sul futuro, soggiogato dall’appetito dei piccoli rentier.

Cap. 6 – Scienza capitale La colonizzazione capitalistica della scienza. Brancaccio riprende Merton (1942) sul “comunismo degli scienziati” per mostrarne il rovesciamento: privatizzazione della ricerca, brevetti, “job market” degli scienziati, profitti alti e immediati come unico criterio. Il risultato è un declino storico dell’innovazione “dirompente” (studi di Bloom, Park su Nature), una distribuzione classista del progresso scientifico, e — paradosso — una crescente sfiducia popolare nella scienza. Il capitalismo scientifico è retromarcista.

Cap. 7 – Ecologia di mercato La “tripla crisi planetaria” (inquinamento, clima, biodiversità) è affrontata con strumenti di mercato — carbon tax, mercati delle emissioni, “internalizzazione delle esternalità” — che tuttavia scaricano i costi in modo regressivo su tutti i consumatori indipendentemente dalla classe. Il risultato: il conflitto generazionale (vecchi inquinatori vs giovani vittime) oscura il conflitto di classe, il malcontento popolare alimenta il negazionismo climatico, e la lobby degli inquinatori vince. L’ecologismo efficace deve essere comunista, ovvero pianificato.

Cap. 8 – Reazione Analisi materialista delle “passioni reazionarie” del tempo. La centralizzazione capitalistica schiaccia il ceto medio (dati OCSE, World Inequality Lab), genera un senso di minaccia tra piccoli borghesi e lavoratori maschi bianchi, alimentando nazionalismo, razzismo, misoginia, queerfobia. Brancaccio dialoga con l’intersezionalità (Crenshaw), lo xenofemminismo (Hester), il transgender marxism (Gleeson, O’Rourke). La tesi: le reazioni reazionarie non piovono dal cielo ma sono effetti della tendenza capitalista che livella lo sfruttamento, erode i vecchi privilegi e genera rabbia nei perdenti.

Cap. 9 – Oltrefascismo Il fascismo non è una “parentesi” né un’eterna latenza (Eco), ma una tendenza connessa strutturalmente alla centralizzazione capitalistica. I dati segnalano una “recessione democratica” globale (-10% degli indici di democrazia dall’inizio del secolo, dimezzamento delle “democrazie complete”). Il capitale centralizzato plasma la politica a propria immagine, promuovendo l’esecutivizzazione del potere e nuovi condottieri. L’oltrefascismo è una forma modernizzata e razionalizzata di reazione: non il vecchio fascismo in uniforme, ma l’ideologia delle élite cognitive (Murray), del produttivismo spietato, della “soluzione finale” per gli “improduttivi”.

Cap. 10 – Governare la tendenza Analisi della funzione attuale della politica economica: non difendere il libero mercato ma governare il ritmo della centralizzazione, rallentarla quanto basta per mantenere il consenso del ceto medio. Draghi (“faremo tutto il necessario”), Trump (tassi bassi per i piccoli proprietari), le banche centrali come “regolatrici della solvibilità”: tutti strumenti di questa funzione. Il “keynesismo reazionario” del populismo (Varoufakis incluso) è smascherato come difesa dei proprietari, non del popolo. La classe lavoratrice è “residuo” del sistema.

Cap. 11 – Momento della guerra Le vittime di guerra sono quintuplicato nell’arco del secolo (Uppsala). Brancaccio introduce il “momento Lenin”: il punto in cui la centralizzazione capitalistica internazionale sfocia in conflitto armato su larga scala. La causa profonda è lo squilibrio finanziario degli USA (posizione netta negativa vicina ai 30.000 miliardi di dollari), che ha inceppato il “circuito militare-monetario” dell’egemonia americana. Il protezionismo trumpiano e la riluttanza militare non sono follie individuali ma effetti strutturali del declino imperiale. La guerra in Ucraina, il genocidio in Palestina, le tensioni su Taiwan sono proiezioni locali della contesa sull’ordine economico mondiale. La pace esige un piano di regolazione politica degli squilibri internazionali.

Cap. 12 – Nuovo capitale umano La tendenza capitalista invade le strutture biofisiche dell’individuo. Il lavoro si frammenta e si isola: dall’operaio Amazon al medico che delega alla tecnologia diagnostica. L’intelligenza artificiale è “demansionamento cerebrale”. Paradosso: più il capitale socializza, più gli individui si isolano (hikikomori di secondo livello). I rapporti OCSE, PISA e UNESCO segnalano un declino storico delle capacità cognitive critiche. Il risultato è il “nuovo capitale umano”: individuo isolato, autoreferenziale, inconsapevole propagandista del sistema. Contro l’individuo stupido, occorre costruire il “genio collettivo”.

Cap. 13 – Libercomunismo Capitolo conclusivo e propositivo. La tendenza porta alla catastrofe ma porta anche, dialetticamente, alla possibilità del suo rovesciamento: l’esproprio del grande capitale e la pianificazione democratica. Brancaccio smonta i due pregiudizi sull’inefficienza e sull’autoritarismo del piano. Su Pareto e Koopmans: la superiorità del capitalismo non è dimostrabile teoricamente. Su Stalin: la repressione sovietica è spiegabile anche come risposta all’assedio imperialista, non come necessità intrinseca del piano. La libertà individuale non è nemica del piano ma sua condizione: solo reprimendo la libertà del capitale si può liberare la libertà della persona. Il “libercomunismo” è questa sintesi inedita, che include la sessualità, gli affetti, la creatività, il tempo liberato — oltre i diritti civili formali.

Appendice – Il caso dalla necessità Dialogo con Monod e Althusser sull’epistemologia marxista. Brancaccio corregge Althusser: nella sua fretta di eliminare la teleologia, ha eliminato anche le tendenze storiche. La proposta: la necessità della tendenza forgia le condizioni della mutazione casuale. Più avanza la centralizzazione, più si creano le condizioni per “incontri” rivoluzionari imprevisti. Il caso monta dalla necessità. Conclusione metodologica: l’analisi deve tener conto sia della riproduzione sia della tendenza del capitale.


Scheda sintetico-riassuntiva dell’intero libro

Libercomunismo di Emiliano Brancaccio è un saggio di economia politica radicale che parte da una tesi empiricamente documentata — la tendenza alla centralizzazione del capitale in sempre meno mani — per svilupparne tutte le implicazioni teoriche, politiche e antropologiche. L’opera si articola in tre movimenti principali.

Il primo è diagnostico: Brancaccio mostra che il postmodernismo ha sepolto lo studio delle tendenze storiche, rendendo incomprensibili le catastrofi del presente. Attraverso la “network analysis” del capitale azionario mondiale, dimostra che oltre l’80% del capitale è controllato da meno dell’1% degli azionisti, e che questa quota si restringe nel tempo. La centralizzazione genera inefficienza strutturale (addio alla “mano invisibile”), colonizzazione capitalistica della scienza e dell’ecologia (l'”esocapitale”), schiacciamento del ceto medio, reazioni reazionarie e fascistizzanti della politica (l'”oltrefascismo”), e — sul piano internazionale — le condizioni materiali per la guerra imperialista.

Il secondo è critico: sia il liberalismo sia lo stalinismo hanno tradito le loro promesse di prosperità, libertà e pace. La democrazia capitalista è un ossimoro, perché la tendenza centralizzatrice del capitale erode strutturalmente le libertà che il liberalismo promette di difendere. Il populismo si è rivelato “keynesismo reazionario” a difesa dei proprietari. La politica economica mainstream è un governo del ritmo della centralizzazione, non un’alternativa ad essa.

Il terzo è propositivo: l’unica risposta all’orizzonte catastrofico è il “libercomunismo” — una sintesi inedita tra pianificazione collettiva e libertà individuale. Il piano non è sinonimo di oppressione (il nesso piano/libertà è storicamente aperto, non chiuso dall’esperienza sovietica) ma, al contrario, è la condizione per liberare le libertà individuali dalla distruzione operata dalla libertà del capitale. L’esproprio del grande capitale centralizzato e la sua gestione democratica sono presentati come l’unica leva in grado di piegare la tendenza prima che conduca alla catastrofe.

Il libro si chiude con un’appendice epistemologica (dialogo con Monod e Althusser sul rapporto tra caso e necessità) e con una serie di “Appunti per un manifesto”: tesi operative per il “genio collettivo libecom” che dovrà costruire il soggetto politico del cambiamento.


Elenco degli autori citati e argomento delle citazioni

Acemoglu, Daron – critica alla “legge di Piketty” e alle tendenze storiche; poi, in dibattito con Brancaccio, riconosce la centralizzazione del capitale e la “democrazia sotto assedio”
Althusser, Louis – epistemologia marxista, “surdeterminazione”, critica alla teleologia; discusso nell’Appendice per il nesso caso/necessità
Arrighi, Giovanni – lettura di Lenin sull’imperialismo; sulla Cina come economia non capitalista (contro Coase)
Baumol, William – teoria della “contendibilità” dei mercati come alternativa all’anti-trust
Blanchard, Olivier – riconosce il potere di mercato delle imprese; in dibattito con Brancaccio sulla necessità di una “rivoluzione” per evitare la “catastrofe”
Bloom, Nicholas – ricerca sull'”American Economic Review” sul declino dell’innovazione scientifica
Breton, André – sulle giovani generazioni come distruttori di pregiudizi
Cacciari, Massimo – “siamo un frammento di stelle” (fisica quantistica e materialismo)
Carr, Edward – metodologia storica: la repressione sovietica come effetto dell’assedio imperialista esterno

Chomsky, Noam – critico del sistema ma incapace di cogliere le “leggi di tendenza”
Coase, Ronald – il comunismo cinese come “reliquia”, la Cina come capitalismo a tutti gli effetti
Crenshaw, Kimberlé Williams – intersezionalità, citata in relazione alla reazione reazionaria nella classe lavoratrice
Dean, Jodi – slogan “99% contro 1%” di Occupy Wall Street
Deleuze, Gilles / Guattari, Félix – il “rizoma” della competizione capitalistica, smontato dalla centralizzazione
De Grauwe, Paul – tentativo di negare la tendenza alla centralizzazione (con Bernstein)
Derrida, Jacques – il comunismo come “spettro” ancora attuale
Deutscher, Isaac – nesso tra Rivoluzione francese e Rivoluzione russa
Eco, Umberto – “ur-fascismo” o fascismo eterno: critica alla sua visione accidentalista
Engels, FriedrichOrigine della famiglia, citato sulla reazione patriarcale
Etkind, Alexander – l’esplosione di libertà creativa nei primi anni della rivoluzione sovietica
Ferguson, Niall – “legge” della crisi imperiale quando la spesa per interessi supera quella militare; critica di Brancaccio
Fisher, Mark – critico del sistema ma senza cogliere le tendenze storiche
Fleetwood, Steve – definizione rigorosa di “leggi di tendenza” del sistema
Foucault, Michel – i conflitti storici come “casuali”: critica di Brancaccio
Freire, Paulo – pedagogia rivoluzionaria, oltre la pianificazione come liberazione
Freud, Sigmund – “sentimento oceanico” e potenziale comunista; sua fretta nel ridurre la rivoluzione a rousseauismo
Fukuyama, Francis – “fine della storia”: capitalismo stabile ed eterno dopo Berlino 1989
Galbraith, John Kenneth – l’anti-trust come “pannicello caldo”
Galvano Della Volpe – confusione tra epistemologia e politica sulla “libertà comunista”
Ghodsee, Kristen – tracce di potenza liberatoria sopravvissute nella prassi rivoluzionaria sovietica
Gleeson, Jules Joanne / O’Rourke, Elle – transgender marxism
Gramsci, Antonio – amico di Sraffa; la rivoluzione sovietica “contro il Capitale di Marx”
Greenspan, Alan – la stampa di dollari come copertura del debito americano (tesi smentita)
Habermas, Jürgen / Streeck, Wolfgang – dibattito sui destini del capitalismo senza cogliere le tendenze
Harvey, David – equivoco metodologico: confonde teleologia e studio delle tendenze
Hayek, Friedrich von – superiorità del libero mercato decentrato nell’informazione: tesi superata dalla centralizzazione
Heinrich, Michael – come Harvey, cade nella trappola postmoderna
Heilbroner, Robert – gli economisti hanno dimenticato gli studi comparativi capitalismo/socialismo
Hester, Helen – xenofemminismo
Hilferding, Rudolf – centralizzazione del capitale come anticamera del socialismo
Hobsbawm, Eric – il “secolo breve” (1917-1989)
Johnson, Boris – la salute pubblica garantita dall’avidità farmaceutica
Keynes, John Maynard – piano del 1943 e Bretton Woods come basi per le “condizioni economiche per la pace”; cenno di fiducia all’esperimento sovietico
Klein, Naomi – critica del sistema senza cogliere le tendenze
Kollontaj, Aleksandra – ambasciatrice sovietica, comunista, femminista, libertina; “produzione sociale dell’amore”
Koopmans, Tjalling – con Pareto, nessuna superiorità logica dimostrabile del capitalismo sul piano
Lakatos, Imre – il “bungee jumping epistemologico” come metafora del metodo
Latouche, Serge – “decrescita” come ritorno al primitivo: fantasia reazionaria ora superata
Lenin, VladimirL’Imperialismo e il “momento Lenin”; non il rivoluzionario ma lo studioso dell’imperialismo
Leontief, Wassily – adozione degli schemi sraffiani; proposta di pianificazione al Congresso USA
Lévy, Bernard-Henri – leninista pentito che invoca l’escalation militare per l’Ucraina
Levins / Lewontin – movimento “scienza per il popolo” nel Novecento
Lipset, Seymour Martin – consenso del ceto medio come obiettivo della stabilità politica
Lukács, György – “irrazionalismo” come presagio di svolte politiche terrificanti
Lyotard, Jean-François – “fine delle grandi narrazioni”: critica alla teleologia che finisce per seppellire anche le tendenze storiche
Macron, Emmanuel – “carnivori che mangiano gli erbivori”: gergo sulla competizione globalizzata
Marcuse, Herbert – superato dalla tesi brancacciana sulla pianificazione come liberazione
Marx, Karl – fil rouge di tutto il libro: centralizzazione del capitale, alienazione, sfruttamento, leggi di tendenza, uomo come genere, piano e libertà
Mason, Timothy W. – intuizioni sulla “soluzione finale” come razionalizzazione borghese: riprese per l'”oltrefascismo”
Mazzucato, Mariana – capitalismo “mission oriented”; il rischio della ricerca rimane pubblico mentre i profitti sono privati
Mearsheimer, John – geopolitica come disciplina contingente senza leggi di tendenza
Merton, Robert K. – il “comunismo degli scienziati” come ethos della ricerca (1942)
Minsky, Hyman – il “momento Minsky” come crisi del mercato finanziario
Monod, Jacques – caso e necessità in biologia; critica alla teleologia marxista; influenza su Althusser
Monti, Mario – il capitale, “liberato dalla minaccia rossa”, avanza come “belva uncontested”
Mouffe, Chantal / Laclau, Ernesto – il populismo come “relazioni di equivalenza”: smontato da Brancaccio
Murray, Charles – “élite cognitiva” come legittimazione ideologica dei padroni
egri, Antonio – biopolitica: intuizione vaga sulla colonizzazione capitalistica delle menti
Nolte, Ernst – apertura al nazifascismo come reazione alla minaccia sovietica: tesi non riciclabile oggi
Nordhaus, William – economia ambientale “market-friendly”, carbon tax
Ostrom, Elinor – governo delle risorse al di fuori delle transazioni di mercato
Pareto, Vilfredo – con Koopmans, nessuna superiorità logica del capitalismo sul piano
Park, Michael – studio su Nature sul declino delle innovazioni “dirompenti”
Paulson, Henry – incapacità di prevedere la crisi del 2008
Piketty, Thomas – disuguaglianze e “legge” rendimento del capitale; tributario di Marx
Pinker, Steven – ottimismo sul declino della violenza nel mondo: smentito dai dati sulle vittime di guerra
Preciado, Paul B. – “manifesto contro-sessuale”; critico del sistema senza cogliere le tendenze
Prodi, Romano – l’UE come “agente di pace”: tesi già fragile nel 2017, oggi “lunare”
Putin, Vladimir – critica del liberalismo; “smantellamento dell’ordine mondiale in stile statunitense”
Ratzinger, Joseph – critica “patetica” all’ateismo metodologico di Monod
Reich, Wilhelm – superato dalla tesi brancacciana sulla pianificazione come liberazione
Sachs, Jeffrey – l’attacco russo come reazione difensiva all’espansione NATO: parziale
Saito, Kohei – “eco-socialismo” e “decrescita comunista”
Saitô, Tamaki – fenomeno hikikomori, ripreso come metafora dell’isolamento capitalista
Shiller, Robert – “euforia irrazionale” dei mercati finanziari
Skidelsky, Robert – co-autore dell’appello sulle “condizioni economiche per la pace” su Financial Times e Le Monde
Smith, Adam – “mano invisibile”: smontata dalla centralizzazione del capitale
Smith, Vernon – dibattito con Brancaccio sulla “scoperta dei prezzi” nei mercati decentrati
Sraffa, Piero – teoria dei prezzi capitalistici logicamente ineccepibile; dimostrazione per negazione dello sfruttamento
Stiglitz, Joseph – “capitalismo progressista”; il rischio della ricerca rimane pubblico
Thatcher, Margaret – “non c’è alternativa” al capitalismo
Thiel, Peter – tecno-padrone, approva le tesi di Weidel su Hitler
Trump, Donald – “dobbiamo scegliere tra comunismo e comune buon senso”; protezionismo e tassi bassi come effetti strutturali del declino americano
Varoufakis, Yanis – errore del “keynesismo reazionario”: non blocca i movimenti di capitale per non danneggiare i proprietari greci
Visco, Ignazio – in dibattito con Brancaccio: invoca il ritorno al globalismo ante-crisi; “Visco è con Xi”
von Neumann, John – adozione degli schemi sraffiani
von Papen, Franz – “abbiamo assunto Hitler”: metafora del liberalismo che crede di controllare il fascismo
Walby, Sylvia / Ueno, Chizuko / Scholz, Roswitha – ricerca femminista sulla società patriarcale
Weber, Max – “spirito del capitalismo”: smontato da Brancaccio
Weidel, Alice – “Hitler era un comunista”: ideologia della nuova destra radicale
Xi Jinping – “pacifica ascesa” della Cina; paradosso: il PCC come difensore della globalizzazione capitalista
Yarvin, Curtis – tecno-monarchia: collegamento con Hayek
Žižek, Slavoj – critico del sistema senza cogliere le tendenze storiche


Termini focali introdotti o rielaborati dall’autore

Libercomunismo – Sintesi inedita di pianificazione collettiva e libertà individuale; superamento dialettico del liberalismo e dello stalinismo, non nel senso statico dei liberalsocialisti ma in senso “tendenziale e creativo”
Esocapitale – L’enorme massa di processi produttivi, di potere e di risorse che si sviluppano al di fuori della normale contabilità capitalistica dei prezzi, condizionandola dall’esterno; “materia oscura” del capitalismo centralizzato
Oltrefascismo – Forma modernizzata e razionalizzata di autoritarismo connessa alla centralizzazione capitalistica del XXI secolo; va oltre il fascismo tradizionale incorporandone elementi ma sostituendone il razzismo etnico con il produttivismo spietato e l’ideologia dell’élite cognitiva
Momento Lenin – Riprendendo la metafora del “momento Minsky”, indica il punto di precipitazione in cui la centralizzazione capitalistica internazionale sfocia in conflitto armato su larga scala; riferimento allo Lenin studioso dell’imperialismo, non al rivoluzionario
Centralizzazione imperialista – Estensione su scala mondiale della tendenza alla centralizzazione del capitale, che trasforma le lotte economiche tra blocchi monopolistici in conflitti bellici
Circuito militare-monetario – La triade su cui si basava l’egemonia americana: indebitamento verso l’estero, importazioni dall’estero, dislocazione di truppe all’estero; ora inceppato dal debito insostenibile
Nuovo capitale umano – Il tipo antropologico prodotto dalla tendenza capitalista: individuo isolato, autoreferenziale, cognitivamente impoverito, “attaccato alla macchina”, inconsapevole propagandista del sistema
Scienza capitale – Il regime di ricerca scientifica subordinato alla logica del profitto alto e immediato del capitale centralizzato; opposto al “comunismo degli scienziati” di Merton
Ecologia di mercato – La politica ambientale basata sull'”internalizzazione delle esternalità” (carbon tax, mercati delle emissioni), che scarica i costi in modo regressivo e oscura il conflitto di classe
Genio collettivo / Genio libecom – Il soggetto politico collettivo necessario a costruire l’alternativa; opposto tanto all’avanguardia bolscevica quanto allo spontaneismo movimentista
Regola di solvibilità – Contrapposta alla “regola di Taylor”: la vera funzione delle banche centrali non è controllare l’inflazione ma regolare la solvibilità del sistema, rallentando la centralizzazione capitalistica
Keynesismo reazionario – Uso della spesa pubblica e della politica monetaria a difesa esclusiva dei proprietari in difficoltà, non del popolo; definizione critica del populismo degli anni 2010
Social standard – Proposta di Brancaccio per il governo politico dei movimenti di capitale internazionali, basato su criteri di convergenza dei costi relativi del lavoro, come alternativa sia al liberoscambismo sia al protezionismo
Caso dalla necessità – Rielaborazione del nesso Monod/Althusser: non il caso anticipa la necessità (Althusser) ma la necessità della tendenza capitalista forgia le condizioni per mutazioni casuali rivoluzionarie


RECENSIONI

SINTESI DELLE RECENSIONI

Libercomunismo, pre-recensione al nuovo libro di Brancaccio di Gianni Petrosillo

SINTESI CLAUDE


Occhiello (max 500 caratteri)

Marx aveva previsto la concentrazione del capitale nelle mani di pochi. Emiliano Brancaccio, economista e interlocutore dei massimi esperti mondiali, ne aggiorna la scienza in Libercomunismo, integrando pianificazione collettiva e libertà individuale come unica via d’uscita dalla barbarie. Un’opera che demolisce le mode intellettuali — dal populismo al bellicismo liberale — per proporre una nuova utopia scientifica.


Abstract

Libercomunismo. Scienza dell’utopia (Feltrinelli, 2025) di Emiliano Brancaccio è un’opera di teoria critica che ambisce a rinnovare il metodo scientifico marxiano. Il libro analizza la “tendenza” alla centralizzazione capitalistica come forza strutturale che permea ogni aspetto della contemporaneità — dal lavoro alla guerra — e individua nel “libercomunismo”, sintesi di pianificazione e libertà individuale, la risposta politica e teorica alla deriva che l’autore chiama “oltrefascismo”.


Conclusione critica

Libercomunismo è un libro con una tesi forte e una struttura polemica volutamente trasversale. Il merito principale di Brancaccio è non cedere alla frammentazione teorica del presente: in un panorama intellettuale dominato da identitarismi, populismi e liberalismi di ritorno, lui torna a pensare in grande, riportando la questione del capitalismo come sistema al centro del discorso. La nozione di “oltrefascismo” è provocatoria e produttiva: scardinare la compiacenza della democrazia liberale verso se stessa è un’operazione intellettualmente onesta.

Tuttavia, qualche nodo resta aperto. Il “libercomunismo” come sintesi di pianificazione e libertà è ancora più uno slogan programmatico che un modello elaborato — e la storia del Novecento pesa su ogni tentativo di declinare concretamente quell’integrazione. La critica ai movimenti emancipatori (femminismo, antirazzismo, LGBTQ+) — accusati di restare nell’orizzonte liberale — rischia di suonare come una gerarchia delle urgenze che molti dentro quegli stessi movimenti rifiuterebbero. Non è detto che battersi contro le discriminazioni significhi abdicare alla critica strutturale del capitalismo.

Resta, complessivamente, un libro necessario nel panorama italiano: raro esempio di teoria critica che non si vergogna di avere uno scopo, e che usa la scienza non per neutralizzare la politica, ma per darle fondamenta più solide.

SINTESI CHATGPT


1. Struttura e tesi del testo

Il contributo di Petrosillo si articola attorno a tre nuclei principali:

  1. Rievocazione del confronto La Grassa–Brancaccio (2010)
    Petrosillo ricorda la recensione di Brancaccio e Patalano a Finanza e poteri di Gianfranco La Grassa. Il punto centrale era la critica al “teleologismo” marxista e, in particolare, alla nozione di “leggi di tendenza” (come la centralizzazione dei capitali).
  2. Critica preventiva a Libercomunismo
    Pur non avendo ancora letto il libro, Petrosillo sostiene che Brancaccio riproporrebbe l’idea di una tendenza oggettiva del capitalismo verso la centralizzazione e la crisi sistemica, caricandola di implicazioni politiche (catastrofe, oltre-fascismo, ecc.).
  3. Difesa di Marx contro l’uso “teologico” delle tendenze
    Paradossalmente, Petrosillo difende Marx contro Brancaccio: secondo lui, Marx formulava ipotesi scientifiche circoscritte al capitalismo ottocentesco, non profezie escatologiche valide per secoli. La trasformazione delle “tendenze” in leggi quasi metafisiche sarebbe un errore teorico.

2. Nodo teorico centrale: le “leggi di tendenza”

Il punto decisivo della polemica riguarda:

  • La centralizzazione del capitale
  • La caduta tendenziale del saggio di profitto
  • L’idea che tali dinamiche conducano a una rottura sistemica

Petrosillo sostiene che:

  • Le “tendenze” diventano teologiche quando vengono proiettate su orizzonti temporali indefiniti.
  • Una teoria scientifica, richiamando Weber, non può mantenere validità interpretativa oltre alcune decine d’anni.
  • La centralizzazione è un fatto tecnico-finanziario, non un meccanismo intrinsecamente autodistruttivo.
  • L’evoluzione prevista da Marx (riduzione dei capitalisti a rentier, emergere del General Intellect, espropriazione finale) non si è verificata.

Ne deriva la tesi forte del testo:
il comunismo marxiano era una previsione storicamente determinata, non una necessità permanente; la storia ha preso un’altra direzione.


3. Critica politica implicita

Petrosillo rifiuta il lessico di Brancaccio (“barbari”, “oltre-fascismo”), ritenendolo ideologico e retorico.
Sostiene inoltre che:

  • Il capitalismo attuale non è semplicemente la prosecuzione di quello inglese studiato da Marx.
  • Le guerre non sarebbero effetto intrinseco del capitalismo, ma fenomeni permanenti della storia.
  • Libercomunismo rischia di essere un’utopia costruita su una diagnosi fallita.

4. Valutazione critica

Punti forti

  • Individua con precisione il problema epistemologico delle “leggi di tendenza”.
  • Richiama un tema cruciale: la differenza tra previsione scientifica e profezia.
  • Offre una lettura non dogmatica di Marx, sottolineandone il carattere sperimentale e fallibile (richiamando Popper).

Punti deboli

  1. Critica senza lettura diretta
    La polemica verso Libercomunismo è condotta in parte su anticipazioni e recensioni altrui, il che indebolisce la solidità dell’argomentazione.
  2. Riduzione del concetto di tendenza
    Petrosillo interpreta la “tendenza” come previsione lineare e irreversibile.
    Ma nella tradizione marxiana e sraffiana, una tendenza può essere:
    • strutturale ma controbilanciata,
    • non teleologica,
    • dipendente da condizioni storiche variabili.
  3. Sottovalutazione della centralizzazione contemporanea
    Il testo non si misura empiricamente con:
    • concentrazione finanziaria globale,
    • piattaforme digitali,
    • intreccio tra capitale industriale e finanziario,
    • potere oligopolistico sistemico.
  4. Limitarsi a definirla “esigenza tecnica” appare riduttivo.
  5. Contraddizione interna
    Da un lato Petrosillo afferma che la centralizzazione è un fatto;
    dall’altro nega che abbia implicazioni sistemiche.
    Ma in economia politica il potere di mercato modifica:
    • prezzi,
    • distribuzione del reddito,
    • rapporti tra Stati,
    • dinamiche politiche.
  6. Dunque il problema non è se la centralizzazione esista, ma quali effetti generi.
  7. Interpretazione di Marx discutibile
    Marx non parla di catastrofe automatica, ma di maturazione di contraddizioni.
    L’idea che la rivoluzione fosse “a breve termine” è più controversa di quanto Petrosillo suggerisca.

5. Questione di fondo

La divergenza teorica può essere così sintetizzata:

PetrosilloBrancaccio (come interpretato)
Le tendenze non fondano un destinoLe tendenze strutturali producono mutazioni di sistema
Il capitalismo non è in crisi terminaleLa centralizzazione altera la natura stessa del capitalismo
Marx fu storicamente situatoMarx individuò meccanismi ancora operanti

6. Conclusione interpretativa

Il testo di Petrosillo è una difesa di una posizione anti-teleologica e anti-catastrofista, che vuole salvare Marx come scienziato ma non come profeta.

Tuttavia, la sua critica rischia di:

  • confondere teleologia con analisi strutturale,
  • ridurre la centralizzazione a semplice scala tecnica,
  • eludere il problema del rapporto tra concentrazione economica e potere politico.

Il nodo vero resta aperto:
la centralizzazione del capitale è un semplice adattamento funzionale del sistema o una trasformazione qualitativa che ne altera la stabilità?


Solo un “piano” ci può salvare. Su Libercomunismo di Emiliano Brancaccio di Francesco Bugli

SINTESI Claude 6/3/26


1. Il tono generale: recensione apologetica o analisi critica? A differenza dell’articolo di Petrosillo sullo stesso libro, Bugli adotta un tono sostanzialmente favorevole a Brancaccio. Il testo si presenta come analisi critica ma è in realtà una difesa argomentata del saggio, con riserve minime e marginali. Questo ne limita il valore critico, pur mantenendo un buon livello di elaborazione teorica.

2. Il merito riconosciuto a Brancaccio: superare il “realismo capitalista” Bugli apprezza che Brancaccio tenti di scardinare il “realismo capitalista” di Mark Fisher — l’idea che il capitalismo sia l’unico orizzonte pensabile — individuando nella centralizzazione dei capitali una base materiale oggettiva che Fisher non aveva saputo cogliere, restando intrappolato in una sensibilità postmoderna. È un’osservazione pertinente e teoricamente fondata.

3. La critica al postmoderno come irrazionalismo Uno dei passaggi più interessanti dell’articolo è il collegamento tra irrazionalismo postmoderno e la teoria della conoscenza di Hayek: entrambi, pur da posizioni diverse, negano la possibilità di una razionalità pubblica e consapevole sulle dinamiche socioeconomiche. Il postmoderno, esaltando il frammento e il contingente, diventa così — secondo Bugli, riprendendo Lukács — l’approdo contemporaneo della “distruzione della ragione”. È una tesi stimolante, anche se andrebbe sviluppata con maggiore rigore analitico.

4. La distinzione dal “piano del capitale” operaista Bugli precisa correttamente che la pianificazione proposta da Brancaccio non coincide con la tesi operaista del “piano del capitale”, che attribuiva al capitalismo una razionalità intenzionale e coordinata. Al contrario, la centralizzazione descritta è un processo cieco e anarchico, non pianificato. Questa distinzione è teoricamente importante e ben articolata, e rappresenta uno dei momenti più lucidi dell’articolo.

5. Il concetto di “oltrefascismo”: accettato acriticamente A differenza di Petrosillo, che smontava il termine “oltrefascismo” come vuoto e fuorviante, Bugli lo accetta senza riserve, limitandosi a descriverlo come l’esito della centralizzazione capitalistica che svuota la concorrenza e subordina le democrazie liberali. Manca qui una vera discussione critica: il concetto viene assunto come dato, senza verificarne la tenuta teorica o la capacità esplicativa rispetto ad altri strumenti analitici disponibili.

6. Il ruolo della conoscenza e il “comunismo della scienza” Il richiamo a Robert K. Merton e al principio del “comunismo della scienza” — la condivisione collettiva dei risultati della ricerca — è uno degli apporti più originali dell’articolo. La critica alla mercificazione del sapere attraverso brevetti e monopoli tecnologici è pertinente e attuale. Tuttavia, il passaggio dalla critica alla proposta rimane vago: come si traduce concretamente la “liberazione della conoscenza” in un sistema di pianificazione? Il testo non lo chiarisce.

7. La questione ecologica e la “frattura metabolica” Il riferimento a Bellamy-Foster e al concetto di “frattura metabolica” tra produzione e natura è teoricamente solido e coerente con la tradizione ecosocialista. Bugli sostiene che solo una pianificazione consapevole può ricomporre questa frattura, poiché il mercato, guidato dall’accumulazione illimitata, ignora i limiti fisici del pianeta. La tesi è condivisibile nel suo impianto generale, ma anche qui manca una discussione critica sulle difficoltà concrete di una “programmazione ecologica” e sui limiti storici delle pianificazioni realmente esistite.

8. Il problema dell’assenza di soggetto storico Sia Brancaccio che Bugli — e questo è forse il limite più profondo dell’articolo — non affrontano la questione del soggetto della trasformazione. Chi pianifica? Chi governa la transizione ecosocialista? Chi porta avanti il “libercomunismo”? La pianificazione viene proposta come “necessità dialettica”, quasi come esito automatico delle contraddizioni del sistema, senza interrogarsi su quali forze sociali e politiche concrete potrebbero realizzarla. È esattamente la stessa critica che Petrosillo muoveva a Brancaccio.

9. Il rapporto con Lukács: stimolante ma non sviluppato Il riferimento alla “distruzione della ragione” di Lukács è suggestivo e potenzialmente fecondo, ma rimane una citazione evocativa più che un’analisi sviluppata. Sarebbe stato interessante approfondire in che misura il postmoderno sia davvero assimilabile all’irrazionalismo analizzato da Lukács, e se questa categoria sia ancora operativa per leggere il presente.

10. Giudizio complessivo L’articolo di Bugli è teoricamente più sofisticato e meno polemico di quello di Petrosillo, e offre spunti interessanti — in particolare sul postmoderno come forma di irrazionalismo, sulla distinzione dal “piano del capitale” operaista e sul comunismo della scienza. Tuttavia, la sua principale debolezza è l’atteggiamento sostanzialmente apologetico verso Brancaccio: i limiti del saggio — l’assenza di un soggetto storico, la vaghezza delle proposte concrete, l’accettazione acritica dell'”oltrefascismo” — non vengono messi in discussione ma semplicemente ignorati o rimossi. Il risultato è un testo che arricchisce il dibattito teorico ma rinuncia alla funzione critica che si propone.


Libercomunismo o solita narrazione? di Gianni Petrosillo

SINTESI CLAUDE

1. L’impostazione generale della critica Petrosillo non scrive una recensione sistematica ma una serie di “appunti” critici, dichiaratamente polemici. Il tono è volutamente irriverente e spesso sarcastico. Il punto di forza è la solidità delle obiezioni teoriche; il punto di debolezza è che la forma polemica talvolta oscura l’argomentazione, rendendo il testo discontinuo e a tratti dispersivo.

2. La questione delle “tendenze” del capitale e il confronto con Marx Petrosillo riconosce che Brancaccio individua tendenze reali del capitalismo (centralizzazione, polarizzazione della ricchezza), ma rileva che queste non sono nuove: Marx le aveva già analizzate nel Libro III del Capitale. La critica centrale è che Marx si sbagliò sugli esiti di quelle tendenze — la “contraddizione che si distrugge da sé stessa” non si è mai realizzata — e che Brancaccio commette lo stesso errore metodologico, ovvero dedurre automaticamente conseguenze politiche e storiche da tendenze economiche, senza spiegare perché questa volta il capitalismo non troverà nuove controtendenze. È una critica solida e ben argomentata.

3. Il contributo di Gianfranco La Grassa e le “funzioni strategiche” Petrosillo introduce ripetutamente il pensiero di La Grassa come correttivo teorico a Marx e a Brancaccio. Il concetto di “funzioni strategiche” — che spiega perché i dominanti capitalistici non siano meri parassiti finanziari ma soggetti attivi nel conflitto — è usato per mostrare che la centralizzazione non produce automaticamente né socialismo né fascismo, ma riorganizzazione dei rapporti di potere. Questo è forse il contributo teorico più originale dell’articolo, anche se rimane accennato e non sviluppato a sufficienza.

4. La critica al concetto di “oltrefascismo” Petrosillo smonta efficacemente il termine “oltrefascismo” coniato da Brancaccio, definendolo un “termine vuoto” utile solo a evocare certi riflessi condizionati in un determinato pubblico. L’obiezione è pertinente: la centralizzazione economica non produce necessariamente derive autoritarie per logica interna, e soprattutto i cambiamenti politici in corso in Occidente si spiegano meglio con la preparazione al conflitto geopolitico tra potenze che con una deriva fascista promossa dai grandi capitalisti. La critica è convincente, anche se avrebbe guadagnato da una confutazione più sistematica.

5. La confusione tra piani: economico e politico Una delle obiezioni più lucide dell’articolo riguarda la sovrapposizione, in Brancaccio, tra centralizzazione economica e centralizzazione politica. Petrosillo, sulla scorta di La Grassa, sostiene che gli “strateghi politici stanno ben sopra la sfera economica”. Non sono i capitalisti a plasmare la politica in modo deterministico: il potere politico ha una propria autonomia relativa e logiche proprie. Questa critica all’economicismo di Brancaccio è teoricamente fondata e rappresenta uno dei punti più solidi dell’articolo.

6. La critica alla lettura di Marx sul plusvalore come “rapina” Petrosillo dedica ampio spazio a correggere quella che considera una distorsione del pensiero marxiano operata da Brancaccio. Il punto è preciso: per Marx il profitto non nasce da una rapina o estorsione (questa è la posizione di Proudhon e Dühring, esplicitamente rifiutata da Marx e Engels), ma dall’estrazione di plusvalore all’interno di uno scambio formalmente equo tra equivalenti. Il capitalista non è un ladro ma un “funzionario necessario” della produzione. Questa correzione filologica e teorica è ineccepibile e ben documentata, anche con riferimento alle Glosse marginali ad Adolf Wagner.

7. Il problema dell'”esocapitale” Petrosillo mostra perplessità genuine — e ironicamente ammesse — di fronte al concetto di “esocapitale” introdotto da Brancaccio per descrivere la “materia oscura” del capitalismo centralizzato. La critica implicita è che il concetto risulta vago e poco operativo: definire come “estraneo al sistema dei prezzi” qualcosa che tuttavia lo determina dall’esterno rischia di essere una petizione di principio. La critica è legittima, anche se avrebbe meritato un approfondimento più rigoroso.

8. Il disaccoppiamento sistemico tra Occidente e resto del mondo Petrosillo accusa Brancaccio di essere troppo “occidentalista” e “globalista”: la sua analisi presuppone un capitalismo transnazionale omogeneo, ignorando che Russia e Cina operano ormai secondo logiche sistemiche diverse e non riducibili al modello capitalistico occidentale. Questo è un rilievo importante e attuale: qualsiasi teoria delle tendenze del capitale che non consideri il disaccoppiamento in corso tra i blocchi geopolitici rischia di essere parziale e fuorviante.

9. La critica al “manifesto finale” del libercomunismo Petrosillo è particolarmente severo — e apertamente sarcastico — con la parte propositiva del libro di Brancaccio, che definisce una “mistura indigesta” di slogan, utopie, cultura woke e “deliri desideranti”. Le critiche specifiche includono: l’incoerenza tra l’abolizione dei brevetti e il prezzo di copertina del libro stesso; la vaghezza del concetto di “scienza comunista”; l’elenco onnicomprensivo di movimenti (antirazzisti, transfemministi, lgbtqiapk+, ecc.) che appare come un catalogo identitario privo di coerenza teorica; l’ingenuità dell’idea che le grandi scoperte scientifiche nascano da collettivi e non da individui. Queste critiche sono in parte condivisibili, ma il tono eccessivamente beffardo rischia di sminuire la serietà delle obiezioni.

10. La questione della guerra come motore storico Uno dei contributi più originali di Petrosillo è la tesi che i mutamenti politici in corso — inclusi i restringimenti delle libertà democratiche — non siano il prodotto di una logica “oltrafascista” promossa dai grandi capitali, ma la preparazione a conflitti bellici tra potenze per le sfere di influenza, nel contesto del declino americano. “Sarà ancora la guerra a risolvere la crisi economica di qualcuno.” Questa lettura geopolitica, più realista e meno economicista, è stimolante e teoricamente coerente con l’impianto lagrassiano.

11. Giudizio complessivo L’articolo di Petrosillo contiene critiche teoriche solide e pertinenti, in particolare sull’economicismo di Brancaccio, sulla distorsione del pensiero marxiano sul plusvalore, sulla sovrapposizione indebita tra centralizzazione economica e centralizzazione politica, e sulla cecità geopolitica dell’analisi. Tuttavia, il tono polemico e il ricorso frequente al sarcasmo rendono il testo discontinuo e a tratti superficiale nella forma, pur essendo spesso fondato nella sostanza. Il rimando costante a La Grassa, pur teoricamente rilevante, rischia di apparire come la sostituzione di un’autorità con un’altra, piuttosto che come sviluppo autonomo del ragionamento critico.


Libercomunismo di Emiliano Brancaccio. Un contributo al dibattito di Pier Giorgio Ardeni

SINTESI CLAUDE

A — Titolo esplicativo

“Libercomunismo di Brancaccio: una critica marxista ambiziosa ma priva di analisi politica e storica”

B — Abstract

Il saggio di Pier Giorgio Ardeni recensisce criticamente Libercomunismo di Emiliano Brancaccio (Feltrinelli, 2026). Il libro propone di coniugare libertà individuale e pianificazione collettiva come alternativa alla concentrazione capitalista, riprendendo la “tendenza storica” marxiana. Ardeni riconosce la validità del problema individuato — la crescente centralizzazione del capitale — ma smonta sistematicamente l’impianto argomentativo: lacune bibliografiche, salti logici, assenza di analisi politica e storica del Novecento, neologismi inutili e una proposta finale (“esproprio del grande capitale”) priva di qualsiasi concretezza operativa.

C — Sintesi per punti

Il libro di Brancaccio

  • Pubblicato nel febbraio 2026 da Feltrinelli, 176 pagine
  • Tesi centrale: la centralizzazione del capitale (già prevista da Marx) ha raggiunto un punto critico; la risposta è il “libercomunismo”, ovvero esproprio del grande capitale e pianificazione democratica
  • Introduce neologismi come esocapitale e oltrefascismo transnazionale Critiche metodologiche
  • Il  libro ignora decenni di letteratura economica — marxista e non — sulla concentrazione del capitale, Schumpeter, Kaldor, Piketty, Maddison e molti altri
  • La bibliografia cita quasi esclusivamente lavori dello stesso Brancaccio
  • I neologismi rinominano concetti già ampiamente studiati senza aggiungere potere esplicativo

Critiche storiche

  • Brancaccio salta direttamente da Marx all’oggi, come se la “tendenza storica” avesse agito ininterrotta e indisturbata
  • Ignora il Novecento: le lotte operaie, il welfare state, il keynesismo, le leggi antitrust, la tassazione progressiva — tutti fattori che avevano effettivamente invertito la tendenza alla concentrazione per decenni
  • Non analizza la svolta neoliberista degli anni ’80 come causa prossima e specifica del ritorno alla concentrazione

Critiche analitiche

  • Manca totalmente un’analisi delle classi e della dinamica politica
  • Le affermazioni sull’oltrefascismo e lo svuotamento della democrazia restano mere constatazioni senza spiegazione causale
  • La confusione tra debito pubblico e debito commerciale USA indebolisce l’analisi imperialista
  • Il ruolo dell’IA come derivato della centralizzazione del capitale è assunto, non dimostrato

La proposta finale

  • L'”esproprio del grande capitale” e il “genio collettivo di un nuovo partito” restano evocazioni retoriche
  • Nessuna indicazione concreta su soggetti, strumenti, tempi o modalità d’azione politica

D — Concetti topici

  • Centralizzazione del capitale — tendenza marxiana al cuore del libro
  • Esocapitale — neologismo di Brancaccio per la “materia oscura” del capitalismo centralizzato
  • Oltrefascismo transnazionale — termine coniato per descrivere il regime politico emergente
  • Libercomunismo — sintesi proposta tra libertà individuale e pianificazione collettiva
  • Accumulazione e innovazione tecnologica — dinamica trascurata da Brancaccio (Schumpeter, Kaldor)
  • Finanziarizzazione e globalizzazione — fattori storici chiave non adeguatamente tematizzati
  • Neoliberismo — identificato da Ardeni come causa prossima della concentrazione attuale, assente in Brancaccio
  • Stato e spesa pubblica — ruolo determinante nel Novecento, ignorato dall’analisi
  • Analisi di classe — elemento assente nel libro
  • Distruzione creativa (Schumpeter) — alternativa teorica non considerata
  • Piketty — citato come riferimento sulla concentrazione della ricchezza che Brancaccio avrebbe dovuto affrontare

E — Conclusione critica

La recensione di Ardeni è lucida e documentata. Il bersaglio principale non è la tesi di fondo — che la concentrazione del capitale sia un problema reale e urgente — ma il modo in cui Brancaccio la tratta: con toni enfatici, bibliografia autoreferenziale e un’architettura argomentativa che salta un secolo e mezzo di storia economica e politica.

Il difetto più grave non è l’ambizione della proposta, ma la sua inconsistenza strutturale: senza un’analisi delle classi, dei rapporti di forza, delle cause storiche specifiche (neoliberismo, finanziarizzazione, smantellamento del movimento operaio), la denuncia della centralizzazione capitalista rimane uno sfondo scenografico su cui proiettare slogan suggestivi. Il “libercomunismo” rischia così di essere non una proposta politica ma un esercizio retorico — forse, come suggerisce ironicamente Ardeni, più adatto a un’intervista televisiva che a orientare un movimento reale.


SINTESI COORDINATA DEL DIBATTITO CRITICO SU LIBERCOMUNISMO DI EMILIANO BRANCACCIO

I RECENSORI

  • Allegri — Il Manifesto, gennaio 2026 — tono simpatetico
  • Bugli — Contropiano, febbraio 2026 — tono apologetico
  • Petrosillo — Conflitti&Strategie, febbraio/marzo 2026 — fortemente critico
  • Ardeni — Transform Italia, aprile 2026 — critico documentato

PUNTI DI CONVERGENZA

  1. Tutti e quattro riconoscono che la centralizzazione del capitale è un fenomeno reale e documentato, confermato dai dati empirici. Il problema individuato da Brancaccio è considerato legittimo.
  2. Tutti e quattro rilevano l’assenza di un soggetto storico concreto: chi realizza il libercomunismo? Chi pianifica la transizione? La proposta finale resta senza agente politico identificato.
  3. Petrosillo e Ardeni giudicano la proposta conclusiva (“esproprio del grande capitale”, “genio collettivo”) vaga, retorica e priva di concretezza operativa. Più manifesto che programma.
  4. Petrosillo e Ardeni segnalano un approccio autoreferenziale: Brancaccio si misura prevalentemente con se stesso e la propria scuola, ignorando decenni di letteratura esistente sugli stessi temi.

Allegri e Bugli concordano che il valore del libro stia nell’atto di “rompere il realismo capitalista”: rimettere in agenda il capitalismo come sistema è già un contributo in un panorama intellettuale frammentato.

PUNTI DI DIVERGENZA

1. Il concetto di “oltrefascismo”

  • Allegri: accetta e usa il termine, lo radica nel presente (Trump, ICE, suprematismo).
  • Bugli: lo accetta acriticamente, lo descrive senza discuterlo.
  • Petrosillo: lo smonta come termine vuoto. Le derive autoritarie si spiegano meglio con il conflitto geopolitico tra potenze che con una logica interna al capitale.
  • Ardeni: lo considera un neologismo che rinomina concetti già noti senza aggiungere potere esplicativo.

2. Le “tendenze storiche” marxiane: metodo o teleologia?

  • Allegri: non problematizza il metodo; ne abbraccia l’uso politico.
  • Bugli: difende la pianificazione come risposta necessaria, senza discuterne l’epistemologia.
  • Petrosillo: critica radicale. Le tendenze diventano teologiche se proiettate indefinitamente. Marx fu un teorico storicamente situato, non un profeta. L’idea che le contraddizioni capitalistiche conducano necessariamente a una rottura sistemica non è stata confermata dalla storia.
  • Ardeni: critica diversa. Il problema non è la teleologia ma il salto storico: Brancaccio ignora un secolo e mezzo di storia reale (lotte operaie, welfare state, keynesismo, neoliberismo come causa specifica del ritorno alla concentrazione).

3. Centralizzazione e potere politico: rapporto deterministico?

  • Allegri: sì, segue Brancaccio. I “barbari” del capitale plasmano le istituzioni.
  • Bugli: sì, rafforza la lettura con la “frattura metabolica” ecosocialista di Bellamy-Foster.
  • Petrosillo: no. Richiamando La Grassa, sostiene che gli strateghi politici stanno ben sopra la sfera economica. L’economicismo di Brancaccio è il suo limite teorico centrale: la politica ha una propria autonomia relativa che il libro non riconosce.
  • Ardeni: il problema è diverso. Manca l’analisi di classe; i meccanismi causali tra concentrazione economica e mutamento politico non vengono spiegati ma semplicemente affermati.

4. I movimenti emancipatori (femminismo, antirazzismo, LGBTQ+)

  • Allegri: li valorizza come potenziali alleati; invita ad ampliarli oltre l’orizzonte liberale.
  • Bugli: non affronta la questione.
  • Petrosillo: li critica come “catalogo identitario” privo di coerenza teorica; il tono è apertamente sarcastico verso quello che definisce “cultura woke”.
  • Ardeni: non li tratta specificamente; si concentra sui vuoti analitici del libro.

5. La guerra: effetto del capitale o logica geopolitica autonoma?

  • Allegri: la guerra è prodotto del capitalismo centralizzato; condivide la critica brancacciana al “bellicismo liberale”.
  • Bugli: segue Brancaccio, non approfondisce il nesso.
  • Petrosillo: la guerra è un fenomeno permanente della storia, non un derivato del capitale. È il conflitto tra potenze nel contesto del declino americano a spiegare il presente, non una logica interna al capitalismo finanziario.
  • Ardeni: critica l’imprecisione analitica di Brancaccio sulla distinzione tra debito pubblico e debito commerciale USA, che indebolisce la sua analisi dell’imperialismo.

LETTURA D’INSIEME

Il dibattito intorno a Libercomunismo rivela una frattura profonda che non è semplicemente di giudizio sul libro, ma di posizione teorica di fondo.

Da un lato, Allegri e Bugli si muovono dentro il quadro di Brancaccio, condividendone le premesse: il capitalismo come sistema con tendenze strutturali, la centralizzazione come crisi sistemica, la pianificazione come risposta necessaria. Le loro riserve sono marginali — mancanza di un soggetto, vaghezza della proposta — e non intaccano l’impianto.

Dall’altro lato, Petrosillo e Ardeni contestano l’architettura stessa del ragionamento, ma con argomenti diversi. Petrosillo è il critico più radicale: nega che le “tendenze” marxiane abbiano la forza esplicativa che Brancaccio attribuisce loro, reintroduce l’autonomia del politico rispetto all’economico attraverso La Grassa, e sostituisce la chiave capitalismo/oltrefascismo con quella del conflitto geopolitico tra potenze. Ardeni è più filologico e documentario: non nega le tendenze, ma mostra che Brancaccio ha saltato un secolo di storia reale (welfare, keynesismo, neoliberismo come causa specifica) e ignorato una letteratura vastissima sugli stessi temi.

La domanda che il dibattito lascia aperta — e che nessun recensore risolve — è proprio quella centrale: la concentrazione del capitale è un adattamento funzionale del sistema o una trasformazione qualitativa che ne altera la natura e la stabilità? Da questa risposta dipende se il libercomunismo sia un’utopia scientifica o un’utopia tout court.


ARTICOLI CITATI

Come mobilitare l’intelligenza collettiva / Giuseppe Allegri Il Manifesto 28/1/26

Libercomunismo. Scienza dell’utopia (Feltrinelli, pp. 175, euro 13, disponibile in preordine e dal 10 febbraio in libreria, ndr), questo il titolo volutamente provocatorio del pamphlet di Emiliano Brancaccio, economista «innovatore critico» degli studi marxisti e firma oramai ben nota alle lettrici e ai lettori de il manifesto. E la provocazione del titolo attraversa i tredici brevi capitoli del libro, accompagnati dagli appunti per un manifesto in fieri, sulla falsa riga di quello dei comunisti del 1848, e da un’appendice althusseriana incentrata sulla funzione sovversiva del caso, che può generare incontri tra inediti elementi sociali per produrre imprevisti, e necessari, sommovimenti rivoluzionari.

Tanto più dinanzi all’attuale tendenza alla centralizzazione del capitale nella mani di pochi, «barbari», giganti che sfruttano e impoveriscono la natura, gli esseri umani indebitati e le stesse istituzioni politiche. Realizzando una sorta di «oltrefascismo transnazionale» che galvanizza masse inebetite e assoggettate a leader oscuramente carismatici, nel regime di guerra permanente e nella caccia al capro espiatorio di turno: migranti, stranieri, poveri, diversi, minoranze, oppositori politici.

FINO ALLA DEFINIZIONE di domestic terrorism affibbiata all’incensurata poetessa 37enne e cittadina statunitense Renee Nicole Good, assassinata a Minneapolis da un agente Ice, polizia segreta governativa anti-immigrazione alle dirette dipendenze dell’amministrazione Trump II, proprio nei giorni in cui si scrivono queste note. Sembra di essere piombati nei peggiori incubi suprematisti e dispotici del Novecento, con l’invadenza di poteri tecno-digitali che fomentano una sorta di globale guerra civile neo-tribale.

Così la proposta, appunto provocatoria, di Brancaccio è quella di rispondere alle autoritarie destre capitalistiche al governo ribaltando il piano, guardando alle promesse tradite di emancipazione, prosperità, pace e libertà portate avanti nel «breve» secolo passato dalle due forze e ideologie politiche prevalenti, quelle delle due superpotenze post-belliche, per riprendere «dai liberali, l’obiettivo moncato della libertà individuale. Dagli stalinisti, l’ambizione traviata del piano collettivo». Proprio così: stalinisti e liberali. Ambedue sepolti sotto le macerie, del Muro di Berlino (1989), i primi, del crollo di Wall Street nel 2008, i secondi. Quindi redivivi, come fantasmi e zombie che si aggirano ancora nella vecchia Europa?

Sembrerebbe un libercomunismo dal sapore antico e anche un poco irrancidito, pronto a mischiare il diavolo stalinista con l’acqua santa liberale, tanto da risultare indigesto ai molti radicalizzati a destra, all’estremo centro e a sinistra. Ma potenzialmente affascinante per chi volesse superare questa annichilente polarizzazione del dibattito pubblico.
Insomma una mossa del cavallo con la quale sparigliare le carte e chiamare a raccolta studiosi e attivisti che riflettono e agiscono dentro e contro le tendenze storiche del capitale, da un punto di vista materialistico, critico e oppositivo, senza cedere alle ciniche sirene geopolitiche, né a paralizzanti vaneggiamenti complottisti.

E QUI BRANCACCIO si dilunga nel ricordarci i suoi molteplici confronti con i maggiori economisti mainstream, riconoscendo infine la centralità del reddito universale come progresso sociale. Ci tocca però difendere la memoria di Mark Fisher, proprio perché, finché ha potuto, è stato uno dei pochi che, seguendo le orme di Stuart Hall, ha esplicitato la tendenza storica all’esclusione sociale promossa dell’autoritaria svolta capital-liberista thatcheriana giunta fino a noi.

Lo stesso prendiamo sul serio l’invito di Brancaccio a mobilitare quell’intelligenza collettiva, il marxiano general intellect, già all’opera con le Repubbliche giacobine contro l’antico regime, i movimenti cartisti pre-1848 europeo e nelle successive sperimentazioni cooperative e anarco-socialiste sulla questione sociale, fino al Karl Polanyi che salutò l’esperienza di autogoverno della Vienna Rossa (1919 – 1934) come riforma rivoluzionaria, utopia concreta, sintesi tra eguale libertà e pianificazione.

Questi tempi lunghi ci impongono di riflettere sulla necessità di organizzare le forze in spazi politici concreti. Le città autonome, veri contropoteri ai comandi dispotici dei governi nazionali, tra reti solidali di città santuario ed eco-socialismo municipale. Quindi la dimensione europea come spazio di lotta culturale e invenzione di immaginari istituzionali contro-egemonici.

Per un nuovo costituzionalismo garantista, in grado di tenere insieme emancipazione individuale nel vivere in comune e inedite politiche pubbliche, contro il bellicoso capitalismo predatorio del nuovo regime tecno-feudale. Ancora libertà e solidarietà tra i molti e le molte. Contro tutte le servitù (in)volontarie passate, presenti e a venire.


Cos’è il Libercomunismo: c’è un’alba marxista dietro il buio del nuovo fascismo / Domenico Suppa L’Unità 8 Febbraio 2026 

Come previsto dal filosofo tedesco il capitalismo ha concentrato la ricchezza nelle mani di pochi. Ma l’autore individua l’alternativa nel connubio di individuo e collettivo

Il compito intellettuale che si è dato Emiliano Brancaccio in questi anni è alto: innovare il metodo scientifico di Marx e misurare la sua forza attraverso dibattiti coi massimi esponenti della teoria e della politica economica mondiale. Capi economisti del FMI, premi Nobel, primi ministri, banchieri centrali. Un bagaglio dialettico per molti versi unico nella vita di un singolo studioso.

Summa di queste esperienze è l’ultimo libro di Brancaccio, intitolato Libercomunismo. Scienza dell’utopia (Feltrinelli, p. 176, euro 11, in libreria dal 10 febbraio). Testo scorrevole e avvincente, scritto per essere apprezzato a più livelli, dal grande pubblico come dagli addetti ai lavori. Per gli esigenti, una densa appendice illumina la metodologia dell’opera. Per i militanti, gli “appunti per un manifesto” in coda al volume offrono provocatori aforismi per l’azione. Il testo riabilita lo scopo più ambizioso del Marx scienziato: disvelare le “tendenze” della società capitalistica, con il loro portato di catastrofi e sovversioni. L’obiettivo metodologico è esplicito: chiudere la stagione del “post-moderno” inaugurata da Jean François Lyotard, con il suo carico di pregiudizi verso lo studio del “movimento storico”.

A tale scopo, il volume rielabora un tema centrale nelle ricerche di Brancaccio: la centralizzazione del capitale “nelle mani di pochi barbari”, una “tendenza” del capitalismo teorizzata da Marx e oggi comprovata dai dati. Il libro mostra in che modo il processo di centralizzazione si instilli, come un veleno, in ogni aspetto della contemporaneità. Nello sfruttamento del lavoro e della natura, nella subordinazione della scienza alla logica del profitto, nello sviluppo di una ottundente psicologia di massa, nel conflitto tra capitali che sfocia nella guerra militare tra i popoli. E in un orizzonte funesto, che l’autore chiama “oltrefascismo”. Definizione apertamente contrapposta a quella di “fascismo eterno” suggerita da Umberto Eco. Mentre Eco scagionava la democrazia liberale, Brancaccio la considera sia responsabile che vittima della tendenza catastrofica in atto.

Piano epistemologico e piano politico si fondono quindi nella ricerca di uno sbocco alternativo alla barbarie della centralizzazione “oltrefascista”. È l’idea che la libera espressione dell’individualità sociale si manifesterà solo nella repressione della libertà del capitale centralizzato. Il “libercomunismo” viene cioè inteso come integrazione di pianificazione collettiva e libertà individuale, secondo una formula inedita che si misura criticamente con le discussioni precedenti, da Galvano Della Volpe a Norberto Bobbio. La base scientifica del libro conferisce forza a una polemica che non risparmia nessuna dottrina alla moda. Ne escono male Bernard Henry Levy e i bellicisti liberali, con le loro giustificazioni “etiche” di guerre che sono in realtà dettate da interessi capitalistici.Ma la polemica è corrosiva anche verso Ernesto Laclau e i teorici del populismo, interpretato dall’autore senza mezzi termini: un “retrivo capitalismo”. Agli stessi movimenti di emancipazione contro il maschilismo, il razzismo, le discriminazioni sessuali e “l’offesa alle diversità di corpi e pensieri”, l’autore pone un problema: restare nell’angusto orizzonte liberale significa assecondare la “tendenza” all’oltrefascismo. Significa morire. Libercomunismo è un’opera che, prima di creare il nuovo, offre solide ragioni per distruggere le vecchie mode di pensiero. Anche per questo è un libro destinato a suscitare dibattito.