L’economia della distruzione /Joan Robinson MR2026-09

Il discorso pronunciato da Joan Robinson nel maggio del 1980 a Montréal (e pubblicato sulla Monthly Review nel 1983) non è soltanto un’analisi economica lucida e severa, ma rappresenta un vero e proprio manifesto politico, etico ed esistenziale. Tra le figure più influenti e brillanti del pensiero economico del Novecento, Robinson dimostra in questo intervento una capacità di visione che travalica i confini della propria disciplina per abbracciare le sfide globali dell’umanità.

Monthly Revies Issue:  Vol. 78, No. 04 (September 2026)

Traduzione di The Economics of Destruction by Joan Robinson

Stiamo qui seduti a discutere di idee totalmente fuori tema. La questione importante non è se il tasso di inflazione sia alto o basso o se possa essere tenuto sotto controllo, ma se la nostra generazione riuscirà a distruggere il mondo. Stiamo assistendo all’accumulo di armi mentre americani e sovietici avanzano da un sistema missilistico all’altro. Questa stessa minaccia incombe sulla prossima generazione. Dovremmo renderci conto che l’accumulo di armi distruttive precede la discussione sull’inflazione e sulla disoccupazione. La corsa agli armamenti è una questione troppo seria perché ci accontentiamo di discutere di teorie economiche che fluttuano nell’aria.

Oggi l’economia non fa altro che contribuire all’aggravarsi dell’attuale recessione. Nel clima attuale, una politica economica intelligente viene vista come una tentazione pericolosa. Programmi di sostegno all’occupazione, al welfare e ad altri settori sono considerati pericolosi perché ritenuti di stampo socialista. I governi, invece, hanno abbandonato l’idea di raggiungere la piena occupazione. Si concentrano su metodi per ridurre l’inflazione limitando il credito, quando in realtà questo peggiora la situazione, riducendo gli investimenti e l’attività produttiva. I tassi di interesse vengono spinti a livelli assurdi, il che frena la domanda di prestiti da parte delle imprese e, di conseguenza, rallenta la crescita dell’attività produttiva reale. Di fronte all’aumento del debito e degli interessi passivi, le imprese riducono le spese e gli investimenti. Le fabbriche licenziano sempre più lavoratori, mentre le aziende cercano di tagliare i costi e l’economia sprofonda sempre più nella recessione. Sono le politiche dei governi occidentali a essere stupide e disastrose. Ma il modo in cui la democrazia si è evoluta è che si è trasformata in un’asta in cui vince chi alza di più l’offerta. I governi si ispirano a [Milton] Friedman e ai Chicago Boys e mettono in atto politiche che agiscono solo indirettamente sui prezzi. D’altro canto, i metodi per aumentare l’occupazione sono considerati socialisti e devono essere respinti in quanto pericolosi e inflazionistici.

Mi sembra piuttosto ironico che l’umiliazione subita dall’Unione Sovietica in Afghanistan ci abbia reso così moralmente superiori da spingerci a difendere la democrazia e i diritti umani. Ripensiamo al Cile e facciamo una seria autocritica. Il comportamento degli Stati Uniti nel difendere le peggiori dittature in America Latina dovrebbe indurci a riflettere sulla politica estera occidentale. Il Vietnam è solo l’esempio più lampante di intervento americano. Ma l’Afghanistan ha reso l’Occidente così moralmente superiore da rifiutare qualsiasi possibilità di distensione o compromesso. Gli slogan difensivi stanno danneggiando gravemente le possibilità di una coesistenza pacifica: i programmi sociali vengono tagliati, mentre i bilanci della difesa devono aumentare per stare al passo con il livello della retorica. Solly Zuckerman ha fatto notare che, una volta che entrambe le parti avranno a disposizione armi atomiche sufficienti a infliggere danni irreparabili all’altra e al resto del mondo civilizzato, a cosa serve continuare a costruire missili nucleari e a consumare sempre più risorse della crosta terrestre solo per autodistruggerci?

L’economia keynesiana sta contribuendo all’attuale crisi, a causa della riluttanza a spendere denaro per il welfare e la disoccupazione: questo è socialismo. I ministri delle finanze di tutto il mondo continuano a insistere sul fatto che l’inflazione sia più importante della piena occupazione, ma dimenticano sempre che la spesa pubblica sconsiderata per il complesso militare-industriale negli Stati Uniti, iniziata con la guerra del Vietnam e tuttora in corso, è un fattore determinante nel sostenere la spirale inflazionistica. Ma è sempre facile ottenere voti per le spese militari: i mezzi per finanziare la distruzione sono più facili da reperire rispetto ai mezzi per combattere la disoccupazione e la povertà.

Che senso ha stare qui a discutere di cose inutili? Mi ricorda la storia dell’uomo che ebbe la sfortuna di scivolare dalla cima di un grattacielo. Mentre passava davanti al diciassettesimo piano, riconobbe un amico alla finestra e gli disse: “Finora non è andata poi così male”. Siamo di nuovo in una fase di recessione e i governi sono incapaci di attuare politiche che possano invertire l’attuale crisi: invece, ascoltano economisti incompetenti che affermano che l’inflazione è la causa, e non il sintomo, di un’economia malata. Ciò che abbiamo sono programmi che aggravano la crisi economica, mentre i mezzi di distruzione si moltiplicano. L’economia dovrebbe iniziare ad affrontare il problema cruciale della nostra imminente catastrofe.


Joan Robinson è stata professoressa di economia all’Università di Cambridge. È stata una delle economiste più importanti del ventesimo secolo e ha collaborato frequentemente con la rivista Monthly Review .

Questa ripresa è il testo di un discorso tenuto da Robinson il 9 maggio 1980 a Montreal. Il testo è stato trascritto dagli appunti presi da Hal Kursk, che in seguito ne ha discusso e corretto l’opera con Robinson. È stato originariamente pubblicato nel numero di ottobre 1983 della rivista.


Joan Robinson e la “miopia” delle politiche contemporanee

Un commento “guidato” a mo’ d’introduzione

.

1. Un approccio ad ampio orizzonte: oltre il tecnicismo economico

Ciò che rende questo scritto straordinario è il rifiuto dell’autreferenzialità accademica. Robinson contesta radicate priorità: mentre la classe politica e gli economisti tradizionali dibattono su tassi di interesse, inflazione e teorie monetariste, l’autrice alza lo sguardo per porre la domanda fondamentale: “A cosa serve discutere di teorie economiche se stiamo distruggendo il mondo?”

L’approccio dell’autrice interseca tre dimensioni essenziali:

  • Economia e Società: La critica al monetarismo e alle ricette ideologiche di matrice friedmaniana, che penalizzano l’occupazione, il welfare e la produzione reale a favore dell’austerità e del rigore finanziario.
  • Geopolitica e Politica Estera: Il smascheramento dei doppi standard morali dell’Occidente. Robinson rievoca il Vietnam, le dittature sostenute in America Latina e il Cile per smontare la presunta “superiorità morale” occidentale post-invasione sovietica dell’Afghanistan, evidenziando come la retorica difensiva serva spesso a giustificare il riarmo.
  • L’Ecologia e il Complesso Militare-Industriale: Un richiamo pionieristico all’assurdità di consumare le risorse finite della Terra (“la crosta terrestre”) per accumulare arsenali atomici già ridondanti, capaci soltanto di garantire l’autodistruzione.

2. L’incredibile attualità del messaggio

Rileggere oggi queste parole a distanza di oltre quattro decenni lascia disorientati per la loro immediata aderenza al nostro presente. I parallelismi con le crisi odierne sono evidenti:

  1. La priorità del riarmo sul benessere sociale: Robinson osserva come sia sempre facile trovare consenso politico e fondi bilancio per la difesa e le spese militari, mentre i programmi sociali, il contrasto alla povertà e il sostegno all’occupazione vengono sacrificati o bollati come pericolosi o inefficienti.
  2. Trattare i sintomi anziché le cause: La denuncia dell’incapacità dei governi e degli economisti nel comprendere che le politiche d’austerità e di rialzo aggressivo dei tassi rischiano di soffocare gli investimenti e far sprofondare l’economia nella recessione.
  3. La parabola del grattacielo (“Finora non è andata poi così male”): L’efficace metafora con cui Robinson chiude il discorso descrive perfettamente l’inazione e l’illusione della politica contemporanea di fronte all’incrociarsi delle crisi attuali (militari, economiche ed ecologiche). Ci compiacciamo di stabilità temporanee mentre precipitiamo verso la catastrofe imminente.

Conclusione

In questo discorso, Joan Robinson ci ricorda che l’economia non può e non deve essere disgiunta dall’etica e dalla salvaguardia della vita umana. Il suo è un invito urgente a riordinare le priorità globali: smettere di concentrarsi su dibattiti marginali o soluzioni di breve respiro e affrontare direttamente le minacce esistenziali del nostro tempo — dalla corsa agli armamenti alla disuguaglianza sociale.