Le classi sociali in Italia oggi di Pier Giorgio Ardeni (Laterza, 2024) è un’opera che riprende e aggiorna il pionieristico Saggio sulle classi sociali di Paolo Sylos Labini (1974), interrogandosi sull’evoluzione della stratificazione sociale italiana negli ultimi cinquant’anni. Ardeni, economista e studioso dello sviluppo, sfata il luogo comune secondo cui le classi sociali sarebbero scomparse, dimostrando come, nonostante i mutamenti economici e culturali, le disuguaglianze strutturali permangano e influenzino mobilità sociale, accesso all’istruzione e opportunità economiche.
Attraverso un approccio multidisciplinare – che combina sociologia, economia e scienza politica – il libro analizza dati quantitativi e rielabora categorie classiche (borghesia, piccola borghesia, classe operaia) alla luce delle trasformazioni del capitalismo globale, della precarizzazione del lavoro e della polarizzazione dei redditi. L’obiettivo è mostrare come, nonostante la retorica neoliberista dell’”ascensore sociale” e della “società middle-class”, l’Italia resti un paese caratterizzato da un’immobilità sociale crescente, dove l’origine familiare continua a determinare destino economico e status.
SEGUE: Parole chiave, Sintesi analitica by Deepseek, Indice del volume, Link a recensione di Arnaldo Bagnasco.
Parole chiave/ argomenti
Sintesi Analitica by Deepseek
Struttura e Contenuti
Il libro si articola in otto capitoli, preceduti da un’introduzione che chiarisce l’obiettivo: riportare al centro del dibattito pubblico la questione delle classi, spesso oscurata da narrazioni sulla “fine delle ideologie” o sulla predominanza della middle class.
- Capitoli 1-3: Quadro Teorico e Storico
- Ardeni ripercorre le teorie di Marx e Weber, sottolineando come le classi siano definite da rapporti di produzione (Marx) e da status, potere e reddito (Weber).
- Ripropone la classificazione di Sylos Labini (borghesia, piccola borghesia autonoma e impiegatizia, classe operaia), mostrandone l’applicabilità agli anni ’50-’70, quando la mobilità sociale era sostenuta dalla crescita economica.
- Capitoli 4-5: Gli Anni ’80 e la “Scomparsa” delle Classi
- Con l’avvento del neoliberismo, il dibattito si sposta su “stratificazione sociale” e disuguaglianze settoriali (genere, generazioni, territorio).
- Emergono nuove categorie (es. schema EGP di Goldthorpe), ma le classi persistono, seppur frammentate: la classe operaia si divide tra garantiti e precari, mentre la middle class si polarizza in “alta” e “bassa”.
- Capitoli 6-7: La Fotografia Attuale
- Oggi, la struttura sociale italiana è “ingessata”: la classe operaia (25% della popolazione) coesiste con una middle class in declino e un’élite sempre più ricca.
- L’istruzione, un tempo motore di mobilità, perde efficacia: il reddito familiare determina accesso a opportunità e reti sociali.
- Disuguaglianze di genere, divari territoriali (Nord-Sud) e fenomeni come i NEET aggravano le disparità.
- Capitolo 8: Classi e Politica
- Ardeni critica la rappresentanza politica: le classi popolari sono orfane di partiti che ne difendano gli interessi, mentre le élite perpetuano un sistema iniquo.
- La sinistra, in particolare, ha abbandonato la lotta di classe per abbracciare logiche neoliberiste, lasciando spazio a populismi di destra.
Tesi Principali
- Le classi sociali non sono scomparse, ma si sono ridefinite: la “classe dominante” ha vinto la guerra di classe, mascherando le disuguaglianze sotto l’ideologia della middle class.
- L’Italia è un paese bloccato, con mobilità sociale ridotta e disuguaglianze ereditarie.
- La politica è incapace di affrontare il problema, mancando una visione strutturale dello sviluppo.
Indice
Le classi sociali esistono ancora? Perché questo libro
I.
Le classi sociali da Marx e Weber ai nostri tempi: un breve excursus
Entra Karl Marx
Entra Max Weber
Il capitalismo del secondo dopoguerra: la struttura di classe si fa più articolata
Il pensiero sociologico si adegua ai tempi
Mobilità sociale, stratificazione sociale e i confini tra le classi: gli approcci emergenti
II.
Il dibattito sulle classi sociali in Italia negli anni Sessanta e Settanta
Entra Paolo Sylos Labini
Critiche e riletture: gli altri studi e il contributo di Massimo Paci
III.
Le classi sociali tra gli anni Cinquanta e Settanta nella fotografia di Sylos Labini e degli altri: l’analisi quantitativa
Il quadro al 1951
Il quadro al 1971
IV.
Il dibattito si evolve: classi sociali, stratificazione, mobilità
Il capitalismo sta cambiando, le classi sociali escono dal radar
Il focus si sposta sulla stratificazione sociale, oltre le classi
Le classi professionali di Goldthorpe
Gli altri paradigmi. Disuguaglianze e mobilità sociale o il “ritorno” delle classi sociali
V.
Le classi sociali dagli anni Ottanta: la fotografia si fa più sfocata
L’evidenza sulle classi sociali di Sylos Labini al 1983
La fotografia di Cobalti, Schizzerotto e gli altri
La mobilità sociale
Stratificazione e mobilità sociale nel nuovo secolo
VI.
Cinquant’anni dopo Sylos Labini: le classi sociali contano ancora?
Le classi sociali esistono: vecchie e nuove linee di confine
E allora, dove sono finite le classi sociali?
La classe operaia non esiste più?
La fine delle classi medie?
Le classi come ideologia
VII.
Una sintesi quantitativa: le classi sociali in Italia, oggi
Le classi sociali dal 1951 al 2023
La distribuzione del reddito negli ultimi 35 anni
Istruzione, distribuzione del reddito e classi sociali
Le altre dimensioni delle disuguaglianze e la loro relazione con le classi sociali
La questione del genere
L’inattività e la questione dei NEET
La questione dei divari territoriali
Conclusioni: e la politica?
Le classi sociali esistono: vecchie e nuove linee di confine
Le classi sociali protagoniste, poi dimenticate dalla politica
La politica entra nel tunnel
Ripartire dalle classi sociali
Appendice statistica
Riferimenti bibliografici
Recensione
Sono uscite dal radar? di Arnaldo Bagnasco Pier Giorgio Ardeni: Le classi sociali in Italia oggi
Pier Giorgio Ardeni – Le classi sociali in Italia oggi
Sono uscite dal radar? di Arnaldo Bagnasco
Pier Giorgio Ardeni: Le classi sociali in Italia oggi, pp. 288, € 20, Laterza, Roma-Bari 2024
Questo di Pier Giorgio Ardeni è anzitutto un doveroso ricordo della pubblicazione, cinquant’anni fa, del Saggio sulle classi sociali di Paolo Sylos Labini, “il primo tentativo di collegare e corroborare una teoria della struttura di classe con i dati statistici disponibili”; di ciò che ha significato spingere una discussione allora prevalentemente teorica in direzione della ricerca empirica, orientata da assunti teorici ma capace di sollecitarne critiche e modifiche. Era stato un punto di partenza per domande e problemi su un tema cruciale, che negli anni successivi si sono poi complicati, per questo anche offuscati, e che vanno riproposti con la stessa decisione e intelligenza di allora.
Dove sono finite le classi sociali, che Sylos Labini nelle sue tabelle ci aveva per così dire fatto toccare con mano? I cambiamenti di economia e società sono stati tali che si è arrivati anche a dubitare di poter usarne il concetto. Ardeni non crede che siamo a questo punto: riparte da Sylos Labini per un libro che “non è [una]storia delle classi sociali, ma una riflessione sulla struttura sociale italiana oggi e su come si è evoluta dal dopoguerra, sulla discussione intorno a essa e anche su come i termini di quel dibattito sono cambiati nel corso del tempo”. Questa riflessione a vari livelli, aderente ai dati delle ricerche, è il motivo d’interesse del libro.
Si parte da Marx e Weber, che hanno parlato di classi in modi diversi ma pensando entrambi alla struttura delle società del capitalismo, dove le classi esprimono un conflitto di fondo, per interessi collettivi contrapposti. L’attenzione si sposta poi alla discussione in Italia negli anni sessanta e settanta; emergono quattro caratteristiche per la definizione delle classi, che rimarranno, variamente intrecciate, nelle ricerche successive: “il reddito, secondo le sue fonti; la professione e il tipo di lavoro; le condizioni di vita e i riferimenti socio-culturali, ovvero lo “stile di vita”, i rapporti di potere”.
Negli anni ottanta la società industriale è alle spalle. Il capitalismo cambia, la struttura sociale diventa più complicata: in epoca neoliberista “le classi sociali escono dal radar”. Si pensa che sia necessario guardare a più strati ascrivibili a disuguaglianze di diversi tipi (di genere, generazionali, culturali, di luogo di vita) ma i ricercatori, considerando temi come la mobilità sociale e appunto le disuguaglianze, ne trovano la connessione persistente con le relazioni economiche e di lavoro, e parlano così di classi, in tensione fra loro.
Con la terziarizzazione dell’economia le figure professionali si moltiplicano, crescono i lavoratori dei servizi, “la classe operaia si stratifica, scomponendosi in posizioni che finiscono per risultare anche molto lontane tra loro”. Globalizzazione, finanziarizzazione, innovazioni tecnologiche muteranno ancora la stratificazione.
Per capire bene l’evoluzione, è utile dedicare attenzione alla classe media, a com’è cambiata nel tempo e immaginata in politica (Sylos Labini l’aveva “scoperta” in Italia). In epoca neoliberista la crescita delle posizioni al centro della scala aveva alimentato l’ideologia del “siamo tutti classe media”, arrivando così a negare di fatto le classi e insieme le ragioni di un conflitto di classe: i ricchi si arricchiscano, i vantaggi goccioleranno in basso.
Le crisi di anni più recenti hanno però portato in evidenza tendenze di polarizzazione sociale, bassi salari, precarietà, insicurezza, paura di cadere, che hanno toccato a gradi diversi tutte le classi, polarizzandole anche al loro interno in frazioni garantite e non, favorite e non, chiuse in sé stesse, in un’economia che non funziona bene perché non si modernizza quanto necessario. Appare allora l’immagine della “fine della classe media” come chiave di lettura ideologica, non corrispondente ai dati, che ne mostrano piuttosto difficoltà e varietà interne ma insieme la persistenza, anche se di difficile definizione concettuale (accontentiamoci qui dell’uso di classi medie al plurale).
La polarizzazione non cancella le classi, ma rivela una struttura sociale frammentata e ingessata. Un richiamo realistico alle condizioni economiche e del lavoro nel nostro capitalismo permetterebbe di tornare in senso forte alle classi, e anche a pensarne un insieme dominante e uno dipendente in conflitto. In particolare: la classe operaia, dell’industria e del terziario, non è certo scomparsa; considerandola insieme a classi sfavorite del mezzo della scala e a chi è spinto al marg,ine dell’esclusione e della povertà, si può considerare unitariamente un consistente insieme sociale.
La politica però dimentica le classi, appare oggi incapace di pensare alla struttura sociale del nostro capitalismo, e di agire di conseguenza. Le attuali condizioni favoriscono una destra populista, nazionalista, securitaria, a fronte della quale la sinistra “non sa opporre una politica al di fuori del solco neoliberista”. Forse non è del tutto vero, ma sono comunque diventate chiare due cose: una reazione assertiva, e non solo difensiva in nome delle classi dipendenti, non può limitarsi ai temi della redistribuzione e dei diritti da garantire; si apre, infatti, il problema di elaborare una politica di sviluppo e modernizzazione dell’economia capace di funzionare, in mancanza della quale non s’intaccano le cause della società ingessata, delle disuguaglianze, senza più ascensore sociale. Qui sta la difficoltà maggiore di fronte alla quale ci porta il realismo di Ardeni. Che lo sa bene, perché è un economista dello sviluppo, con grande esperienza, e ne ha già scritto. Questo studio è per orlui l’occasione di ritornare sul tema, mettendo qui a frutto la sua ampia riflessione sulla struttura sociale del nostro capitalismo: il suo libro ha indagato le basi sociali della regolazione politica dell’economia.
Un libro ed un convegno Il 15 Maggio ore 17:00 al Teatro l’Affratellamento Presentazione del libro di Piergiorgio Ardeni Le classi sociali in Italia oggi Informazioni sul libro
RECENSIONE
Il Sole 24 ore 29 Settembre 2024
Se la lotta di classe resta in bianco e nero
Strutture del capitalismo. Pier Giorgio Ardeni nel suo saggio è impegnato a mostrare che il conflitto abbia ancora senso. Eppure le sue argomentazioni risentono di una nostalgia tipica del Novecento
Alberto Orioli
Una parte della pubblicistica sociologica sembra subire un’onda lunga di rivalsa sulla celebre frase di Margaret Thatcher che ne segnò per lungo tempo le sorti: «La società non esiste, esistono solo gli individui». Tantomeno quindi le classi sociali. L’ha documentata Giorgia Serughetti (La società esiste, Laterza) che vede nell’attivismo sindacale, ambientalista e femminista il grande riscatto della società verso l’individuo, passando dal linguaggio dell’identità al nuovo orientamento verso il bene comune. La testimonia Pier Giorgio Ardeni nel suo Le classi sociali in Italia oggi. L’autore è esplicito fin da subito nella sua volontà di ricostruire la narrazione tradizionale della sociologia che guarda a Weber e molto a Marx e poi, più vicino a noi, a Gallino, Pizzorno, Bagnasco e anche e soprattutto a Paolo Sylos Labini nella sua celebre tassonomia delle classi sociali. Quando scopriva per la prima volta il ceto medio allargato, non ancora borghese anche se non più proletario, un terzo genere in mezzo al conflitto tra capitale e lavoro. Ma divideva l’Italia in borghesia, piccola borghesia autonoma, piccola borghesia impiegatizia, classe operaia e sottoproletariato. E Ardeni scrive un libro “contro”, da professore di Economia politica (come fu Sylos) e da studioso dei Paesi in via di sviluppo e delle dinamiche prodotte dalle diseguaglianze e il loro riflesso sulla politica. Sa benissimo – e lo esplicita subito come excusatio non petita – di rischiare di «apparire retrò o démodé o vetero-qualcosa» perché l’analisi sociale più corrente parla d’altro e in altro modo. La preoccupazione principale di Ardeni è allora quella di dimostrare come il conflitto di classe abbia ancora senso. Che analizzare la società con lo schema dell’economia sia ancora il paradigma giusto. E non se ne parla solo perché siamo impantanati nella declinazione quotidiana del neoliberismo e dei suoi camuffamenti sociali. Invece il saggio ci spiega che la lotta di classe avrebbe molti motivi per riproporsi a cominciare dalle istanze dei nuovi diseredati e precari verso i privilegi degli ottimati della rendita e della ricchezza diseguale e polarizzata, mantenuta così anche grazie alle mistificazioni del merito e del mito dell’individuo artefice del suo destino. Invece – è sempre l’analisi dell’autore – il capitalismo, nella sua versione estensiva degli ultimi anni, è riuscito a catturare i suoi detrattori. E ha anestetizzato il conflitto che invece dovrebbe esplodere fragoroso. E se ciò non accade è perché anche la sinistra – magari a partire dal Tony Blair che nel ’99 sancisce la fine della lotta di classe – ha dismesso i panni antagonisti per condividere un racconto della realtà che mescola le classi, le cristallizza e ingessa tutto in una situazione di ambigua sospensione. Tra dominanti e dominati – ci avverte Ardeni – il pendolo della storia sta facendo vincere di gran lunga i dominanti, le classi dell’élite. E per paradosso si è compiuta la profezia di Luciano Gallino: «La più grande vittoria della classe dominante, di certo, è aver fatto credere agli altri di non esistere più». La prima ad essere finita nel tranello sarebbe – sempre secondo l’autore – proprio la sinistra che avrebbe abbandonato la rappresentanza delle classi popolari ed emarginate concentrandosi ossessivamente sul mito della classe media. Non ci sono mai le parole del riformismo. Così, più ci si addentra nel testo, più l’analisi si fa nostalgica. Partendo dall’assioma che l’idea della classe è una ideologia e in questa temperie della storia si propone con la versione della middle class come vincente e prevalente invece di dare sfogo alle istanze della working class con tutto il suo rosario di sfruttamento e alienazione. Dominanti, dominati, lotta di classe diventano le lenti montate su occhiali del secolo scorso (o forse anche di quello precedente) con cui osservare il presente, bocciando senza appello chi quegli occhiali li ha lasciati al museo della sociologia. Così sono solo «analisi impressionistiche» ad esempio quelle di Luca Ricolfi che scopre la «società signorile di massa» e la sua poco osservata distribuzione della rendita, diventata ormai un tratto quasi popolare che supera e confonde le schematizzazioni passate. Guai poi a pensarla come Giuseppe De Rita che «vuole farci credere come l’Italia di oggi sia in fondo “un pulviscolo di 58 milioni di borghesi”». La nostalgia del volume non poteva non rileggere l’esito politico contemporaneo, la crisi della democrazia e della rappresentanza, la fuga nei populismi. Una progressiva rinuncia alla partecipazione causata anche – e forse soprattutto – dalla scomparsa della lotta di classe. Nessun cenno alle reti sociali ( i pervasivi social network) che tanta parte hanno nel modellare classi e ceti ben oltre la sfera economica. Arrivati in fondo, ci si accorge di aver letto un libro in bianco e nero, come i giornali degli anni 60 che lasciavano l’inchiostro sulle dita. Poi si alza lo sguardo e per fortuna ci sono i colori.
