Introduzione all’edizione aggiornata di ‘Scambio ineguale’ di Arghiri Emmanuel /b.Clarke, j.b.Foster-MR 2026-gen

di Brett Clarke e John Bellamy Foster


Sintesi dello Scambio Ineguale di Emmanuel (e della sua introduzione critica)


Il libro e il suo contesto

“Lo scambio diseguale: uno studio sull’imperialismo del commercio” di Arghiri Emmanuel fu pubblicato in francese nel 1969. L’introduzione qui presentata è di Brett Clarke e John Bellamy Foster, uscita su Monthly Review (vol. 77, n. 8, gennaio 2026) come prefazione a una nuova edizione del testo.


Sintesi per punti

1. Il problema teorico di partenza

  • La questione dello scambio internazionale diseguale risale a Ricardo, che nella sua teoria del vantaggio comparativo riconosceva che alcuni paesi ricevono più lavoro per meno negli scambi internazionali
  • Marx aveva già osservato che “tre giorni di lavoro di un paese possono essere scambiati contro uno di un altro” e che una nazione può “appropriarsi del lavoro in eccesso dell’altra senza restituire nulla in cambio”
  • Il nodo teorico centrale è: come misurare e spiegare questo squilibrio?

2. Le basi pre-Emmanuel: Bauer e Grossman

  • Otto Bauer (1924): lo scambio diseguale esiste perché le diverse composizioni organiche del capitale (rapporto capitale/lavoro) tra paesi sviluppati e arretrati producono un trasferimento di valore dai poveri ai ricchi nel processo di equalizzazione dei tassi di profitto
  • Henryk Grossman (anni ’30): conferma e approfondisce Bauer — i paesi avanzati vendono le merci a prezzi superiori al loro valore, quelli arretrati a prezzi inferiori
  • Questo viene chiamato da Emmanuel “scambio diseguale in senso ampio”: un meccanismo quasi automatico, non ancora il cuore dello sfruttamento imperialista

3. La tesi originale di Emmanuel

  • Emmanuel individua una seconda forma, più significativa, di scambio diseguale: quella basata sulla disuguaglianza salariale strutturale tra Nord e Sud del mondo
  • Il suo modello capovolge Ricardo: non sono i profitti a essere diseguali (tendono all’equalizzazione grazie alla mobilità del capitale), ma i salari, che rimangono strutturalmente bassi alla periferia a causa dell’immobilità internazionale del lavoro (controlli sull’immigrazione)
  • Le economie centrali con salari alti estraggono lavoro in eccesso dalle economie periferiche con salari bassi: questo trasferimento di valore è nascosto nelle categorie di prezzo del commercio ordinario
  • I “super-salari” del Nord (es. USA) generano sviluppo autocentrico; i bassi salari della periferia generano una “dialettica del sottosviluppo”

4. Le implicazioni politiche più controverse

  • Emmanuel estende la critica dell’aristocrazia operaia (Engels, Lenin) a tutta la classe operaia occidentale, vista come beneficiaria dell’imperialismo
  • Riprende il concetto di Oskar Lange di “imperialismo popolare”: i lavoratori del Nord non sono solo sfruttati ma compartecipano allo sfruttamento dei lavoratori del Sud
  • Esempi storici citati: i lavoratori americani che supportavano la guerra in Vietnam, i coloni francesi durante la guerra d’Algeria
  • Questo implica una frattura oggettiva nella solidarietà internazionale dei lavoratori

5. Il dibattito con Bettelheim

Bettelheim critica Emmanuel su cinque punti principali:

  1. Una nazione non può sfruttarne un’altra (deviazione da Marx e Lenin)
  2. Lo sfruttamento avviene solo nella produzione, non nello scambio
  3. Non si può ignorare la produttività nell’analisi
  4. Emmanuel inverte la causalità marxista (salari → accumulazione, invece di accumulazione → salari)
  5. Il modello si basa sulla libera concorrenza, non sul capitalismo monopolistico

Bettelheim sostiene paradossalmente che i lavoratori dei paesi avanzati siano più sfruttati (non meno) perché la loro alta produttività genera un tasso di plusvalore maggiore — posizione che Emmanuel chiama “Paradosso di Bettelheim”.

La posta in gioco politica: se Emmanuel avesse ragione, i proletari del Nord sarebbero di fatto “borghesizzati” e la lotta di classe interna ai paesi sviluppati perderebbe senso rivoluzionario.


6. La correzione di Samir Amin

Amin riconosce il merito di Emmanuel (aver posto per primo la questione del valore mondiale) ma ne individua i limiti:

  • Il salario non può essere variabile indipendente: è dialetticamente legato alla storia dell’accumulazione
  • Il modello basato sulla libera concorrenza non è applicabile al capitalismo monopolistico
  • Manca una spiegazione storica dell’immobilità del lavoro
  • Lo sfruttamento dei lavoratori del Sud non è diretto da parte dei lavoratori del Nord, ma mediato dal capitale monopolistico

Amin ridefinisce lo scambio diseguale: è diseguale quando “la differenza tra i rendimenti sul lavoro è maggiore della differenza tra le produttività”. Lo inserisce nel quadro del capitalismo monopolistico generalizzato (Lenin + teoria dell’imperialismo).


7. Le prove empiriche contemporanee

Gli studi del XXI secolo confermano e amplificano la tesi:

  • Suwandi, Jonna, Foster (2019): i costi unitari del lavoro nel Sud globale (Cina, India, Indonesia, Messico) sono tra il 37% e il 62% di quelli USA, con produttività comparabile → trasferimento massiccio di surplus verso le multinazionali del Nord
  • Hickel, Lemos, Barbour (2024, Nature Communications): solo nel 2021 il Nord ha appropriato 826 miliardi di ore di lavoro incarnato dal Sud, equivalenti a 18,4 trilioni di dollari di salari. Il Sud contribuisce al 90% delle ore totali di lavoro globale ma riceve solo il 21% del reddito globale
  • Il divario salariale tra Nord e Sud è enormemente superiore al divario di produttività
  • Non esiste alcun settore in cui il Nord esporti lavoro verso il Sud

8. Lo scambio ecologico diseguale

  • Emmanuel e Amin indicano che esistono anche “altre forme di scambio diseguale” di carattere ecologico
  • Il Sud esporta risorse naturali (energia, materie prime, terra) che non vengono restituite o compensate equamente
  • Il Nord usa in modo sproporzionato i beni comuni ecologici (atmosfera, oceani) esternalizzando l’inquinamento verso la periferia
  • Marx: la natura è un “dono gratuito” per il capitale, parte della “dimora nascosta” dell’accumulazione
  • Esempi storici: saccheggio del guano peruviano (1840-1880), “vene aperte” dell’America Latina (Galeano)

9. Conclusione degli autori

La teoria di Emmanuel, pur con i suoi limiti, ha dimostrato che solo la teoria del valore di Marx permette di svelare la profondità dell’imperialismo economico. Nel XXI secolo, con la generalizzazione delle catene globali del valore e la delocalizzazione industriale nel Sud, quella teoria è diventata più rilevante, non meno.


Elenco degli autori citati con riferimento concettuale e bibliografico

AutoreRiferimento concettualeOpera citata
Arghiri EmmanuelTeoria dello scambio diseguale basata sulla disuguaglianza salariale strutturale tra Nord e Sud; “imperialismo del commercio”Unequal Exchange: A Study of the Imperialism of Trade, Monthly Review Press, 1972/2025
David RicardoVantaggio comparativo; riconoscimento che alcuni paesi ricevono più lavoro per meno negli scambi internazionaliOn the Principles of Political Economy and Taxation, Cambridge University Press, 1951 (orig. 1817)
Karl MarxScambio diseguale come appropriazione del lavoro altrui; valore mondiale; natura come “dono gratuito” del capitale; accumulazione primitivaGrundrisse, Penguin, 1973; Capital vol. 1, 2, 3, Penguin, 1981; Theories of Surplus Value Part 1, Progress Publishers, 1971; The Poverty of Philosophy, International Publishers, 1963
John Stuart MillRiconoscimento che il commercio internazionale può implicare scambio di quantità diseguali di lavoroEssays on Some Unsettled Questions of Political Economy, John W. Parker, 1844
Otto BauerPrima formalizzazione dello scambio diseguale basata sulle differenti composizioni organiche del capitale tra paesiThe Question of Nationalities and Social Democracy, University of Minnesota Press, 2000 (orig. 1924)
Henryk GrossmanConferma e approfondimento di Bauer: i paesi avanzati vendono sopra il valore, quelli arretrati sottoThe Law of Accumulation, Pluto Press, 1993 (orig. anni ’30)
Charles BettelheimCritica a Emmanuel: lo sfruttamento avviene solo nella produzione; i lavoratori del Nord non sono sfruttatori; il tasso di sfruttamento è più alto nei paesi avanzatiAppendici I, III in Emmanuel, Unequal Exchange, 1972
Samir AminRielaborazione critica di Emmanuel nel quadro del capitalismo monopolistico; valore mondiale; scambio ecologico diseguale; doppia lotta classe/nazioneImperialism and Unequal Development, Monthly Review Press, 1977; Modern Imperialism, Monopoly Finance Capital, and Marx’s Law of Value, Monthly Review Press, 2018; Class and Nation, Monthly Review Press, 1980
V. I. LeninImperialismo come fase superiore del capitalismo; aristocrazia operaiaImperialism, the Highest Stage of Capitalism, International Publishers, 1939
Frederick EngelsAristocrazia operaia; benefici temporanei dell’imperialismo per la classe operaia ingleseThe Condition of the Working Class in England, Academy Chicago, 1982
Nikolai Bukharin“Centesimi aggiuntivi” ai lavoratori dei paesi ricchi grazie all’imperialismo; borghesizzazione della classe operaia dei paesi sviluppatiImperialism and World Economy, International Publishers, 1929
Oskar LangeConcetto di “imperialismo popolare” (richiamato da Emmanuel)Citato in Emmanuel, Unequal Exchange, p. 181
Ruy Mauro Marini“Super-sfruttamento” del lavoro nella periferia come carattere sistematico del capitalismo monopolisticoThe Dialectics of Dependency, Monthly Review Press, 2022
Eduardo GaleanoSaccheggio storico delle risorse naturali dell’America Latina nel sistema imperialistaOpen Veins of Latin America, Monthly Review Press, 1997
Paul BaranEconomia politica della crescita; surplus e imperialismoThe Political Economy of Growth, Monthly Review Press, 1957
Ernest MandelCritica a Emmanuel analoga a Bettelheim: alta produttività = alto sfruttamento nei paesi avanzatiLate Capitalism, Verso, 1975
Michael KidronStessa posizione critica verso EmmanuelCapitalism and Theory, Pluto Press, 1974
Geoffrey KayStessa posizione critica verso EmmanuelThe Economic Theory of the Working Class, St. Martin’s Press, 1979
Intan Suwandi, R. Jamil Jonna, John Bellamy FosterVerifica empirica dello scambio diseguale attraverso i costi unitari del lavoro nelle catene globali delle merci“Global Commodity Chains and the New Imperialism”, Monthly Review 70, n. 10, 2019; Suwandi, Value Chains: The New Economic Imperialism, Monthly Review Press, 2019
Jason Hickel, Morena Hanbury Lemos, Felix BarbourMisurazione quantitativa del trasferimento di lavoro incorporato tra Nord e Sud (826 miliardi di ore nel 2021)“Unequal Exchange of Labour in the World Economy”, Nature Communications 15, 2024
Minqi LiLa Cina come paese in perdita netta di lavoro nel commercio estero, non come potenza imperialista“China: Imperialism or Semi-Periphery?”, Monthly Review 73, n. 3, luglio-agosto 2021
Guglielmo Carchedi e Michael RobertsI paesi BRICS non drenano surplus dal Nord ma subiscono essi stessi l’estrazione imperialista“The Economics of Modern Imperialism”, Historical Materialism 29, n. 4, 2021
John Bellamy Foster e Hannah HollemanTeoria dello scambio ecologico diseguale in prospettiva marxista“The Theory of Unequal Ecological Exchange: A Marx-Odum Dialectic”, Journal of Peasant Studies 41, n. 2, 2014
Brett Clark e John Bellamy FosterImperialismo ecologico e frattura metabolica; caso storico del guano peruviano“Ecological Imperialism and the Global Metabolic Rift”, International Journal of Comparative Sociology 50, n. 3-4, 2009
John Bellamy Foster e Brett ClarkSaccheggio della natura nel capitalismoThe Robbery of Nature, Monthly Review Press, 2020
Andre Gunder FrankCapitalismo e sottosviluppo; struttura centro-periferiaCapitalism and Underdevelopment in Latin America, Monthly Review Press, 1967
David HarveyPosizione scettica sulla tesi che i BRICS drenino ricchezza dagli USA“A Comment on a Theory of Imperialism”, in A Theory of Imperialism, Columbia University Press, 2017
Georg BorgströmConcetto di “terreni fantasma”: uso di terre estere per compensare il deficit della propria base di risorseThe Hungry Planet, Macmillan, 1965
Torkil LauesenEconomia politica della migrazione e immobilità del lavoro; rielaborazione di Emmanuel“The Political Economy of Migration”, Monthly Review 75, n. 11, aprile 2024; “Arghiri Emmanuel and Unequal Exchange”, Monthly Review 76, n. 10, marzo 2025
John SmithImperialismo nel XXI secolo; esternalizzazione e supersfruttamentoImperialism in the Twenty-First Century, Monthly Review Press, 2016
UNCTADTrasferimenti finanziari netti dai paesi in via di sviluppo a quelli sviluppati; “corsa sul debito”World Turned Upside Down, Policy Brief n. 78, maggio 2020

Traduzione della recensione MR 2026-gen

Lo scambio diseguale: uno studio sull’imperialismo del commercio di Arghiri Emmanuel fu un’opera esplosiva quando fu pubblicata per la prima volta in francese nel 1969, non solo per la profondità della sua critica all’economia neoclassica, ma ancor più per l’enorme sfida che rappresentava per la stessa teoria economica marxista.1 Questa accoglienza incendiaria fu immediatamente evidente nel fatto che il libro incorporava un ampio dibattito tra Emanuele, economista greco, che divenne direttore degli studi economici all’Università di Parigi-VII, e l’economista marxista francese Charles Bettelheim, sotto la guida del quale Emmanuel aveva scritto la sua tesi di dottorato sullo scambio diseguale, e le cui opinioni si discostavano nettamente da quelle di Emanuele. Così, lo scambio diseguale di Emmanuel esplose sulla scena pubblica in una tempesta di controversie, già presente nel libro e rapidamente estesa a un dibattito più ampio che continuò per anni, sollevando la questione del rapporto tra la classe operaia nelle economie capitaliste avanzate e l’imperialismo. L’impatto dello Scambio Eguali fu sorprendente all’epoca, ma poi declinò man mano che l’interesse per la teoria imperialista diminuiva nella sinistra occidentale e la realtà che Emmanuel aveva indicato veniva spesso negata. Nel frattempo, l’inchiesta da lui avviata fu presa in carico da altri, come l’economista egiziano-francese Samir Amin, e si trasformò in altre direzioni. Nel ventunesimo secolo, tuttavia, la realtà sia dello scambio economico che diseguale è diventata il fulcro della lotta mondiale anti-imperialista, e l’interesse per l’opera classica di Emmanuel è nuovamente aumentato.

La questione dello scambio internazionale diseguale risale alla critica di Karl Marx all’economia politica classica ed era infatti una questione importante all’interno dell’economia politica classico-liberale.2 Nel suo lavoro fondamentale Sui principi dell’economia politica e della tassazione (1817), David Ricardo riassumeva che il capitale fosse immobile a livello globale, mentre la legge ferrea malthusiana dei salari significava che i costi del lavoro erano determinati dai requisiti di sussistenza fisica. Pertanto, la legge del valore non si applicava alle transazioni internazionali. Sebbene si possa presumere che i salari dei lavoratori fossero uguagliati poiché determinati più o meno dalla sussistenza assoluta, i profitti, dovuti all’immobilità del capitale tra le nazioni, non lo erano. Di conseguenza, Ricardo introdusse la sua famosa teoria del vantaggio comparativo per spiegare il commercio internazionale, come una deviazione e un’inversione della legge del valore, basandosi su domanda e offerta come principale determinante.3

L’analisi di Ricardo dimostrò che era sempre vantaggioso per i paesi impegnarsi nel commercio, esportando i prodotti per i quali avevano il maggiore vantaggio comparativo rispetto ad altri beni che potevano scegliere di scambiare. Tuttavia, ha anche riconosciuto che, a causa delle diverse produttività (e intensità del lavoro), alcuni paesi riceverebbero più lavoro per meno lavoro negli scambi internazionali, mentre altri paesi riceverebbero meno lavoro per un aumento maggiore.4 “Anche secondo la teoria di Ricardo,” osservò Marx, “tre giorni di lavoro di un paese possono essere scambiati contro uno di un altro paese…. In questo caso, il paese più ricco sfrutta quello più povero, anche dove quest’ultimo guadagna con il commercio, come spiega John Stuart Mill nel suo Some Unsettled Questions.”5 Come Amin riassumeva la teoria ricardiana del vantaggio comparativo nel commercio internazionale, “Tutto ciò che questa teoria ci permette di affermare è che, in un dato momento, la distribuzione dei livelli di produttività è ciò che è, è nell’interesse dei due paesi effettuare uno scambio, anche se è diseguale.”6

“Due nazioni,” spiegò Marx nella Grundrisse, “possono scambiarsi secondo la legge del profitto in modo tale che entrambe guadagnino, ma una viene sempre truffata…. Una delle nazioni può costantemente appropriarsi per sé una parte del lavoro in eccesso dell’altra, senza restituire nulla in cambio.”7 Nel terzo volume di Il capitale, ha poi osservato che “il paese privilegiato riceve più lavoro in cambio di meno”, ottenendo così un “profitto in eccesso”, mentre, inversamente, il paese più povero “dà più lavoro oggettivo di quanto riceva.”8 A ciò era correlato il fatto che “il tasso di profitto è generalmente più alto [nei paesi sottosviluppati] a causa del minore grado di sviluppo, così come lo sfruttamento del lavoro attraverso l’uso di schiavi e coolies, ecc.”9 Era così possibile vedere “come una nazione possa arricchirsi a spese di un’altra.”10 Sebbene Marx non sia mai riuscito a scrivere il suo volume pianificato sull’economia mondiale e le crisi, è chiaro che—basandosi sulla realtà dello scambio diseguale già rappresentata da teorici come Ricardo e Mill—vedeva il problema come risiede, in ultima analisi, nelle disuguaglianze del lavoro, con le nazioni povere che danno più lavoro per meno nel processo di scambio.11

Il marxista austriaco Otto Bauer è accreditato come il primo a mettere lo scambio diseguale su basi più solide. Scrivendo nel 1924, Bauer abbandonò l’assunzione di Ricardo secondo cui i tassi di profitto tra i paesi fossero diseguali, sostituendo la nozione di immobilità del capitale con quella della mobilità del capitale e con una tendenza a bilanciare i profitti a livello internazionale. Tuttavia, lo scambio diseguale continuò a esistere, secondo Bauer, a causa delle diverse composizioni organiche del capitale e quindi dei diversi tassi di produttività tra le economie più avanzate e quelle meno avanzate, il che significava che nel processo di parità, i tassi di profitto tra paesi vi era un trasferimento di valore dai paesi più poveri a quelli più ricchi. Nella teoria del valore modificato di Marx, che incorpora i prezzi di produzione, l’equalizzazione dei tassi di profitto richiedeva un trasferimento di valore da industrie con una composizione organica di capitale inferiore (o rapporto capitale/lavoro investito) a quelle con composizione organica più elevata. Lo stesso processo essenziale, sosteneva Bauer, avveniva tra i paesi. Nella parità dei tassi di profitto a livello internazionale, quei paesi con composizione organica più elevata guadagnavano valore a scapito di quelli con composizione organica inferiore. Nelle parole di Bauer, “I capitalisti delle aree più sviluppate non solo sfruttano i propri lavoratori, ma [es] appropriano anche parte del plusvalore prodotto nelle aree meno sviluppate. Se consideriamo i prezzi delle materie prime, ogni area riceve in cambio quanto ha dato. Ma se guardiamo ai valori coinvolti, vediamo che le cose scambiate non sono equivalenti.”12

L’economista marxista tedesco Henryk Grossman, scrivendo negli anni ’30, portò avanti l’analisi di Bauer. Come ha detto lui, “Il commercio internazionale non si basa su uno scambio di equivalenti perché, come sul mercato nazionale, c’è una tendenza a pareggiare il tasso di profitto. Le merci del paese capitalista avanzato con composizione organica più elevata saranno quindi vendute a prezzi di produzione superiori al loro valore; quelli del paese arretrato a prezzi di produzione inferiori al valore.”13

L’intero approccio allo scambio diseguale, focalizzato sulla composizione organica del capitale e sulla relativa maggiore produttività nei paesi capitalisti sviluppati, fu definito da Emmanuel come “scambio diseguale in senso ampio.”14 Qui, i paesi con maggiore produttività dovuta a una composizione organica del capitale più elevata e quindi a tassi di produttività più elevati attingevano al plusvalore nelle regioni più povere, semplicemente come prodotto della parellacolazione dei tassi di profitto a livello internazionale. In questo caso, era vero che i paesi più ricchi guadagnavano a spese dei paesi più poveri, ma ciò era una funzione meccanica dell’uguaglianza dei tassi di profitto, e non costituiva di per sé un vero sfruttamento imperialista.15

Ciò che Emmanuel portò al concetto di scambio diseguale, e ciò che gli conferì un’importanza duratura, fu una teoria che si concentrava sulla mobilità internazionale del capitale unita all’immobilità internazionale del lavoro. La sua analisi non negava il significato della “base ampia” dello scambio diseguale come articolato da Bauer, Grossman e altri. Ma per Emanuele, esisteva una seconda forma, e in ultima analisi più significativa, di scambio diseguale associata allo sfruttamento imperialista. Ovvero, le economie centrali al centro del sistema capitalistico globale con salari elevati in termini globali estraevano lavoro in eccesso da economie periferiche con salari costantemente bassi, aumentando l’accumulo al nucleo a scapito della periferia.

Sebbene Ricardo avesse riconosciuto l’esistenza di uno scambio diseguale, per Emmanuel le cause erano invertite. Per i tassi di profitto diseguali di Ricardo e i salari di sussistenza standardizzati a livello internazionale, Emmanuel sostituì i “salari diseguali tra paesi” con i profitti “tendenti all’uguaglianza.”16 Emmanuel non costruì principalmente la sua analisi in termini di teoria dell’imperialismo nel senso di V. I. Lenin. Piuttosto, in questo modello astratto presumeva non capitale monopolistico ma libera competizione. Non iniziò nemmeno l’esame con la produzione e l’accumulazione basate sulle classi, anche se entrambe facevano parte della sua analisi. Invece, trattò i salari come una variabile indipendente, basandosi sull’analisi di Marx del loro carattere storicamente determinato.

Il plusvalore si sviluppa nella produzione capitalista perché il valore generato dall’esercizio della forza lavoro di un lavoratore supera il valore della forza lavoro o i salari pagati al lavoratore. Nei paesi capitalisti centrali—inclusi non solo le vecchie potenze coloniali ma anche, secondo Emmanuel, gli “stati coloni bianchi” (Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda) che avevano effettivamente sterminato o rimosso gli abitanti indigeni originari dalla terra—i salari erano relativamente alti a livello globale. Questo promosse uno sviluppo economico interno e autocentrico. Un “super-salario”, come negli Stati Uniti, secondo Emmanuel, generava una positiva “interazione dialettica tra il movimento dei salari e lo sviluppo economico.”17 Al contrario, tutti i paesi della periferia avevano salari molto più bassi, associati a tassi di sfruttamento più elevati, generando una dialettica di sottosviluppo. Fu proprio questo che costituì la base strutturale per lo scambio diseguale. Nelle relazioni commerciali tra quello che oggi è chiamato Nord Globale e Sud Globale, il primo riusciva a ottenere più lavoro per meno, o un trasferimento netto di valore, a causa della disuguaglianza strutturale nei salari incorporata nel sistema internazionale (e applicata dalle leggi sull’immigrazione)—un fatto nascosto dalla presunta uguaglianza commerciale quando espressa in termini di prezzo piuttosto che di valore del lavoro.

Il motivo per cui la teoria dello scambio diseguale di Emanuele suscitò così tanta controversia all’interno del marxismo occidentale fu meno dovuto a una deviazione da Marx, derivante dall’enfasi di Emanuele sui salari piuttosto che sull’accumulo di capitale come elemento determinante nello sviluppo capitalistico, che dalle dirette implicazioni politiche della sua analisi. Frederick Engels e Lenin, proponendo la nozione di un’aristocrazia operaia, avevano sostenuto che uno strato superiore dei lavoratori fosse stato consapevolmente comprato dal capitale dalla generosità dell’imperialismo.18 Al contrario, Nikolai Bukharin aveva visto questo meno come un’aristocrazia operaia all’interno degli stati capitalisti avanzati e più come una borghesia dell’intera classe operaia nelle economie sviluppate. Così, si riferiva ai “centesimi aggiuntivi” offerti ai lavoratori dei paesi ricchi con i proventi dell’imperialismo, che portavano alla loro cooperazione con il capitale. Seguendo Bukharin, molto più di Engels e Lenin, Emmanuel ampliò la sua critica oltre una semplice aristocrazia operaia a una classe operaia occidentale nel suo complesso che era vista come beneficiaria dell’imperialismo.19 Questo indicava quello che Oskar Lange aveva definito un “imperialismo popolare” che divideva i lavoratori del Nord Globale dal Sud Globale. Nelle parole di Emmanuel, “L”imperialismo popolare’ di Lange è oggi diventato realtà nei grandi paesi capitalisti.”20 Emmanuel ha così presentato questa visione sorprendente: “Una volta che un paese è andato avanti, per qualche incidente storico, anche se questo è solo perché un clima più duro ha dato agli uomini bisogni aggiuntivi, questo paese inizia a far pagare ad altri paesi il suo alto livello salariale attraverso uno scambio diseguale. Da quel momento in poi, l’impoverimento di un paese diventa una funzione crescente dell’arricchimento di un altro, e viceversa.”21

Pur non negando che i lavoratori dei paesi centrali fossero stati sfruttati, Emmanuel sosteneva che c’era un punto in cui il senso di guadagni dall’imperialismo poteva completamente frenare le lotte nazionali, creando un blocco capitalista-operaio imperialista, e che questo punto era stato raggiunto. Chiese: “Potrebbe essere che il marxismo rivoluzionario basato su… La solidarietà è stata ostacolata dalle terribili implicazioni di tale proposta [uno scambio diseguale che porta a un imperialismo popolare] in relazione alla solidarietà internazionale dei lavoratori?”22 Scrivendo durante la guerra del Vietnam, ha indicato esempi di lavoratori statunitensi che sostenevano l’imperialismo statunitense contro il Vietnam (così come il loro sostegno agli attacchi statunitensi contro Cuba) piuttosto che mostrare solidarietà internazionale. Sviluppi simili erano sorsi in Francia (e tra i coloni bianchi in Algeria) durante la guerra franco-algerina.23

Emmanuel arrivò persino a suggerire, contro la ragione storica, che se si potesse immaginare gli Stati Uniti ridotti a un paese sottosviluppato, ciò sarebbe disastroso per i lavoratori statunitensi, che sarebbero stati “gettati in un abisso”, ma che uno sviluppo del genere avrebbe difficilmente influenzato le prospettive a lungo termine degli stessi capitalisti statunitensi. “Escludendo le perdite materiali subite durante e a seguito dell’evento stesso, il capitalista americano non si troverebbe peggio” in una situazione del genere.24 Questa era una visione che negava la struttura più ampia del capitalismo monopolistico statunitense, inclusi i molti modi, oltre allo scambio diseguale, in cui il surplus veniva estratto dal Sud Globale dalle multinazionali. Più significativamente, l’argomento di Emmanuel suggeriva che fosse la classe operaia, non la classe capitalista, nel Nord Globale a beneficiare maggiormente degli scambi/imperialismo diseguali.

Dietro le dure critiche di Bettelheim a Emmanuel e il dibattito turbolento che ne seguì, si celava quindi la questione di un imperialismo popolare, questioni che sfidarono gran parte dell’economia politica marxista del dopoguerra in Europa e Nord America. L’analisi di Emmanuel fu direttamente affrontata da Bettelheim e poi modificata ed estesa da Amin. Nel mezzo secolo che è seguito alla pubblicazione del libro di Emmanuel, la sua analisi è diventata più, non meno, rilevante. Con tutte le limitazioni della sua analisi in Unequal Exchange, l’affermazione di Emmanuel che la teoria del valore di Marx fosse superiore a tutti gli altri approcci nella sua capacità di svelare le realtà dell'”imperialismo del commercio” è stata fortemente confermata nel contesto dell’economia globale della catena del valore del ventunesimo secolo.25

Bettelheim ed Emmanuel

Le complessità teoriche e politiche e le divergenze di opinioni all’interno del marxismo scatenate dallo scambio diseguale di Emmanuel sono meglio viste attraverso la lente del dibattito con Bettelheim nelle cinque appendici del libro. Il libro di Emmanuel apparve in una serie curata dal suo mentore, Bettelheim. Sebbene Bettelheim fosse fortemente favorevole alla critica di Emmanuel alla teoria del vantaggio comparativo, e le loro opinioni coincidessero con la loro comprensione della “teoria di base” dello scambio diseguale come in Bauer e Grossman, non erano d’accordo su quale fosse il cuore della questione per Emmanuel: lo scambio diseguale derivante dalla disuguaglianza salariale tra nazioni ricche e povere o sull'”imperialismo del commercio”. Tra le critiche sollevate da Bettelheim vi erano che (1) una nazione non può sfruttarne un’altra (una visione in cui si allontanò da Marx e Lenin), (2) lo sfruttamento non poteva avvenire tramite scambio ma poteva sorgere solo nella produzione, (3) nessuna analisi dello scambio diseguale poteva ignorare la produttività, (4) l’argomento di Emmanuel invertiva la causalità di Marx vedendo i livelli salariali come la variabile indipendente che determina l’accumulazione, e (5) l’analisi di Emmanuel si basava sulla libera concorrenza piuttosto che sul capitalismo monopolistico.26

Tutte queste critiche miravano a rafforzare il rifiuto da parte di Bettelheim dell’argomentazione fondamentale di Emanuele secondo cui non solo le nazioni ricche estraevano surplus tramite scambi diseguali dalle nazioni povere, ma anche che i lavoratori nei paesi capitalisti sviluppati, di fatto, sfruttavano i lavoratori nei paesi sottosviluppati. In risposta a Emmanuel, Bettelheim sostenne che, sebbene i lavoratori del Sud Globale fossero spesso “supersfruttati”, nel senso che venivano pagati meno del valore della loro forza lavoro (o del costo della sua riproduzione), questi “lavoratori nei paesi sottosviluppati erano [tuttavia] ancora meno sfruttati rispetto a quelli degli avanzati, e quindi dominanti, paesi.” Emmanuel si riferì a questo come al “Paradosso di Bettelheim.”27

Il ragionamento di Bettelheim, che non era accompagnato da alcuna analisi empirica, era che, poiché la composizione organica del capitale nelle nazioni ricche era molto più alta, la produttività del lavoro, ovvero la produzione per ora lavorativa, era anch’essa molto più alta, il che si traduceva in un tasso di sfruttamento più elevato (il rapporto tra lavoro in eccesso e lavoro necessario) nei paesi economicamente avanzati, a differenza dei paesi sottosviluppati. Poiché il tempo di lavoro necessario per produrre un bene veniva ridotto, mentre il lavoro in eccesso aumentava proporzionalmente, ciò rappresentava un tasso di plusvalore più elevato. Secondo Bettelheim, Emmanuel aveva commesso l’errore di non rendere adeguatamente conto della produttività del lavoro.

Sostenendo l’esistenza del capitale monopolistico, in contrapposizione alla dipendenza di Emmanuel nel suo modello sulla libera concorrenza, Bettelheim insisteva sull’esistenza di una cosa chiamata “sfruttamento imperialista” tramite investimenti multinazionali nel Terzo Mondo. Tuttavia, insisteva, questa dinamica era resa possibile dalla maggiore tecnologia, una maggiore produttività e un tasso di sfruttamento più elevato nelle economie capitaliste centrali. Inoltre, sosteneva che tale estrazione monopolistica in surplus non poteva avvenire tramite scambio, ma era il risultato delle relazioni di produzione internazionale. Al contrario, suggerì che Emmanuel fosse caduto nella fantasia di una mera “sfruttamento commerciale” separata dalla produzione.28 Altri economisti politici marxisti in Europa e negli Stati Uniti adottarono lo stesso argomento di Bettelheim riguardo al tasso più alto di produttività e al tasso più elevato di sfruttamento nei paesi capitalisti sviluppati, come nel caso di figure come Ernest Mandel, Michael Kidron, Geoffrey Kay e altri fino ai giorni nostri.29

Ciò che era fondamentale secondo Bettelheim era che l’analisi di Emmanuel negava lo sfruttamento e la lotta di classe al centro del sistema capitalista, “facendo apparire i proletari dei paesi ricchi come gli ‘sfruttatori’ dei poveri. Questi proletari devono quindi aver cessato di essere sfruttati loro stessi, il che significa che il loro lavoro non è più una fonte di plusvalenza.”30 Da ciò, Bettelheim concluse:

La posizione di Emmanuel mi sembra chiaramente incompatibile con il marxismo, poiché nega l’esistenza della lotta di classe nei paesi industrializzati (tranne nella forma economica di quella lotta, che si conforma alla classica posizione sindacalista, cioè una posizione “economista” e quindi non marxista). Equivale infatti a negare l’esistenza della lotta politica di classe, e delle classi stesse, quando si tratta borghesia e proletariato dei paesi industrializzati come identici, sostenendo che il proletariato sia “diventato borghese” e quindi sia stato integrato nella borghesia.31

La tesi di Emanuele, se vera, insisteva Bettelheim, indicherebbe una rottura nella “solidarietà oggettiva tra i lavoratori dei paesi industrializzati e dei paesi dominati, mentre, in realtà, quella solidarietà oggettiva, rappresentante di una lotta di classe comune, era più forte che mai.”32 Tuttavia, i capitalisti sia nella borghesia imperialista sia nelle borghesi nazionali del Terzo Mondo potevano, sosteneva Bettelheim, utilizzare la nozione di Emmanuel di una spaccatura tra i lavoratori a livello internazionale dovuta allo scambio diseguale per distrarre i lavoratori dalle lotte di classe nei loro paesi. La grande borghesia nei paesi sottosviluppati potrebbe usare falsamente la lotta contro l’imperialismo per consolidare il proprio potere.33

Le risposte di Emmanuel nel dibattito con Bettelheim si complicarono ulteriormente senza porre fine decisiva al dibattito. Sosteneva che, per Marx, i livelli salariali determinassero la produttività (attraverso l’innovazione tecnologica in risposta agli alti salari) e che Bettelheim e altri suoi critici avevano semplicemente ribaltato la logica di Marx: “Stabilire la produttività del lavoro come elemento determinante nel valore della forza lavoro, e anche dei salari, è un’idea diametralmente opposta al marxista, o anche per qualsiasi oggettista, la concezione del valore.”34 Non c’era alcuna contraddizione nel fatto che i capitalisti di un paese ottenessero plusvalore dalla produzione di lavoratori in altri paesi tramite scambio, poiché produzione e scambio erano interconnessi. L’appropriazione del plus-value, se radicata in ultima analisi nella produzione, non avveniva esclusivamente all’interno del processo produttivo.35 In definitiva, Emmanuel ha sottolineato la necessità di una teoria del valore mondiale che trascendesse le meramente condizioni nazionali che nascondevano le relazioni globali di valore.36

Amin ed Emmanuel

Come Amin ha indicato in “Fine di un dibattito” nel suo Imperialismo e sviluppo diseguale (1977), l’approccio di Emmanuel era vulnerabile alle critiche poiché le assunzioni restrittive incorporate nel suo modello economico rendevano impossibile affrontare le questioni più essenziali riguardo alle relazioni di scambio diseguali. Tra i limiti dell’analisi di Emmanuel vi erano (1) il suo trattamento del salario come variabile indipendente, piuttosto che dialetticamente legato allo sviluppo storico della produzione e dell’accumulazione; (2) la sua conseguente incapacità di affrontare adeguatamente la questione della produttività; (3) i più ampi limiti storici della sua analisi, che, poiché radicati nell’assunzione della libera concorrenza, non erano quindi applicabili né alle economie non capitaliste spo, più significativamente, alle condizioni del capitalismo monopolistico; (4) la relativa mancanza di una spiegazione storica sviluppata per l’immobilità del lavoro; e (5) la tendenza nella teoria di Emanuele a indicare lo sfruttamento diretto dei lavoratori alla periferia da parte dei lavoratori nel nucleo attraverso le relazioni commerciali, come se tali transazioni economiche non fossero tutte mediate e dominate dal capitale nel proprio interesse.37 Tuttavia, il genio dell’analisi di Emmanuel, secondo Amin, fu che sollevava per la prima volta la questione del valore mondiale, indicando correttamente che il lavoro, essendo impegnato nella produzione di merci internazionali, era esso stesso internazionale, soggetto a un sistema mondiale di valore.38

Il problema teorico fondamentale nell’analisi di Emmanuel era come affrontare le differenze nello sviluppo delle forze produttive e della produttività in diverse parti del mondo. Qui Amin introdusse una definizione storicamente più generale e teoricamente inconfutabile di scambio diseguale, non si basava più solo sulle differenze salariali o vedeva la produttività come dipendente dal livello dei salari. Come ha detto Amin, “La teoria essenziale dello scambio diseguale” indica la realtà che “i prodotti esportati dalla periferia sono importanti,” in termini puramente economici rispetto alle risorse naturali, “nella misura in cui la differenza tra i rendimenti sul lavoro è maggiore della differenza tra le produttività.”39 Questo era particolarmente evidente quando i processi produttivi e i particolari valori d’uso erano gli stessi. Ma il fatto che nel sistema internazionale di produzione un’ora di lavoro in qualsiasi parte del sistema fosse paragonabile a un’ora di lavoro in qualsiasi altra parte del sistema conferiva all’analisi un carattere universale.40

Amin si allontanò nettamente dall’idea di Emmanuel secondo cui i livelli salariali determinassero le forze produttive, la produttività del lavoro e l’accumulo. Nel quadro di Emmanuel si tendeva a considerare i salari elevati direttamente legati a uno scambio diseguale. Al contrario, Amin sosteneva che i salari più alti nelle economie capitaliste sviluppate erano storicamente nati come controparte dello sviluppo economico. Pertanto, non potevano essere assegnati principalmente a scambi diseguali, ma avevano cause multiple.41 Pur insistendo che i lavoratori del Nord Globale traevano beneficio dallo sfruttamento imperialista in scambi diseguali, Amin indicava che ciò era invariabilmente mediato dal capitale monopolistico regnante, che prendeva di gran lunga la fetta del surplus appropriato, aggravando così i propri problemi di assorbimento in eccesso.42

Bettelheim aveva sottolineato nella sua critica a Emmanuel che gli elementi compradori nei paesi sottosviluppati potevano sfruttare la teoria dello scambio diseguale e la lotta contro l’imperialismo, concentrandosi sul conflitto nazionale piuttosto che di classe, per consolidare il proprio dominio. Tuttavia, per Amin, ciò indicava semplicemente, in linea con tutta l’analisi marxista dell’imperialismo, la doppia lotta tra classe e nazione e la necessità di sviluppare una forte coscienza rivoluzionaria della classe operaia.43

Adottando una posizione un po’ più filosofica, i marxisti eurocentrici cercarono di combattere Emmanuel e altri teorici dell’imperialismo con quello che Amin definì un “argomento epistemologico”, sostenendo che concentrarsi sull’estrazione del plusvalore dai paesi periferici tramite uno scambio diseguale si basasse sulla circolazione piuttosto che sulla produzione come base dell’analisi e quindi feticizzasse il primo. Rispondendo a tali opinioni, Amin non solo sottolineò l’interrelazione tra produzione e scambio, ma dichiarò anche apertamente che “lo scambio ‘diseguale’ non è altro che il meccanismo di circolazione del plusvalore nello stadio imperialista del capitalismo.” Lungi dall’ignorare l’importanza della circolazione, Marx stesso, sottolineò Amin, aveva dedicato a essa l’intero terzo volume di Capital, tutt’altro che per esso una minore importanza “epistemologica”.44

Dove Amin si separò più nettamente da Emmanuel fu nell’analisi storica. Il modello di Emmanuel si basava interamente sull’assunzione artificiale del libero scambio, nella misura in cui presupponeva l’assenza del capitale monopolistico, anche se molti dei fattori storici che considerava, come l’immobilità internazionale del lavoro e la mobilità internazionale del capitale, erano meno caratteristici dell’epoca del libero scambio (dove le assunzioni di Ricardo erano più realistiche) che del capitalismo monopolistico. Pertanto, Amin prese il capitalismo monopolistico/imperialismo nei termini stabiliti da Lenin e dai teorici successivi dell’imperialismo come base del suo approccio. Lo scambio diseguale nel commercio internazionale e l’ascesa di un sistema di valore mondiale dovevano essere visti attraverso la lente del “capitalismo monopolistico generalizzato.”45

Fu nel capitalismo monopolistico del ventesimo secolo che furono istituite leggi sull’immigrazione più restrittive, pensate per controllare il lavoro a livello internazionale, che imponevano l’immobilità globale del lavoro e il supersfruttamento del lavoro periferico, consentendo al contempo il sovrasfruttamento del lavoro migrante nei paesi metropolitani.46 Allo stesso modo, è stato solo con la crescita della multinazionale che la mobilità internazionale del capitale—prima confinata principalmente agli investimenti in portafoglio—è diventata un fatto consolidato. Inoltre, fu il capitalismo monopolistico, sosteneva Amin, in accordo fondamentale con Ruy Mauro Marini, a rendere la “supersfruttamento” del lavoro nella periferia una realtà più sistematica.47

Nel tentativo di sfruttare appieno il fatto che la differenza tra salari era maggiore della differenza produttiva tra il Nord Globale e il Sud Globale, le multinazionali hanno introdotto sempre più — una volta che la tecnologia migliorata delle comunicazioni e dei trasporti ha reso possibile questo — la stessa tecnologia e i processi produttivi nelle zone di esportazione del Terzo Mondo che esistevano nel centro dell’economia mondiale.48 Così, il trasferimento di valore attraverso il processo di scambio diseguale fu notevolmente rafforzato nell’era della globalizzazione neoliberista dagli anni ’80 in poi, portando allo sviluppo delle catene del valore globali come realtà dominante della produzione globale.

La realtà dello scambio diseguale

L’elaborazione critica di Amin, con una maggiore considerazione storica dell’analisi di Emanuele, permise un’indagine empirica sul commercio internazionale, considerando al contempo le differenze di salari e produttività. Studi recenti hanno chiaramente rivelato come la differenza salariale tra i lavoratori del Nord Globale e del Sud Globale sia molto maggiore rispetto alle differenze nella loro produttività. È importante sottolineare che questo lavoro illumina come lo sfruttamento imperialista giochi un ruolo centrale nella creazione e nel trasferimento del valore mondiale, in cui il surplus viene appropriato dal capitale monopolistico nel Nord Globale. Date le limitazioni delle categorie basate sul prezzo, lo scambio diseguale riflette il trasferimento di valore associato al lavoro incorporato nella produzione, nascosto nei conti commerciali standard. Rivela così la realtà spesso invisibile dei trasferimenti di valore dalle nazioni povere a quelle ricche attraverso scambi diseguali, oltre ai modi più visibili in cui il surplus viene trasferito attraverso relazioni di potere monopolistiche dirette, come catturato nei conti correnti.

Le intuizioni di Emmanuel e Amin sullo scambio diseguale arricchiscono notevolmente la ricerca globale sulle catene di materie prime, che studia il trasferimento economico di valore all’interno delle numerose catene di estrazione, produzione, distribuzione, consumo e finanziarie dominate dalle multinazionali. Nel ventunesimo secolo, le multinazionali al centro dell’economia mondiale avevano spostato la maggior parte dell’occupazione industriale dei lavoratori nel Sud globale, praticando contratti “a distanza”, in cui la produzione veniva esternalizzata a fornitori indipendenti. Qui, le grandi aziende sono riuscite a approfittare dei bassi salari pagati ai lavoratori, esternalizzando parte dei loro costi diretti di produzione e riducendo la loro responsabilità per la gestione di fabbriche di metallo e per l’inquinamento. Queste condizioni mantenevano i salari molto bassi nel Sud Globale e contribuirono a reprimere i salari nel Nord. Gli investimenti diretti esteri, dalle nazioni core alle economie periferiche, accelerarono il processo di esterolocalizzazione e i contratti a distanza, riorganizzando drasticamente le economie di queste ultime mentre ampliavano la forza lavoro industriale.

Di conseguenza, le esportazioni dei paesi in via di sviluppo come percentuale delle importazioni statunitensi quadruplicarono nella seconda metà del ventesimo secolo. Nel 2008, il 73 percento di tutta l’occupazione industriale globale si trovava nel Sud Globale, mentre nel 2013 la maggior parte degli investimenti diretti esteri totali era destinata al Sud Globale.49 La quota globale del Sud nel commercio manifatturiero è schizzata alle stelle, con la principale destinazione di esportazione rappresentata come Nord Globale. La produzione industrializzata, le pratiche produttive intensive e l’integrazione globale non alleviarono la povertà nel Sud né ne portarono alla convergenza con il Nord. Al contrario, la salute relativa e le condizioni ambientali dei lavoratori nei paesi in via di sviluppo peggiorarono.50 Inoltre, il valore aggiunto, all’interno delle catene globali delle materie prime, è stato attribuito principalmente alle attività economiche nel Nord Globale, dove i beni venivano commercializzati e consumati, piuttosto che nel Sud Globale dove avveniva la maggior parte del lavoro nella produzione.51

In “Global Commodity Chains and the New Imperialism“, Intan Suwandi, R. Jamil Jonna e John Bellamy Foster svilupparono un approccio empirico per studiare il trasferimento invisibile di valore, in cui lo scambio diseguale permette al capitale monopolistico di catturare il valore prodotto dal lavoro nella periferia.52 Per creare la base per confronti transnazionali dal 1995 al 2014, hanno esaminato i costi unitari del lavoro, ovvero il rapporto tra salari e produttività del lavoro, per gli otto paesi con la maggiore partecipazione nelle catene globali delle materie prime. I paesi del Nord Globale sono rappresentati in questo studio da Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Giappone, mentre i paesi del Sud Globale da Cina, India, Indonesia e Messico. Gli autori hanno scoperto che la differenza salariale tra Nord e Sud era molto maggiore rispetto alle differenze di produttività. Così, i primi ricevevano molto più lavoro a meno prezzo negli scambi internazionali, permettendo così che il surplus venisse catturato dalle multinazionali. I costi unitari medi del lavoro nella produzione in Cina, India, Indonesia e Messico variavano tra il 37 percento e il 62 percento dei costi unitari del lavoro negli Stati Uniti, indicando che margini di profitto più elevati potevano essere ottenuti producendo ai margini marginali. Questa tendenza si amplifica ulteriormente considerando tutti gli altri collegamenti produttivi della catena globale delle materie prime che includono il resto del Sud Globale.53 Così, i tassi differenziali di sfruttamento tra le nazioni portano a un massiccio trasferimento di surplus all’interno del sistema capitalista globale.

L’entità dello scambio diseguale in corso è stata ulteriormente evidenziata in un importante studio del 2024 pubblicato su Nature Communications da Jason Hickel, Morena Hanbury Lemos e Felix Barbour. Hanno spiegato che, dopo l’imposizione di programmi di aggiustamento strutturale negli anni ’80 e ’90 nel Sud Globale, che includevano la svalutazione delle valute, il taglio dei finanziamenti pubblici per il welfare sociale e la protezione ambientale, l’incoraggiamento a salari più bassi per attrarre investimenti per la manifattura e la creazione di strutture orientate all’export, la dinamica degli scambi diseguali si è intensificata. Per valutare queste relazioni e condizioni, cercarono di “tracciare i flussi di lavoro incarnato tra Nord e Sud, per la prima volta contabilizzando direttamente settori, salari e livelli di competenza,” il che permise loro “di definire la scala dell’appropriazione del lavoro attraverso uno scambio diseguale in termini di tempo fisico di lavoro, rappresentandola anche in termini di valore salariale, in modo che tenga conto del livello di competenza del lavoro incarnato nel commercio Nord-Sud.” Hanno scoperto che il 90-91 percento del “lavoro di produzione nell’economia mondiale, a tutti i livelli di competenze e settori” avveniva nel Sud Globale. Tuttavia, il valore prodotto fu “catturato in modo sproporzionato” dal Nord.54

Solo nel 2021, il Nord Globale ha avuto un’appropriazione netta di “826 miliardi di ore di lavoro incarnato dal Sud Globale”, che si è verificata in tutte le categorie di competenze, da bassa ad alta, tramite i “lavoratori fantasma invisibili” all’interno di questo sistema di produzione di materie prime generalizzata. Questo si traduceva nell’equivalente di 18,4 trilioni di dollari di salari nel Nord Globale, più che raddoppiando l’importo stanziato nel 1995. I divari salariali tra le categorie di competenze sono aumentati significativamente tra il 1995 e il 2021, portando a salari del Sud globale inferiori dall’87 al 95 percento rispetto ai loro omologhi di competenza uguale nel Nord. I salari nel Nord in questo periodo aumentarono di undici volte rispetto ai lavoratori del Sud. Tuttavia, la quota dei lavoratori nel PIL è diminuita dell’1,3 percento nel Nord globale e dell’1,6 percento nel Sud, dimostrando l’indebolimento della posizione del lavoro a livello mondiale.55

Lo squilibrio era ancora più drammatico considerando la differenza nelle ore di lavoro che contribuiscono all’economia globale. Nel 2021, il Sud Globale ha contribuito al 90 percento delle 9,6 trilioni di ore di lavoro. Questo schema era evidente a tutti i livelli di competenza, poiché il Sud Globale rappresentava il 76 percento della manodopera altamente qualificata, il 91 percento della manodopera medio-qualificata e il 96 percento della manodopera poco qualificata, per quanto riguarda le ore totali di lavoro nella produzione globale. Di conseguenza, dal 1995 al 2021, il Sud Globale ha costantemente aumentato il suo contributo alla produzione globale totale in tutti i settori. Hickel, Lemos e Barbour scoprirono che “il Sud ora contribuisce con più manodopera altamente qualificata all’economia mondiale [in ore totali di lavoro]… rispetto a tutti i contributi di manodopera ad alta e media qualificazione del Nord Globale messi insieme.” I lavoratori del Sud Globale erano produttivi quanto i loro omologhi del Nord, oltre a subire controlli estremi per massimizzare la produzione. Nonostante queste condizioni, il Sud Globale ha ricevuto solo il 44 percento del reddito globale, con i lavoratori in questi paesi che hanno ricevuto “solo il 21 percento del reddito globale” nel 2021.56

Tra il 1995 e il 2021, il Nord Globale ha importato oltre quindici volte più lavoro incorporato di quanta ne abbia esportata verso il Sud. Per quanto riguarda il lavoro agricolo incorporato, il Nord importava 120 volte più di quanto ne esportasse. “Non esiste alcun settore,” spiegarono Hickel, Lemos e Barbour, “in cui il Nord esporti lavoro verso il Sud.” L’unica cosa che mitigò brevemente il rapporto di cambio in questo periodo fu la Cina, dato il miglioramento salariale. Questo invisibile trasferimento di valore aumentò nel corso del periodo ed era accompagnato dal trasferimento di “terra, energia [e] materiali incorporati” come parte della produzione complessiva. Non ci sono prove che il Sud Globale stia raggiungendo il Nord; In effetti, la divergenza all’interno dell’economia capitalista globale si sta approfondindo, con una quota maggiore di surplus catturata dal capitale monopolistico.57 Questo punto, e le tendenze evidenziate sopra, sono ancora più importanti considerando i recenti argomenti secondo cui la Cina e altri paesi BRICS, come Brasile, Russia e India, stanno prosciugando ricchezze dagli Stati Uniti, invertendo la direzione generale dell’imperialismo.58

Come ha dimostrato Minqi Li, nel 2017 la Cina ha registrato una perdita netta di manodopera nel commercio estero di 47 milioni di anni lavoratori, mentre gli Stati Uniti hanno registrato un guadagno netto di 63 milioni di anni lavoratori (misurato in termini di lavoro totale incorporato nei beni esportati meno il lavoro totale incorporato nei beni importati), dovuto alla produzione di materie prime in Cina e in altri paesi del Sud Globale, che poi venivano consumate negli Stati Uniti. I bassi costi unitari del lavoro in Cina e in altri paesi in via di sviluppo hanno aggravato questa differenza nella perdita netta e nel guadagno del lavoro. Inoltre, come hanno dimostrato gli economisti marxisti Guglielmo Carchedi e Michael Roberts, i paesi BRICS non stanno drenando il surplus da altri paesi del Sud Globale né capitale dal Nord. Invece, il blocco imperialista al centro dell’economia globale continua a estrarre surplus dai paesi BRICS.59

Per comprendere meglio il drenaggio complessivo del Sud Globale, è necessario considerare non solo i trasferimenti invisibili di lavoro incarnato in uno scambio diseguale proprio, ma anche i trasferimenti visibili di ricchezza che accompagnano le relazioni coloniali e imperialiste associate al flusso netto di capitale come parte del commercio internazionale, registrati nei conti nazionali. Questi conti includono la bilancia commerciale relativa a importazioni ed esportazioni, pagamenti netti a investitori e banche stranieri, pagamenti assicurativi e di trasporto, e pagamenti per royalties e brevetti. La Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), in un policy brief del 2020, ha indicato che dal 2000 al 2017, per 134 paesi in via di sviluppo, vi è stato un trasferimento finanziario netto “dai paesi in via di sviluppo a quelli sviluppati.” Solo nel 2012, i trasferimenti netti di risorse, grazie a una “ripresa delle esportazioni”, hanno raggiunto i 977 miliardi di dollari. Questo ha generato una “corsa sul debito” in cui i paesi in via di sviluppo in generale si trovano “finanziariamente esausti”.60 Il sistema di attività di polizia del debito internazionale derivante dalla “differenza tra afflussi netti di capitale in ingresso e pagamenti netti di reddito al capitale estero, inclusi i cambiamenti netti delle riserve internazionali,” si riproduce, in parte, perché “le risorse esterne sono ritenute necessarie per finanziare lo sviluppo, ma ciò a sua volta genera flussi di rendimento di pagamenti di interessi e rimesse di profitti che devono essere finanziati dal paese in via di sviluppo e possono superare eventuali flussi di utili.”61

La realtà sottostante è quella in cui esiste una situazione “chiara e persistente”, visibile nel sistema internazionale dei conti, in cui il Sud Globale subisce costantemente una perdita netta di capitale a favore del Nord Globale. Secondo l’UNCTAD, “I rendimenti sugli attivi esterni ricevuti sono generalmente inferiori ai pagamenti effettuati sulle passività esterne, con conseguente trasferimento netto continuo di risorse finanziarie dai paesi in via di sviluppo a quelli sviluppati.”62 Questo costituisce un flusso inverso di capitale, dalla periferia al nucleo, ben a parte lo scambio diseguale in sé, qui derivato semplicemente dalle relazioni monopolistiche di potere del capitale multinazionale situate nel Nord Globale.63

Il trasferimento di valore economico tra nazioni è intrecciato in modi complessi con flussi materiali-ecologici.64 Come ha sottolineato Amin, seguendo Emmanuel in questo senso, esistono molte “altre forme di scambio diseguale”, che includono una serie di considerazioni ecologiche, specialmente quando associate all’estrazione e al controllo delle risorse naturali.65 All’interno del sistema capitalistico, ciò dà origine a uno scambio ecologico diseguale (lo scambio di valori d’uso più naturali e fisici per meno), per cui esiste un flusso verticale di valore incarnato nell’energia e nella materia, che va oltre il valore associato allo sfruttamento del lavoro dal Sud Globale al Nord Globale. Inoltre, uno scambio ecologico diseguale è associato all’esternalizzazione di molte delle conseguenze ambientali, come l’inquinamento, di questa produzione internazionale verso il Sud, aggravando le disuguaglianze e l’uso sproporzionato dei beni comuni ecologici, come l’atmosfera e gli oceani, da parte del Nord.66

Marx osservò che la vera ricchezza includeva sia i contributi della natura che del lavoro, mentre, secondo la contabilità capitalista, il valore era associato solo al lavoro. La natura era considerata un “dono gratuito” per il capitale.67 Così, la natura faceva parte della “dimora nascosta” del capitale, poiché i suoi contributi erano al di fuori delle normali categorie economiche, costituendo un “profitto all’espropriazione.”68 Qui, l’espropriazione comportava rapine, furti e saccheggi. Questa appropriazione senza reciprocità ha minato i processi che supportano la rigenerazione degli ecosistemi e le condizioni di vita stesse.69 La cosiddetta accumulazione primaria ha coinvolto la dissoluzione delle forme di proprietà precedenti, il movimento di recinzione, l’alienazione della popolazione umana dalla natura, il colonialismo, il colonialismo di insediamento, l’imperialismo, il saccheggio delle risorse all’estero, la schiavitù e il genocidio, tutti elementi che hanno contribuito a stabilire il sistema capitalista polarizzato, poiché la ricchezza era concentrata nei paesi centrali.70

Questo sistema di rapine è parte integrante delle operazioni quotidiane del capitale. La seconda rivoluzione agricola, tra la metà del XVII secolo e la fine del XIX secolo, comportò la dipolazione dei nutrienti del suolo, poiché venivano impiegate pratiche agricole intensive per produrre cibo e fibre per le popolazioni urbane lontane. I nutrienti non venivano restituiti alle campagne come parte di un processo reciproco per restaurare la terra. Le attività agricole divennero dipendenti da input esterni per cercare di mantenere la produzione. Dal 1840 al 1880, il guano proveniente dal Perù fu il fertilizzante più prezioso al mondo. Le isole guano peruviane furono saccheggiate, in condizioni di schiavitù de facto, per arricchire i suoli d’Europa e degli Stati Uniti.71

Le relazioni coloniali e imperiali hanno svolto un ruolo centrale nell’instaurare e mantenere scambi ecologici diseguali. In Vene Aperte dell’America Latina, Eduardo Galeano fornì un resoconto approfondito di come per secoli il Nord Globale avesse privato questa regione del Sud Globale delle sue risorse naturali, che includevano oro, argento, gomma e una vasta gamma di prodotti agricoli. “Il sistema delle piantagioni”, in particolare, spiegava, “era strutturato in modo da renderlo, di fatto, un setaccio per il drenaggio della ricchezza naturale.”72 All’interno di questo sistema globale, “più un prodotto è desiderato dal mercato mondiale, maggiore è la miseria che porta ai popoli latinoamericani il cui sacrificio lo crea.”73 Nelle condizioni imperiali di scambio economico e ecologico diseguale, l’America Latina era povera perché era una terra ricca. Come ha descritto Galeano, “Continua a esistere al servizio dei bisogni altrui, come fonte e riserva di petrolio e ferro, di rame e carne, di frutta e caffè, materie prime e alimenti destinati ai paesi ricchi che tragono più profitto dal consumarli di quanto l’America Latina ne faccia dalla produzione.”74 Amin sosteneva che questo processo contribuì alla “distruzione sistematica dei suoli”, alla “degradazione dell’ambiente” e all'”impoverimento” dei paesi dipendenti.75

Attraverso uno scambio ecologico diseguale, il Nord Globale stava superando la propria base di risorse, utilizzando “terreni fantasma” all’estero per fornire cibo e altre risorse naturali.76 Inoltre, il Nord Globale ha sfruttato in modo sproporzionato i beni comuni ecologici, amplificando notevolmente la crisi ecologica. Emmanuel ha indicato che i paesi sviluppati stavano attivamente utilizzando i beni comuni ecologici “smaltivendo i loro rifiuti scaricandoli in mare o espellendoli nell’aria.”77 Man mano che il capitalismo globale trasgresse progressivamente i confini planetari, minacciando la distruzione ecologica della vita sulla Terra, l’importanza dell’indagine di Emmanuel sullo scambio diseguale aumenta, così come il movimento internazionale per affrontare la spinta di morte del capitale.

L’imperialismo del commercio

L’imperialismo è un fenomeno complesso, che è stato imposto in modo differenziale, a seconda di come l’imperialismo abbia originariamente penetrato nei domini delle nazioni periferiche, e da numerosi altri fattori legati a innumerevoli altre caratteristiche, come forme di colonizzazione e semicolonizzazione, la natura delle lotte anticoloniali, il controllo delle risorse naturali, la posizione strategica concepita dalla geopolitica, l’esercizio del potere monopolistico, e il ruolo delle classi compradore. In tutti i casi, tuttavia, l’imperialismo sotto il capitalismo ha infine assunto una forma economica, in cui il drenaggio del surplus dei paesi in via di sviluppo si ottiene con mezzi molteplici, coinvolgendo forme di sfruttamento ed espropriazione più visibili e meno visibili. Inoltre, il derubamento del Sud Globale si è esteso oltre i semplici trasferimenti economici, coinvolgendo l’appropriazione di terre e risorse. È un sistema di vene aperte, che richiedono rivoluzioni e separazioni.

L’analisi dello scambio diseguale di Emmanuel ha svolto un ruolo indispensabile nel dimostrare che un’analisi dei valori che si concentra sul ruolo del lavoro nella produzione e sullo scambio del lavoro rivela tutta la profondità dell’imperialismo economico, che inibisce i paesi sottosviluppati e li frena. Rappresenta quindi le radici più profonde dell’imperialismo economico, riconducibili al fatto che, mentre il lavoro è relativamente immobile a livello internazionale (e mentre la migrazione dei lavoratori dal Sud Globale è così strutturata da portare con sé i loro bassi salari), il capitale è mobile a livello internazionale. Qualsiasi tentativo da parte dei paesi periferici di scollegarsi dal capitale internazionale e di limitare la mobilità del capitale porta inevitabilmente a sanzioni economiche e interventi militari provenienti dal nucleo imperiale del sistema.

Riferendosi alla sua analisi in Unequal Exchange, Emmanuel scrisse: “Se avrò successo, avrò dimostrato che non solo il commercio internazionale non è, come si pensa, il tallone d’Achille della teoria del valore del lavoro, ma che è, al contrario, [solo] sulla base delle premesse di questa teoria che possiamo comprendere alcune caratteristiche del commercio internazionale che finora sono rimaste inspiegate.” In sostanza, ciò richiedeva “integrare il valore internazionale nella teoria generale del valore.”78 Emmanuel ebbe un tale successo che la sua teoria dello scambio diseguale, sebbene modificata da pensatori successivi come Amin per adattarsi alla realtà del capitalismo monopolistico, divenne indispensabile per l’analisi del trasferimento di valore all’interno dell’attuale economia globale delle merci. Questo ha rivelato la realtà dell’arbitraggio globale sul lavoro, svelando il sistema di valori mondiale che ne costituisce la base. Hic Rhodus, Hic Salta! (Ecco Rhodes, salta qui!)

Note

  1.  Arghiri Emmanuel, Scambio diseguale: uno studio sull’imperialismo del commercio (New York: Monthly Review Press, 1972, 2025).
  2.  Vedi Michael Perelman, L’invenzione del capitalismo: economia politica classica e la storia segreta dell’accumulazione primitiva (Durham: Duke University Press, 2000). L’analisi in questo e nei prossimi paragrafi si basa considerevolmente su John Bellamy Foster e Hannah Holleman, “The Theory of Unequal Ecological Exchange: A Marx-Odum Dialectic,” Journal of Peasant Studies 41, n. 2 (2014): 201–5.
  3.  David Ricardo, Sui principi dell’economia politica e della tassazione (Cambridge: Cambridge University Press, 1951), 128–49; Samir Amin, Imperialismo e sviluppo diseguale (New York: Monthly Review Press, 1977), 184.
  4.  Ricardo, Principi di economia politica e tassazione, 135–36.
  5.  Karl Marx, Teorie del plusvalore, Parte 1 (Mosca: Progress Publishers, 1971), 105–6; John Stuart Mill, Saggi su alcune questioni irrisolte dell’economia politica (Londra: John W. Parker, 1844), 2.
  6.  Amin, Imperialismo e Sviluppo Ineguale, 134–35, corsivo aggiunto.
  7.  Karl Marx, Grundrisse (Londra: Penguin, 1973), 872.
  8.  Karl Marx, Capital, vol. 3 (Londra: Penguin, 1981), 345.
  9.  Marx, Capitale, vol. 3, 345; Ingrid Harvold Kvangraven, “200 anni di teoria commerciale ricardiana: come mai esiste ancora questo?” Developing Economics, 23 aprile 2017, developingeconomics.org.
  10.  Karl Marx, La povertà della filosofia (New York: International Publishers, 1963), 223.
  11.  Quanto le opinioni di Marx rimanessero all’interno del quadro di Ricardo e Mill in questo senso, e quanto si siano allontanate dalle loro prospettive, è difficile da dire, data la natura incompleta del suo lavoro in questo ambito.
  12.  Otto Bauer, La questione delle nazionalità e della socialdemocrazia (Minneapolis: University of Minnesota Press, 2000), 200; Emmanuel, Scambio Ineguale, 175.
  13.  Henryk Grossman, La legge dell’accumulazione (Londra: Pluto Press, 1993), 170.
  14.  Emmanuel, Scambio diseguale, 167; Guglielmo Carchedi, Frontiers of Political Economy (Londra: Verso, 1991), 222–25.
  15.  Lo sfruttamento nella teoria marxista riguarda l’appropriazione del surplus (valore) dal produttore diretto. Lo sfruttamento imperialista è un termine usato per riferirsi all’appropriazione netta del surplus generato in un paese sottosviluppato da parte di un paese sviluppato. Per un trattamento preciso di questo, vedi Amiya Kumar Bagchi, The Political Economy of Underdevelopment (Cambridge: Cambridge University Press, 1982), 15–16.
  16.  Emmanuel, Scambio Ineguale, 267.
  17.  Emmanuel, Scambio Ineguale, 126.
  18.  Frederick Engels, La condizione della classe operaia in Inghilterra (Chicago: Academy Chicago, 1982), 33–34; V. I. Lenin, Imperialismo, la più alta fase del capitalismo (New York: International Publishers, 1939), 13–14. Engels disse che l’intera classe operaia inglese, oggetto del suo articolo, poteva trarre beneficio momentaneamente in rari casi dall’imperialismo, ma che i benefici erano per lo più confinati allo strato superiore. Sulla teoria dell’aristocrazia operaia, vedi Martin Nicolaus, “La teoria dell’aristocrazia operaia,” Monthly Review 21, n. 11 (aprile 1970): 91–101; Eric Hobsbawm, “Lenin e l”aristocrazia del lavoro’,” Monthly Review 21, n. 11 (aprile 1970): 47–56.
  19.  Nikolai Bukharin, Imperialismo e economia mondiale (New York: International Publishers, 1929), 164–67; Emmanuel, Scambio Eguale, 17–79.
  20.  Emmanuel, Scambio Ineguale, 181; Paul A. Baran, L’economia politica della crescita (New York: Monthly Review Press, 1957), 119.
  21.  Emmanuel, Scambio Ineguale, 130.
  22.  Emmanuel, Scambio diseguale, 177.
  23.  Emmanuel, Scambio diseguale, 181.
  24.  Emmanuel, Scambio diseguale, 183–84.
  25.  Emmanuel, Scambio Ineguale, xlii.
  26.  Charles Bettelheim, Appendice I, in Emmanuel, Unequal Exchange, 300.
  27.  Emmanuel, Scambio Ineguale, 380–83.
  28.  Bettelheim, Appendice I, in Emmanuel, Scambio Ineguale, 271–72, 276, 300–4.
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  32.  Bettelheim, Appendice I, in Emmanuel, Unequal Exchange, 309.
  33.  Bettelheim, Appendice I, in Emmanuel, Scambio Ineguale, 310.
  34.  Emmanuel, Scambio Ineguale, 418.
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  37.  Amin, Imperialismo e Sviluppo Ineguale, 185, 194, 205, 210, 212, 219, 222.
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  41.  Amin, Imperialismo e Sviluppo Ineguale, 205, 219–22; Samir Amin, Imperialismo moderno, capitale finanziario monopolistico e la legge del valore di Marx (New York: Monthly Review Press, 2018), 193–201.
  42.  Amin, Imperialismo moderno, capitale finanziario monopolistico e la legge del valore di Marx, 192; Amin, Imperialismo e Sviluppo Ineguale, 207.
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  70.  Marx, Capitale, vol. 1, 873–940.
  71.  John Bellamy Foster, Marx’s Ecology (New York: Monthly Review Press, 2000); Brett Clark e John Bellamy Foster, “Imperialismo ecologico e la frattura metabolica globale: scambio diseguale e il commercio di guano/nitrati,” International Journal of Comparative Sociology 50, n. 3–4 (2009): 311–34; Dolores Loustaunau, Mauricio Betancourt, Brett Clark e John Bellamy Foster, “Lavoro contrattuale cinese, la frattura corporea e l’imperialismo ecologico nel boom del guano del XIX secolo in Perù,” Journal of Peasant Studies 49, n. 3 (2022): 511–35; Brett Clark, Daniel Auerbach e Karen Xuan Zhang, “Il Nexus Du Bois: Intersezionalità, Economia Politica e Ingiustizia Ambientale nel Commercio del Guano in Perù nel 1800,” Environmental Sociology 4, n. 1 (2018): 54–66; Mauricio Betancourt, “Il guano e l’ascesa dell’Impero Americano,” Socius 10 (settembre 2024): 1–11.
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  76.  Georg Borgström, Il pianeta affamato (New York: Macmillan, 1965).
  77.  Arghiri Emmanuel, “Il progetto socialista in un mondo capitalista disintegrato,” Socialist Thought and Practice 16, n. 9 (1976): 69–87.
  78.  Emanuele, Scambio Ineguale, xxxiv, xlii.